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Hannah Arendt

(60 risultati)

Adriana Caravero. Inclinazioni

Nell'affastellarsi delle mie letture matte e disperatissime (si parva licet) avevo sulla scrivania, nei giorni scorsi, ovvero nella seconda metà del gennaio 2014, tre libri di cui portavo avanti la lettura alternandone i capitoli. Seguo infatti nel lavoro intellettuale la dietetica del pensiero (diaetetic des Denkens) di Kant, che consigliava, in caso di saturazione dello spirito, di variare la vivanda mentale. Così, per resistere alla fatica e mantenere la concentrazione, anche io vario la dieta. I libri erano Warum es die Welt nicht gibt (Perché non c'è il mondo), Berlin 2013, del newrealista tedesco Markus Gabriel; Warum ich kein Christ bin (Perché non sono cristiano), München 2013, del filosofo tedesco Kurt Flasch, e infine (senza perché nel titolo questa volta, come la rosa del poeta Angelus Silesius: La rosa è senza perché: fiorisce perché fiorisce...): Inclinazioni. Critica della rettitudine, della filosofa italiana Adriana Cavarero (Raffaello Cortina Editore, Milano 2013, pagg. 240). Benché il libro di Gabriel sia un bestseller (sette tirature nello stesso anno) e quello di Flasch pure (tre...

Margarethe von Trotta. Hannah Arendt

Era il 1962. In una via centrale di New York un taxi viene tamponato da un autocarro. La donna che si trova all'interno del taxi è ferita. Sull'ambulanza la donna muove le gambe per capire se non ha subito gravi danni. Poi inizia a passare in rassegna la sua vita, anno dopo anno.   Ricorda la sua infanzia, la giovinezza trascorsa a Könisberg. L'università a Marburgo e a Heidelberg. Ricorda la fuga dalla Germania; l'esilio a Parigi dove ha incontrato suo marito; il campo di internamento per donne di Gurs; la fuga dall'Europa e l'arrivo in America. Ricorda che avrebbe dovuto scrivere un libro a cui teneva molto, troppo: un libro sul processo a un nazista.   Ricordava tutto. Ma qualcosa la turbava. Più tardi raccontò a un'amica che “per un attimo ebbi io stessa, nelle mie mani, il potere di decidere se volevo vivere o morire”. La donna è Hannah Arendt. L'amica Mary McCarthy.           Il film Hannah Arendt di Margarethe Von Trotta che recentemente è uscito in Italia nelle sale (vergognosamente proiettato per soli due giorni) forse sarebbe potuto...

Stefano Catucci. Imparare dalla luna

Il lancio del primo Sputnik nel 1957 suscitò una grande impressione, tanto che l’impresa venne salutata da Hannah Arendt come “un vero spartiacque nella vicenda della modernità: il momento in cui gli uomini avevano cominciato a pensare di poter fare a meno del proprio pianeta”. In realtà questo non avvenne, perché la Luna rimaneva un corpo oggettivato: Körper, in termini fenomenologici. Un oggetto dato, incapace di modificare il nostro rapporto con l’esperienza e quindi di farsi soggetto di esperienza, matrice costituente. Il luogo della nostra vita continuava a essere la Terra che, per questa ragione, non poteva essere trattata semplicemente come un Körper, un’alterità inerte, essendo suolo (Boden) della nostra esperienza. Proprio questo suolo, che non può mai essere completamente oggettivato, che partecipa attivamente ai processi di costituzione dell’esperienza, è alla base dell’esperienza paesaggistica, che continua a essere essenzialmente terrestre.     Nel suo Imparare dalla Luna (Quodlibet) Stefano Catucci non si limita però a descrivere lo...

A partire da Lampedusa

Il vento non ha tetto né casa, e il vento è una bussola per il nord dello straniero. Mahmoud Darwish   Un cellulare riprende i migranti a Lampedusa “ospitati” nel centro di primo soccorso e accoglienza della Contrada Imbriacola, denudati e lavati all’aperto per la profilassi contro la scabbia, contratta negli spazi stessi del centro.     Quel video offuscato racconta qualche minuto della vita sull’isola, il luogo in cui i migranti sbarcati vengono smistati per poi essere identificati. Il filmato racconta un momento di quotidianità. Nella doccia all’aperto, nello spogliarsi collettivo in giardino, non ci sono segni di violenza fisica, spesso presente negli spazi dei centri nei quali le parole “detenzione” e “custodia” sono sostituite da “ospitalità”; vi è l’umiliazione. Non è un caso che l’etimo di umiliare sia “humus”, suolo. Il terreno, il territorio diventano nelle pratiche di accoglienza un privilegio. Il viaggio, la migrazione, un peccato da scontare.   A seconda della provenienza o della storia (...

L’ambiguità dell’impresa sociale

Crisi economica. Crisi ambientale. Crisi politica. Crisi morale. Crisi sociale. Per citare una canzone di Bugo di qualche anno fa “lo vedo nei visi, ovunque c’è crisi”. E non staremo qui a parlare delle cause, per una volta, bensì di chi propone un rimedio. A dire la verità non sono molti, purtroppo, quelli che hanno l’audacia di vantare una possibile soluzione: la classe politica pare strozzata da un meccanismo che non lascia spazio a movimento alcuno, i movimenti sociali protestano e dimostrano ma raramente riescono ad avere un impatto tangibile o a articolare plausibili paradigmi alternativi; e i singoli individui si disperano o, raramente, sognano, davanti a uno spritz. In questo clima la tonalità emotiva dominante è una specie di nostalgia del futuro che fu, amara e romantica al tempo stesso (ma più amara).   E poi ci sono i cosiddetti imprenditori o innovatori “sociali” che sempre più spesso si chiamano appunto “changemaker”. Loro dicono di avere delle idee su come cambiare la società, su come risolvere una serie di problemi ormai considerati da molti quasi...

Ama l’oggetto tuo come te stesso

Nel primo breve saggio che apre il volume L’altrui mestiere, intitolato La mia casa, Primo Levi racconta il suo appartamento in via Re Umberto a Torino. Da fuori a dentro. Elenca gli oggetti che vi si trovano, partendo dalla porta d’ingresso: il portaombrelli, dove il padre depositava il parapioggia o il bastone da passeggio; il ferro di cavallo trovato dallo zio Corrado; una grossa chiave appesa a un chiodo, di cui non si sa più l’origine; e via via altre cose, mobili o angoli dell’abitazione dove, salvo “involontarie interruzioni”, ha trascorso tutta la sua vita. Abitazione e abito hanno il medesimo etimo e origine, poiché la seconda pelle che possediamo è proprio il luogo in cui viviamo. Non a caso Hannah Arendt in Vita activa ha scritto che sono le cose del mondo a fungere da stabilizzatori della vita umana: “gli uomini, malgrado la loro natura sempre mutevole, possono ritrovare il loro sé, cioè la loro identità, riferendosi alla stessa sedia e allo stesso tavolo”. Detto da chi ha dovuto cambiar casa più e più volte, da Parigi a New York, per mettersi in salvo dalla bestia...

Rabbia!

“Lo so: perché in me è oramai chiuso il demone/ della rabbia. Un piccolo, sordo, fosco/ sentimento che m’intossica:/ esaurimento, dicono, febbrile impazienza”. Così scrive Pier Paolo Pasolini in una poesia compresa nelle Poesie incivili, appendice al volume La religione del mio tempo. Lo scrittore aveva in mente di pubblicare un libro di racconti con il medesimo titolo; non ne fece invece nulla, e la parola “rabbia” finì in cima a un documentario del 1963. Secondo Emanuele Trevi – ne ha scritto in Qualcosa di scritto (Ponte alle Grazie) – la grande prerogativa di Pasolini è proprio la rabbia, ed è questa reazione emotiva, stato di violenta agitazione, che differenzia l’artista, lo scrittore e il poeta da tutti gli altri. Non dunque un difetto, ma proprio un’indispensabile prerogativa.   In un piccolo libro, un pamphlet, Dio è violento (Nottetempo), una filosofa, Luisa Muraro, affronta l’argomento, e fa un elogio della rabbia e della violenza in una società, la nostra, in cui, com’è scritto nella quarta di copertina, “è venuta meno la narrazione salvifica del contratto sociale”. Il tema della rabbia sembra tornato in modo prepotente d’attualità. Nei mesi scorsi è comparsa nei...

#noteprimadegliesami

Come ogni anno, l’inizio dell’estate è scandito, sulle pagine dei giornali, dalle notizie sulla maturità, che presto verranno seguite dalla ricerca del tormentone musicale, dalla calura (o dal freddo), dal ritorno dei sandali o dal salvataggio di qualche cucciolo. Inossidabile nel tempo il topic ‘maturità’, evento che coinvolge circa 500.000 famiglie italiane, per circa tre giorni avrà anche la prima pagina oltre una serie di speciali collegati e il coinvolgimento di alcuni di noti intellettuali. Il fatto che io stesso sogni ancora ogni tanto lo scritto di matematica e che stia per partecipare a una cena di reduci nel ventennale della mia maturità, mi induce a ribadire che comunque è davvero un momento di passaggio importante che si colloca a chiusura di un ciclo, che è anche l’apertura di un altro. Forse davvero uno degli ultimi grandi riti di passaggio di massa, tale da catalizzare immaginario e produrre eccedenza di significati. Il boato delle trombe da stadio dei miei studenti e i fiumi di lacrime delle mie studentesse che hanno preceduto i loro gavettoni dell’ultimo giorno di scuola me lo...

Paolo Perulli. Il dio Contratto

Figure primordiali della scena umana, contratto e comunità affondano la propria radice comune nell’opacità dell’immemoriale. Tuttavia, se la seconda pare ormai una forma vuota e come esausta, il contratto è al contrario divenuto una delle istituzioni fondamentali del capitalismo contemporaneo, finzione o strumento giuridico contraddistinto da una flessibilità e una pervasività sconosciute alla legge: dinanzi all’obbedienza da questa estorta mediante l’imposizione, il contratto richiede credito e fiducia seducendo con la promessa.   Non stupisce pertanto che il contratto abbia esercitato un fascino costante nei confronti dei teorici e dei filosofi della politica, al punto da rinvenirvi ben più di un semplice dispositivo giuridico: portatore di una propria forma di razionalità, indissolubilmente legato alla vita stessa della comunità e al suo costituirsi, il contratto ha acquisito la consistenza di una figura mitica fondante, al punto da proporsi come il solo dispositivo in grado di risolvere l’aporia hobbesiana relativa alla sicurezza e all’ordine sociale. Così per Koj...

Benjamin Cloud

Fotografie, quaderni, taccuini, lettere agli amici, biglietti sparsi: ecco l’ordinata nebulosa che compone il laboratorio intellettuale di Walter Benjamin. In corso a Parigi presso il Musée d’art et d’histoire du Judaïsme, la mostra Walter Benjamin Archives (fino al febbraio 2012, fondo degli Archives Walter Benjamin dell’Akademie der Künste di Berlino) è una vera e propria messa in scena del dettaglio. Biglietto dopo biglietto, appunto dopo appunto, il visitatore assiste più che all’evolversi, al pulsare del pensiero benjamiano. Un respiro che è prima di tutto vitale, un pensiero che non contempla scarti o rifiuti. Le sale ricordano una nuvola gonfia, oggi si direbbe cloud, e in un certo senso anche l’organizzazione è simile. La catalogazione serve per la conservazione, ma non per accedervi; l’accesso è dato dal pensiero di Benjamin la cui osservazione del dettaglio è la chiave principale.   Non è l’analisi o il ragionamento razionale a prevalere, mentre si tenta si scrutare l’esile e affilata calligrafia di Benjamin, ma una curiosità oziosa e...

Michela Marzano risponde ad Anna Stefi

Anna Stefi ha ragione. Se ho scritto questo libro, non è stato certo per fare i conti con la mia vita. Quelli, li ho fatti già da tempo. Anche se poi, come spesso in questo genere di cose, i conti con la vita non tornano mai completamente… Forse è proprio questo che volevo raccontare quando ho cominciato a scrivere Volevo essere una farfalla. Perché la vita è fatta sempre e solo di parole balbettate e di discorsi lasciati a metà. Perché quando si cerca di far rientrare tutto all’interno di un sistema perfettamente coerente e logicamente impeccabile, ci si incastra e si vacilla. Allora sì, il “perché” di questo libro è la necessità di riconoscere, accettare e, perché no?, rivendicare la fragilità e la vulnerabilità dell’esistenza umana. Quel dolore di vivere che conosciamo tutti, anche se non tutti, per fortuna, passano per il calvario dell’anoressia. Anche perché, in fondo, l’anoressia è solo un sintomo. Un sintomo drammatico da cui tante persone non riescono ad uscire. Ma pur sempre un sintomo tra gli altri, più o meno...

Michela Marzano. Volevo essere una farfalla

Sono stata a Sarzana al Festival della Mente, prima, e a Milano, alla Feltrinelli di Piazza Duomo, poi, ad assistere alla presentazione del nuovo libro autobiografico di Michela Marzano, Volevo essere una farfalla (Strade Blu, Mondadori 2011).   La quantità di persone presenti e il profondo livello di coinvolgimento e partecipazione in entrambe le occasioni, mi hanno reso inevitabile una riflessione, soprattutto perché sono convinta che per dare ragione di una tale risposta emotiva non sia sufficiente chiamare in causa la storia narrata, certo toccante, drammatica e sfrontatamente sincera, ma sia necessario piuttosto guardare al bisogno sociale cui risponde una tale esposizione, interrogandosi sull’urgenza da cui tale racconto nasce, che non è quella del fare i conti con la propria vita, né soltanto quella del dover affrontare un tema delicato e importante quale l’anoressia. Riflettere su questo significa anche interrogarsi sul ruolo che può avere oggi la scrittura autobiografica in relazione al problema identitario – non tanto della singola identità quanto del come ci poniamo rispetto ai meccanismi di...