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Sigmund Freud

(158 risultati)

Corrado Bologna e Federico Albano Leoni / Le lacrime come la voce

L' unica cosa che non tace, in questi tempi bui, è la voce. Anzi la sentiamo fragorosa e stordente. Dai rettangoli abitati degli schermi delle nostre riunioni o lezioni a distanza, dove spesso non appaiono neanche i volti, si alza una voce senza corpo, talora più impostata e calibrata, a cui abbiamo imparato a prestare un'attenzione inusuale. Una voce acusmatica. Porfirio di Tiro, a cui dobbiamo la sistemazione degli scritti di Plotino, chiama così la voce di Pitagora. Racconta che i discepoli di Pitagora ascoltavano le lezioni del maestro da dietro una tenda, sentendo dunque la voce senza poterne vedere la fonte. Il buio dello schermo fa da sfondo a voci che sanno di dover prendere su di sé il carico di corpi assenti, e chi è in ascolto esercita la sua attenzione valorizzando timbro, tono, frequenza, colore, registro e affidandosi alla voce come fosse un vento che ha il profumo del corpo invisibile da cui promana. Tutta la nostra immaginazione viene convocata dal suono della voce, al fine di evocare ciò che non vediamo. “L’orecchio è in grado di avvertire ciò che è proprio, in realtà, dell’occhio, poiché entrambi vivono dell’esperienza e dell’apprensione di una sola bellezza....

La malattia della civiltà (1) / Guerre contro il futuro: Freud

Lontani “dalla fame, i parassiti, il fango, e quei rumori pazzeschi” che ha cercato di rendere sulla tela Otto Dix, ma vicini a quell’umanità dolente, i cui volti pare di poter toccare. Della guerra non sentiamo la puzza dei cadaveri. Non vediamo mai le pupille di chi sta per morire, ma ogni giorno file di sacchi accatastati. La sensazione di essere anche noi, a migliaia di chilometri dall’Ucraina, e non solo loro, in guerra, è, nello stesso tempo, falsa ed esatta. Sul piano della verosimiglianza il paragone può irritare, ma il contatto con “lì” avviene in tempo reale sul piano della rappresentazione mediale che colpisce il nostro immaginario. Di civili che guardano altri civili trasformati in bersaglio. Ciò spiega e giustifica la sensazione, così diffusa, che qualcosa in quel conflitto ci tocchi e ci riguardi. Ed è resa più intensa oggi dalla presenza, nel nostro spazio domestico, di persone provenienti dall’Ucraina, prima come immigrati, ora come profughi.   Il ritorno della guerra in un’Europa che per due anni ha cercato di strappare vite alla pandemia, riaccende il dibattito politico in privato e in pubblico. Le analisi storiche, economiche, sociologiche non permettono di...

Una riflessione psicanalitica / L’allucinazione della guerra

Se si rileggono le riflessioni di Freud sulla guerra e la morte pubblicate nel 1915, nella drammatica congiuntura legata allo scoppio della prima guerra mondiale, non può sfuggire come il loro punto di partenza sia costituito dalla coincidenza che egli stabilisce tra lo “straniero” e il “nemico” (Cfr. S. Freud, Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte). Questa coincidenza non è solo storica ma ontologica; nella concezione freudiana in questa coincidenza si rivela una verità fondamentale che caratterizza la forma umana della vita: il mondo straniero – “fonte di enormi quantità di stimolazioni” – non può che essere avvertito dall’apparato psichico come un fattore di perturbazione, come una minaccia nei confronti della sua inclinazione rigidamente omeostatica. Per questo, se continuiamo a seguire Freud, “l’odio è più originario dell’amore” poiché l’odiato, l’estraneo e il nemico sono, nel loro fondo, la stessa cosa.   Questo comporta riconoscere che la tendenza primaria della pulsione non sia affatto quella che favorisce l’espansione della vita, quanto piuttosto quella di una strenua difesa della vita dal rischio insormontabile che la vita stessa comporta. In altre...

La nuova teoria della rappresentazione / Antonio Damasio, Sentire e conoscere

In estrema sintesi: questo libro dice l’impossibile e lo dice a tutti. Ci sono alcuni temi sui quali ciascuno di noi sviluppa un estremo scetticismo riguardo alla sua possibilità di capirne qualcosa, e non si tratta necessariamente degli stessi argomenti. Certe persone reputano inverosimile arrivare a comprendere come si monta la panna, altre non si sognerebbero mai di sostituire una luce di posizione della loro vettura e preferiscono chiamare all’istante un elettrauto; per vari individui la resa riguarda la fiscalità, per un numero altrettanto significativo la filosofia, o l’informatica. Se c’è però una materia di postulata ignoranza che accomuna più o meno chiunque, questa è il funzionamento del cervello, della mente, e le definizioni che stanno lì intorno. Ed è per questo che leggere il libretto Adelphi di Antonio Damasio equivale ad assistere a un salto in alto da oro Olimpico: siamo di fronte a una preparazione immensa che nega se stessa o la fatica indispensabile per conquistarla, e lo fa nella forma di un solo, flessuoso, naturale movimento di leggerezza. Corsa, sponda, volo, materasso.   Il record qui non è solo la capacità di spingersi dove gli altri non arrivano, ma...

Una lettera da Trieste / I disegni di Sigmund Freud

All’amico e compagno di scuola Eduard Silberstein – che nelle lettere chiama Berganza, mentre per sé riserva il nome di Cipion, pseudonimi tratti dalla novella di Miguel de Cervantes, El coloquio de los perros – il ventenne Freud descrive la vita che ha iniziato a condurre a Trieste, dove una borsa di ricerca l’ha condotto alla locale Stazione Zoologica dell’Università di Vienna. In una lettera datata 5 aprile 1876 accenna agli spettacoli teatrali – in cartellone ci sono Francesca da Rimini e Otello – ma racconta soprattutto della “fauna” della città e del suo lavoro al servizio di quella che chiama “la scienza ammazza-bestie”. Sulla lettera manoscritta di otto pagine il giovane scienziato Freud schizza una serie di disegnini a corredo delle sue descrizioni. Si tratta di un vero e proprio caleidoscopio, spesso ironico, della vita di un ricercatore ventenne. Laddove i disegni hanno qualcosa di infantile, come di qualcuno che, non sapendo disegnare, si ostinasse comunque a farlo. (Qualche anno più tardi, nell’Interpretazione dei sogni, Freud racconterà di un collega che lo canzonò vedendo una delle tavole disegnate da lui stesso, riuscita in maniera così “misera”).    ...

Parole per il futuro / Coraggio

Per quanto ho potuto mi sono tenuta alla larga dalle relazioni di potere, in primo luogo per la loro stupidità. Ma ogni tanto, mio malgrado, mi è capitato di inciamparci e di accorgermi di quanto, paradossalmente, il potere si nutra di… pavidità. Il piccolo potente, soprattutto quando il suo regno è infimo e periferico, è spesso pavido, altrimenti non avrebbe bisogno di adepti, paggetti, maschere, scuse, manovre e bugie per esercitarlo. (E non parlo degli ovvi e doverosi compromessi e negoziazioni che fanno parte del vivere politico e che hanno una loro etica.) Il pavido potente – il potente perché pavido – non guarda negli occhi, sfugge e manda avanti i sottoposti, cercando di agganciare la parte dipendente che ognuno ha. E se questa è molto estesa, la pavida impresa riesce. Il dis-incontro col potere pavido e arrogante perlopiù fa perdere tempo, rallenta i passaggi innovativi di tutti. E ostacola il coraggio.    Il conformismo è il nemico numero uno del coraggio ma non gli si oppone in maniera diretta, lo fiacca per così dire dall’interno, lo attacca da dentro, lo svuota. Nettare del potente, assassino di ispirazioni e cambiamenti, il conformismo è portatore di un...

Sul vivere, d’après / François Jullien, aspirare alla felicità?

Gli uomini “tendono alla felicità, vogliono diventare e rimanere felici”: l’incipit del freudiano Disagio della civiltà non sembra sospettare che possa esserci altra soluzione. Certo, possiamo non intenderci sul contenuto della felicità, ma resta scontato, quasi fosse un’idea regolatrice, che tutti gli umani, sotto tutte le latitudini, aspirino senza eccezione a realizzarla nella propria vita. Ogni azione, ogni scelta tende a un fine – ricchezza, successo, piaceri –, così esordisce l’Etica Nicomachea; ma questi fini restano subordinati a un Fine in sé, che non è mai scelto in vista di altro se non di se stesso, a un bene supremo sulla natura del quale tutti concordano. “La felicità sembra essere al più alto grado un fine perfetto”, scrive Aristotele, saldando un legame che resterà indissolubile nelle pieghe del pensare dell’Occidente, quello che connette la felicità alla “finalità”, all’agire orientato verso uno scopo. Non è forse il bene, per definizione, “ciò a cui ogni cosa tende”? François Jullien, in Nutrire la vita. Senza aspirare alla felicità (Cortina, 2006), mostra come sulla dialettica del desiderio che “tende a” si sia radicata la prospettiva drammatica con cui la...

Un libro di Laura Pigozzi / Sorelle: il mistero di un legame

“La sorella rappresenta per ognuna un limite ma anche la possibilità di capire cos’è un legame: ci spodesta dal trono dell’unicità, fa argine al nostro narcisismo, può provocare una sconfinata gelosia, ma senza di lei non impariamo a far coesistere differenza e uguaglianza, cioè gli assi cartesiani di ogni progetto di umanizzazione”: così Laura Pigozzi riassume l’intento che guida il suo ultimo libro, edito da Rizzoli, dal titolo già di per sé esplicativo, Sorelle. Il mistero di un legame tra conflitto e amore. Attraverso il dono di una scrittura sospesa a metà tra rigorosa riflessione di teoria psicoanalitica e pretesto narrativo, Pigozzi racconta alcune storie di sorellanza, storie “vere” e talvolta tremende che offrono all’autrice il pretesto per riflettere sulle ombre di un rapporto tutto particolare, un rapporto che non si sceglie ma semplicemente accade; un affetto che, come ben avverte il sottotitolo, contiene in sé gli estremi delle passioni, e sa alternare amore a odio, condivisone a egoismo, nostalgia a rancore.   L’“architrave dell’inconscio”, è stato Freud a insegnarcelo, va rintracciata in ciò che la psicoanalisi ha chiamato Edipo, termine attraverso il quale si...

Dispositivo della psicoanalisi / Divano, lettino e pazienti

Si sa, spesso le grandi mitologie hanno la loro origine in piccoli episodi, in dettagli di minuta vita quotidiana, spesso mossi da banale utilitarismo, che nel tempo, per quelle inspiegabili vicissitudini del senso e del successo, attecchiscono, si ricoprono di quarti di nobiltà nel loro ruzzolare nel futuro e diventano testate d’angolo. Sua maestà il divano, nell’atto stesso di entrare nella stanza del neurologo dr. Freud, la trasforma in stanza di analisi e il suo ingresso ha un motivo ben preciso: il dr. Freud trovava molto stancante sostenere lo sguardo delle/dei suoi pazienti per 8 ore filate e riteneva che anche le/i suoi pazienti sarebbero stati disturbati dal guardare il dr. Freud mentre, pur ascoltandoli con attenzione liberamente fluttuante, si abbandonava al flusso dei suoi pensieri. Succede così che all’Ikea, per poche centinaia di euro, è in vendita uno dei dispositivi più blasonati e potenti della clinica psicoanalitica (clinica da klinomai, mi piego sul letto del malato, si badi bene): il divano che diventa lettino per la solita tendenza a medicalizzare il gergo della psicoanalisi, sempre a rischio di glamour o di muffa .   Ma cosa può un divano? si domanda,...

Emergenze attuali / Trauma: un'analista alla finestra

Trauma   L’etimologia della parola trauma risale al greco e indica una ferita, rottura o lacerazione determinata da una causa violenta. In ambito psicologico, il concetto di trauma si riferisce a un danno della psiche, conseguente a una o più esperienze ed eventi minacciosi, imprevedibili, inevitabili e insostenibili, fonte di intense reazioni emotive. Non è tanto l’intensità dell’evento a generare il trauma, quanto l’impotenza, quando il soggetto si sente sopraffatto e non è in grado di reagire o di difendersi con le sue risorse abituali.  La riflessione sul trauma è stata presente nella storia della psichiatria e della psicologia dinamica fin dalla fine dell’800. Presso la clinica Salpetrière di Parigi, studiosi come Jean-Martin Charcot e Pierre Janet svilupparono ricerche sulla correlazione tra disturbi mentali ed esperienze traumatiche. Nello stesso periodo Sigmund Freud, nei suoi primi studi sull’isteria, riconduceva i sintomi delle sue pazienti a esperienze traumatiche di natura sessuale vissute nel passato. L’emozione di intensità eccessiva doveva essere  allontanata dalla sfera della coscienza, rimossa e relegata nell’inconscio, e con essa le...

Gadget 3 / Il plusvalore di Chiara Ferragni

Il suo volto è splendente, il suo sorriso affascina, i suoi capelli si muovono come oro liquido quando li agita con grazia per rendere più evidente l’eccellenza del prodotto che la sua figura rappresenta o impersona. La pulsione, secondo Freud, non può essere direttamente rappresentata, perciò la si decifra indirettamente attraverso un suo rappresentante – una “rappresentanza della rappresentazione” (Vorstellungsraepresentanz). Insomma la pulsione è fuori-scena. Di che cosa è rappresentante il volto di Chiara? Quale pulsione si fa indirettamente rappresentare? E poi, la pulsione di chi? La nostra, naturalmente. Chiara rappresenta (teatro, fantasy) una pulsione diffusa dell’immaginario che precipita in un prodotto, in questo caso Pantene by… By – come se Chiara ne fosse l’autrice (a film by…). O magari il mezzo, il tramite –rappresentante appunto. Torno a casa by train, compro uno shampoo by Chiara.   L’influencer è un rappresentante della rappresentazione appunto. Rappresenta o mette in scena un irrappresentabile. Più laicamente, se lo (la) prendiamo sul serio, è il funzionario o la funzionaria di ciò che può essere chiamata un’economia. Mette in luce un certo stato, un certo...

Dionys Mascolo / Maurice Blanchot: Per l'amicizia

Alla fine di settembre, torno a Cosenza, nell’Università dove insegno, dopo un anno e mezzo di quasi totale assenza a causa della pandemia. Ogni cosa è spettralmente identica a come l’ho lasciata. Le abitudini quasi rituali si ripristinano senza esitazione: ricevimento, esami, cena coi colleghi, i trasferimenti da un cubo all'altro sul lungo ponte che li unisce, cordialità con la foresteria che mi ospita. Eppure, come un tarlo che ha lavorato silenziosamente e in profondità lasciando inalterata la superficie, qualcosa ha scavato una fenditura non suturabile, tanto più sconcertante quanto più in superficie tutto appare familiare, consueto, prossimo.   Si dirà: è quello che accade nei momenti di crisi, nelle faglie traumatiche della storia. È vero solo in parte. I traumi della storia non producono l’inedito, il mai visto e sentito prima, ma rivelano l’inedito, il discontinuo nel già da sempre esistente. Freud ci ha insegnato tanto a questo proposito. Partecipare agli eventi della storia con una qualche dose di compromissione e impegno, soprattutto quando si tratta di momenti che producono una “crisi della presenza” come diceva De Martino, non significa stabilire alleanze,...

Negazioni sistematiche / Perché dicono di no

Desiderio   Esistono i desideri umani ed esiste la realtà. L’impossibilità di farli coincidere è forse il più antico tema comune fra le letterature, che offrono un sollievo metafisico a quella permanente impossibilità. Spesso, esaudire i desideri è così arduo da parere addirittura indesiderabile. La modernità, con la laicizzazione e l’enorme crescita delle conoscenze, aveva offerto però qualche risposta. Freud aveva detto molto chiaramente che la civiltà comporta sempre una repressione degli istinti: tra il principio di piacere e quello di realtà bisogna trovare un equilibrio. Nel secolo XIX l’istinto sessuale, in particolare quello femminile, era stato troppo represso, producendo isteria e nevrosi. Il progresso portato da Freud, più che in una soluzione consisteva nella consapevolezza. Dopo di lui, niente è più stato come prima. Durante tutto il secolo XX, quantità e tipo di attività sessuali non hanno fatto che liberarsi e crescere. Col Secolo XXI, una nuova, poco attesa svolta. I giovani invertono la marcia e rinviano i primi rapporti sessuali. Hanno difficoltà a sapere cosa desiderano. Sanno che l’omosessualità non è più proibita: ma prendono tempo per capire se sono...

Le storie che curano / James Hillman, il peso dell’anima

In Le storie che curano, ripubblicato ora da Raffaello Cortina con una nuova Prefazione di Luigi Zoja, Hillman, in modo coerente con tutto il suo impianto filosofico e clinico, ripone la psicoterapia con le sue pratiche e ritualità dentro uno stile narrativo correlato a un’attività più estetica e poetica che scientifica.    L’efficacia terapeutica passa attraverso i fili sottili della narrazione con le storie immaginative che ci raccontiamo e riraccontiamo all’infinito. Zoja nella Prefazione scrive che “l’analisi aiuta il paziente non perché restituisca alla sua vita un ordine interpretativo, ma perché le dà un ordine narrativo”. Per Hillman leggere Jung, Freud, Adler per la loro immaginazione, dove appunto si situa il potere terapeutico delle loro cure, può portare lo scrittore a riporre fiducia nell’efficacia terapeutica delle sue narrazioni. Per guarire l’anima dalla sua condizione prosaica dobbiamo avvicinarla al fare poetico (poiesis), una condizione di fondamentale importanza non tanto per fuggire la realtà ma per poterla immaginare diversamente soprattutto attraverso vite non vissute. La terapia diventa quindi la forma massima di riscatto di quel mondo immaginale...

Diario clinico 8 / Il senso di una fine

Mi hanno regalato un alveare, ho l’attestato di adozione, le api sono irraggiungibili, come ora un po’ tutto, ma posso sentire il loro ronzio a distanza, e potrò gustare il miele etico che mi arriverà in un vasetto. Un sapore dall’“effetto madeleine”. Forse è proprio questo che desiderava Beatrice, con il suo dono ha voluto simboleggiare la fine del percorso, un lunghissimo zigzagare tra le performance della ribalta, dove “le luci sono sempre accese”, e lo stress logorante, da ape operaia, dell’avanzare degli anni.    Uscire con una cassetta degli attrezzi: per sostenere la fatica di essere se stessi, tutti i giorni. Questo è l’augurio di fine analisi. Che non esista una guarigione una volta per tutte, l’anziano Freud ne era già convinto. Vent’anni dopo il duemila la malattia è l’universale senso di disagio e di inadeguatezza, la talking cure è sempre più un lusso di tempo e di denaro, un esercizio autobiografico, pratica esperienziale.    “Come finisce un’analisi? Non è un happy end con ballo di Majorettes che tra l’altro, quando si esibiscono, hanno la pelle d’oca, perché sa, quando le Majorettes avanzano, fa sempre freddo. La prima immagine che mi viene è...

Diario clinico 7 / Il senso di abbandono

“Che dire, non sono concentrata, continuo a pensare all’andamento del virus, sono stufa di parlarne e di sentirne parlare, ma è la prima volta che sento di appartenere a una collettività. Ho paura di vaccinarmi, lo faccio per senso del dovere nei confronti degli altri”. Si parla del più e del meno, chissà se si potrà andare in vacanza, chissà se con il nuovo governo cambierà qualcosa. Sono conversazioni non analitiche, così le chiama Ogden, che partono da un film, uno spettacolo, un libro, la politica. Ricordo a Luisa un suo sogno recente: litigava con il padre che assumeva una posizione negazionista, una posizione che hanno anche diverse sue amiche. La tonalità cambia, la voce si abbassa, le associazioni aprono a un’altra dimensione, diventa un parlare come sognare.   Nell’ora d’analisi non si sa mai quale sarà l’argomento, nell’imprevedibilità sta la vitalità. Quel non sapere, non poter predire: quell’effetto sorpresa nel quale credono Bion e Fachinelli. Come negli adattamenti del setting imposti, quest’anno, da quanto sta avvenendo nel mondo esterno. I ruoli si sono spesso rovesciati. Il terapeuta si fa trovare puntuale davanti allo schermo, non è detto che il compagno d’...

Soggettivazione interminabile / Recalcati, conversione all'infanzia

Conosciamo tutti il ritornello. La nostra è una società di eterni adolescenti, addirittura di eterni bambini. L’età adulta resta confinata all’orizzonte, inafferrabile e ormai indesiderabile. Peter Pan è il santo patrono di nuove generazioni di sdraiati.    Naturalmente chi parla degli sdraiati immagina di starsene in piedi, ben dritto, in mezzo a un paesaggio molle, nebbioso, orizzontale. Dimostra una certa fierezza per questa sua stazione eretta. Eppure non è anche questo sogno di essere grandi e di grandezza, un sogno da bambini o forse il sogno da bambini per eccellenza?   Massimo Recalcati ha pubblicato due libri, recentemente, contemporaneamente. Sono due libri molto diversi ma molto solidali. Si saldano intorno al tema dell’infanzia, appunto. Consentono di leggerlo in tutt’altro modo. Disegnano una specie di filosofia dell’infanzia perenne, di psicoanalisi dell’infanzia perenne. E poi si saldano intorno al tema della conversione, intorno alla parola conversione.    Ora, si sa che l’infanzia è materia da psicoanalisti, si sa che Freud ne fa l’età decisiva di quello che sarà una vita. Certi primi incontri lasciano il segno, il fantasma di un soggetto...

Diario clinico 6 / “Come faccio a essere felice?”

La signora Adele arriva con i jeans e una camicetta a fiori, ha una sua eleganza naturale, una spallina che scende, un lembo di pelle sono un’evocazione del tempo passato, della possibilità dell’amore. Sì, perché cinque anni fa ha avuto un’operazione importante, le hanno tolto tutto, il più del tutto. Ci conosciamo da qualche anno, lei ha appena compiuto i settanta. Ma non è la malattia, il suo cancro, il centro delle sue ansie attuali, nemmeno la figlia che qualche preoccupazione in passato l’ha data. Nemmeno il futuro al quale si prepara immaginando come le persone care, le persone amate, hanno affrontato la morte. A partire da un genitore perso quando era ragazzina. A dodici anni ad assisterlo in ospedale andava lei, ma al funerale non l’avevano portata.    Intorno c’era la Milano “che dispare”, quella di Gadda, della raccolta punti, delle case di ringhiera, quando le ragazze sognavano un futuro da stenodattilografa. La signora Adele mi fa venire in mente La ragazza Carla, la protagonista diciassettenne del racconto in versi di Elio Pagliarani. La protagonista vive in una modesta casa della periferia di Milano, con la sorella e la madre vedova che fa la pantofolaia....

Diario clinico 5 / È più forte di me

È più forte di me: una delle espressioni che sento più spesso. So che dovrei, potrei, mi farebbe bene. Ma non ci riesco. C’è la parte con la quale andiamo in giro, ci esibiamo, la presentiamo in pubblico, con la quale ci identifichiamo. Con lei siamo egosintonici. Quella che ci danna, quella che spesso è l’unica che conta, il nostro sintomo, quella che ci ha spinto a intraprendere un percorso imprevedibile come quello analitico è l’altra, è la nostra parte numero 2. Irregolare, emotiva, inaffidabile, illogica. Un po’ ci vergogniamo, ma non l’abbandoniamo. Oggi come sempre “L’Io non è padrone a casa propria”. Affermare che il sentire è la nostra bussola, uno strumento che guida il nostro orientamento, ricordare che Jung considera il sentimento una funzione razionale, chissà se aiuta. In Ricordi, sogni, riflessioni racconta di aver convissuto per l’esistenza intera con due parti. Quando ha temuto di impazzire, ha cercato di avvicinarle, di farle dialogare per stanarle dalla loro postura conflittuale. Trovare un’armonia in questo parlamento interiore, provare a sostituire il modello della opposizione o-o con un più comprensivo e-e, può essere l’obiettivo di una vita. E, come oggi...

Un libro di Sergio Benvenuto / La ballata del mangiatore di cervella

Questo libro, che per gradi si articola come una summa delle posizioni principali di Lacan, di ciò che fa la differenza nel suo pensiero psicoanalitico ma anche filosofico sulla vita e la soggettività, ha per oggetto le due analisi di un giovane, il cui problema è l'impossibilità di scrivere un qualunque testo senza considerarlo come il risultato di un plagio di idee altrui. A differenza di altri pazienti importanti della psicoanalisi, non si è mai saputo nulla sulla sua identità. Sergio Benvenuto, noto psicoanalista e saggista, che conosce in profondità sia Freud che Lacan, lo battezza "Professor Brain" in quanto è uno studioso e per via della sua predilezione per un piatto a base di cervella, che servono in certi ristorantini etnici le cui vetrine incontra sulla sua strada e guarda con piacere ogni volta che esce dalla seduta, stando alla lettura del giornale clinico di Ernst Kris, psicoanalista austriaco riparato a Londra nel 1938 e poi a New York nel 1940 per sfuggire al nazismo. Secondo la ricostruzione di Lacan, la scena delle vetrine avverrebbe a New York. Il fatto è che l'analisi con Kris, che è la seconda e si interrompe con lo scoppio della guerra nel 1939, nella...

Diario clinico 4 / Sogni al confine

Sono sul letto, come fosse una boa, in mezzo al maremoto che sta investendo la casa. Sono in un carcere, in un clima di terrore e paura, nel cortile si susseguono fucilazioni. Sono al bar, intorno è tutto cemento, non abbiamo sentito bene, viene detta una cosa tipo abbiamo perso la libertà. Sono in autostrada, sto andando al paese dove abitano i miei, i chilometri sono pochi, ma ho la sensazione che non li raggiungerò mai, dappertutto ci sono posti di blocco. Sono in strada, rincorro i miei gatti, sono usciti dal giardino, ho il timore di non riuscire a proteggerli. La discussione è accesa, siamo un gruppo, siamo tanti. Bacio appassionatamente la mia ex fidanzata, abbraccio spassionatamente tutti quelli che incontro. Sono tutti sogni, immagini che alla luce del giorno evaporano e svaniscono, prima che la giornata si faccia forza. Eppure, la loro compagnia è decisiva per la vita psichica di ognuno di noi. Il sogno riflette il campo mentale in cui viviamo, equilibra il punto di vista della dimensione diurna, ci mette in contatto e in comunicazione con il nostro Straniero, l’Altro che incontriamo di notte. È stato così anche durante questo particolarissimo anno.     Durante...

febbraio - maggio 2020 / Covid 19. Diario minimo

Ero a Parma la mattina del 21 febbraio 2020 e tornavo a Milano la mattina presto. L’altoparlante ha annunciato che il treno in arrivo da Bologna non si sarebbe fermato nella stazione di Codogno. Non avevo mai sentito prima di allora che una stazione era stata chiusa ai viaggiatori in arrivo. Dopo poco è giunto il mio treno. Quando siamo passati per Codogno ho fatto in tempo a vedere il cartello che indicava la cittadina lombarda. Un cartello fantasma, come l’intera stazione. Arrivato in Centrale mi sono fermato a comprare il giornale e una ragazza in fila prima di me ha chiesto all’edicolante un biglietto per Codogno. Lui l’ha stampato e consegnato. La ragazza è corsa via di fretta. Sarà mai arrivata?   Le note che seguono sono una sorta di diario minimo di quanto è accaduto dopo quel 21 febbraio. Sono state pubblicate nel corso dei mesi seguenti su “la Repubblica” in una rubrica intitolata “Effetti personali”. Li ripubblico come personale memoria, quasi rasoterra, di questo periodo. Non troverete nulla di particolarmente nuovo o eclatante. Sono state il mio modo di stare in attesa del meglio.   Febbraio-maggio 2020   CARTA IGIENICA Appena l’emergenza Coronavirus è...

Una nuova rivista / Evento, trauma, storia

Una storia che voglia andare nel profondo della comprensione psichica degli avvenimenti forse non può accontentarsi di concentrare la propria attenzione soltanto su ciò che è fattualmente successo, ma deve anche cercare in ciò che è stato desiderato, voluto, benché non sia accaduto nel tempo deputato. Ciò non per fare l’inutile avvocatura dei sé e dei ma, bensì per comprendere come, a volte, proprio ciò che avrebbe potuto essere, ma non è stato, può emergere successivamente dal suo spazio negativo e contribuire a produrre, après coup, fatti storici positivi di grande portata. Molti sarebbero gli esempi in tal senso. Ne farò alcuni. Si pensi alla “pugnalata alle spalle” con cui il nazionalismo tedesco, subito dopo la fine della prima guerra mondiale, preparò la strada a quella che avrebbe dovuto essere la rivincita della seconda. Si pensi anche a un paese vincitore del primo conflitto mondiale, quale fu l’Italia, e alla “vittoria mutilata” che forte influenza ebbe nel nutrire e incanalare il risentimento sociale del belpaese, derivato dalla delusione seguita alle aspettative dall’esito vittorioso. L’enfasi propagandistica arrivò perfino a istituzionalizzare la figura del mutilato...

Diario clinico 2 / Un terapeuta acrobata tra lettino e Skype

Si inizia con: “ma lei adesso dov’è?”. Perché il terapeuta, si sa, è nel suo studio, ma il compagno d’analisi non varca la soglia, non suona il citofono, si annuncia con il segnale Skype. E, ogni volta, si cambia location. Roberto è sempre in macchina, al buio con la mascherina, sono gli occhi che segnalano lo stato d’animo. Luisa è sempre in tuta, con la coperta sul divano, si è appena svegliata, tra poco in ospedale inizia l’ennesimo turno di notte. Marco è sempre nello sgabuzzino, ogni tanto si alza e controlla che la porta sia chiusa davvero. Annabella preferisce una panchina che garantisce la sua privacy. Luigi arriva senza preavviso, non ce la fa più a fare a meno della presenza, una donna si annuncia per una richiesta urgente, e irrompe in studio in monopattino.   La pandemia ha scombussolato le regole del setting, mutato il rapporto con il tempo e il denaro, scardinato quell’atmosferico così speciale della stanza d’analisi, fatto di ripetizioni di gesti formali e di racconti di un materiale tremendamente privato. Il terapeuta è catapultato nell’intimità casalinga dell’altro, investito dalla drammaticità dell’impoverimento economico, da stati d’animo inediti che...