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Wolfgang Amadeus Mozart

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1930-2019 / Harold Bloom: influenza, canone e risentimento

A chi suscita grandi odi e grandi amori non si può che riservare tutta la nostra considerazione: Harold Bloom appartiene a questa schiera, insieme a pochi altri intellettuali del Novecento. Chi lo ritiene il più grande critico apparso sulla faccia della terra, punto e basta. Chi un trombone, che adorava giganteschi feticci, rigorosamente maschi e bianchi, per farne un monumento a se stesso. Esisterà una via di mezzo? No. Altrimenti Harold Bloom non sarebbe stato quello che è stato.   Le mezze misure non si applicano neppure alle ragioni dell'apocalissi accademica e culturale che sta travolgendo tutti coloro che si occupano di letteratura, essendo lo studio di quest'ultima diventato una specie di oggetto desueto che galleggia dentro il ventre di una balena, dove il buio dilaga. Possiamo attribuire la colpa all'invasione di ultracorpi (decostruzionismo, studi culturali, coloniali, queer e compagnia bella) che avrebbero fatto implodere il concetto stesso di letteratura. Oppure a un canone che si perpetuerebbe da secoli come un morto che cammina, ammorbandoci con il suo cattivo odore. Vie di mezzo, anche in questo caso, non ce ne sono.   Harold Bloom sapeva sempre da che...

Pompei, Ercolano e il genocidio / Lettera aperta a Alberto Angela

Caro Alberto Angela, le riferisco uno strano fenomeno mentale suscitato da due delle sue ammirevoli trasmissioni: quella sulla fine di Pompei ed Ercolano, e l’altra sul genocidio degli ebrei e la razzia nel Ghetto di Roma. Succede che il ricordo dei due eventi si sovrappone nella mia mente, tanto che ormai delle due trasmissioni ne faccio una sola. La notte di Pompei non è la notte dell’Europa, ma, pensi lei!, sento il canto con i gorgheggi tremendi della Regina della Notte di Wolfgang Amadeus Mozart anche nei vicoli bui del Ghetto di Roma prima dell’alba del 16 ottobre 1943.   I segni premonitori dell’eruzione che sterminò la città felice si accostano a quelli della strage che distrusse la civiltà di noi europei: l’Affair Dreyfus, il pogrom di Kishinev, due milioni di ebrei russi fuggiaschi verso l’America durante la Belle Époque, e… la taglia criminale dell’oro imposta dai nazisti agli ebrei di Roma… Le sottovalutate avvisaglie dell’eruzione del 79, il terremoto di prima, la siccità che faceva ingiallire i boschi e fuggire la selvaggina, quando “Il formidabil Monte, lo Sterminator Vesevo” partoriva se stesso dagli abissi terrestri, mi fanno pensare ai tanti che ancor oggi...

Il così fan tutte di Mozart al San Carlo di Napoli / Dialogo con Riccardo Muti

Da trentaquattro anni Riccardo Muti non dirigeva un’opera a Napoli, sua città d’elezione. Riporta ora al San Carlo il Così fan tutte di Mozart con la regia di Chiara Muti, sua figlia, con la quale aveva già collaborato in passato. L’inaugurazione della stagione era attesissima non solo per il ritorno in una città che gli è molto affezionata, ma soprattutto perché Muti non dirige opere in forma scenica dal 2015.  La prima al San Carlo (il teatro più bello del mondo, come il direttore d’orchestra ama ripetere) ci offre l’occasione per parlare della musica di Mozart, di Napoli e dell’Italia, di fronte a uno squisito caffè. Fuori splende il sole, ma il mare è in tempesta.   B. Perché per ritornare a Napoli la scelta è caduta su Così fan tutte? R. Offrendo la regia a Chiara che non solo è cresciuta ascoltando la musica di Mozart ma lo conosce bene anche grazie a Strehler e Ronconi, mi sembrava naturale che la scelta cadesse su quest’opera. Si tratta di una coproduzione con l’Opera di Vienna (dove la si ascolterà nel 2020, in seguito andrà a Tokyo, NdR). Il fatto che il Così fan tutte si svolga a Napoli non ha molta rilevanza: come saprà, un musicologo mi raccontò che la...

Festival Aperto di Reggio Emilia / Platel-Cassol: la morte in scena

La leggenda narra che un anonimo committente si sia presentato alla porta di Mozart nel cuore della notte indossando una maschera e un mantello scuro, offrendo una sacca con cinquanta ducati per comporre in quattro settimane una messa da requiem. Allo scadere delle quattro settimane l'uomo tornò per ritirare la composizione che Mozart non aveva ancora completato così gli offrì altri cinquanta ducati dandogli altre quattro settimane di tempo. Mozart morì poco dopo, il 5 dicembre del 1791, lasciando il suo ultimo capolavoro incompiuto. La portò a termine il suo amico e collega Franz Xaver Süssmayr, incaricato dalla vedova del compositore austriaco.  Da qui una serie di controversie sull'autenticità dell'opera. Il teorico musicale Piero Buscaroli ha addirittura ipotizzato che il Requiem sia rimasto incompiuto non a causa della morte del suo autore, come vuole la tradizione, bensì per una scelta deliberata di Mozart stesso. C'è anche chi sostiene che sia stato Antonio Salieri, secondo un’altra leggenda lo storico rivale di Mozart, a commissionare il lavoro, tanto da indurre nel giovane compositore l'idea che il Requiem fosse per lui, già malato da tempo.     Giocando...

L'incessante ricerca dell'esprit latin / Nietzsche / Carmen

“Oggi è gioco forza mettersi a scuola dei vecchi Francesi”. Un messaggio chiaro che ci indica una delle principali fonti alla quale Nietzsche attinge nel suo procedere verso la latinità. Abbandonata Bayreuth, va incontro alla cultura francese per tentare di recuperare quella “finezza d'orecchio” che aveva smarrito nella romantica amplificazione wagneriana. Sono gli anni in cui ogni suo gesto sembra orientato a utilizzare la riflessione francese per riequilibrare le proprie passioni lontano dagli influssi della filosofia tedesca come testimonia la dedica a Voltaire in Umano troppo umano, il primo libro di rottura dal wagnerismo.    “Cominciai con il proibirmi scrupolosamente e per principio ogni musica romantica, quest'arte ambigua, tronfia e soffocante, che toglie allo spirito rigore e vivacità e fa proliferare ogni sorta di torbida nostalgia, di tumida brama. […] Contro la musica romantica si rivolse allora la mia prima diffidenza, la mia prima cautela; e, se mai dalla musica speravo ancora qualcosa, era nell'attesa che potesse venire un musicista audace, sottile, cattivo, meridionale, e così oltre misura sano da prender su quella musica una vendetta immortale”. Parole...

Il flauto magico di Fanny & Alexander

Da quando hanno iniziato a lavorare, giovanissimi, nel 1992, Luigi De Angelis e Chiara Lagani hanno esplorato l’infanzia, le sue meraviglie, le sue immaginazioni, i suoi smarrimenti, le sue perfidie, i suoi espedienti per attrezzarsi a un mondo sostanzialmente inospitale. Hanno inventato cimiteri, tombe gotiche, strutture a scatole cinesi dove erano sacrificati o dove sopravvivevano ragazzi e adolescenti, burattini di carne incapaci (per scelta) di diventare rassicuranti rassegnati ragazzini per bene. Forse per questo avevano scelto come nome del loro gruppo, Fanny & Alexander, quello dei due eroi bambini di un film di Bergman. Ora, dopo anni di spettacoli belli e meno belli, tutti rigorosi, tutti immaginosi, tutti di cuore e intelligenza, il cerchio si chiude con la favola della ragione e dell’amore per eccellenza, Il flauto magico di Mozart e Schikaneder, allestito nientemeno che per il teatro Comunale di Bologna, con la direzione musicale di Michele Mariotti, un interprete molto amato dal pubblico, meno che quarantenne.   Il flauto magico, ph. Zapruder   Qui merita subito, prima di parlare dello spettacolo, rilevare una novità e un...

Virgilio Sieni: Cena Pasolini, la vita brulicante

È come guardare una distesa di erba alta battuta dal vento ricordandosi che davvero il vento «soffia dove vuole». Viene con il respiro della voce che da un punto absidale dello spazio del Salone del Podestà, dove la Corale Savani di Carpi forma a una lunetta con al centro il suo direttore, entra nella navata e scompiglia le figure, le solleva, le incurva, le abbatte: Cena Pasolini di Virgilio Sieni (la conclusione del progetto Nelle pieghe del corpo, un mese di spettacoli a Bologna) all’inizio si presenta proprio così, con un uomo che è già salito su uno dei tavoli, e una fila di donne al lato opposto del rettangolo che stese a terra alzano lentamente un braccio disegnando nell’aria un semicerchio, con quell’aspetto “rituale e quasi ginnico” che il coreografo fiorentino nei suoi appunti riprende da Roberto Longhi intento a studiare La morte di Adamo di Piero della Francesca. Con lo spettatore che, varcata la porta, si ritrova nel mezzo della sala tagliata dai cinque tavoli, lungo foglio di pentagramma sul quale i corpi dei bambini, delle donne, dei giovani, degli adulti, degli anziani imprimono note...

We Folk! Drodesera

We Folk! non è soltanto una pressione estetica, un riferimento a una linea, l’innesto di un trend. Certo a Fies ci sono la musica e i pretzel, i krampus, i cowboys, riti quasi sciamanici, più o meno magici e tutto il resto, ma come dice la direttrice Barbara Boninsegna “quello è soltanto un mezzo: il “folk” sta per “noi”, per noi popolo...”. Così l’edizione 2012 di Drodesera, più che uno degli eventi da non perdere dell’estate dei festival, diventa un’occasione preziosa per andare a scoprire cosa si crea e come si lavora tutto l’anno a Fies, ex centrale idroelettrica incastonata fra montagne e laghi del Trentino da qualche anno riconvertita a spazio per l’arte contemporanea.     Perché il folk – termine anglosassone che sta appunto per “popolazione”, “gente”, “persone” – che si ricerca da queste parti è legato piuttosto alla condizione esistenziale che ci troviamo a vivere oggi. Al festival di Dro avevano cominciato due anni fa a interrogarsi sulla crisi che domina questo post-capitalismo...

David Foster Wallace su Roger Federer

Per chi non lo sapesse, Roger Federer è il più grande tennista di tutti i tempi, di quelli che ne nasce uno ogni 100 anni, come Rossi, Gould o Pasolini. Noi qui vi riproponiamo un bellissimo testo a lui dedicato, scritto da David Foster Wallace, uno dei nostri scrittori preferiti.     Quasi tutti quelli che amano il tennis e seguono i tornei maschili in televisione avranno sperimentato, negli ultimi anni, uno di quelli che potrebbero essere definiti “Federer Moments”. Ci sono delle volte, quando guardi giocare il giovane tennista svizzero, in cui la mascella scende giù, gli occhi si proiettano in avanti ed emetti suoni che inducono il coniuge nell’altra stanza a venire a vedere se ti è successo qualcosa. Questi Federer Moments sono ancora più intensi se hai abbastanza esperienza diretta di gioco da comprendere l’impossibilità di quanto gli hai appena visto fare. Tutti possiamo citare qualche esempio. Questo è uno. Finale dello US Open 2005, Federer contro Agassi, siamo all’inizio del quarto set, Federer ha il servizio. C’è uno scambio piuttosto lungo di colpi da fondocampo, con il caratteristico andamento a farfalla del tennis da picchiatori che predomina ai giorni...