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Zygmunt Bauman

(42 risultati)

Johan Chapoutot / Come il nazismo ha creato il moderno manager

Nazismo e management di Johan Chapoutot è un libro spinoso, urticante, ma indispensabile per capire le lunghe radici del tempo presente. Non capita spesso nella saggistica storica. Un precedente illustre è Modernità e Olocausto di Zygmunt Bauman, libro che ha stentato molto a divenire un luogo culturale. Non perché quel libro sia non compiuto, ma perché mettere in questione il senso comune è sempre un’impresa complicata e destinata all’insuccesso. Mi spiego meglio. Quando nel 1989 Zygmunt Bauman pubblica Modernità e Olocausto, il libro si salva perché Bauman ha ormai raggiunto una certa rispettabilità, ma non contribuisce a rovesciare significativamente il senso comune. Per questo, a differenza di altri suoi testi diventati “manifesto del nostro tempo” veri e propri hashtag, quel titolo non riesce a compiere quel salto.   Dove stava lo scandalo o l’imbarazzo suscitato da quel libro? Stava nel descrivere un tema e nel non dare un nome, ma obbligare il suo lettore a rivedere complessivamente il modo in cui era stato archiviato un passato. Dire che l’olocausto non era finito nel 1945, ma che ciò che lo aveva reso possibile non solo era sopravvissuto a quell’evento, ma costituiva...

‘Fuori’, La Quadriennale d’arte di Roma / L’iper hype contemporaneo

Tra i privilegi di condividere una piccola casa con altri coinquilini per destreggiarsi economicamente nell’archeologia stratificata della vita romana, c’è quello di condividere spazi con persone più giovani. «Cosa significa hype?», chiedo al mio coinquilino venticinquenne. «Non so come spiegarlo bene, è come quando esce un nuovo videogioco o una nuova canzone e tutti wow, anche se magari è una merda e dopo due giorni non se la caga più nessuno». Hype è andare su di giri, perlopiù per droghe, ma è anche una montatura, un processo di marketing per lanciare fortemente un prodotto, qualunque sia il contenuto. Uno dei privilegi di convivere con persone più giovani è quello di scoprire mondi che altrimenti sarebbero restati sepolti: quello che ti fa Roma ogni giorno. «Siamo giovani affamati, siamo schiavi dell’hype», canta Willie Peyote a Sanremo, perculando Sanremo, le sue logiche, le nostre illogiche. Il brano festivaliero di Peyote l’ho ascoltato per la prima volta grazie al mio giovane coinquilino: «non so se mi spiego, dipende dal prezzo / lo chiami futuro ma è solo progresso / sembra il Medioevo più smart e più fashion /se è vero che il fine giustifica il mezzo / non dico il...

Stati di agitazione / Dalle intimità pubbliche all'ipertrofia emozionale

Il film The Circle, diretto da James Pondsolt (2017) e scritto/sceneggiato da Dave Eggers, racconta uno dei valori principali della cultura digitale: la trasparenza totale. La protagonista è coinvolta in una delle sperimentazioni più avanzate di un'azienda con sede nella Silicon Valley. Il progetto mira a creare la piena trasparenza della vita quotidiana in modo che qualsiasi elemento emotivo, relazionale ed esperienziale della vita della protagonista possa essere trasmesso in streaming online attraverso il Cerchio. La trama si concentra sul tipico mix tra il valore controculturale della condivisione e la pedagogia motivazionale (hippy + yuppies come descritto dai critici dell’ideologia californiana). La protagonista viene prima convinta a partecipare all'esperimento/app da un guru digitale, ma poi si rende conto di quanto profonda e traumatica possa essere la trasformazione della sua esistenza in un live streaming permanente. Per questo decide di sabotare tatticamente il sistema, utilizzando i media digitali contro l’ideatore del progetto. La narrazione riflette sul doppio livello di dipendenza degli utenti dei social network dalle piattaforme digitali: quello di un'espressione...

Un libro di Vito Teti / Nostalgia, il sentimento del tempo

Charles Percy Snow nel suo The Two Cultures and the Scientific Revolution (Cambridge 1959, Milano 1964) coglieva un elemento importante quando affermava che l’ignoranza della seconda legge della termodinamica valeva in negativo come, se non più dell’ignoranza dell’opera di Shakespeare. Ebbene se esiste un tema, un problema in grado di legare indissolubilmente cultura umanistica e cultura scientifica questo è il tempo. Problema rilevante per la fisica del Novecento, cuore della ricerca di Albert Einstein, domanda fondante e alle origini della filosofia occidentale con la divisione della realtà in essere e divenire (vale a dire in realtà immodificabile e realtà soggetta al tempo) sottofondo esistenziale della letteratura e di tutte le altre arti che può essere riassunta nell’espressione – oggi folgorante – che Orazio fa dire al servo Davo nelle Satire: Aut insanit homo, aut versus facit (L’uomo o impazzisce o scrive versi) o dalla locuzione – Non omnis moriar (non morirò interamente – presente in una delle sue più famose Odi).   In questo quadro, quella della seconda legge della termodinamica era ed è questione peraltro essenziale: vera e propria chiave di volta nella...

L’ultima enciclica di Papa Francesco / Ingozzati di connessioni, vuoti di fraternità

Dobbiamo decidere di diventare tutti fratelli per salvaguardare la terra, e di diventare fratelli con la terra, con la nostra “casa comune”, per salvaguardare noi stessi. Si può sintetizzare in questa maniera il filo rosso che porta Papa Francesco a scrivere, a distanza di cinque anni dalla Laudato si’, la nuova enciclica: Fratelli tutti. Sulla fraternità e l’amicizia sociale, ancora una volta con un esplicito richiamo al santo di Assisi. In modo conseguenziale, essa risponde a un’esigenza che interpella anche il pensiero laico: riflettere sul modo in cui quell’imperativo cruciale di “fratellanza universale”, che scaturisce dall’emergenza ecologica planetaria, stride con la constatazione che “la fraternità rimane la promessa mancata della modernità” (Francesco lo dice nella Lettera al Presidente della Pontificia Accademia per la vita del 6 gennaio 2019, Humana Communitas) o che, per dirla con le parole del predecessore Benedetto XVI, «la società sempre più globalizzata ci rende vicini, ma non ci rende fratelli».   Scolpita e sacralizzata nel motto della Rivoluzione francese del 1789, Liberté, Égalité, Fraternité, essa indica, da quella data, un modello laico e politico di...

Minneapolis, giugno 2020 / La passione del razzismo

Abbiamo a lungo pensato che l’idea di un tempo ciclico fosse cosa da “primitivi”, da selvaggi, a cui contrapporre il nostro tempo lineare, una linea retta, che corre in avanti verso un futuro sempre più radioso. Invece no, tristemente sembra che cose già viste e che speravamo dimenticate, ritornino ad affacciarsi. Così la Minneapolis del giugno 2020, sembra la Selma del 1965, ancora violenze della polizia su individui dalla pelle scura, ancora discriminazioni. Possibile che nulla sia cambiato? Sì, è possibile. «È accaduto, potrebbe accadere ancora» aveva scritto Primo Levi e infatti accade. E non si tratta solo di un episodio, del gesto folle di un poliziotto criminale, ma di uno stillicidio di violenze contro gli afroamericani, che si perpetuano da sempre. Una segregazione che la legge non ha cancellato, che passa attraverso gli sguardi, il rifiuto di un lavoro, di un alloggio, nella diffidenza delle forze dell’ordine. «Gran brutta malattia il razzismo. Più che altro strana: colpisce i bianchi, ma fa fuori i neri» ha detto Albert Einstein. Una malattia che ha radici profonde e antiche, capace di mutare continuamente, di assumere volti diversi e diverse declinazioni, ma sempre...

Schuman, de Rougemont, Foucault: verità e complessità / 9 maggio 1950. L’Europa necessaria

Sono passati settant’anni, dal 9 maggio 1950. In quella data, l’allora Ministro degli esteri francese Robert Schuman, in una dichiarazione scarna e incisiva, proponeva ai tedeschi di porre l’insieme delle rispettive produzioni del carbone e dell’acciaio sotto un’autorità comune, aperta ad altri Paesi dell’Occidente europeo. Con la CECA parte il primo tassello dell’unificazione europea. I sei Paesi che la fondano, si danno appuntamento a Roma il 1957, per ampliarla con un progetto più ambizioso: la Comunità Economica Europea (CEE). A distanza di poco più di sessant’anni, essa annovera ventisette Paesi e, dal Trattato di Maastricht del 1992, si chiama Unione Europea.  Immagino già non pochi storcere il naso o farsi sopraffare dalla delusione per lo scarto tra l’ideale e il reale, tra le fulgide visioni di allora e la realtà di oggi, all’idea di leggere un articolo sull’anniversario della Dichiarazione Schuman e sul futuro dell’Europa. Ma, non demordo, e spero che anche questi lettori abbiano ancora la pazienza e la curiosità di continuare a leggere. Certo, come dare loro torto, se solo proviamo a rivangare il triste momento, allo scoppio dell’epidemia in Europa, in cui uno...

Per una giustizia sovrana sui sovranismi / Il futuro dell’eguaglianza

Poco più di una ventina di anni fa, il sociologo tedesco Ulrich Beck ammetteva che non c’è ancora risposta alla domanda chiave che il passaggio alla seconda modernità impone, dopo le trasformazioni repentine del “dopo 1989”: com’è possibile la giustizia sociale nell’era globale? Oppure, più concretamente: cosa significa e come determinare diritti ed eguaglianze al di là dei confini nazionali, in nome di una comune umanità, riconosciuta a livello cosmopolitico? E, ai tempi delle grandi migrazioni? Infatti, come ci ha ricordato nelle sue ultime esternazioni anche Zygmunt Bauman, la partizione umana “noi-loro” ha funzionato ancora bene nella fase della prima modernità, incardinata sul primato dello Stato-nazione, ma appare incompatibile con la prospettiva dell’era globale. Si può dire che il lungo excursus storico sull’idea di eguaglianza e sui modi in cui essa ha generato e innervato dinamiche sociali, economiche, politiche e ideologiche, dall’antica Grecia a oggi, compiuto nel suo ultimo libro da Aldo Schiavone (Eguaglianza. Una nuova visione sul filo della storia, Einaudi, Torino 2019), miri proprio a rispondere, o quantomeno ad abbozzare qualche prima risposta, a queste domande...

Decisioni / La comunità perduta

Nella “buona novella” annunciata da Michel Serres, Contro i bei tempi andati (Bollati Boringhieri), c’è un solo momento in cui l’ottimismo per il futuro cede al rimpianto, ed è nel ricordare l’incontro con un’amica di gioventù, ritrovata dopo vent’anni. Era uscita dalla miseria della famiglia, poteva permettersi le vacanze al mare, ma di quell’epoca rimpiangeva il vivere insieme, il colloquio continuo, il reciproco aiuto con i vicini, ben diverso dalla solitudine dell’età adulta: “una volta potevamo contare sulle comunità: caotiche, chiassose, litigiose, con le brache e i vestiti bucati, ma calde quanto a fraternità”. La comunità implicava la condivisione di uno spazio e di una tradizione da cui si traeva un’identità saldata dal “vivere insieme”, dove il prossimo era chi ci stava accanto. Forte era il senso di appartenenza a un mondo, ricorda l’antropologo Marco Aime in Comunità (Il Mulino, euro 12,00), in cui nessuno dei membri era estraneo, ma che nello stesso tempo aveva un forte senso di distinzione e una conseguente diffidenza verso gli estranei. La comunità era piccola, omogenea, autosufficiente, conosceva solo cambiamenti lenti, le nuove generazioni venivano integrate...

André Schiffrin / La vocazione editoriale ai tempi della rete

Vent'anni fa Editoria senza editori di André Schiffrin (1935-2013) innescò un acceso dibattito. Ad accendere l'attenzione sul pamphlet era stata in primo luogo la figura dell'autore, figlio di Jacques (1892-1950), esule dalla Russia, inventore a Parigi della Pléiade e poi, in fuga dal nazismo, editore a New York della giovane e subito prestigiosa Pantheon Books. Anche André, dopo aver iniziato la carriera alla New American Library (una casa editrice che pubblicava tascabili, compresi molti classici), nel 1961 era approdato a Pantheon, a quel punto già inglobata da Random House. Ne era stato “scacciato” a causa delle nuove politiche aziendali nel 1990. Due anni dopo fondò The New Press, combattiva casa editrice senza scopo di lucro ispirata a ideali democratici e progressisti (di queste vicende ha lasciato una narrazione autobiografica in Libri in fuga. Un itinerario politico fra Parigi e New York, Voland, 2009). Cosa era per Schiffrin l'“editoria senza editori”? Alla fine degli anni Novanta il processo di concentrazione neocapitalistico approda alla creazione di cinque grandi colossi (di cui tre in mani europee), che alla vigilia del nuovo millennio controllano l'80% del mercato...

Rileggere Gramsci / Egemonia

È noto come il pensiero di Antonio Gramsci abbia frequentemente riscosso un considerevole successo al di fuori dell’Italia. L’ha documentato con chiarezza qualche anno fa Michele Filippini nel volume Gramsci globale. Guida pratica alle interpretazioni di Gramsci nel mondo (Odoya). In Inghilterra, ad esempio, Gramsci, a partire da quando nel 1971 è stato tradotto, ha esercitato un’influenza decisamente superiore rispetto a quella che ha prodotto in Italia. A subire l’influenza del pensiero gramsciano è stata soprattutto la cosiddetta «Scuola di Birmingham», un gruppo di studiosi che hanno operato a partire dagli anni Sessanta presso l’Università di Birmigham e dal quale è nato negli ultimi decenni quell’importante filone di ricerca sui significati della cultura di massa che viene ormai universalmente conosciuto come «cultural studies». Tra i diversi concetti elaborati da parte di Gramsci, è stato in particolare ripreso e utilizzato dalla Scuola di Birmingham quello di «egemonia culturale». Il pensatore sardo pensava infatti che la cultura popolare avesse la capacità di assumere un ruolo sociale paragonabile a quello della cultura delle classi dominanti e che fosse addirittura in...

1929-2019 / Ágnes Heller: filosofia, rivoluzioni e vita quotidiana

Ágnes Heller, una delle più importanti filosofe del secolo scorso e dei primi diciannove anni del Duemila, è morta nuotando nel lago di Balaton il 19 luglio. Aveva novant'anni e l'acqua era il suo elemento più congeniale. A Budapest tutte le mattine si tuffava nella piscina della sua casa, ma poi quando era in giro per il mondo e trovava uno specchio d'acqua, non esitava un secondo: una volta a Fano, con il suo fraterno amico Francesco Comina, nel mare, ma le piacevano anche i laghi e una volta si era tuffata persino nel Rio delle Amazzoni. Al pari di Derrida, Bauman, Goytisolo, è stata una “sradicata”: già a quindici anni, lei ebrea, fu rinchiusa nel ghetto di Budapest, strappata ai suoi affetti. Poi fu censurata, licenziata dall'università, e infine costretta a rifugiarsi in Australia a causa del fondamentalismo comunista. Infine, nell'ultimo periodo della sua vita, quando dopo il crollo del Muro era finalmente potuta tornare a Budapest, è stata continuamente osteggiata e minacciata di morte per la sua implacabile opposizione a Orbàn. Suo padre, un anarchico squattrinato quanto morale, intriso di filosofia, poesia, musica, arte, rifiutò di convertirsi al cristianesimo per...

L'età del ferro / L’epoca dello spezzatino

1. Un recente studio dell’università di Yale ha avanzato l’ipotesi che leggere letteratura aumenti la speranza di vita e calcola in due anni il guadagno derivante da un regolare consumo di romanzi; citando i risultati di questa buffa ricerca, Alexandre Gefen (Réparer le monde: la littérature française face au XXI˚ siècle, Editions Corti 2017) fortunatamente non sa trattenere l’ironia, ma nota comunque che a questa notizia è stato dato sui media “uno straordinario risalto”. Il suo serio, accademico e fin troppo documentato volume (120 pagine tra bibliografia e note), che incrocia nel titolo il Réparer les vivants di Maylis de Kérangal con il “we can repair the world” di Obama, una scrittrice e un politico, non ha l’aspetto di una teoria e in fondo nemmeno di un saggio critico ma piuttosto di una constatazione: nei primi vent’anni di questo secolo la letteratura francese (in filigrana si legge “la letteratura occidentale”) è uscita dalla lunga parentesi dell’intransitività letteraria, della letteratura autonoma e ‘disinteressata’, è uscita dall’ideologia che “giudicava la qualità letteraria attraverso criteri formali” per ritrovare a pieno la propria funzione sociale. Si può...

Io minimo / Cristopher Lasch: consumo, politica ed ecologia

Tornare a leggere Cristopher Lasch dopo anni, grazie alle riedizioni di Neri Pozza, è un’esperienza illuminante. Nonostante l’insieme di trasformazioni tecnologiche, organizzative e di mercato che hanno totalmente modificato la nostra cultura del consumo, il suo Io minimo ci spiega alcuni passaggi fondamentali per capire la vita nelle società globalizzate. Riprendendo alcune tracce già solcate in La cultura del narcisismo, in questo libro Lasch si cimenta con la relazione tra consumo e identità sociali, anticipando sotto vari aspetti la più rigogliosa produzione scientifica di Zygmunt Bauman (come sostiene Marco Belpoliti), in fatto di tempismo ma anche, forse, in fatto di profondità analitica. Il mix già sperimentato dai francofortesi tra una critica sociale del sistema e una lettura psicoanalitica delle strategie del desiderio è ancora un tratto distintivo di questo lavoro che non rinuncia a recuperare altri classici della sociologia, tra cui il Goffman di Asylums. Lo sguardo da conservatore di sinistra del sociologo americano ci aiuta a cogliere i paradossi della modernizzazione che, con pochi decenni di distanza, sono diventati i paradossi della globalizzazione. Come ad...

I cancelli dell'acqua / Il pendolo di Zygmunt Bauman

Modernità liquida, ovvero il mondo sottosopra   La canzone di Peter Gabriel Downside Up, dell'album Ovo, costituisce, secondo me, una sintesi appropriata dell'incessante lavoro di decostruzione e ricostruzione effettuato da Bauman in tutta la sua lunga avventura intellettuale e contiene in nuce le caratteristiche salienti della modernità liquida. Gabriel esprime nel testo il senso di straniamento al cospetto di un mondo che si trasforma fino a rovesciarsi: l'edificio più alto e l'impressione che stia crollando, un equilibrio interno che si polverizza, la percezione che tutto si stia muovendo attorno, uno scenario di cose stabili e solide che si sfilacciano, si frantumano, mentre qualunque cosa su cui si poteva contare svanisce. E mentre il corpo si svuota del suo peso e viene attratto dal cielo, scivolando nell'ignoto, chi era straniero ci appare familiare, mentre quel che davamo per acquisito assume un aspetto minaccioso, e l'unica costante di cui possiamo essere certi è un'accelerazione inarrestabile del cambiamento. Vi ritrovo l'eco delle parole di Bodei nel suo saggio sul sociologo da Bauman più amato, Georg Simmel: “la meraviglia che si avverte dinanzi al realizzarsi di...

Evoluzione mediale e comportamenti sociali / Il regno dell'uroboro

Viviamo online in modo paradossale. Non è mai esista una tale abbondanza di informazioni a rendere più trasparente il mondo, eppure molti dei processi algoritmici che governano Internet e i social media sono tutt’altro che trasparenti e rendono oscuro come diventi visibile ciò che vediamo. Online possiamo esercitare gradi elevati di controllo sul nostro racconto quotidiano, scegliendo le immagini e le parole con cui presentarci e decidendo con chi condividerli ed entrare in relazione; ma questi stessi contenuti diventano uno strumento di controllo nei nostri confronti da parte degli Stati (la lezione di Snowden è sempre attuale) e delle piattaforme che li trasformano in dati da mettere in relazione a fini di sorveglianza e predittivi.   Al centro di questo scenario c’è l’ambivalenza con cui viviamo la privacy, contenti che le nostre vite sbuchino da Facebook, Twitter e Instagram diventando visibili e condivise così da ottenere commenti e like e pronti a risentirci quando qualche imbarazzo privato inaspettatamente viene alla luce. E anche su questo versante la nostra società vive un paradosso: di privacy “non ne abbiamo mai avuto così poca come da quado esistono norme, garanti...

Modernità molle / Lavoretti. Perché la share economy ci rende più poveri

Il sociologo Zygmunt Bauman ha coniato anni fa un’etichetta che è riuscita ad ottenere un notevole successo mediatico e sociale: quella di «modernità liquida». Il successo di tale espressione può essere spiegato con la capacità del concetto di liquidità di rappresentare efficacemente quel processo di disgregazione progressiva che è in corso da tempo nelle società occidentali avanzate, le quali vedono indebolirsi e sciogliersi le strutture e le norme di funzionamento su cui avevano costruito la loro lunga storia. Parlare però di “modernità liquida” comporta di limitarsi semplicemente a descrivere un fenomeno, mentre la situazione attuale dei paesi occidentali impone invece di utilizzare un’etichetta che consenta anche di emettere un giudizio di valore. Si può pertanto parlare di «modernità molle», perché quello che sta attualmente accadendo richiede l’utilizzo di un aggettivo che sia decisamente più intenso rispetto a liquido. La parola «molle» esprime infatti un’idea di sofficità e morbidezza, ma comunica anche che qualcosa è particolarmente debole, perché non è in grado di opporre alcuna resistenza.   Si lascia andare e non può perciò adeguatamente svolgere la sua funzione....

Un'inchiesta (parte IV) / Tre domande sull'antifascismo oggi: Janeczek, Vasta, Balzano

Per provare a interrogarci e confrontarci sull'antifascismo oggi abbiamo posto ad alcuni intellettuali e collaboratori queste tre domande, a cura dello storico Claudio Vercelli. Pubblichiamo oggi tre ulteriori risposte (qui, qui e qui le prime: Valerio, Cortellessa, Manera; Lagioia, Sarchi, Inglese; Benvenuto, Ferrario, Zinato).   1. Perché si dovrebbe continuare ad essere antifascisti se è vera l’affermazione, che si fa assunto di senso comune, per cui destra e sinistra sarebbero due distinzioni che non hanno più motivo di esistere? Se invece continua a sussistere una linea di differenziazione tra i due aggregati, quali ne sono le discriminanti in senso antifascista?   2. Se l’antifascismo non si è esaurito, in cosa si deve allora sostanziare? Allo stesso tempo, se il fascismo non è mai del tutto scomparso, sotto quale natura e con quali aspetti si manifesta oggi?   3. Prova a legare alla parola «fascismo», in successione, secondo una scala decrescente di pertinenza, questi cinque termini; ciò facendo ne deriverà quelli che per te sono i tratti salienti e prioritari in cui esso si sostanzia: A) razzismo; B) populismo; C) ...

La sfida della sociologia letteraria / La letteratura e il mondo

Di cosa parla la letteratura? La teoria letteraria si è posta ripetutamente questa domanda nel corso dei secoli, da Aristotele in poi. Francesco Orlando, nelle sue lezioni universitarie su letteratura e psicoanalisi, ripeteva spesso e con veemenza che “la letteratura parla del mondo”. Lo diceva principalmente in polemica con l’idea che la letteratura sia completamente autoreferenziale, e parli soltanto di se stessa, così diffusa nell’alveo del post-strutturalismo e del decostruzionismo, che agli occhi di Orlando apparivano come perversioni teoriche. “La letteratura parla del mondo” non era un’affermazione scontata per chi, come Orlando, ha passato la vita a spiegare che l’arte è il frutto delle dinamiche psichiche. Ci si sarebbe potuti aspettare da lui un più circoscritto: la letteratura parla dell’essere umano, dell’individuo, della mente. Un più specifico: parla delle pulsioni. Parla sempre e solo di sesso, perfino. E invece Orlando era ostinatamente fedele all’idea che la letteratura abbia a che fare con la realtà sociale. C’era sicuramente, nella sua ostinazione, la traccia di un’intenzione politica. Un tentativo di tenere insieme Freud e Lukács, se non proprio Freud e Marx....

15 novembre 1917. Perché leggere ancora Durkheim? / Non finiremo di ammalarci d’infinito

Émile Durkheim, il padre nobile e fondatore della sociologia come scienza e disciplina accademica, meglio noto come l’autore de Il suicidio, moriva cento anni fa, nel novembre 1917, quando, da alcuni mesi, era sbarcata la prima divisione americana in Francia e, da una settimana, i bolscevichi avevano assaltato il Palazzo d’Inverno. Una guerra maledetta, la Grande Guerra, perché gli aveva strappato l’affetto più caro, nel dicembre 1915: il figlio André, promettente studente di filosofia alla Normale di Parigi. E, a causa del dolore, Durkheim, in preda ormai alla depressione, non gli sopravvivrà oltre un paio di anni. Sono molte le grandi correnti culturali nel Novecento nelle quali è facile rinvenire un debito o un’ispirazione nei confronti del suo imponente lascito teorico e concettuale, al di là del solco positivista in cui esso è maturato: la sociologia funzionalista di Merton e Parsons, la linguistica di Saussure, la psicoanalisi di Lacan, l’antropologia culturale di Mauss e di Lévi-Strauss. Perché leggere ancora Durkheim, allora? Per almeno due ragioni.    In primo luogo, ci fa capire la natura fondamentalmente sociale di tante angosce, ansie, apatie o stati di...

Noi consumatori / Cibo sacro quotidiano

  Homo Consumens, è il titolo di un libro di Zygmunt Bauman e al tempo stesso è la definizione di un attore insostituibile per la nostra stessa idea di modernità. Il sottotitolo del libro, lo sciame inquieto dei consumatori, svela chi siano questi attori. Siamo fondamentalmente tutti noi, sradicati collettivamente da ogni forma di autoconsumo negli anni del boom economico, gli anni 60, anni in cui abbiamo perso il contatto diretto con i cicli della vita e dell'agricoltura. A ben vedere il fatto di essere diventati soprattutto consumatori, almeno in Europa, è stato un marchio esistenziale per quella e per tutte le generazioni a venire, proprio come l'“invenzione” dei giovani, della musica rock, l'avvento del supermercato e quello dei jeans, la necessità pochi anni dopo di un'“educazione alimentare”...   Sciame inquieto quello dei consumatori, non a caso, perché espressione dei comportamenti e dei consumi fluttuanti attraverso i quali i gruppi sociali fondano un proprio riconoscimento ma sempre a termine, sempre labile...  È in quel riconoscimento che gli individui cercano le tendenze che potranno essere vincenti nell'assicurare continuità al loro senso di...

Cosa siamo diventati / Convivere condividere consumare

  Togliete la convivialità al cibo e subito diventa altro...diventerà sopravvivenza, fame e sazietà, necessità, abitudine, fors'anche piacere solitario o dietetica ma perderà sempre umanità, comunque. Come potrebbe essere diversamente? Si perde il "convivere", si perde il condividere e poi mangiando da soli si perdono inevitabilmente le parole... si perde cioè un altro lato dell'umano.   Non è un caso dunque che pranzare al ristorante da soli sia esperienza che in genere evitiamo. Salve solo le pause pranzo per le quali il prevalere della sopravvivenza fa regola a sé. Diversamente, al ristorante due sono i surrogati all'assenza di convivialità e condivisione: concentrarsi sul cibo e sui commensali: quelli di lato, di fronte, distanti... alternative differenti e fluttuanti a secondo della personalità... del cibo, delle persone presenti.   Capita un pranzo in una trattoria a pochi metri dal mare in un fine maggio che fa quasi estate. Una di quelle trattorie che "guardano" alla clientela abituale e ai turisti;in un giorno che come tutti i sabati è di confine ambiguo tra le due categorie di clienti con il "pranzo di lavoro" a 11 euro (compreso il pesce per secondo) a...

Dall'Urss a Israele all'Inghilterra vita e pensiero / L'avventurosa vita di Bauman

Uno dei più radicali, e popolari, critici del mondo contemporaneo: così verrà ricordato il sociologo e filosofo polacco Zygmunt Bauman. Era un uomo minuto e gentile, piuttosto buffo per quesi due sbuffi di sottili e spettinati capelli bianchi che si gonfiavano sopra le sue orecchie, e lo facevano assomigliare a un folletto. Quando lo conobbi a Parigi agli inizi degli anni Ottanta, assieme all’amata moglie Janina (autrice di due notevoli libri di memorie: Inverno nel mattino e Un sogno di appartenenza, entrambi pubblicati da il Mulino, che introdussero una profonda trasformazione nel modo di intendere la condizione dell’ebreo da parte di Bauman), egli era noto in Italia soltanto per un grosso libro intitolato Lineamenti di una sociologia marxista (Editori Riuniti 1971) e per il lungo saggio Cultura come prassi (il Mulino 1976). Mi parve assai amareggiato dall’esilio, felice di poter parlare nella sua lingua madre e assai fermo nelle sue convinzioni: un marxismo critico, fortemente influenzato dal pensiero di Gramsci, visto con diffidenza, in Europa, sia dalla sinistra che dalla destra. Aveva abitato prima in Israele (dove insegnò all’Università di Haifa e Tel Aviv) e poi, dopo un...

Scompare a novantadue anni il sociologo polacco / Bauman, sociologo non liquido

Zygmunt Bauman è stato un maestro del pensiero sociologico. La gamma degli argomenti di cui si è occupato è molto vasta. Comprende, ad esempio, temi fondamentali della società come il passaggio dalla modernità alla postmodernità, la violenza dell’Olocausto, la morte, il lavoro, i processi migratori, i sentimenti umani o la crisi sociale. Ma Bauman si è occupato anche di temi decisamente più  effimeri e legati all’attualità, come i reality show oppure i social network. Eppure per molti il nome di Bauman è semplicemente associato a un’etichetta come quella di «modernità liquida». Un’etichetta, in effetti con la quale negli ultimi decenni ha ottenuto un notevole successo mediatico, ma che non corrisponde al cuore della sua riflessione.    Il successo dell’espressione «modernità liquida» può essere spiegato con la capacità del concetto di liquidità di costituire un’efficace metafora per rappresentare il processo di liquefazione in corso da tempo nelle società occidentali, che vedono progressivamente disgregarsi quelle...