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Chiara Samugheo: eros e magia

Carla Cerati, Lisetta Carmi, Letizia Battaglia, Gabriella Mercadini, Inge Morath, Marilyn Silverstone, Ruth Orkin, Ida Wyman: questa lista di nomi, che potrebbe facilmente essere allungata, è fatta di donne fotoreporter nate a cavallo degli anni Venti e Trenta e che hanno operato nel secondo dopoguerra. Non sono riconducibili ad un’idea collettiva e neanche ad un qualche movimento culturale, sono donne che, in piena autonomia e singolarmente, sono riuscite, tutte insieme e ciascuna con la propria voce, a documentare il passaggio che ben si può definire epocale dalla società della produzione a quella del consumo. Questa generazione di fotografe, già matura negli anni della contestazione e della consapevolezza femminista, si è arresa solo davanti alla inesorabile legge del tempo. Due anni or sono ci ha lasciati Grace Robertson, a giugno dello scorso anno Giulia Niccolai, circa un mese fa Sabine Weiss e pochi giorni or sono Chiara Samugheo. Nomi di professioniste che non solo hanno firmato servizi per le testate più importanti della loro generazione, ma che spesso hanno preceduto analoghe esperienze dei loro colleghi maschi.    Giulia Niccolai, ad esempio, nel 1954 si reca...

Storia d'Italia attraverso i sentimenti (18) / Da Grand Hotel a Bolero Film

Perdura, nel 1946, una stagione di lutti, per quanto il paese voglia voltare pagina. Il cuore degli italiani porta ancora le ferite della guerra da poco conclusa. E dunque necessita di un balsamo. La pace risulta più difficile di quanto ci si potesse aspettare, la vita resta precaria, e forse diventa più accettabile se viene avvolta da una vaporosa nube di sogni e di chimere. I sogni aiutano, placano, provvisoriamente, la paura e l’incertezza, le svuotano. Forse non del tutto, certamente ne neutralizzano i veleni più corrosivi. E, fronteggiando le durezze del presente, elargiscono un po' di futuro. Lo permettono. “La realtà è scadente”, dice Antonio Capuano nel film di Paolo Sorrentino È stata la mano di Dio. Come ci si muove in una “realtà scadente”? Come si resiste alla sua morsa? Guardando altrove, a “un mondo fiorito, pulito ed elegante, invece dei vestiti rivoltati, gli ambienti devastati, il cibo scarso. Emergono i sogni, le intime aspirazioni, le chimere, i fantasmi, la ricerca della felicità”, scrive Ermanno Detti in Le carte rosa, accurata storia illustrata del “fotoromanzo” italiano.  L’Italia del dopoguerra quanto più stenta a trovare la sua strada, tanto più volge...

Ravenna, 17/23 gennaio / Il trentesimo anno

lunedì Due fanciulli, in groppa a due leoni. Parlano animatamente, gli occhi brillanti, i visi arrossati. «Lo facciamo?», le chiede lui. «Non ci avevo mai pensato. Ma… sì, facciamolo», risponde lei. Naturalmente nessuno dei due sa troppo bene come si fa, ma sanno che lo faranno. Presto. Subito. E sono felici.   martedì Mi hanno chiesto, per i trent’anni di Fanny & Alexander, di rispondere a qualche domanda. Sono domande difficili, mi lamento. «Ma no che non sono difficili, e poi chi dovrebbe rispondere?», ha detto la persona che me le ha spedite. Leggo la domanda numero uno: «Fanny & Alexander: la prima immagine.» Mi cadono gli occhi sul libro accanto al computer, quello che sto leggendo in questi giorni e che, curiosamente, si intitola L’ultima immagine: è il dialogo tra James Hillman e Silvia Ronchey sul segreto delle immagini e la loro essenza invisibile, ma anche su come si può essere vivi mentre si muore e infine, soprattutto, su Ravenna, la mia città.  E se la prima immagine dovesse ancora venire? «Tu prendi sempre tutto troppo sul serio», mi dice Rodolfo, «rispondi semplicemente, come ti viene».   Hevel. Il nostro primo spettacolo si chiama Hevel,...

Reggio e il suo sindaco / Il fascino discreto del comunismo emiliano

Il mestiere di sindaco è particolarmente difficoltoso. Chi fa il sindaco non può adottare quella strategia di distanza rispetto alle persone che viene spesso utilizzata dai leader politici di livello nazionale. In una città di provincia, la tipica città italiana, un sindaco era già conosciuto personalmente prima di venire eletto e continuerà ad esserlo anche alla scadenza del suo mandato. È costretto pertanto a mantenere un rapporto di costante dialogo e ascolto con i suoi concittadini. Allo stesso tempo, però, deve anche saper assumere una funzione di leader. Deve cioè prendersi le sue responsabilità e cercare di trascinare la comunità formata dagli abitanti della città verso traguardi nuovi e possibilmente ambiziosi. Per questo motivo, sono poco numerosi i sindaci che hanno saputo svolgere al meglio il loro mestiere. Renzo Bonazzi è probabilmente uno di questi. Il lettore si sarà chiesto a questo punto chi è Renzo Bonazzi. Una risposta esauriente ce la dà Giordano Gasparini in un libro da poco pubblicato presso l’editore Aliberti: Renzo Bonazzi. La cultura a Reggio Emilia. 1942-1976.   Gasparini, dirigente culturale che a Reggio Emilia è stato direttore dei servizi...

21 gennaio 2012 – 21 gennaio 2022 / Vincenzo Consolo: come ho scritto i miei libri

Il 10 agosto del 1999 abbiamo incontrato Vincenzo Consolo nella nuova casa dove si era trasferito da qualche tempo dopo gli anni trascorsi in via Volta, in una abitazione dove mi era capitato di andare a trovarlo e di conversare varie volte con lui. Mi aveva coinvolto persino in un documentario su Mastronardi che aveva girato per la Rai dove lavorava. Avevo anche cominciato a recensire i suoi libri a partire da Nottetempo, casa per casa del 1992, con cui poi aveva vinto il Premio Strega, e a presentarli insieme a lui. Stavamo preparando io e Elio Grazioli un volume della collana di Riga edita allora da Marcos y Marcos, il numero 17 della serie, intitolato Italia due, in cui volevamo fare il punto su arte, letteratura, critica, teatro, nel passaggio al nuovo millennio. Il volume seguiva un precedente libro, Italia, di cinque anni prima composto di un fitto epistolario tra i due curatori – io e Elio – e una serie di autori che appartenevano a varie generazioni che avevano operato negli anni Ottanta e nei primi anni Novanta, una corrispondenza che insieme a testi e interventi occupava oltre 400 pagine: Martegani, Moresco, Cabiati, Guaita, Luigi Grazioli, Cingolani, Claudia...

Una mostra a Riccione / Elliott Erwitt. L’attimo giusto e il momento speciale

Elliott Erwitt (Parigi, 1928) predilige le immagini che hanno un finale aperto, quelle che lasciano spazio all’interpretazione di chi le guarda, e anche le fotografie ironiche o drammatiche, che colgono la più sottile linea del non detto, dentro la cifra esistenziale dell’essere umano. A questa tipologia appartiene Pennsylvania, Pittsburgh (1950), dove un bambino afroamericano si punta una pistola alla tempia destra mentre ride platealmente guardando verso l’obiettivo. Il bimbo compie un gesto drammatico mentre si mette in posa e in relazione con chi gli sta puntando addosso la macchina fotografica. Ride forte e cerca di stemperare quel gesto con una ironia che però non tranquillizza fino in fondo il fruitore dell’immagine. In Bratsk, Siberia (1967), un invitato seduto accanto agli sposi ha lo sguardo maligno e la mano destra sul mento. Forse custodisce uno scomodo segreto, e ride tra sé. La sposa sembra preoccupata. Gli volge un'occhiata intensa. Il marito pare accorgersi e rivolge anch’esso il suo sguardo verso l’altro uomo. In questa scena prende forma un’ambiguità di fondo. Richiama certi soggetti fiamminghi o olandesi della seconda metà del Cinquecento e del Seicento, di tono...

Normalità / Negare il diritto allo studio

Spesso mi trovo a rispondere a domande che mi sorprendono. “Come stanno andando le cose all’università? I corsi sono ancora in DAD?” Mi rendo conto che questi dubbi sono legittimi per chi non ha l’istituzione accademica al centro della propria vita e non la vive giorno dopo giorno. È persino superfluo dire che si parla poco del tema. La scuola è al centro dei nostri pensieri in questi giorni, ma non possiamo dire lo stesso per l’università. Facciamo persino fatica a ricordare il nome della ministra che si dedica alla gestione degli atenei (Maria Cristina Messa) e siamo costretti a rintracciarla su Google: non troviamo sue interviste sui giornali e meno che mai ci capita di vederla nei dibattiti televisivi.   È quindi il caso di ricordarlo: nel primo semestre dell’anno accademico 2021-2022 le lezioni universitarie sono tornate a svolgersi in presenza, anche se le piattaforme digitali continuano a ospitare la modalità mista e a consentire la partecipazione da remoto. In effetti gli studenti che restano a casa sono tanti. È difficile offrire delle statistiche precise, ma ho provato a fare delle indagini, per forza di cose rapsodiche e quindi solo in parte attendibili. Parecchi...

Parole per il futuro / Avvenire

Spesso l’architettura è stata qualcosa come un’immagine realizzata del futuro. Non solo ha mostrato il destino da cui ci si supponeva attesi, ma ha anche inteso realizzare questo destino avveniristico nel presente delle sue costruzioni. È forse questo il motivo per cui i giornali hanno recentemente dato grande risonanza al fatto che a breve la Nakagin Capsule Tower – un edificio composto da due torri nell’esclusivo quartiere di Ginza a Tokyo, non lontano dalla stazione di Shinbashi – verrà smontata. La torre è costituita da moduli che ricordano delle lavatrici ammassate le une sulle altre. Sono capsule ovvero mini-appartamenti dalle dimensioni ridottissime di meno di dieci metri quadrati. Un tempo struttura d'avanguardia architettonica, capace di comporre la tradizione del futon con la tecnologia più innovativa di quei primi anni ’70, quando fu costruita, la Nakagin Capsule Tower si trova oggi in uno stato di forte degrado che ha condotto al suo abbandono.   Esistono indubbiamente superfici che sprigionano la loro potenza evocativa solo quando risplendono, quando nuove di zecca appaiono fatte di un’assenza di tempo che le rende quasi magiche. Eppure è proprio su tali...

Un saggio di Giovanni Attili / Civita: parole, visioni del passato e pietre

Le abbiamo sempre considerate come eterne. Creature senza tempo, che ci hanno preceduto e ci sopravvivranno. Cristalli minerali costruiti dalla specie umana ma che posseggono una autonomia e una forza sconosciute a ogni individuo. Sono i nostri artefatti più grandi e più audaci, gli unici a poter rivendicare di somigliare davvero al mondo. Sono gli unici artefatti capaci di trasformare la consistenza e il sapore della Terra, a renderla veramente abitabile e infinitamente più ricca, da ogni punto di vista. Le città sono state il teatro della libertà dei moderni: è tra le loro viscere che abbiamo distillato una forma di vita che si poteva costruire senza dover rispondere all'identità a cui l’avrebbe condannata un cognome e una genealogia; è negli incontri che esse rendevano possibili che i corpi hanno creato genere e comunità indifferenti alle anatomie; è negli edifici che la componevano che si è prodotta una ricchezza chiamata, almeno teoricamente, a circolare tra tutte e tutti; è nella parola scambiata tra le strade e le piazze che il sapere si è liberato dalle tradizioni e si è aperto a un futuro senza pregiudizio e il piacere ha trovato la forza di sfidare tutti i possibili tabù...

Un libro di Alberto Saibene / Milano: la città che non c’è più

Io e Alberto Saibene abbiamo la stessa età. Lui è del 1965 io del 1966, ma per una questione scolastica (ho fatto prima e seconda elementare in un anno, è una lunga storia) sono cresciuto attorniato da ragazzini del ’65. (Questo per dire che dall’infanzia fino alla fine delle superiori l’età non è mai in senso stretto quella anagrafica ma quella scolastica). Siamo nati e cresciuti, cioè, nella stessa città e negli stessi anni. Perdonate il tono personale di questa che non è una recensione del libro di Saibene – Milano fine Novecento. Storie, luoghi e personaggi di una città che non c’è più – ma un parlarci attorno. Ché il libro mi ha fatto molto riflettere e a ben vedere è questo che ogni buon libro dovrebbe saper fare. La prima delle mie considerazioni, banale forse ma inevitabile, è che quegli anni – trenta, quaranta, cinquant’anni fa – sono ormai abbastanza lontani da poterli dichiarare Storia a tutti gli effetti. Anche se ne abbiamo un ricordo che appare vivido (ma in realtà sempre più sfumato nel mito) possiamo guardarli con la giusta distanza, ora che almeno un paio di generazioni si sono avvicendate.   Quella Milano, la mia Milano di quegli anni, non c’è più, come dice...

Un saggio di Schiavone e Galli della Loggia / Una profezia per l’Italia: ritorno al sud

Non sempre la fusione tra due soggetti ha un esito felice. In politica abbiamo più di un esempio di amalgama mal riuscito. E anche nella scrittura non è facile fondere due personalità, due intelligenze, due stili di pensiero diversi. Sono certo – conoscendoli bene – che un timore del genere lo abbiano avuto anche Galli della Loggia e Schiavone durante la stesura di Una profezia per l’Italia. Ritorno al sud (Mondadori, 2021). Ebbene, adesso posso dire che era un timore infondato. Non perché i due autori non siano diversi – lo sono, nelle competenze disciplinari, nella prospettiva analitica, nel carattere. Ma perché in questo caso le loro differenze, anziché stridere, hanno interagito positivamente, sommandosi in un saggio di grande qualità – solido, coraggioso, innovativo. I due tratti più marcati del loro modo di lavorare e, prima ancora, di pensare – l’ampiezza e la profondità ermeneutica da parte di Schiavone, la nettezza e l’incisività di giudizio da parte di Galli della Loggia – sono confluiti in un disegno che mette a frutto le loro differenze, senza perdere in unità e compattezza. Quello che ne è risultato è un quadro complesso, interrogato da due angoli di visuale diversi,...

Firenze, 3/9 gennaio / Le amiche geniali

lunedì Guardo le prossime date che abbiamo in calendario: OZ, gennaio-febbraio, alcune matinée coi bambini. Riusciremo a farle? Amica, 8 marzo e poi, di nuovo, a metà mese. Quindi le recite di Sylvie e Bruno. A marzo, dicono, sarà tutto più tranquillo, avremo ormai scavallato il picco. Chissà. Penso che l’Amica si è fermata già al primo lockdown. Dopo due anni, ora, ricomincia a viaggiare: Milano, al Carcano, poi Bologna, all’Arena del Sole.  C’è qualcosa di violento e contro natura nella separazione così lunga da un corpo amato. La vedo proprio così: replicare uno spettacolo è tornare, con trepidazione, all’incontro col corpo di un amante, un luogo conosciuto e al contempo sconosciuto. Ho nostalgia della parte conosciuta, ma ancor più di quella sconosciuta.   martedì Sul tavolo, accanto a me, c’è la mia copia dell’Amica geniale di Elena Ferrante. Ormai è tutta piena di segni, di orecchie, gonfia di letture e immagini. All’inizio, invece, l’immagine era una sola. Si formava con insistenza ai margini delle parole, delle pagine. La ricacciavo, ma lei tornava indietro. Era l’immagine di Fiorenza. Vedevo solo lei e poi vedevo anche me stessa, ma in realtà non sopportavo di...

Una mostra di Luca Barcellona / A perdita d'occhio. Scrittura e immagine

«Teneva i buoi davanti a sé, arava bianchi prati, e aveva un bianco aratro, e un nero seme seminava»: alcune delle prime righe scritte all’origine del volgare italiano (il cosiddetto «indovinello veronese») parlano proprio dell’atto di scrivere, sotto mentite spoglie.  Come in ogni buona similitudine, molti sono gli elementi che si intrecciano per suscitare, in modo ingegnoso, un’immagine viva della scrittura: le mani avanzano sulle pagine bianche come buoi sul campo da arare, e il nero seme che è l’inchiostro si deposita in lettere e in parole. La forza di questa scena ci restituisce una mano nell’atto di compiere un movimento lineare, da sinistra a destra, retta e salda come un aratro ben condotto, e lo stupore di vedere depositarsi su una superficie, prima indifferente e ora ben regolata, grumi ordinati di segni.   Luca Barcellona, Skyline, 2021. Non ci sarebbe scrittura, in altre parole, senza la disciplina che organizza, riga per riga, le gocce di inchiostro in parole, e senza l’attività creatrice della mano – ed è forse in questa descrizione della scrittura come atto di produzione prima ancora che come risultato che risiede il fascino dell’indovinello veronese....

L’altra metà del cielo / 494 - Bauhaus al femminile

Leggere che tra le Bauhausmädels, le ragazze del Bauhaus, c’era anche una misteriosa italiana, addirittura allieva di Kandinskij, è stata un'autentica sorpresa. Autrice di questa scoperta è Anty Pansera, ce la rivela nel suo libro 494 – Bauhaus al femminile, recentemente pubblicato da Nomos Edizioni (pp. 302, € 24,90) che sarà presentato l'11 gennaio in Triennale. Quella fanciulla si chiamava Maria Grazia Rizzo ed era di Avellino. Su di lei, come su tutte le 494 donne del Bauhaus, in totale nel corso dei  suoi 14 anni di esistenza, da Weimar, a Dessau, a Berlino: 475 studentesse, 11 docenti, 6 donne intorno a Walter Gropius, 1 manager, 1 fotografa, Pansera ha condotto una ricerca archivistica mirata e inedita che ha finalmente disvelato le loro storie personali e messo l’accento sulla loro creatività, da sempre oscurata dalla presunta ‘supremazia’ maschile, pervicacemente sostenuta da Walter Gropius, primo direttore della scuola, di cui è stato anche il fondatore (Weimar, 1919), e di seguito perpetuata dai suoi successivi esegeti.    È infatti risaputo che le allieve, dopo il Vorkurs (il biennio propedeutico, della durata di sei mesi, tutto incentrato sulla...

Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi al MAXXI / Immagini che cadono avvinghiate a Lucifero

Concentrare   Recensendo il diario di Michihiko Hachiya, direttore dell’Ospedale di Hiroshima durante il bombardamento atomico, Canetti scrisse (in Potere e sopravvivenza. Saggi) che ogni sua pagina era preziosa: la distruzione della città era stata la catastrofe “più concentrata” sofferta dall’uomo in tutti i tempi. A sua volta, ogni riga del suo testo conserva un’inestimabile concentrazione creativa: Canetti infatti ha pubblicato pochissimi scritti, meno che mai recensioni. Intenzionalmente, solo capolavori. Questa è un’adeguata premessa anche per le opere di cui vogliamo parlare. I lavori di Gianikian e Ricci Lucchi, presentati in quattro eventi al MAXXI durante il 2021, non sono composti da scritti ma da fotogrammi. La fotografia proiettata in sequenza diviene cinema, l’arte che meglio regala sensazioni di muoversi nello spazio e nel tempo.   Un risultato espressivo simile a quello della vera letteratura: “prende con sé” chi vi si immerge. In teoria, questo dovrebbe esser sempre possibile con lo spettacolo cinematografico. Il pubblico, del resto, paga il biglietto soprattutto per “evadere” dalla quotidianità, lasciandosi trasportare altrove. La proiezione...

12 dicembre 1960 – 7 gennaio 2022 / Vitaliano Trevisan. Un ponte, un crollo

Una volta Vitaliano Trevisan mi mise le mani addosso. Ad Asiago, il bellissimo altopiano che sovrasta la nostra città comune, Vicenza. All’ingresso di non so più che evento culturale. Forse una decina, o dozzina di anni fa. Sono un disastro con le date, e in generale la memoria funziona più a frammenti che con un approccio storico: ricordo quel che ricordo, quando capita. E poi sono benedetto da una sorta di oblio delle cose spiacevoli. Anche questo episodio me l’ero pressoché dimenticato. A ricordarmelo è stato proprio lui, pochi mesi fa. Con la prima di una serie di telefonate che ricucivano un rapporto sfilacciatosi tanti anni prima.    Può sembrare strano citare un fatto simile. Strano come commemorazione di un morto. Strano, ovviamente, il fatto in sé. E strano che sia stato lui – diciamo, esagerando: l’aggressore – a ricordarlo a me, l’aggredito. Ma chi ha conosciuto Vitaliano di persona sa che nulla di tutto questo è strano davvero.  Così come nella sua scrittura, c’era sempre in lui un senso di minaccia incombente. Dietro lo sguardo glacialmente ironico di quegli occhi azzurrissimi, la possibilità di qualcosa di imprevedibile. E pericoloso. E così,...

10 gennaio 1937 - 2 gennaio 2022 / Celati: esercizi per fronteggiare il vuoto

1. Non ricordo la prima volta che Gianni Celati è venuto al mio paese, ricordo benissimo la sua prima lettera in cui mi annunciava che avrebbe pubblicato sul Manifesto tre miei racconti per una sua rubrica. Le lettere che mi mandava mi piacevano più dei suoi libri dove racconta storie. Avevo da poco letto con partecipazione la frase di Zanzotto: io non narro quasi mai e non mi importa molto del narrare. Anche Zanzotto mi scriveva spesso, ma le lettere di Celati erano piccole opere, anche il semplice saluto per mio padre o per mia suocera aveva una sua grazia. Per me Celati è nelle lettere, nelle prefazioni, nelle interviste, nei film, a partire da quello con Ferrario, è nelle conversazioni. Ne ricordo una mentre andavamo verso la pianura campana, parlammo del mistero di avere dei fratelli in apparenza lontani dalla nostra combustione perennemente inquieta.   Una giornata con lui era sempre allo stesso tempo profondamente umana e profondamente letteraria, il suo tentativo di scrollarsi di dosso il letterario era quasi sempre fallimentare, la letteratura gli veniva incontro anche quando prendeva un caffè al bar.  Ricordo una sua lettura di Leopardi al centro anziani di...

La mostra al Museo Civico, Bassano del Grappa / Ruth Orkin. La ruota dell’occhio

Nel 1939 Ruth Orkin ha 17 anni e desidera vedere l'Esposizione Universale di New York City. Decide di andarci in bicicletta. Riesce a convincere i genitori a lasciarla viaggiare da sola; talvolta fa l'autostop e poi pedala per oltre 2000 miglia. Lungo il tragitto da Los Angeles a New York tiene un registro delle tappe di questo viaggio, inserendo per ogni foglio diverse immagini che testimoniano il suo passaggio. Stranamente lo sfondo è nero e le didascalie, redatte con una calligrafia minuta, sono visibili grazie a un inchiostro bianco, proprio come faceva sua madre Mary Ruby, attrice di film muti, quando documentava le riprese dei suoi film.    Per la giovane viaggiatrice è molto importante testimoniare il proprio passaggio, serve a dimostrare, innanzitutto a sé stessa, che quello che ha visto è realmente accaduto, che è proprio lei la protagonista di un lungo viaggio: Washington, Chicago, New York. Attraversare l’America significava lasciarsi dietro il proprio mondo e, di pari passo, segnare ogni giorno un piccolo avanzamento nella propria emancipazione: 17 anni, un paese sconfinato, una fotocamera e una bicicletta. La macchina fotografica l’aveva ricevuta in...

Una rivista tra sperimentazione, arte e industria / Imago: uno scrigno di creatività

Prendendo a prestito un termine dal campo informatico, si potrebbe dire che Imago è stata una pubblicazione multitasking. E di fatto, al significato originario di tasca da cui la parola trae origine, si lega il suo essere stata una rivista ch'era al tempo stesso contenitore e contenuto degli esiti di ricerche e di sperimentazioni culturali e artistiche nella Milano del boom economico, dove si provava anche ad attuare un fattivo rapporto di collaborazione tra quei fermenti e la realtà industriale. Imago, insomma, è stata uno scrigno di creatività, concepito da quel genio che fu Michele Provinciali (1923 – 2009), insieme a Raffaele Bassoli, titolare dell'azienda milanese che l'ha stampata, finanziata e sostenuta. Nata nel maggio 1960 come house organ della Bassoli Fotoincisioni, uscì senza una periodicità stabilita per 15 numeri (l'ultimo nel 1971) e fino al numero 5 ne fu art director il suo ideatore.    La sua straordinaria eccezionalità, che la distingue da qualsiasi altra rivista aziendale e di grafica mai pubblicata al mondo, consiste nel fatto che il suo involucro-copertina (un cartoncino in tinta unita, col titolo stampato in Clarendon maiuscolo, inserito, a sua...

Ravenna 28/31 dicembre, 1 gennaio / Giorni felici

martedì   Ieri è finita la mia quarantena. Oggi è il primo giorno di libertà. «Un altro giorno divino. (Pausa. A bassa voce) Comincia, Winnie (Pausa). Comincia la tua giornata (Pausa)».  Rodolfo mi ha regalato Giorni felici, il nuovo fumetto di Zuzu da poco uscito per Coconino. «L’ho sfogliato e ho pensato che ti sarebbe piaciuto» ha detto. «La protagonista vuol fare l’attrice e sta preparando un provino, il monologo di Winnie da Giorni felici di Beckett».  Claudia è un personaggio sconcertante. Nella prima sequenza, in topless e mutandine, si staglia contro un mare di trattini celesti e strane scogliere e balza spericolata di pietra in pietra. Poi le capita qualcosa. «Claudia… ma sei tutta sporca di sangue… Hai le mestruazioni. Non te ne sei accorta?», le grida Guido, il suo compagno. «Non ti pulisci?» Claudia non risponde. Sulla bocca le si disegna una specie di ghigno. È allora che vediamo due piccoli canini appuntiti. Non è una cosa straordinaria, almeno non per lei. Gli artigli, i denti aguzzi, addirittura le zanne, saranno di qui in poi segni occulti e transitori di una sua progressiva rivelazione.     Anche nel fumetto che stiamo facendo Mara e io...

Il Concerto di Capodanno a Vienna / Le peripezie di Radetzky

La suonano ogni primo giorno dell’anno, da decenni, sempre alla stessa ora – intorno alle 13.30. Fino a non molto tempo fa, c’era la diretta televisiva; adesso è rimasta la radio, perché il piccolo schermo italiano in quel momento è occupato dalle Arie d’opera che giungono dalla Fenice di Venezia, e non è la stessa cosa. Ma il Concerto di Capodanno per antonomasia, il più antico e di più nobile lignaggio – anche solo per il prestigio dell’orchestra che ne è protagonista, i Wiener Philharmoniker – è quello che si svolge nella “Sala d’oro” del Musikverein di Vienna. E la Marcia di Radetzky è la sua invariabile conclusione, il bis di rigore stabilmente iscritto nel programma, a rassicurazione di tutti coloro i quali, ovunque nel mondo, affidano proprio a questa musica un positivo auspicio per l’anno che comincia.     I programmi cambiano, perché la galassia dei Valzer viennesi (e danze assortite) è sterminata e perché l’albero genealogico degli Strauss, autori non unici ma dominanti da sempre nelle locandine, è notoriamente molto ramificato. Solo “Sul bel Danubio blu” e la Marcia di Radetzky sono fissi nei programmi, solo a quest’ultima spetta la chiusura della...

Anniversari / Miracolo a Milano. I poveri disturbano (ancora)

“Sono pessimista ma me ne dimentico sempre” (da una lettera di Cesare Zavattini a Franco Maria Ricci, 12 ottobre 1967)   In principio fu Antonio de Curtis. È a lui che Cesare Zavattini propone nel 1940 il primo soggetto di quello che sarebbe diventato, dieci anni più tardi e con la regia di Vittorio De Sica, Miracolo a Milano. Fervido ammiratore dell’attore napoletano, a 38 anni il vulcanico Za è in piena eruzione, con uno spettro di attività che va dalla letteratura ai periodici illustrati, dal fumetto al cinema. Il soggetto, intitolato Totò il buono e firmato a quattro mani con lo stesso Totò, viene pubblicato il 25 settembre sulla rivista “Cinema” (per onor di cronaca, va detto che il testo è opera del solo Za, che qua e là si serve di qualche spunto surreale suggerito dall’attore). Tuttavia l’aristocratico de Curtis, ancora incerto sulla propria carriera cinematografica e tutto preso dai successi teatrali, dopo aver rinunciato a ogni diritto di paternità sul soggetto, ben presto si disinteressa del film.     Il più milanese dei film italiani nasce insomma dal più grande comico partenopeo. E non è il solo paradosso di un'opera che ha in sé molte anime e una...

1+1= G / Grazia Toderi e Gilberto Zorio a Vigone

A circa 30 km da Torino si trova Vigone, un piccolo comune di circa 5.000 abitanti, che, dal 2011 è promotore di “Panchine d’Artista”, un originale progetto culturale per la promozione dell’arte contemporanea. A cadenza annuale, il Comune di Vigone e l’Associazione Panchine d’Artista selezionano un artista per realizzare un’opera presso l’area verde dei Viali di Piazza Clemente Corte e per allestire una sua mostra personale nella Ex Chiesa del Gesù in Piazza Michele Baretta.  La panchina è il luogo principe di ritrovo cittadino, è il simbolo di una socialità quotidiana che oggi è quasi scomparsa. La panchina è soprattutto il luogo del possibile, dove tutto può accadere: un incontro inaspettato, un dialogo, una discussione, una riappacificazione, un momento di riflessione, di rivelazione, di condivisione. Ed è proprio il concetto di condivisione a caratterizzare l’edizione del 2021 di “Panchine d'Artista” dove, per la prima volta, sono due gli artisti ad essere stati invitati a partecipare: Grazia Toderi e Gilberto Zorio.      Sebbene le loro ricerche siano totalmente autonome e mai prima d’ora fossero state presentate insieme, per l’occasione i due artisti...

In mostra alla Villa Malpensata di Lugano / Hans Georg Berger, La disciplina dei sensi

Nello «Spazio Mostre» di Villa Malpensata di Lugano è allestita la mostra «La disciplina dei sensi. Hans Georg Berger. Una retrospettiva». Si tratta della prima grande esposizione dedicata a Berger, di cui il progetto luganese ripercorre l’intera carriera, divisa in sezioni, dai primi anni Settanta a oggi. Tra le opere esposte una colpisce particolarmente: mi riferisco a L’orto dei semplici. Perché è stata scattata? Questo posto che significato aveva per Berger? Guardando la fotografia con più attenzione, si notano erbe officinali, cespugli e rose cresciute su un terreno inospitale, sassoso e asciutto. Un piccolo miracolo. Un giardino segreto.    Dalla metà degli anni Settanta in poi il fotografo instaura un rapporto particolare con l’Italia: dopo un primo periodo trascorso in Sicilia si trasferisce sull’Isola d’Elba, precisamente all’Eremo di Santa Caterina. Definirlo un posto inospitale è riduttivo: alcune case in rovina senza energia elettrica né acqua corrente; tuttavia, anche un luogo meraviglioso arroccato sui monti, che Paul Klee aveva contribuito a raccontare con i suoi disegni in Storia di un viaggio all’Elba. Grazie a una somma ricevuta dalla nonna materna,...