festival scarabocchi 2020

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A cinquant’anni dalla morte / Jimi Hendrix, la matrice

Per alcuni ha cambiato la faccia del rock. Per altri è il maestro assoluto della chitarra elettrica, colui che per primo ha saputo indagarne le prerogative e sondarne le potenzialità, facendole combaciare con le inquietudini di una generazione. Jimi Hendrix – o più semplicemente Jimi, come lo riconosce e venera il popolo del rock – è scomparso giovanissimo, il 18 settembre del 1970, a soli 27 anni. Ricordarlo oggi, a cinquant’anni dalla morte, significa anche fissare in qualche modo una prospettiva: cinquant’anni di musica dopo di lui, cinquant’anni di musica rock senza Hendrix. Una vertigine, per chi lo ha amato. Da questa prospettiva emerge un musicista immenso, che si avventurò verso l’ignoto sperimentando direttamente sul pubblico la coincidenza perfetta fra un suono infine liberato e una mente collettiva che ambiva a fare altrettanto.   Partirei, provocatoriamente, da ciò che un maestro di solfeggio inquadrerebbe con ogni probabilità come un difetto, una tara da correggere prima che la negligenza assuma carattere cronico. Provate a mettere sul piatto del giradischi una canzone di Hendrix e a far partire un metronomo al tempo con cui Jimi attacca il pezzo. E poi...

Libri e viaggi, storia e letteratura / Alla ricerca del confine orientale

Da vent'anni ormai si fa un gran parlare di Confine orientale. Quasi sempre con toni da tragedia. Di solito infatti l'immagine di quel territorio è accostata alla vicenda delle foibe e quindi evoca terrore, stragi, fughe. E tuttavia anche curiosità per un mondo spesso sconosciuto, percepito come esotico, anche quando si parla di una parte d'Italia, ad esempio Trieste. A questo tipo di curiosità rispondono tre libri usciti di recente:  Senza salutare nessuno. Un ritorno in Istria, di Silvia Dai Pra' (Laterza); La frontiera spaesata. Un viaggio alle porte dei Balcani, di Giuseppe A. Samonà (Exorma); Trieste selvatica, di Luigi Nacci (Laterza). Pur con stili, metodi e fini differenti, questi tre volumi sono in qualche modo complementari e finiscono per evidenziare in maniera simile alcuni aspetti di quel mondo e di quella storia.    Silvia Dai Pra' si cimenta in un romanzo autobiografico che è però anche libro di storia e racconto memorialistico. Partendo dalla vicenda del bisnonno, infoibato nel 1943, l'autrice si interroga su se stessa, sulla sua identità sospesa, e al contempo sull'identità di quel mondo di confine, in questo caso l'Istria interna. Un'identità...

Un'annata di transizione / Venezia 77: un Leone prevedibile

In fin dei conti, in un anno imprevedibile come questo 2020, è bello aggrapparsi alle certezze. Una delle certezze è questa: cominciare il festival, incontrare i conoscenti, ed essere d’accordo sul fatto che sì, ovviamente, questa settantasettesima edizione la vincerà una regista. Ma quale delle tante di quest’anno? Qualche secondo passato a sfogliare il programma (anche per dribblare l’imbarazzo che sempre, in qualche misura, accompagna l’incontro con chi non vediamo da molti mesi), ed ecco che gli interlocutori di questo quadretto ricorrente si accordano, immancabilmente, su Nomadland di Chloe Zhao. Quale modo migliore, del resto, per riprendersi gli americani a partire possibilmente dal 2021, e farsi strada a capocciate dentro la micidiale striscia estivo-autunnale di festival d’Oltreoceano (Telluride, Toronto, New York eccetera eccetera), di un film noiosamente calcolato al millimetro per colpire tanto il cerchio del mainstream hollywoodiano quanto la botte del cinema indipendente, in maniera diametralmente opposta dal capolavoro autenticamente femminista di questo festival, The World to Come di Mona Fastvold, impossibile da racchiudere in categorie merceologiche e target...

Gli USA verso le elezioni / Il capitano del Titanic

Si dice che poco prima che il Titanic si scontrasse con l'iceberg ci sia stata un’interessante conversazione sul ponte di prima classe, riportata poi anche ai ponti inferiori e fin giù nella sala macchine. Il capitano, si diceva, non crede all'esistenza degli iceberg. La notizia aveva generato un’ondata di entusiasmo. Finalmente, dicevano su in prima classe, un capitano che dice le cose come stanno, che è dalla nostra parte, e che sa benissimo che gli iceberg sono un'invenzione della compagnia navale concorrente, delle potenze straniere che non vogliono farci arrivare in America, dei socialisti che vorrebbero abolire la prima classe e mandarci tutti giù nelle camerate con i letti a castello ad affogare di caldo e di fumo insieme a quei disgraziati rancorosi che ci odiano perché non sono come noi e non lo saranno mai.  Dopo che il Titanic colpì l'iceberg, e anzi era già affondato, tra i superstiti al freddo nelle scialuppe di salvataggio circolò un'altra storia, anche questa accolta con lo stesso entusiasmo della prima. Il capitano sapeva benissimo che gli iceberg esistono, ma non voleva intristire i suoi passeggeri con notizie che li avrebbero preoccupati, non li voleva...

Idioletto famigliare / Barnasc

Le mie origini sono miste, ma come dico sempre io, sono austroungariche... I miei nonni: veneti al confine con il Trentino da parte di padre, friulana di Udine la nonna materna e milanese doc il nonno... Una parola a me cara è Barnasc... che era la paletta per raccogliere il carbone da mettere nella stufa. Un aneddoto a tal proposito riguarda mio nonno che parlava quasi solo milanese: un giorno disse a mia madre: "dam el barnasc" (dammi la paletta). Mia nonna lo apostrofò dicendo: " parla in italian cun la tus " e mio nonno... “Cina (chiamavano così mia mamma, diminutivo di Vincenzina) per piesè portami il" barnaccio".

50 anni di festival / Santarcangelo memorie

“L’attore ha una corona in capo / ma non è un re” si legge sullo schermo nero, dopo la sfilata dei nomi dei produttori del film. Si apre una grotta, una platonica caverna dalle quale baluginano non immagini ma voci, una polifonia: “Ho incontrato il festival che ero un ragazzo… Ma servono ancora gli artisti?… Il teatro è l’attore… Andate a vedere un teatro serio!... Santarcangelo genera il proprio cambiamento… Io lo detesto il festival…”, mentre iniziano ad apparire immagini sfumate e la camera si inoltra nella notte, e lucine, un circo nel bosco, carnose corolle di sensuali fiori… (sotto suona un violino, una musica romantica si fa ritmica). Quindi immagini sbiadite di spiagge inizi anni settanta, come eravamo, come ci rappresentavamo in super 8 familiari quando nacque il Festival internazionale del teatro in piazza, a Santarcangelo di Romagna, a pochi chilometri da Rimini… Una voce inizia a raccontare. 50 – Santarcangelo Festival è un appassionato documentario di Michele Mellara e Alessandro Rossi, Mammuth Produzione, realizzato in collaborazione con il Festival del teatro e con molte altre sigle, presentato il 6 settembre alle Giornate degli autori della Biennale Cinema di...

Pasolini, Comisso, Parise / Nico Naldini e i suoi grandi amici

Il vero Nico Naldini si nascondeva più nelle risate che nei silenzi. Quando superava la sua ritrosia tutta friulana, quando si lasciava dominare da quella “corda pazza” individuata da Raffaele La Capria in Goffredo Parise e Giovanni Comisso, da quel lampo di follia creativa e umanissima tutta veneta, diventava il più straordinario narratore che si potesse incontrare. Perché lui, che non si è mai adagiato nel ruolo di cugino prediletto di Pier Paolo Pasolini, conosceva il dritto e il rovescio degli scrittori, dei registi, degli intellettuali che hanno attraversato il ‘900. E spesso, era proprio esplorando il versante segreto del personaggio raccontato che riusciva a scoprire la sua vera essenza. Accompagnando sempre ai ricordi quel ghigno che Dacia Maraini interpretava come una sottolineatura “sprezzante della goffaggine degli amici”.      Le sue risate, in realtà, erano piccoli fari disseminati sulla strada di chi lo intercettava. Luci intermittenti pronte a rivelare la sua profonda timidezza, la sua sferzante e, al tempo stesso, delicata capacità di raccontare gli altri senza nulla nascondere. E, soprattutto, senza mai mettere in ombra loro per innalzare un...

The garden in the machine / Grattacieli e giardini

In un certo senso non esiste un’opposizione più marcata di quella tra grattacielo e giardino.  Il grattacielo rappresenta il punto culminante dell’architettura, uno slancio in alto più potente di qualsiasi verticalità di origine vegetale. In quanto iper-artefatto, il grattacielo si dà come simbolo vittorioso dell’uomo-costruttore. Un edificio di questo genere per reggere deve necessariamente essere artificio estremo, struttura, cemento armato, accumulo di materiali sapientemente assemblati.  Al contrario, il giardino, anche nei rari casi in cui assuma una forma prevalentemente minerale, è una metonimia della natura. Per essere considerato un giardino, deve rimanere vivo e capace di cambiare sostanza e forma, senza perdere la sua natura. I giardini evolvono incessantemente, e questa loro mutabilità garantisce la loro identità e il loro fascino eterotopico.      La storia dell’edificazione della superficie terrestre in senso lato è stata evidentemente caratterizzata dalla coabitazione tra artefatti architettonici e giardini. Tale tradizione va dal modello mitico dei giardini pensili di babilonica memoria al giardinetto altolocato di Pienza, dove la (pseudo...

Gli Usa verso le elezioni / L’uragano Laura e Trump

La sera dopo l’uragano l’aria profuma di foglie, erba, acqua. Al tramonto, quando il vento si quieta, esco di casa. Un sole beffardo illumina un disastro di case sfondate, alberi in briciole, macchine accartocciate. Mi faccio strada fra i vetri e i detriti. Una ragazza piange accanto al rottame di una Honda nera. Un uomo mi saluta dal portico di una casa senza più tetto. Gli sorrido ma ho un groppo in gola.  Non ho mai visto niente del genere, il nord della Louisiana non è zona di uragani. Eppure Laura ce l’ha fatta. Dopo aver massacrato la costa, ha risalito di furia lo stato, il confinante Texas e all’alba ci è piombata addosso. È stata una giornata di buio e venti furibondi, pioggia e schianti assordanti. L’uragano più potente a toccare terra dal 1856. Quand’è arrivata quassù, si era mutata in tempesta tropicale. È stata la nostra fortuna, poteva andare peggio.  Ci sono paesi bastonati da Dio e da tempo la Louisiana è fra i suoi bersagli favoriti. Negli anni ci ha dato l’uragano Katrina, lo sversamento di petrolio nel Golfo, raffiche di tempeste tropicali, un’epidemia di Covid 19 fra le più aggressive e mortifere. Ho smesso di sorridere quando davanti all’emergenza il...

Tornare a scuola / Didattica del virus

Siccome mi rivolgo agli insegnanti, alla vigilia di un anno scolastico che sarà tra i più difficili e incerti, mi preme innanzitutto chiarire che cosa ci accomuna tutti in quanto insegnanti. Ciò che condividiamo è una “pratica”: l’insegnamento. Ciò che, in quanto insegnanti, sappiamo del nostro mestiere, sebbene esitiamo talvolta a confessarlo pubblicamente, è che la nostra pratica non si definisce a partire dai suoi contenuti (se non derivatamente) e che non si risolve nella trasmissione degli stessi “alla più alta velocità consentita dal canale” (se non derivatamente). A definire quello che facciamo non è ciò che facciamo ma come lo facciamo. Per questo l’assegnazione dell’insegnamento al dominio delle “pratiche” (o delle “arti” nel senso greco delle technai) risulta pertinente. Il come insegnare la scienza pedagogica lo chiama “didattica”. Nei dipartimenti di scienze della formazione la didattica è oggetto di uno specifico insegnamento. In quanto insegnanti che si sono fatti le ossa sul campo, noi però sappiamo che la didattica non è una metodologia che si possa insegnare separatamente. La didattica non è cioè una propedeutica all’insegnamento (da filosofo, aggiungo poi che una...

Una conversazione / Joachim Schmid: cataloghi caotici

Sara Benaglia, Mauro Zanchi: Nel 1989 Lei ha dichiarato «Nessuna nuova fotografia finché non siano state utilizzate quelle già esistenti!». Quest’ottica “ecologica” in un contesto in cui la proliferazione di immagini è iper-accelerata come ha cambiato il suo modo di pensare la fotografia, anche dei grandi autori? Perché qualche anno più tardi ha affermato «Per favore non smettete di fotografare»? E che cosa direbbe oggi?   Joachim Schmid, The Artist’s Model, 2016, courtesy of P420, ph C. Favero   Joachim Schmid: Il primo slogan è stato il titolo provocatorio di un saggio sull'enorme sovrapproduzione in fotografia, che indicava le masse di immagini esistenti che sono potenziali materie prime per tutti i tipi di opere. Questo in un momento in cui una nuova generazione di fotografi si batteva per far riconoscere la fotografia come una forma d'arte a tutti gli effetti legittima. Avevo forti dubbi su questo approccio incentrato sulla macchina fotografica. E a quanto pare il mio titolo era una frase così orecchiabile che da allora mi perseguita.  La seconda è la ricostruzione di un'istantanea trovata. L'ho usato come una sorta di motto per il mio Bilderbuch, che si...

Tre lezioni del Covid ai critici teatrali / Non è facile tornare in scena

Non è facile tornare. Nel ritorno agli spettacoli post-lockdown, molti insospettabili critici, a voce o magari in un articolo, hanno confessato un brivido di piacere, ma quasi sempre, subito dopo, si sono ritratti in una qualche forma di excusatio non petita, per un riflesso automatico che sapeva di vergogna, di imbarazzo. Il tono si faceva minore, qualche distinguo zoppicava tra le righe. Anche queste parole lo sono, un'excusatio. Lo confesso: ho avuto il cuore allagato dalla bella luce dorata di luglio, dagli sguardi che correvano fra i danzatori di Alessandro Sciarroni al teatro India, e un tremito mi ha preso al Crucifixus rossiniano in Piazza del Popolo a Pesaro, alla riapertura del ROF – segnatamente sulle parole «Passus, passus et sepultus est», quando il soprano ha scelto di spostare la presa di fiato dopo il primo "passus", legandolo alla frase precedente.  Ma per essere sinceri con sé stessi, oltre ad ammettere il brivido bisogna chiedersi da dove siano venuti anche quella vergogna e quell'imbarazzo. Il sospetto è che siano legati al conflitto tra la gioia innegabile della bellezza ritrovata, che ci fa godere in forma intima, come una liberazione, in fondo un...

Il dilagare della cancel culture / Basta. Ti cancello

È censura. No, attivismo. Uccide lo scambio di idee. Non c’è mai stata tanta libertà. È ricatto. È responsabilità. Il bello della cancel culture, la figlia più rissosa dei social media, quella di cui più si discute, è che inchiodarla a un’etichetta è impossibile – contiene tutto e il suo contrario. Invece di domandarsi cos’è vale allora la pena guardarla in azione. Perché la sola certezza è che in quest’estate americana sta scardinando il discorso pubblico.  Mentre le manifestazioni per la giustizia sociale infiammano il paese e le statue razziste sono fatte a pezzi, sulle piattaforme social finisce infatti nel mirino chiunque – individuo, azienda, istituzione – si macchi di discriminazione, pregiudizio, odio. Per i colpevoli o presunti tali la pena è la messa al bando, la cancellazione. E dal virtuale al reale il passo è breve.  Per ogni reputazione che va in briciole su Twitter, ci sono una carriera, un lavoro o un business che minacciano di andare in fumo. Le opinioni si pagano e spesso a caro prezzo. È la regola della cancel culture e il suo snodo più problematico.    L’atto di “togliere supporto a figure pubbliche in risposta a loro comportamenti...

Ci siamo ancora / Ester Safran Foer. La memoria è l'inizio

Negli anni Novanta, dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, si cominciarono a vedere in Ucraina e Lituania file di uomini vestiti strambamente di nero, con grandi cappelli, oppure anziani signori, per lo più americani, che giravano per i più sperduti villaggi esibendo ingiallite foto di loro parenti e chiedendo informazioni su luoghi cancellati dalla furia nazista e indicazioni sul bosco dove avrebbero potuto esser state ammazzate e sepolte le persone delle loro famiglie. Da queste nacque una singolare attività turistica con autisti, interpreti, improvvisati storici locali che “aiutavano” gli stranieri nelle loro ricerche, guadagnando considerevoli somme. Nel 1999 il giovane scrittore Jonatahan Safran Foer (1977), si recò in Ucraina per scrivere la sua tesi per l’Università di Princeton ma, in realtà, per fare delle ricerche sul campo sul destino dei suoi parenti. L’insuccesso della spedizione lo ha raccontato, con molta autoironia, in un bel romanzo che ha avuto molto successo: Everything Is Illuminated (Ogni cosa è illuminata, Guanda 2002), dal quale è stato tratto il tragicomico, e omonimo, film con la regia di Liev Schreiber (2005).   Il romanzo racconta di un giovane...

Speciale Fellini / Bidoni, narratori e contaballe

Il bidone è un film girato nel 1955, scritto da Fellini con Ennio Flaiano e Tullio Pinelli. Per chi non lo conoscesse (e io fino a pochi giorni fa ero tra questi) darò alcune coordinate: Il bidone segue Lo sceicco bianco (1952), I vitelloni (1953) e La strada (1954). Due anni dopo Fellini girerà Le notti di Cabiria, e cinque anni dopo La dolce vita. 8 ½ uscirà nel 1963. Numerose le assonanze con i film precedenti (soprattutto con La strada) e con quelli futuri (soprattutto con 8 ½). Girato in bianco e nero, Il bidone è un film dall’anima notturna, e il sole che appare nel centro di Roma o nelle sue periferie desolate è ancora più inquietante. Narra la storia di un gruppo di truffatori che ha deciso di vivere alle spalle dei più sprovveduti, che naturalmente sono anche i più miserabili. “I miserabili” sarebbe stato un buon titolo alternativo, se non fosse già stato scelto da altri. Miserabili, cialtroni, farabutti, italianissimi. La guerra è ancora vicina anche se nessuno ne parla, rimossa radicalmente e sparita nel buio passato. Siamo in un momento di transito, nel pre-boom. La miseria di quasi tutti è palpabile, il centro di Roma è circondato da una casba di baracche...

Il Covid glamour di Instagram

L’ovale (forse) smunto e febbricitante è ripreso dall’alto, in primo piano, mascherato da scintillii e lentiggini, e incorniciato da perfette messe in piega. Alla base della schermata ogni tanto compare una freccetta, quella dello swipe up, che invita il follower a raggiungere uno spazio del consumo, per approfittare di buoni sconto così convenienti che sembrano derivare dalla scarsa lucidità dovuta alla “malattia”. Sto parlando del nuovo schema ricorrente del discorso della salute instagrammabile, quello attuato dall’ultima ondata di malati di Covid-19, la più patinata e glamour, nata dai bagordi di Ferragosto in Costa Smeralda. Un esercito di starlette, tronisti, influencer che sicuramente ritroveremo in autunno con l’occhio umido e il sedere ben ancorato nel salotto della patrona Barbara D’Urso, a raccontare la loro odissea con “il Corona”… non Fabrizio, ma il virus.    In realtà, almeno da quanto traspare dalla Instagram-realtà, i contagiati di lusso non sembrano passarsela tanto male, non versano in condizioni critiche e non sono ricoverati in terapia intensiva. Lo spazio della malattia è quello casalingo, dove ci si può facilmente rendere presentabili e all’altezza...

Diario 12 / Deprimere il mare

Ho rimesso piede su una spiaggia dopo tre anni. Il mare in estate non ha mai avuto una buona influenza sulla mia salute. Se voglio rendere il modo in cui percepisco il mare devo ricorrere a Pascal: “Il re è attorniato da persone che non pensano che a divertirlo e a impedirgli di pensare a se stesso. Perché diventa infelice, per quanto sia re, se vi pensa”. L’uomo ha il potere sugli elementi della natura. Questo potere non è tale solo quando ne condiziona materialmente gli effetti, è un potere che esercita con la sua sola presenza, col modo di pensare a quegli elementi. Così il mare, all’apparenza, non basta a se stesso, ma è in relazione a noi che lo contempliamo. Ovviamente è un inganno che ci autoinfliggiamo in quanto uomini, perché il mare basta a se stesso in ogni momento del tempo, così come bastava a se stesso quando gli uomini ancora non esistevano.   Ma la sola presenza dell’uomo, e quindi la sola presenza di me che rimetto piede su una spiaggia dopo tre anni, trasforma il mare nel re. Dunque osservo tutti gli uomini che sonnecchiano sulla riva del mare, e tutti gli uomini che si sbracciano tra le onde del mare, e penso che tutti gli uomini vivano il mare come...

Scarabocchi 2020 / La via del Disegno Brutto

Dal 18 al 20 settembre torniamo con Scarabocchi: distanti e cauti con il nostro festival a Novara. Lo abbiamo pensato con lezioni online e laboratori, per bimbi sopratutto, in presenza. Per esserci. con i corpi, che è il tema di questa edizione. Qui il programma.    1 L'inizio Tutto nasce da un punto.  L’universo stesso in cui siamo immersi e di cui siamo parte attiva e vivente, nasce dall’espansione ininterrotta di un punto astronomico, fatto di energia compressa e di materia condensata.  Lì stava il Tutto quando era conoscibile con un solo sguardo.  Bastava un battito di ciglia per vedere ogni cosa, ma le ciglia non esistevano ancora. La vita nel cosmo si generò da un primo impercettibile movimento, come se una sorta di smania facesse vibrare di impazienza la materia.   Tutto nasce da un piccolo segno, da un unico tratto, da un movimento della mano, da un’intenzione della mente, da una scintilla dell’ispirazione, da una figura dell’immaginazione, da una voglia di agire che da sempre ci muove e mai si esaurisce. Da quell’unico segno originario, da quella prima motivazione, sembra muoversi uno "spirito creatore” che in un continuo e...

Estate in città / Irma Bandiera

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27 agosto 1950 / Pavese: Walt Whitman primo amore

I. Il 20 giugno 1930, ancora ventunenne, Cesare Pavese si laureò in lettere all’Università di Torino con una tesi intitolata Interpretazione della poesia di Walt Whitman. L’incontro con le Leaves of Grass risaliva agli ultimi anni del liceo, come dimostrano alcune lettere a Tullio Pinelli. In una missiva del 1° agosto 1926, leggiamo per esempio: «Io, in questi boschi, mi esalto di Walt Whitman», mentre un’altra, del 19 settembre successivo, recita: «Ora io, non so se sia l’influenza di Walt Whitman, ma darei 27 campagne per una città come Torino» (Lettere 1924-1944, Einaudi, Torino 1966). Ciò spiega perché, sebbene il giovane studioso restasse profondamente colpito dal corso biennale di letterature e lingue classiche comparate tenuto da Augusto Rostagni, le sue preferenze si volsero ben presto verso quello di letteratura inglese. La discussione della tesi, tuttavia, risultò piuttosto problematica, dato che all’ultimo momento il professore di tale materia, Federico Olivero, non si presentò alla seduta di laurea. A subentrargli, su sollecitazione di Leone Ginzburg, fu uno fra i più valenti francesisti italiani, Ferdinando Neri. Secondo alcuni critici (a cominciare da Davide Lajolo,...

A 250 anni dalla nascita / Hegel e Hölderlin. I giovani che volevano la mitologia al potere

Il 27 agosto di duecentocinquant’anni fa nasce a Stoccarda Hegel. Alcuni mesi prima, il 20 marzo, è nato a Lauffen am Neckar, nello stesso principato del Württemberg, Hölderlin. I destini del più grande filosofo dell’idealismo tedesco e del più grande poeta del Romanticismo tedesco s’incrociano, dal 1788, all’università, nel Seminario teologico protestante di Tubinga, dove stringono una forte e profonda amicizia, che, successivamente, sarà estesa a un altro compagno di studi, più giovane di cinque anni, precoce e geniale, quando questi farà il suo ingresso nello Stift: Schelling. Il carteggio mai interrotto tra i tre, negli anni in cui, subito dopo la laurea, si avventurano nel lavoro precario di precettori, in diverse città (non senza nuovi ricongiungimenti momentanei: prima tra Hegel e Hölderlin, a Francoforte; poi tra Hegel e Schelling, a Jena) testimonia di questa amicizia fraterna che si nutre della condivisione di idee, speranze e progetti e, forse, del sentimento di corrispondere a una missione generazionale. Il cemento iniziale dell’amicizia è, infatti, il fervore per le idee della Rivoluzione francese, coltivate in un club politico nato segretamente nello Stift di Tubinga...

Un ritratto / I 107 anni di Boris Pahor

Per festeggiare i suoi 107 anni, lucidi e combattivi, il 26 agosto, Boris Pahor toglierà a pranzo la sua coppola beige, che gli tiene riparata la testa e da cui non si separa mai. Se ne spoglia poche volte in pubblico, in occasioni speciali, come quando, il 13 luglio scorso, ha ricevuto nella prefettura della sua Trieste dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella la Gran Croce al merito, e un’onorificenza omologa dal Capo dello Stato sloveno, Borut Pahor, nel rispetto della sua duplice identità di cittadino triestino di nazionalità slovena, come tiene ossessivamente a precisare. Per lui, infatti, l’identità nazionale è ed è stata questione di vita e di morte.  Un copricapo simile, ma verde, lo indossa anche d’inverno per difendersi dalla bora, con una sciarpa rossa, altro oggetto indispensabile allo scrittore anche d’estate. Quel pezzo di stoffa lisa, che nel gelo gli ripara la gola, serve anche nei mesi estivi per tenere al caldo le giunture: “Il corpo è l’unica cosa che abbiamo” ripete, memore della sua esperienza da prigioniero politico, che lo ha costretto per quasi due anni a peregrinare in cinque campi di concentramento: Natzweiler, Dachau, Dora, Harzungen e...

Diario 11 / Assomigliare alla pietra

Mi trovo tra le montagne della Valsugana, il giorno di Ferragosto, all’ora del tramonto. C’è un gruppo di amici in un giardino, siamo seduti ad ascoltare musica. Una luce ardente si posa sui boschi circostanti, sulla parete di rocce che delimita il confine del giardino, sulla vigna del terreno adiacente, sui cani che giocano a rincorrersi nel prato. In un istante i colori del cielo mi appaiono in tutta la loro irrealtà, il cielo è effettivamente un altro luogo rispetto alla terra, un gigantesco varco su altri mondi irraggiungibili, come le fauci spalancate di un grosso cane. La padrona di casa canta con gli occhi chiusi in una sorta di beatitudine misteriosa. Distendo le gambe e stringo appena le palpebre per mettere meglio a fuoco l’istante che sto vivendo. Il tempo è rallentato, non conosco né stanchezza né tristezza, ma solo il piccolo incanto che si prova leggendo certe descrizioni maestose della natura, o contemplando un paesaggio di Constable. Ho la netta impressione che l’immagine delimiti la realtà, ma che non sia la realtà. Ciò che vedo è come quei giganteschi teli che ricoprono gli edifici storici in via di restauro sui quali è stampata una raffigurazione del palazzo, in...

Marche / Osvaldo Licini e la regione delle Madri

Bella e importante la mostra in corso nelle Marche del sud intitolata “La regione delle madri”, incentrata sul rapporto strettissimo fra il lavoro di Osvaldo Licini e il suo paesaggio. Bella perché ricca, con le opere inserite in un percorso che si snoda dal Centro Studi alla casa dell'artista (ottimamente ristrutturata qualche anno fa con un sapiente recupero), e importante perché significativa per comprendere il prima, la base, il lavoro di elaborazione su cui poggia il salto verso il figurativismo fantastico per cui è famosissimo e amato in tutto il mondo il pittore marchigiano e che, qui, può apparire come l'ancoraggio al terreno prima di spiccare il balzo verso i cieli, i voli, i sogni, le visioni e gli enigmi suoi caratteristici.  Ed è un viaggio da compiere, quello verso Monte Vidon Corrado, paese natale dell'artista (Licini ne fu anche sindaco nel dopoguerra), perché già nell'addentrarsi fra valli e colline in questa estate 2020 particolarmente spettacolare per il giallo dei girasoli e il verdone dei prati, fra dolci curve e ombre improvvise di alberi dalle chiome molte fitte, ci si prepara all'incontro con i quadri che quei paesaggi raccont ano (non si può non...