Categorie

Elenco articoli con tag:

Memoria

(3,517 risultati)

Incontro con il regista premio Oscar / Oliver Stone, l’America e noi

“La mia è anche una storia di fallimenti”. Oliver Stone, 74 anni da poco, sembra incarnare l’essenza stessa dell’America, capace di grandi cadute e di improvvise resurrezioni, sia che si guardi al destino degli ultimi della piramide sociale statunitense che alle trame ordite dal potere nei grattacieli che svettano nelle sue metropoli. In questa oscillazione – che non risparmia nessuno – si situa la cinematografia del regista nato a New York, tra i pochi a perseguire un’ostinata ricerca nell’intrico della verità, nell’epoca dello svuotamento della centralità del reale in favore dell’interpretazione e della manipolazione operata dai supporti tecnologici, tema cardine di molte pellicole di Stone, dall’amato/odiato Natural Born Killers (1994) all’ultimo Snowden (2016). E proprio in questa direzione si possono scorrere le pagine di Cercando la luce, l’autobiografia firmata dal regista americano ed edita da La nave di Teseo, un taccuino intimo che, mostrando una storia personale, restituisce la scatola nera dei sussulti dell’America dagli anni Cinquanta ad oggi, in un ritratto dolceamaro dell’American Dream che prevede, prima del successo arrivato nel 1986 con Platoon, l’anticamera...

Vita irreale / Un tragico maestro: Mandel'štam

La pubblicazione di Lettere a Nadja e agli altri. 1919-1938 (Macerata, Giometti & Antonello, 2020, a cura di Maria Gatti Racah: d’ora in poi EM) offre l’occasione di ripercorrere il destino tragico e l’opera letteraria di un poeta che ha fondato la letteratura poetica del Novecento. Osip Emil’evic Mandel'štam nasce a Varsavia (all'epoca parte dell'Impero russo) da una famiglia ebraica benestante, che dopo la sua nascita si trasferisce a Pavlovsk, non lontano da San Pietroburgo, dove si diploma nel 1907. In ottobre si trasferisce a Parigi, dove frequenta corsi alla Sorbonne, e inizia a scrivere versi e prose. Dal 1909 frequenta la celebre “Torre” di Vjačeslav Ivanov e ubblica i suoi primi versi. Nel 1911 aderisce alla "Gilda dei poeti", e partecipa alla formazione del movimento dell'Acmeismo, del cui manifesto è uno degli autori. Nello stesso anno pubblica la sua prima raccolta di poesie, Kamen’ (Pietra).   Legge i suoi testi al “Cabaret del cane randagio” e conosce Aleksandr Blok e Benedikt Livšic e frequenta Marina Cvetaeva e Anna Achmatova. A Kiev, nel 1919, conosce la pittrice Nadežda Jakovlevna Chazina, sua futura moglie. Nel 1922, a...

Futuro / Hao Jingfang, Pechino pieghevole

Leggendo Pechino pieghevole, novella che apre l’omonima raccolta di racconti di Hao Jingfang – Add Editore, traduzione di Silvia Pozzi – davanti all’impressionante dispiegamento e ripiegamento di enormi volumi edificati, non ho potuto che pensare al tesseract. Il tesseract, o tesseratto, è un oggetto geometrico ipotetico a quattro dimensioni: aprendolo nella realtà tridimensionale a noi conosciuta si ottiene un manufatto formato da otto cubi disposti a croce, analogamente a quel che succede a un cubo, oggetto tridimensionale, quando le sue facce vengono aperte e distese su una pagina a formare una croce di sei quadrati, bidimensionale. La casa nuova è un racconto di fantascienza scritto negli anni cinquanta da Robert Heinlein, inserito in quella splendida antologia Le meraviglie del possibile che mi aprì le porte, ero giovanetto, della fantascienza. L’architetto e i suoi committenti entrano in visita alla villa appena costruita come un tesseract, quando un terremoto la scuote e l’edificio si richiude su se stesso, imprigionandoli nella quarta dimensione, ma i nostri eroi torneranno infine al mondo che conosciamo. Nella Pechino pieghevole di Hao Jingfang a intervalli regolari...

Chi vogliamo diventare / Tempo incerto

Non fa per noi. La nostra specie non è fatta per vivere nell’incertezza. In coda per una visita medica, in coda per una denuncia – segni della ripresa del movimento urbano – è il refrain che si ripete di bocca in bocca.  Si sta come/d’autunno/sugli alberi/le foglie. A inizio anno, perché da tempo è la fine dell’estate il nostro capodanno, forse a unirci è proprio il si sta della poesia di Ungaretti. A molti insegnanti pareva il giusto inizio, perché, fino al 1977, si entrava in classe a ottobre. Nessuno spiegava agli alunni delle elementari che era stata scritta in trincea, nel 1918, nel bosco di Courton, tantomeno si parlava della tradizione poetica che paragona la condizione umana a quella delle foglie. L’accento era tutto su quel d’autunno, accompagnato spesso dal temutissimo disegno delle foglie. Anche il titolo, Soldati, era raramente ricordato. In una prima versione il poeta aveva pensato a Militari. Militari come militanti di una condizione umana che noi ora, nel tempo della pandemia, avvertiamo come un incessante cambiamento di stato. Quasi di status, se pensiamo al rapporto con l’animale e il naturale.   Si avanza incerti, uno sguardo al grafico saliscendi...

6 ottobre 1920 - 6 ottobre 2020 / Vico Magistretti il lord di architettura e design

Vico Magistretti (1920 - 2006) appartiene a una vera e propria dinastia di architetti milanesi. Suo bisavolo è stato infatti quel Gaetano Besia (1781-1871), allievo del grande Giacomo Albertolli – a cui successe pure come direttore della commissione d'ornato – che ha costruito molti palazzi nobiliari in città, tra i quali Palazzo Archinto, in Via Passione, uno dei rari esempi della sopravvissuta architettura tardo neoclassica meneghina, già sede del Collegio delle Fanciulle, oggi Educandato Statale. C'è poi stato suo padre, Pier Giulio (1891-1945) anch'egli distintosi per la prolificità professionale, soprattutto fra gli anni venti e trenta del novecento, coautore, tra l'altro, con Piero Portaluppi, Giovanni Muzio ed Enrico Griffini, del Palazzo dell’Arengario di piazza del Duomo, ora sede del Museo del Novecento.  Dopo il diploma al Parini, Vico si iscrive al Politecnico, e lì si forma con Portaluppi e con Gio Ponti; tuttavia, come ha dichiarato egli stesso, è stato Ernesto Nathan Rogers il suo vero maestro, del quale apprezzava l'idea di una architettura moderna in continuità con la trazione (“Casabella-Continuità" si chiamò infatti la rivista quando, dal 1954 al 1965...

Ricette immateriali / Il Vesuvio e il piennolo

Trattasi di ricetta immateriale atipica del nostro presente, ovvero il pomodorino del piennolo come punto di partenza per infinite ricette materiali e per raccontare molto più di una tradizione Le pendici del Vesuvio, qui a Boscotrecase, dominano e digradano dolcemente su Pompei e Torre Annunziata. Dal borgo rurale di Casavitelli, insieme alla penisola sorrentina e a tutto l’agro nocerino-sarnese, si intravvedono Capri e il Golfo di Castellammare. I monti Lattari, poi, i non lontani Picentini, racchiudono, in questa valle dalla densità abitativa altissima, con picchi di duemila residenti per chilometro quadrato, una popolazione più numerosa di città come Firenze o Bologna sommate al loro hinterland.    Certo, il Vesuvio porta alla mente Plinio, o il Leopardi della Ginestra, ma forse il paesaggio che attraverso in questa giornata, la distesa di serre e fabbriche, di orti e palazzine, la conurbazione di paesi e città senza soluzione di continuità all’orizzonte, fa pensare più di tutto a quel capolavoro della letteratura sul Meridione e l’Italia che è Donnarumma all’assalto di Ottieri. Un po’ come lo psicologo-protagonista del romanzo, scrutare questa valle dalle...

Ottiero Ottieri / Assalto alla psiche

Immaginiamo un supermercato in cui sia esplosa una bomba e tutti i prodotti siano stati sbalzati dai loro ordinati scaffali e proiettati ovunque e mescolati in una completa follia merceologica. Come prima dell’esplosione c’è tutto, ma la fruibilità dei prodotti, diciamo, è diventata estremamente complessa se non impossibile. Deve essere così che appare la realtà a chi varca la porta di una clinica psichiatrica da paziente. Se poi questo paziente è un sofisticato scrittore che decide di scrivere di quell’esperienza in presa diretta durante tutto il lungo ricovero, la dolorosa farraginosità della malattia mentale diventa necessariamente la semantica del suo scritto. Leggi e sbatti materialmente contro il suo senso di soffocamento, di sperdimento, di annientamento nel “niente” della nevrosi depressiva, malattia che nel 1970 spinse Ottiero Ottieri, a quarantasei anni, a scegliere il ricovero volontario per un anno in una clinica svizzera per uscire dal dramma di una depressione che non si risolveva. Da quell’esperienza nacque Il campo di concentrazione, pubblicato da Bompiani nel 1972 (Premio Selezione Campiello), da Marsilio nel 1984 e ora riedito da Guanda.    “Avvicinarsi...

La scena rap balcanica in Svizzera / Gli scarpini di Shaqiri e il rap

Il 22 giugno del 2018 la nazionale svizzera e quella serba si sfidarono a Kaliningrad, in Russia, per il secondo turno della fase a gironi dei Campionati del Mondo di Calcio. Sotto di una rete dopo appena cinque minuti di gioco, gli svizzeri finirono con l’imporsi col risultato di due a uno grazie alle reti di Granit Xhaka (52.esimo del secondo tempo) e Xherdan Shaqiri (azione in contropiede al novantesimo minuto). Entrambi i giocatori, nell’atto di esultare per il gol realizzato, mimarono con le mani l’aquila a due teste della bandiera albanese, un gesto che provocò un mezzo incidente diplomatico fra Serbia e Svizzera e spiazzò quei tifosi svizzeri che credevano di aver vinto solo una partita di calcio: la bandiera albanese?, l’aquila a due teste?, che diamine significa?   Granit Xhaka e Xherdan Shaqiri sono due dei giocatori di punta della nazionale svizzera di calcio. Attalmente militano in squadre inglesi (il primo nell’Arsenal, il secondo nel Liverpool), ed entrambi sono di origini kosovare (Xhaka è nato a Basilea; Shaqiri a Gjilan, in Kosovo, ma è giunto in Svizzera in tenera età). Nella nazionale svizzera dei mondiali 2018 diretta da Vladimir Petković (bosniaco...

Sciarà / Mancùsu

Aggettivo che in alcuni dialetti irpini indica un luogo esposto a settentrione, al riparo dal sole. Una terra mancosa è una terra povera, che dà pochi frutti. Ma è anche una terra dove trovare refrigerio nelle ore più calde. Il termine, che sulle prime parrebbe avere la stessa radice di mancare, deriva in realtà dal fatto che il nord è situato a sinistra, dunque a manca, del sole quando sorge.

Coleotteri / Ernst Jünger, Primo Levi e gli eredi del pianeta

Tutto comincia con un regalo del padre. Ernst e il fratello Friedrich Georg ricevono nell’ordine: una rete, vari aghi, una bottiglia per contenere la preda, una cesta rivestita di torba sul fondo e foderata di carta lucida all’interno. Così potranno agire con maggior perizia e abilità nei dintorni della loro casa di famiglia a Rehburg, in Germania, posta all’interno di un distretto forestale. Da questo momento sono diventati dei “cacciatori sottili” e andranno inseguendo insetti e altri animali per boschi e prati. Sono aspiranti entomologi. Secondo quanto scriverà decenni dopo Ernst diventato sessantenne, essere cacciati, poiché chi osserva è a sua volta osservato. Nella caccia, scrive, la domanda sul senso dell’inseguimento è sempre d’obbligo.      Ernst non è altro che Ernst Jünger. Sta raccontando la storia della sua passione per gli insetti in un libro, Cacce sottili, publicato in Germania nel 1980, magnificamente tradotto da Alessandra Iadicicco per Guanda nel 1997, oggi purtroppo introvabile. Jünger è il celeberrimo autore di Nelle tempeste d’acciaio (1920), uno dei testi fondamentali sulla Prima guerra mondiale, e della Mobilitazione totale (1930), una delle...

Andrea Cortellessa / Manganelli ai Raggi X

Il 28 maggio 1990 moriva Giorgio Manganelli. Sono passati 30 anni tondi tondi: una cifra da candeline, visto che “del Manga curiosamente si commemora sempre la morte, mai la nascita”. Muove da questa constatazione il volume che Andrea Cortellessa ha allestito per festeggiare degnamente l’anniversario: Il libro è altrove. Ventisei piccole monografie su Giorgio Manganelli (Luca Sossella Editore, maggio 2020). Un cadeau prelibato, a tanti strati quanti sono – omaggio del caso all’arbitrarietà rigorosa cara a Manganelli – i contributi extravaganti che Cortellessa ha dedicato al suo autore-guida nel corso del tempo e che qui riunisce: 25 pezzi ‘minori’ (recensioni, interviste, editoriali, minori in effetti solo per lunghezza) apparecchiati in 25 anni di scrittura critica + 1 composto per l’occasione. 26 saggi dunque (cinti da una premessa e da una fittissima rete di note) che si dispongono – altro regalo al Manga – in ordine alfabetico: A come America, B come Biografia, C come Cina, … Un vocabolario essenziale – nel senso che punta in breve all’essenza – per accedere al multiverso Giorgio Manganelli.     Come forse farebbe il Manga, cercando prima l’eccezione che conferma la...

L’intermittenza di una vita / Perché gli individui non esistono

Ci sono immagini che si imprimono in maniera indimenticabile nel nostro ricordo. Per esempio la luce di un volto, il lampo di un sorriso. Anche quando non ne conosciamo il nome, un volto o un sorriso diventano l’evidenza stessa che esprime l’unicità di quella donna, di quell’uomo, di un certo momento. Eppure capita anche che quei tratti così caratteristici scorrano come sabbia tra le dita di un pugno chiuso, quando cerchiamo di richiamare una particolare espressione o un sorriso inconfondibile. La nostra memoria, a cui il ricordo di un determinato volto appartiene, fallisce nell’impresa di rendercelo più vicino, più nostro. In quel momento è come se il presente e il passato fossero onde che continuano a mescolarsi, confondendosi. Anche nelle immagini più memorabili qualcosa tremola, cede il passo, non si lascia pienamente riattualizzare. Per quanto sappiamo che sia lì, contenuto e anzi impresso nella nostra memoria, resta confuso, fuori fuoco. Forse perché nessun volto fissato in immagine è mai statico: la sua presenza è attraversata da una corrente contraria che ne allontana da noi il sembiante, pur tenendocelo sempre davanti agli occhi.   I ricordi così come le immagini che...

Carteggi amorosi / “Una tua lettera è una festa”: Vladimir Majakovskij e Lili Brik

«La data più felice»: così Majakovskij definisce nella sua autobiografia il giorno in cui conosce Lili e Osip Brik. È una sera di fine luglio del 1915. Lili ha 24 anni, è sposata con Osip Brik e vive a Pietrogrado. È appena tornata da Mosca, dal funerale del padre, morto di cancro. Majakovskij, «bello, ventiduenne», è in stretti rapporti con Elsa, la sorella di Lili, ed è di ritorno dalla Finlandia. Quella sera di fine luglio, a casa di Lili e Osip Brik, Majakovskij viene esortato da Elsa a leggere La nuvola in calzoni. Lui non si fa pregare e dopo aver dato una rapida occhiata a un quadernino estratto dalla tasca della giacca e poi subito rimesso a posto, comincia a declamare il suo tetrattico, fissando il vuoto e senza mai cambiare posizione. L’uditorio è ammutolito, trattiene quasi il fiato, nessuno riesce a distogliere lo sguardo dal poeta fino alla fine, quando prorompe l’entusiasmo. Lili e Osip sono particolarmente ammirati: «Era ciò che sognavamo da tempo, ciò che aspettavamo» racconterà poi Lili alludendo all’insignificanza della poesia di quel periodo, e ripongono così tante speranze in quei versi che Osip finanzierà l’edizione del poema, pubblicato a settembre di quello...

“Siamo cittadini di lontano” / José Barrias e i “senza terra” del Novecento

Era uno degli ultimi vissuti nel destierro, l’esilio. Artista della memoria e del mondo, scomparso il 6 giugno scorso, José Barrias ha attraversato il nostro tempo con modestia e tenacia nell’affermare le sue idee, le sue creazioni. Creato, creature sono termini religiosi che lui, laico, ha tradotto in opere d’arte. Al centro ha posto la memoria. Come Proust, ha creduto che piccoli oggetti, la madeleine per Proust, l’uovo o la perla per Barrias, racchiudessero in sé una verità commovente che attraversa il tempo. Noi, i più caduchi, possiamo sopravvivere così. In questi oggetti raccolti, nel suo studio milanese, è depositata la sua memoria destinata a durare oltre lui stesso. Wunderkammer, la camera delle meraviglie presentata in mostra a Serralves nel 2011, riuniva oggetti, immagini, testi amati. Come tanti altri hanno fatto: tra cui lo scrittore Oran Pamuk nel suo bel Museo dell’innocenza del 2012. Lì era uno scrittore che raccoglieva oggetti di culto cui ha dedicato un intenso romanzo, qui un artista che fa degli oggetti e delle opere ereditati o solo trovati un “luogo del caos ordinato”. Le arti nei due casi, sconfinano. Non esistono dogane per il pensiero, ha annotato José...

Koko / L'horror di Peter Straub

Peter Straub è il più grande autore horror di cui non avete mai sentito parlare.  No, va bene, questo inizio ad effetto è vero solo in parte: perché se vi piace l’horror è impossibile che non abbiate sentito parlare di lui. Eppure c’è qualcosa di frustrante nel constatare che la fama di Straub, pure autore in passato di fortunatissimi bestseller, è oggi relegata all’ambito degli appassionati – soprattutto in Italia, dove, con l’eccezione di Ghost Story (1979, brevemente rimessa in catalogo da Bompiani nel 2013) e The Talisman (1984), scritto insieme a Stephen King, per trovare i suoi libri ci si è a lungo dovuti ridurre a esplorare le bancarelle dell’usato. Per fortuna Fanucci, da cinquant’anni baluardo degli appassionati di narrativa fantastica, ha deciso finalmente di sottrarre i lettori dall’impagabile ma non sempre agevole fardello della caccia libraia e di farsi carico della ripubblicazione di diverse opere di Straub. Il libro scelto per dare il via all’operazione è Koko (1988), e per ora sono stati annunciati Ghost Story e il velatamente lovecraftiano Mr. X (1999) (dispiace solo che per Koko sia stata lasciata da parte la copertina originale, i cui colori pastello non...

Biennale Latella quarto atto / Nascondi(no): contro la censura della scena italiana

È verde acido, imponente, pressoché intrasportabile, più di 550 pagine di parole in due lingue. È stato uno dei cuori pulsanti della Biennale Teatro di Venezia firmata da Antonio Latella.  Il catalogo nella sua opulenza fa da specchio a una selezione dedicata all’Italia e al suo teatro, nel delicato momento che segue il lockdown, la chiusura e poi la timida riapertura degli spazi. Costituito di dialoghi tra il direttore e il suo drammaturgo Federico Bellini, oltre che di autopresentazioni degli artisti convocati, gioca anche graficamente col titolo dato a questo quarto e ultimo atto della direzione artistica del regista: Nascondi (no), scritto in un giallo quasi illeggibile. Dopo la selezione dedicata alle registe (2017), all’attore e alle sue trasformazioni in performer (2018), alle drammaturgie (2019), in questo 2020 si dichiara, anche con quell’espediente, che la proposta dedicata alla scena nazionale sarà ampia, ampissima, contro la censura e la rimozione che il sistema attua, emarginando molte esperienze, dando spazio ai soliti noti, trascurando e a volte lasciando morire una creatività diffusa. Lo scrive anche, in altri termini, nella sua presentazione Mariangela...

Tra pubblico e privato / La rivoluzione di Eleanor Marx

Il primo riferimento storico di Miss Marx è l’anno della morte di Karl Marx, 1883; non ci sono altri cartelli o sovrimpressioni a illustrare il contesto. Susanna Nicchiarelli non vuole indirizzare il suo film verso la classica ricostruzione storica e preferisce concentrarsi subito su un poco noto rapporto padre/figlia. L’orazione funebre rappresentata sullo schermo è da parte di Eleanor Marx, detta Tussy, figlia più giovane del grande pensatore tedesco. Romola Garai, che dà il volto alla protagonista, guarda in camera come per presentare il suo personaggio a una platea che probabilmente non lo conosce e nel rivolgersi, per la prima ma non ultima volta, direttamente agli spettatori del film (oltreché alla piccola platea di astanti nella finzione cinematografica) accetta il ruolo subalterno di “figlia di”. Le sue parole sono dedicate quasi esclusivamente al rapporto di Karl con la moglie Jenny, celebrazione di un matrimonio felice nei sentimenti quanto travagliato economicamente; nelle frasi di Eleanor la politica quasi scompare innanzi all’aspetto più intimo e quotidiano di un uomo noto invece per il suo impegno sociale. Eleanor è erede di nome e di fatto del padre: il partito la...

Musica e idee / Beethoven, la Sinfonia come universo

A 250 anni dalla nascita – fu battezzato il 17 dicembre 1770 – Beethoven rimane, oltre le mode e i mutamenti negli stili e nel gusto, una delle figure più carismatiche, non solo della musica, ma in generale della cultura occidentale. Questo artista nato nell’età dei Lumi (appena 14 anni dopo Mozart) e vissuto nell’epoca della Rivoluzione francese, delle campagne napoleoniche, del Congresso di Vienna e della Restaurazione; questo contemporaneo di Hölderlin e di Hegel, come lui venuti al mondo nel portentoso 1770; questo figlio, com’è stato scritto, della filosofia – e soprattutto della morale – di Kant, gode oggi di una “riconoscibilità” che è il segnale più chiaro della sua universalità. Una condizione che è diventata quasi una mitologia, variamente ma non casualmente riconosciuta anche in numerose correnti “pop” e postmoderne del panorama non solo musicale contemporaneo. In questa mitologia le nove Sinfonie hanno guadagnato molto presto una posizione centrale, da ormai un secolo confermata e sostenuta non solo dal repertorio concertistico, dove hanno stabile preminenza, ma anche dal mercato prima discografico e ora digitale. Esse costituiscono, sia pure con diversa popolarità all...

Scomporre la madre / Alessandra Sarchi, Il dono di Antonia

Al centro della Pala Montefeltro, di Piero della Francesca, c’è un uovo bianco appeso con una catenella d’oro a una grossa conchiglia. Quest’ultima, di marmo bianco, ben visibile sopra le figure che occupano il dipinto, è incastonata all’interno di un’abside, anch’essa di marmo, da dove sembra proteggere la Vergine, mentre la espone allo sguardo degli osservatori, richiamandone la sagoma. Maria emerge dalla scena quasi staccandosi dalla tela; la valva sopra la sua testa, isolandone la figura, la risalta, facendola apparire in sovraimpressione, un effetto accentuato dal blu scuro dell’ampio e lungo mantello che le copre completamente le spalle, i fianchi e le gambe.  Riparata sotto l’elemento marino, seduta su un trono, la donna è centro e punto di fuga dell’intera composizione. Le estremità superiori della conchiglia sembrano lembi di stoffa alzati e inamidati che, a mo’ di tendine, fanno convergere l’attenzione di chi guarda l’opera verso il capo velato di Maria, verso i suoi occhi abbassati, le mani congiunte, fino ad arrivare al corpo del Bambino che giace sulle sue ginocchia, rigido come un morticino tolto dalla bara per l’ultimo saluto da parte della madre.   ...

Margaret Bourke-White: dalla diga all’arcolaio

Margaret Bourke-White si trova fuori dal suo studio, all’ultimo piano del Chrysler Building. Si sporge da un doccione a forma di gargoyle e impugna con disinvoltura una folding, una fotocamera di grande formato che permette un completo controllo già al momento dello scatto. La foto, realizzata dal suo assistente Oscar Graubner nel 1935, rende come meglio non si potrebbe i caratteri della fotografa: determinata, audace, eroica. È proprio così che vuole essere considerata dai contemporanei e anche dai posteri: una donna senza alcun timore reverenziale.    Non solo vuole essere guardata, vuole essere unica. “La mia vita e la mia carriera non hanno nulla di casuale. Tutto è stato accuratamente progettato”, scrive nella sua autobiografia intitolata Portrait of Myself. Complicità e spiazzamento sono le armi con le quali decide di promuovere sé stessa, a partire da quegli abiti eleganti, sempre alla moda, che ama indossare in ogni circostanza. Leggendario, ad esempio, è divenuto il panno della sua macchina fotografica in tinta con cappello, gonna e guanti. Tuttavia, per quanto abbia cercato di dare un’immagine di sé audace e al contempo raffinata, capace di intrattenere ospiti...

Danilo Montaldi / La letteratura della ligèra

Con il termine gergale leggera (dall’etimo controverso; anche ligèra, lingèra ecc.) si intendeva, fino a circa mezzo secolo fa, il circuito della vecchia malavita padana animato da pescatori di frodo, ricettatori, ex galeotti, macrò, contrabbandieri, ladri di polli, ambulanti e altri pittoreschi dropout attivi soprattutto tra Milano e il contado cremonese. Questo umile microcosmo canagliesco avrebbe trovato il proprio etnografo d’eccezione nel giovane Danilo Montaldi, «geniale figura di sociologo antiaccademico e va-nu-pieds, comunista eretico e attivista instancabile, irriducibile», che dalla metà degli anni ’50 avrebbe raccolto “sul campo”, dalla penna dei diretti interessati, le storie di vita di alcuni di questi antieroi della marginalità, poi introdotte e annotate nelle indimenticabili Autobiografie della leggera pubblicate una prima volta da Einaudi nel 1961. Nel suo recente libretto, Narratori della leggera. Danilo Montaldi e la letteratura dei marginali (Carocci), da cui proviene la didascalia di poco sopra, Fabrizio Bondi ha inteso tracciare una vera e propria «biografia» del capolavoro del sociologo cremonese: dai motivi ispiratori del progetto (il rapporto tra...

Attenzione / Sensibili alla vita

Chissà quale potenza rabdomante mi ha spinto questa estate a imbattermi in libri di filosofia che, una volta letti, si sono rivelati accomunati dal tema del sentire la vita. Forse l’inconsapevole onda lunga del lockdown che ho vissuto come eccessivamente pregno di tentativi, comprensibilissimi, di coprire il silenzio, saturando tempo e spazio con offerte culturali, bollettini della protezione civile, agenzie stampa, commenti, valutazioni, proiezioni sul futuro che avremmo affrontato, in un eterno ritorno dell’uguale che sembrava escogitato apposta per anestetizzare la vita e non prestare attenzione a quanto di nuovo stava accadendo. Iniziative di vario genere e interesse, alle quali ho preso parte anch’io, che certo avevano l’intento di essere d’aiuto a quanti fossero soli, spaesati e in condizioni di difficoltà emotive e relazionali, ma che mi sono non di meno parse anche modalità di copertura di quanto sentivamo, che, inascoltato, diveniva sempre più irrequieto, come chi non trova accoglienza, riconoscimento e ristoro. Tutto mi sembrava escogitato per zittire il silenzio che faceva da basso continuo nelle giornate della pandemia e che molti, ormai disabituati, trovavano...

San Lorenzo / Le navi dei re magi

Ogni parola, ogni frase dei vangeli è stata sottoposta nei secoli a un’indagine stratificata, un’interpretazione resa più complessa dalle diverse lingue implicate e dalle necessarie traduzioni: occorreva coglierne prima di tutto il significato letterale, poi i rimandi simbolici e allegorici, i riferimenti storici, i richiami all’Antico Testamento. Ma non di rado tutto lo sforzo interpretativo veniva (e viene) deluso dalla concisione del testo; è quello che accade per una frase del vangelo di Matteo (2.12): “per un’altra strada fecero ritorno al loro paese” (per aliam viam reversi sunt in regionem suam). L’evangelista sta parlando dei Magi, protagonisti di un breve racconto che nei vangeli apocrifi e negli interpreti dal medioevo in poi si allarga e si arricchisce di vicende, luoghi e atmosfere lontane; uno straordinario condensarsi di leggende riassunto pochi anni fa da Franco Cardini (I re Magi, leggenda cristiana e mito pagano tra Oriente e Occidente). Matteo – l’unico degli evangelisti a parlarne – lascia inevase diverse domande: chi erano questi “alcuni Magi”, e come si chiamavano? quanti erano, e da quale parte dell’“Oriente” provenivano? Che cosa era la “stella” che li aveva...

Appunti da Short Theatre / Decolonizzazione e disorientamento

Lo spazio vuoto sa essere opprimente. Molto spesso la paralisi, o perlomeno la difficoltà a muoversi, più che dalla mancanza di canali e interstizi entro cui “estendere” il proprio corpo derivano dall’indecisione, dall’incapacità di intraprendere una e una sola via poiché tutte sembrano percorribili al medesimo tempo. È, in qualche modo, lo stesso paradosso vissuto da uno scrittore davanti alla pagina bianca o da un pittore che si trovi a osservare una tela su cui ancora non è abbozzato alcun disegno. Entrambi si trovano di fronte al fatto che “creare” significa soprattutto selezionare e discernere, affrontare la “pienezza sottile” (cioè la ridda di virtualità) rappresentata dall’assenza.   È, anche, la contraddizione che si riverbera in alcuni degli spettacoli andati in scena durante la quindicesima edizione di Short Theatre (4-13 settembre), il festival ideato dal regista Fabrizio Arcuri e dalla curatrice Francesca Corona, nato presso le strutture del Teatro India e da due anni invece “trasportato” dentro l’area dell’ex-Mattatoio nel quartiere Testaccio di Roma. Il rapporto con lo spazio e gli spazi è tra l’altro una delle tematiche che hanno rivestito un ruolo centrale...