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Memoria

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Venezia / Riavvolgendo il nastro dell’acqua

Piove senza sosta in questo lunedì notte e la luna non è più piena, le maree si stanno normalizzando, la nostra casa pure si sta normalizzando con grande lentezza e fatica, Venezia ancora in ginocchio prova a rialzarsi. Abbiamo imparato tanto, abbiamo imparato a stare in due con cane in un letto stretto e la marea attorno a 187 cm, abbiamo toccato con mano una grande solidarietà ed empatia con amici e conoscenti, abbiamo capito che spalare acqua cantando con amiche e amici è un evento di bellezza eccezionale altro che marea, che prima dopo e durante c’è sempre chi allunga un sorriso o una torta. Che non sappiamo quante energie ci restano, ma sappiamo che a Venezia restiamo.   Oggi è lunedì, siamo tornati ognuno al rispettivo lavoro per poi correre a casa a continuare a pulire e trovare acqua nascosta in ogni dove. Stamane la città sembrava una lumaca che mette fuori la testa dal guscio per vedere come va all’intorno: un paio di attività commerciali su dieci hanno riaperto, altre ancora sistemano, alcune sono chiuse da ormai una settimana, cosa ne sarà di loro. La maggior parte dei musei ha riaperto, anche le università, alcuni aprono domani e altri chi lo sa. Le librerie...

Tra cinema e “psicomagia” / Jodorowsky: pensiero astratto, pensiero magico

Poeta prima che cineasta, attore prima che drammaturgo, personaggio prima che persona, ma prima di tutto pensatore, laddove il pensiero è la chiave immaginativa per comprendere la realtà.  Psicomagia, un’arte per guarire è l’ultimo film di Alejandro Jodorowsky, distribuito in Italia lo scorso 8 ottobre – un documentario che sintetizza in maniera semplice ed emozionante il lungo percorso che ha portato l’autore cileno a dedicarsi al personalissimo progetto di “Terapia Panica”.   Alejandro Jodorowsky è nato in Cile nel 1929, a Tocopilla, un porticciolo cileno stretto tra il gelido Oceano Pacifico e la regione arida del deserto di Tarapacà. A dieci anni, con la famiglia si trasferisce a Santiago, la capitale. Ricorda spesso la sua giovinezza in Cile, un paese che definisce “tremolante”, surreale, perennemente instabile e in continuo stravolgimento. Ripercorrendo la sua vasta e avventurosa biografia vi si trovano diversi aneddoti, fra tutti quello di quando lui e il suo amico Lihn – poi divenuto un affermato poeta in Cile – decisero di camminare in linea retta senza fermarsi mai. Questo significava che, se incontravano un’auto parcheggiata, ci salivano sopra mantenendo...

20 novembre 1989 / Leonardo Sciascia, La scomparsa di Majorana

Sono trascorsi 30 anni dal 20 novembre 1989, giorno in cui Leonardo Sciascia ci ha lasciati, trent'anni in cui il paese, che lui ha così bene descritto, è profondamente cambiato, eppure nel profondo è sempre lo stesso: conformismo, mafie, divisione tra Nord e Sud, arroganza del potere, l'eterno fascismo italiano. Per ricordare Sciascia abbiamo letto in questo anno i suoi libri: una scoperta per chi non li ha ancora letti e una riscoperta e un suggerimento a rileggerli per chi lo ha già fatto. Lo ricordiamo oggi con il suo La scomparsa di Majorana, ma cliccando qui è possibile leggere la raccolta completa.   Venerdì 25 marzo 1938, il trentaduenne Ettore Majorana, da pochi mesi professore di Fisica teorica per meriti eccezionali presso l’Università di Napoli, invia una lettera al direttore dell’Istituto, prof. Carelli: “… ho preso una decisione che era ormai inevitabile. Non vi è in essa un solo granello di egoismo, ma mi rendo conto delle noie che la mia improvvisa scomparsa potrà procurare a te e agli studenti”. Il mistero della scomparsa sollecita lo spirito da “investigatore di Dio” (così lo definirà l’amico Gesualdo Bufalino) di Leonardo Sciascia, anche in seguito alla...

Testimonianze / Il superstite, lo storico, il giudice

La posizione del testimone, soprattutto dell’“ultimo”, cioè del reduce dallo sterminio o dalle gravissime vessazioni subite che sta consumando ora l’ultima parte della vita, è una questione ultimamente molto dibattuta. Walter Barberis, nel suo recente Storia senza perdono (Einaudi, Torino, 2019) di cui ha già parlato su doppiozero David Bidussa, tra i molti temi affrontati ha approfondito la ‘qualità’ della memoria di quella persona rispetto alle spaventose nefandezze subite e la cedevolezza dei ricordi di fronte alle esigenze della ricostruzione storica. Non a caso l’autore esordisce citando la consapevole considerazione di Primo Levi secondo cui la ‘memoria è uno strumento meraviglioso ma fallace”.  Quel particolare testimone suscita un altro motivo di interesse: la sua posizione quale attore in un processo penale, chiamato a ricostruire il passato che lo ha travolto contribuendo con la macchina processuale però a sancire eventuali responsabilità altrui. Egli in questa occasione trova un interlocutore diverso dallo storico: si imbatte nel giudice.   Con quali conseguenze? Innanzitutto giudice e storico sono soggetti che svolgono, banalmente ma non troppo, attività...

Poemetti / Furio Jesi, L’esilio

Nelle ultime righe dell’introduzione a Esperienze estatiche, Martin Buber, un autore molto caro a Furio Jesi, scrive: “Ma è davvero un fantasma, il mito? Non è invece disvelamento della realtà ultima dell’essere? Non è forse l’esperienza dell’estatico l’emblema dell’esperienza originaria dello spirito del mondo? Non sono queste entrambe esperienze viventi? Noi ascoltiamo attentamente ciò che è dentro di noi – e non sappiamo di quale mare stiamo udendo il mormorio”.  Lo Jesi mitologo non avrebbe probabilmente esitato a rispondere che sì, il mito è in certa misura un fantasma e che la mitologia è “la scienza di quello che non c’è”. E che no, il mito non è disvelamento della realtà ultima dell’essere. Buber si poneva lungo una linea di pensiero sul mito che risale al romanticismo tedesco. La sua frase riecheggia una celebre affermazione di Friedrich Creuzer secondo cui il simbolo, che traspare attraverso il mito, è come “un raggio che giunge dalle profondità dell’essere e del pensiero”.   Nella fase più matura della sua riflessione attorno al mito, quella inaugurata nei primi anni ’70 con l’elaborazione del modello della macchina mitologica, Jesi non solo si rifiuta di dare...

Vukovar / Hotel Tito

Aveva nove anni nel 1991 Ivana Bodrožić quando, in una torrida estate, la guerra ha inghiottito la sua infanzia e ha segnato la sua vita una volta per tutte. Il ricordo trattiene qualche flash, una battuta del padre, un certo nervosismo nell'aria. Un litigio tra i genitori, la notte prima della partenza per il mare, lei, il fratello di sedici anni e una vicina, perché il padre si era rifutato di accompagnarli fino a Vinkovci per evitare che si potesse pensare a una fuga, per il timore di possibili ritorsioni. Ma tanto i serbi che i croati cercano di mettere al sicuro i figli. Per chi rimane è un conto alla rovescia, il 25 agosto inizia l'assedio di Vukovar.   Per Ivana è la prima volta su un'isola, ci sono giochi e dispetti del fratello, il soggiorno si prolunga e arriva la nostalgia di casa, mentre sta entrando in un'altra dimensione dove il domani diventerà uno stato di apprensione continua. Non si torna a scuola, si va a Zagabria, dai parenti, all'inizio affettuosi e solidali, poi, con il passare delle settimane, sempre più insofferenti.  “Era già da un po' di tempo che papà non si faceva sentire. Io e mia cugina pregavamo spesso. Ci inginocchiavamo davanti al...

Materia e canto / Antonio Prete, Tutto è sempre ora

Della poesia si privilegia spesso l’ineffabile, l’invisibile, a discapito di tutto ciò che di materico c’è nei versi. E quando si parla del materiale, lo si fa per dire dello scarto tra il quotidiano – oggetti, gesti, sguardi – e quel tanto di astratto a cui di fatto la poesia d’un tratto accede. La siepe, per intendenderci, e l’infinito. La siepe è la barriera materiale grazie o a causa della quale, suggerisce Leopardi, poi si prende il volo. Lì, la poesia. Eppure c’è un dato materico che precede la siepe, ed è la parola che la dice, il gradino cioè sopra il quale il lettore sale per superarla con lo sguardo. È composto di cinque lettere, segni sopra un foglio, fonemi nella bocca, cioè concretezza pura. La concretezza di una combinazione di alfabeto scelta tra le tante, moduli verbali visibili a occhi nudo, poi composti in una frase o in un verso e tenuti insieme dalla malta del silenzio.    È, questa del linguaggio, la prima matericità della poesia. La lingua che batte sulla consonante, la cadenza di una metrica precisa, l’eco che fa la rima dentro il silenzio teso di due versi, o le assonanze, quei richiami dispersi dentro il bosco cieco di una strofa. È quello il...

Un verso, la poesia su doppiozero / Rainer Maria Rilke. Incerta, dolce, priva d’impazienza

Ci sono alcuni versi, in tutte le lingue, che sembrano vivere di luce propria. E sembrano compendiare nel loro breve respiro la vita del prisma cui appartengono: frammenti che raccolgono e custodiscono nel loro scrigno, integro, il suonosenso della poesia dalla quale provengono. Con un solo verso un poeta può mostrare il doppio nodo che lo lega al proprio tempo e al tempo che non c’è, all’accadere e all’impossibile. In un verso, in un solo verso, un poeta può rivelare il suo sguardo, in grado di rivolgersi all’enigma che è il proprio cielo interiore e al movimento delle costellazioni, alla lingua del sentire e del patire di cui diceva Leopardi e all’alfabeto degli astri di cui diceva Mallarmé. Un verso, un solo verso, può essere il cristallo in cui si specchiano gli altri versi che compongono un testo. Per questo da un verso, da un solo verso, possiamo muovere all’ascolto dell’intera poesia.   È il verso che chiude la poesia di Rilke dal titolo Orfeo, Euridice, Hermes. Novantacinque versi che, con un andamento insieme drammaturgico e meditativo, con rilievi fortemente figurativi, rivisitano e interpretano il mito di Orfeo che scende nell’Ade per tentare di riportare tra i...

Figure a colori / Palermo

Tanti anni fa andai a Palermo e provai una grande eccitazione mista ad ansia mano a mano che mi avvicinavo al punto della Strage; pensavo che a breve sarei passato sotto quei due cartelli che indicavano Palermo diritto e Capaci a destra. Rimasi subito sorpreso perché l’autostrada era piccola. Dalle immagini che avevo visto in tv e nei giornali i cartelli verdi con la scritta bianca erano proprio come quelli uguali a tutte le autostrade, ma sotto c’era una doppia corsia stretta, sembrava una statale con i guardavia. Era tutto più angusto, più dimesso, anche le due steli dello Stato erano modeste. Subito dopo la Strage qualcuno dipinse il guardavia di rosso. 

Cile, Turchia e oltre / La guerra contro le donne. Ultime notizie

In Cile   Riceviamo un medium vocale:   “Desidero inviarvi questo comunicato che spiega la situazione in Cile, che non stanno comunicando nei mezzi di comunicazione ufficiale: i militari, a Santiago, senza controllo, hanno sparato a civili, a giovani manifestanti. In maniera illegale, stanno torturando diverse persone, in luoghi provvisori, nelle stazioni metropolitane che sono state attaccate e incendiate. Sono scomparse molte persone, sono state violentate donne, senza controllo. È una cosa programmata dal governo per mettere in ginocchio questo paese… i disordini sono stati fatti da professionisti, organizzati dal governo. C’è un programma forte di prova, su una nazione come il Cile, che ha enormi risorse ed è in pieno sviluppo, per mettere in ginocchio il popolo, ma il popolo non si ferma. Questo audio lo invio perché i mezzi di comunicazione non lo stanno dicendo, stanno continuando a sparare addosso ai civili, stanno continuando a torturare persone, a violentare donne. Vi chiedo con tutto il cuore, di continuare a comunicare la verità”.    Una voce di donna ci giunge da un network di psicologi, è una psicologa che lavora in Cile. Mentre scrive, assiste a...

Dentro e fuori di noi / La “zona grigia” come paesaggio dell’ambiguità

Ognuno ha esperienza della “zona grigia”, che ne sia consapevole o no. La portiamo in noi e nell’ambiguità delle nostre esistenze. Non siamo fatti di confini, ma di margini sfrangiati. Lacerate e laceranti sono le nostre relazioni. Approssimandoci ci facciamo almeno un po’ di male, anche quando siamo quasi vicini, quasi somiglianti e quasi d’accordo. Di più, di coincidere perfettamente non ci è dato. Allo stesso tempo quando scegliamo, quando cerchiamo di tirarci fuori dall’incertezza di una decisione qualsiasi, mettiamo a tacere una parte di noi che andrebbe in direzione contraria. Viviamo l’incertezza come una nemica da rimuovere, eppure è nostra sodale compagna di strada. Negli spasimi dell’anima in cui ci trascina l’amore, persino lì, il dionisiaco turba la pretesa apollinea della certezza, e ci impegniamo a ricomporre la dimensione che vogliamo prevalente. Se non fossimo continuamente divenienti, forse allora saremmo coincidenti con noi stessi e, chissà, non lo sapremo mai, avremmo conquistato una condizione di beatitudine, che non solo non è di questo mondo e di queste nostre vite, ma forse conterrebbe quello che, in I fiori del male, Baudelaire chiama il vizio più immondo:...

Il FAI e la sfida per un'Italia migliore / Il paese più bello del mondo

Il paese più bello del mondo insieme al “paese dei mille campanili” sono espressioni ben conosciute per definire l’Italia nelle sue bellezze e nella sua straordinaria varietà. La prima è anche il titolo del volume di Alberto Saibene (UTET 2019); un libro minuziosamente documentato in cui si ripercorre, a partire dalla genesi del movimento ambientalista nel nostro paese, la storia della nascita del Fai (Fondo ambiente italiano) e del suo progressivo affermarsi fino ai giorni nostri. Una storia che per gran parte è quella di un’impresa portata avanti da un manipolo di intellettuali sensibili, sognatori quanto lungimiranti e da una ristretta cerchia di influenti personalità della più ricca e illuminata borghesia. In un caso come nell’altro Saibene ci racconta la storia di un’impresa sognata, voluta e realizzata sostanzialmente da ristrette aristocrazie sociali – nel senso nobile del termine – per le quali la progressiva erosione e distruzione di gran parte di ciò che rendeva il nostro il Paese più bello del mondo, a partire dal secondo dopoguerra, appariva via via inaccettabile.   Foto di Dario Fusaro, 2008, © Fai, Fondo ambiente italiano. Un momento fondamentale per...

Claudio Morganti a Prato / Un tribunale per Woyzeck

Sostiene Nicola Chiaromonte che tra i luoghi originari del teatro c’è il tribunale. Quello che Claudio Morganti ha allestito sul palcoscenico del Fabbricone di Prato per la messa in scena de Il caso W. di Rita Frongia è un tribunale con tutti i crismi: il tavolo dell’accusa di fronte a quello della difesa, paralleli sui due lati della scena, la cattedra del giudice più arretrata, e una sedia al centro, semplice e scomoda, il seggio periglioso destinato ai testimoni e, soprattutto, all’accusato. Una scena degna di un court drama movie americano, tipo Testimone d’accusa, dove però fin dalle prime battute, le frequenti crepe della ritualità giudiziaria lasciano intravedere uno sfondo che con la solennità della giustizia ha poco o nulla a che vedere e molto, invece, con l’irresponsabile noncuranza del suo esercizio burocratico, con il giudizio in quanto potere: a ben guardarli, questi attori che appena prendono la parola rivolgendosi all’assemblea dei giurati raccolta in platea incarnano con disinvoltura la prosopopea del ruolo (e della formula di rito), sono tutt’altro che irreprensibili, a cominciare dal loro primus inter pares, il Giudice interpretato dallo stesso Morganti che...

Omaggio a Calvino / Calvino tutto in un punto

Nel bel profilo dedicato a Italo Calvino da Arianna Marelli, e realizzato in occasione delle letture di questo scrittore al grattacielo di Intesa Sanpaolo a Torino, Italo Calvino: tutto in un punto (una realizzazione 3D Produzioni per Sky Arte HD e Intesa Sanpaolo), spiccano i brani di un’intervista che gli fece nel 1975 Valerio Riva per la Televisione Svizzera. Calvino viveva allora a Parigi in Square de Chatillon, nella periferia sud della capitale francese, e lì riceve la troupe che lo filmerà nel suo studio appollaiato sui tetti. La conversazione s’intitola: Calvino: l’uomo invisibile. Gioca ovviamente sul titolo del libro che ha pubblicato pochi anni prima, Le città invisibili, uno dei suoi più belli, il più poetico di tutti. Lo scrittore spiega a Riva che a Parigi lui ci sta molto bene perché vive nel più assoluto anonimato: può osservare tutti scomparendo nella folla, e così può vedere senza essere visto. Poi perfeziona il suo pensiero aggiungendo: “Agli scrittori essere visti di persona non giova. Ci sono stati scrittori enormemente popolari di cui non si sapeva niente. Erano solo un nome sulle copertine (…) ora invece lo scrittore ha occupato il campo e il mondo...

50 anni di cronache e leggende / Paola Agosti. Elogio della discrezione

Con la spiazzante saggezza dell’incoscienza, Forrest Gump ripeteva spesso che “la vita è come una scatola di cioccolatini: non sai mai quello che ti capita”. Vero. Lo stesso si potrebbe dire delle evoluzioni artistiche di stili e linguaggi, di scrittori, artisti e fotografi. Ai suoi esordi con la macchina fotografica, Paola Agosti non sapeva cosa le avrebbero riservato i sali d’argento. All’epoca frequentava i teatri d’Italia, come fotografa di scena. Dietro le quinte. Attenta a non disturbare lo spettacolo: a non oscurare l’immagine degli attori. Aveva iniziato al Piccolo di Milano, introdotta da Augusta Conchiglia.    Era la fine degli anni sessanta e Paola Agosti era una giovane ragazza cresciuta a Torino. A casa sua era facile incontrare personalità del mondo politico e della cultura. Il padre Giorgio era stato partigiano e magistrato. Questore di Torino all’indomani della liberazione, poi dirigente d’azienda. La madre, Ninì Castellani Agosti, era la storica traduttrice di Jane Austen in Italia. Tra le più apprezzate, tanto da esserle poi intitolato un prestigioso riconoscimento. Primo Levi era un amico di famiglia.  Forse è stato proprio nell’ambiente domestico...

Fatto ad Arte / Ugo La Pietra: Né arte né design

Nel mondo del design, Ugo La Pietra ha sempre rivestito un ruolo profetico – e del michelangiolesco Isaia, in gioventù, aveva financo l’aspetto, gigantismo a parte, il suo indubbiamente più intellettuale che fisico – sin da quando preconizzava l'avvento della comunicazione totale, quella stessa in cui oggi siamo immersi. Risale al settantadue infatti la sua “cellula abitativa della casa telematica", esposta al MoMA, nella famosa mostra curata da Emilio Ambasz “Italy: the new domestic landscape”, un “progetto dell'abitacolo con strumenti telematici e informatici che indagavano il costante scambio di informazioni tra il singolo nello spazio privato e la collettività nello spazio pubblico (ovvero l’avvento di internet).” Con forti anticipazioni nello “spazio audiovisivo" da lui presentato alla XIV Triennale (1968), rivisitata, fu presentata nell’ottantatré alla Fiera di Milano, con monitor a guidare tutte le azioni dell'abitare. A distanza di tempo, dopo che la realtà ha principiato ad assumere la sostanza della sua previsione ipercomunicativa, eccolo orientarsi, con incredibile anticipo sui tempi, verso l’elogio del ‘fait-à-la-main’, in direzione ostinata e contraria rispetto a...

Naturale e innaturale / Teocologia. I peccati dell’immaginario ecologico

Osservando l’evoluzione della cultura ecologica e del suo immaginario nell’arco degli ultimi trent’anni può essere interessante affiancarla, con le dovute cautele e proporzioni, a quella del cristianesimo. Potrebbe apparire azzardato o fuori luogo, ma i punti di contatto sono notevoli e risulta interessante approfondirli anche solo come esperimento teorico. Entrambi i movimenti partono in sordina, le prime riunioni sono quasi segrete, fra pochi adepti, il sistema sociale esterno è assolutamente indifferente, quando non palesemente contrario, entrambi vengono inizialmente trattati come una delle tante sette bizzarre che nascono come funghi in ogni epoca. Nell’uno e nell’altro caso le interpretazioni, le soluzioni, le proposte di vita e di comportamento sono molteplici, variegate e a volte in palese contraddizione fra loro.    In entrambi i casi la situazione cambia completamente col cambio di scala, nel cristianesimo quando da setta minoritaria diventa religione di stato, nell’ecologia quando viene assorbita dal sistema industriale. In altre parole, quando il potere costituito si appropria dell’ideologia, questa viene ripulita dalle frange considerate estremiste e si...

#5 / Perché Freud è ancora necessario

Un sintomo che non guarisce Sergio Benvenuto   Foucault scrisse: "il marxismo sta nel pensiero del XIX secolo come un pesce sta nell’acqua; e cessa di respirare in qualsiasi altro luogo”. Anche Freud stava come un pesce nell’acqua del XX secolo, e non respira più nel XXI? Freud e psicoanalisi restano temi più che mai controversi nella nostra epoca: chi considera Freud un ciarlatano – “la psicoanalisi è spalmarsi miti greci sui genitali” (Nabokov) – e chi gli dedica un culto acritico di massimo genio della modernità. Credo che l’importante di Freud non siano le teorie “freudiane” – l’Edipo, l’eziologia sessuale, la scena primaria, ecc. – ma il setting analitico, una certa relazione tra due persone, uno speciale “gioco linguistico” che la nostra epoca ha inventato e di cui le è molto difficile disfarsi. Dopo Freud abbiamo avuto tante altre ‘chiavi’ psicoanalitiche, e non-psicoanalitiche, ma lui ha fatto il colpo gobbo: il “terzo orecchio” con cui si ascoltano le persone. Non importa che cosa si ascolti con il terzo orecchio – ogni scuola sente cose diverse – l’importante è che faccia capolino l’orecchio in più. Che ci sia un ascolto speciale. Fin quando esisterà il bisogno di...

Letto in un’altra lingua / Alberto Laiseca, Los sorias

In uno dei suoi saggi brevi e illuminanti Ricardo Piglia osserva: «L’ambizione eccessiva come ricorso difensivo. […] L’obbligo a essere geniale è la risposta al luogo inferiore e alla posizione marginale». In queste righe Piglia si riferisce ad Arlt, Marechal e Gombrowicz, però avrebbe potuto citare anche Alberto Laiseca (1941-2016), uno scrittore che proprio l’autore di Respirazione artificiale ha contribuito in maniera determinante a far conoscere. Oltre all’ambizione eccessiva e all’obbligo della genialità, in Laiseca c’è un terzo elemento: un’inflessibilità degna del Kirillov dostoevskiano. Un aneddoto del giornalista Jorge Dorio lo conferma: «Laiseca entrava nelle pizzerie di Corrientes e si faceva dare la carta su cui servivano la pizza, la usava per scrivere, non aveva nemmeno un quaderno, le biro gliele regalavamo noi. Il manoscritto di Los sorias era un enorme involto di carte di diverso tipo legate con uno spago, se lo strizzavi colava olio… Una volta io e Ricardo Ragendorfer gli chiedemmo: “Perché non lo accorci un pochino, così magari un editore te lo pubblica?”. Lui si alzò tutto infuriato e ci gridò: “Mercenari, siete solo mercenari, come tutti gli altri!”».  ...

Con la coda dell’occhio / Marina Ballo Charmet, o della Defotografia

Fino al 20 dicembre è aperta all’Istituto italiano di cultura di Madrid la mostra di Marina Ballo Charmet Fuori campo, a cura di Stefano Chiodi. Pubblichiamo qui il saggio di Andrea Cortellessa in catalogo.    Vista della mostra all'Istituto italiano di cultura, Madrid La fotografia potrebbe essere dunque definita l’espressione del desiderio di contenere e conservare una traccia dell’esperienza e costituirebbe dunque una protesi tecnologica dell’apparato psichico. Marina Ballo Charmet p.p1 {margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: justify; font: 12.0px 'Times New Roman'; color: #000000; -webkit-text-stroke: #000000} p.p2 {margin: 0.0px 0.0px 0.0px 0.0px; text-align: right; font: 12.0px 'Times New Roman'; color: #000000; -webkit-text-stroke: #000000} span.s1 {font-kerning: none}   Si crede ancora oggi che l’occhio umano veda tutte le cose nitidamente su una grande estensione: questo è falso: in realtà l’occhio non vede nitidamente che una piccola parte del campo visivo, tutto intorno resta sfuocato […] l’occhio fissa solamente gli oggetti in casi molto rari, in generale si muove dentro un campo visivo largo circa 200 gradi, mentre l’ottica fotografica...

Artigiani dell’immaginario

Il tema del fallimento affiora di continuo, non solo nel mio cammino personale, ma anche nelle vicende collettive, in cui spesso si configura come una tara storicizzata, parte insondabile e tuttavia consolidata di un tessuto sociale. L’urgenza di intervenire, di rimediare è spesso la spinta motivazionale che pungola l’artigiano dell’immaginario a parlare con la collettività, ad assumersi la responsabilità di interrompere il disastro, a incarnarsi in decisioni progettuali che temporaneamente o a lungo diventano missioni.  La storia di alcuni luoghi e delle persone che hanno dovuto prendersene cura oggi mi fa riflettere sul legame tra necessità e scelta. Non saprei collocarmi tra queste due se non avessi appreso, e affinato, le qualità “artigianali” con cui ho iniziato la mia conversazione con voi. Il ragionamento prosegue ritornando ancora una volta a Sennet, al momento in cui egli afferma che la vita può essere vissuta in forza di un desiderio umano fondamentale, il desiderio di svolgere bene un lavoro per sé stesso. Sennet chiarisce che ciò può riferirsi a qualunque mestiere praticato con maestria e con amore. La ricompensa è emotiva perché aggancia alla realtà tangibile....

L'infinito senza farci caso / Un appunto e un Manifesto

I poeti hanno perso la poesia   Io credo che non esista un’idea di poesia che possa mettere d’accordo tutti. E non è importante neppure trovarla questa idea. Importante che ci siano testi che diano nutrimento intellettuale o emotivo a delle persone. E trovo anche assurdo che la poesia debba militare per la chiarezza o per l’oscurità, per la semplicità o per la difficoltà. Le poesie vengono dal corpo di chi le scrive e prima ancora dall’aria in cui girano tante cose, le nuvole e le parole degli uomini. Le poesie sono delle forme in cui le parole vengono imballate in un certo modo, come il fieno.  A me sembra che oggi in Italia molti poeti scrivono le loro poesie come ubbidendo a delle regole che non hanno più senso. Molte poesie hanno un’aria ostile, come se la cordialità fosse un segno di banalità. Molte poesie hanno un additivo intellettuale che i lettori non chiedono, come se il poeta avesse paura di non essere abbastanza sofisticato. Ma la poesia è un moto ondoso che viene dalla contentezza o dalla disperazione di un corpo, non è la gara a chi meglio conosce la metrica.   Il lettore non è interessato alla nostra sapienza ma a un testo che gli consente di vedere...

La scuola al tempo della paura / "La scuola è politica”

Ventuno voci ordinate secondo le lettere dell’alfabeto, da Adulti a Zero, lunghe non più di cinque pagine, formano l’opera collettanea La scuola è politica. Abbecedario laico, popolare e democratico. Il testo non intende essere un dizionario ragionato sull’istruzione, come si evince anche dalla scelta di non produrre alcuna bibliografia al termine di ciascun lemma. Piuttosto gli autori propongono una tesi forte sul compito e la funzione della scuola nella società ipercomunicativa attraverso la selezione di cosa sia urgente discutere. Alternando scrittura saggistica e narrativa, riflessione teorica e esperienze personali vissute sul campo, Simone Giusti e Giusi Marchetta (in qualità di docenti) e Federico Batini e Vanessa Roghi (in qualità dei loro percorsi professionali aventi come oggetto l’istruzione formale) elaborano un testo altamente fruibile, a tratti polemico, certamente degno di essere discusso. La scelta stilistica adottata consente una lettura sequenziale oppure – grazie ai rimandi interni – è possibile costruire piste di lettura che promuovono connessioni a loro volta generatrici di significati ulteriori. Ciò che non viene meno, comunque, è la prospettiva unitaria: la...

Amici e nemici / Cosa significa “Patria” oggi

Le origini del significante Patria   I termini delle lingue indoeuropee che stanno per “patria” hanno questa particolarità: connettono la propria nazione alla famiglia. La patrie francese, la patria italiana, la Vaterland tedesca, ecc., legano la propria terra di appartenenza alla paternità. In altre lingue la patria è piuttosto connessa alla maternità, come nell’italiana madrepatria. Anche nell’inglese homeland la propria terra è “home”, la casa. Insomma, l’idea stessa di patria è un’amplificazione della famiglia, dell’oíkos come dicevano i Greci. Malgrado questa quasi-identificazione della patria alla famiglia, molti studiosi pensano che quella che i Greci chiamavano polis, la città, sia un superamento dell’oíkos, della casa o famiglia, un salto di qualità. Anche se il concetto di polis rimanda a un progetto di armonia, di amore fraterno reciproco, come dovrebbe essere in qualsiasi famiglia. Ma le cose non stanno affatto così. Una studiosa francese, Nicole Loraux, ha mostrato che proprio perché il concetto greco di pólis, città, è concepito come una dilatazione della famiglia, la propria pólis è un luogo di conflitto e di guerra civile. I Greci chiamavano stásis la guerra...