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Memoria

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Adorno ce l’ha con il jazz

Se c’è una questione che ha per lo più lasciato perplessi anche i più strenui difensori del pensiero filosofico di Theodor Wiesengrund Adorno è il suo giudizio negativo sul jazz. Le sue critiche alla musica d’intrattenimento in quanto espressione e prodotto dell’industria culturale possono essere accettate o, almeno, comprese senza troppe difficoltà. Certamente c’è stato chi, come Hans Robert Jauss, ha preso le distanze dall’austerità dell’estetica della negatività, che, polemizzando contro l’arte destinata al consumo di massa, ha accusato di irrilevanza e volgarità la nozione di “piacere estetico”. Secondo Adorno, infatti, quella offerta – o piuttosto: propinata – dai prodotti artistici dell’industria culturale è una esperienza degradata, “gastronomica” e “pornografica” che rinnega l’ambiguità enigmatica, utopica e scandalosa che caratterizza l’arte autentica. Tuttavia, questa tesi, per lo meno nella sua unilateralità, può senz’altro essere discussa e precisata; ma, di per sé, con buona pace di Jauss, non è ingiustificata: soprattutto se intesa alla luce dell’idea secondo cui, come Adorno scriveva riprendendo Stendhal, quella offerta dall’arte è una promesse de bonheur, non la...

EpiStoa / Riprendere il filo eretico del pensiero

Nel suo ultimo pamphlet dal titolo Alessandro, redatto negli anni ottanta del I sec., l’irriverente Luciano di Samosata se la prende con quelli che fanno comunella e «vanno intorno strologando, trappolando, e tondendo i grassi» – nella succosa traduzione ottocentesca di Luigi Settembrini, ‘lucianizzata’ nel ’44 da Alberto Savinio e rimessa ora in circolazione da Adelphi (Luciano, Una storia vera e altre opere scelte da Alberto Savinio, Milano, Adelphi, 2018).    Alessandro ha compreso «che la vita degli uomini è tiranneggiata da due grandi cose, dalla speranza e dal timore, e chi opportunamente può usare di una di queste, tosto diventa ricco.» Si compra quindi per pochi spiccioli un colubro di quelli davvero enormi, ma innocui e mansueti. Serpentoni grandissimi che i bambini calpestano e, come i bambini, per gioco, sanno succhiare il latte dalle poppe delle donne. Ed eccolo lì, Alessandro, a organizzare un’epifania del dio medico Esculapio. Novello sacerdote del dio guaritore che si sostanzia nel serpente Glicone, Alessandro gli procura un tempio, un oracolo, e via, a fornire «a quei poveretti» del popolo, a prezzo di «mattoni d’oro», la conoscenza dell’incerto avvenire...

Olocausto: la Tv sociale / La televisione che vorremmo

La televisione ha cominciato a diffondersi in Italia a partire dalla metà degli anni Cinquanta e continua ancora oggi a essere particolarmente rilevante all’interno delle abitudini quotidiane delle persone. Negli ultimi anni, però, si è indebolita e non ha più quella posizione di monopolio che deteneva in precedenza. Ciò è dovuto soprattutto all’arrivo e alla diffusione particolarmente intensa fatta registrare dal mondo del Web. Non c’è ragione però di supporre che la televisione verrà sostituita dalle nuove forme di comunicazione, pur non potendo raggiungere i loro elevati livelli d’interattività e di partecipazione. Siccome offrono qualcosa di differente, la televisione e il Web possono infatti convivere senza grandi difficoltà.   Naturalmente, il mezzo televisivo ha dovuto sinora modificare la sua natura, adattandosi in misura crescente al nuovo contesto mediatico, e dovrà continuare a farlo anche in futuro. Esso, infatti, ha assunto delle caratteristiche inedite in conseguenza del presentarsi di fenomeni come l’arrivo dei nuovi canali digitali e il diffondersi del nuovo modello produttivo basato sul format, vale a dire l’acquisto da parte delle reti televisive di...

5 aprile 1994 / Kurt Cobain. Un colpo di pistola

C'è un aspetto divertente, che trascende l'imbarazzo del momento, nell'avere la possibilità di scambiare due parole – perlopiù timidi ringraziamenti, la richiesta di una dedica – con una persona la cui immagine ha campeggiato sul muro accanto al proprio letto durante gli anni dell'adolescenza. Si tenga presente che l'età in questione è quella della definizione della propria identità per immedesimazione, e che il momento storico era quello in cui la scelta dei propri modelli avveniva sulla base di una suggestione, di una affinità elettiva, veicolata dalla musica quale forma del linguaggio improntata sull'immediatezza più assoluta. Quanto all'immagine, Lee Ranaldo, with is mild mannered look on, ha sempre avuto l'aspetto di un tipo ordinario, persino durante quella manciata di anni, ormai lontani, in cui i Sonic Youth sono stati il gruppo rock sicuramente non più noto, ma di gran lunga più influente del pianeta.    Trovarselo davanti con i suoi sessantatre anni ben portati, al termine di una serata nel corso della quale egli ha ripercorso, davanti a un pubblico raccolto, le tappe della sua quarantennale carriera di artista perennemente in bilico tra cultura pop e...

L'età del ferro / L’epoca dello spezzatino

1. Un recente studio dell’università di Yale ha avanzato l’ipotesi che leggere letteratura aumenti la speranza di vita e calcola in due anni il guadagno derivante da un regolare consumo di romanzi; citando i risultati di questa buffa ricerca, Alexandre Gefen (Réparer le monde: la littérature française face au XXI˚ siècle, Editions Corti 2017) fortunatamente non sa trattenere l’ironia, ma nota comunque che a questa notizia è stato dato sui media “uno straordinario risalto”. Il suo serio, accademico e fin troppo documentato volume (120 pagine tra bibliografia e note), che incrocia nel titolo il Réparer les vivants di Maylis de Kérangal con il “we can repair the world” di Obama, una scrittrice e un politico, non ha l’aspetto di una teoria e in fondo nemmeno di un saggio critico ma piuttosto di una constatazione: nei primi vent’anni di questo secolo la letteratura francese (in filigrana si legge “la letteratura occidentale”) è uscita dalla lunga parentesi dell’intransitività letteraria, della letteratura autonoma e ‘disinteressata’, è uscita dall’ideologia che “giudicava la qualità letteraria attraverso criteri formali” per ritrovare a pieno la propria funzione sociale. Si può...

Lino Musella in scena / Il “giornale notturno” di Jan Fabre

Una voce di più voci, una voce molteplice, plurale, ricondotta a unità da un corpo. Lino Musella è la dimensione del perpetuo cambiamento inseguito da Jan Fabre, che cura il testo, le scene e la regia della lettura teatrale The Night Writer. Giornale notturno: quel cangiante sconfinamento tra la luce e l’ombra, il sogno e l’incubo, l’uomo e l’animale, la vita e la morte. Seduto alla sua scrivania, l’attore affronta, doma e cavalca tali metamorfosi di spazio e tempo incarnando una sorta di trinità polifonica. Ovvero, Fabre in dialettica tra sé e sé, Musella stesso a colloquio con lui ed entrambi in dialogo con il pubblico davanti a loro. Pare di vedere applicato sulla scena il “catechismo” dell’eclettico e controverso maestro belga, al suo primo lavoro in lingua italiana: “l’arte è il padre / la bellezza, il figlio / e la libertà, lo spirito santo”. La produzione è di Troubleyn/Jan Fabre e Aldo Grompone, in coproduzione con FOG Triennale Milano Performing Arts, LuganoInScena – LAC, Teatro Metastasio di Prato, TPE – Teatro Piemonte Europa, Marche Teatro, Teatro Stabile del Veneto.   Jan Fabre, ph. Phil Griffin. Il palcoscenico del pratese Teatro Fabbrichino è la distesa di...

Linee di destino / Jaume Cabré, Quando arriva la penombra

Lo scrittore spagnolo Eduard Márquez ha intitolato un libro Ventinove racconti in meno (libro non ancora edito in Italia), titolo significativo che allude agli scarti, ai racconti rimasti fuori dalla raccolta. Jaume Cabré lo cita in postfazione al suo splendido Quando arriva la penombra (La nuova frontiera 2019, trad. di Stefania Maria Ciminelli) spiegando le modalità con cui è arrivato a scegliere le storie raccolte nel libro. Chiama i racconti i sopravvissuti; per far funzionare il meccanismo di inclusione delle storie è necessario lasciare da parte qualcosa, ciò che ci convince meno, ciò che non ci pare suoni bene nel complesso di quel che si vuole andare a narrare. Cabré dice poi delle aggiunte e dei tagli, naturalmente, ma ciò che è più interessante è quel che scrive appena prima:  «In genere sono alle prese con un romanzo, imbarcato in una specie di ritaglio che non so quanto durerà. Ma ogni tanto, come un navigante che per riposarsi attracca su un’isola sconosciuta, scrivo qualche racconto, spinto da quello su cui sto lavorando o, più spesso, cercando di allontanarmene per un po’. Ciò vuol dire che pian piano, senza far rumore, il sacco dei racconti si riempie.»...

Conversazione con Andrea Cavalletti / Attualità di Furio Jesi

La recente riedizione di Germania segreta (Nottetempo 2018) che arriva circa cinquant'anni dopo la sua uscita (Silva, 1967) e quasi venticinque dopo la prima ristampa (Feltrinelli 1995) è un'occasione per riflettere ulteriormente sulla figura di Furio Jesi – mitologo, germanista e critico militante – e per ragionare sulla sua eredità e sull'attualità con il curatore Andrea Cavalletti.   Perché ripubblicare ora questo libro? Si direbbe che Jesi ritorna quando si sente il bisogno di fare chiarezza sul rapporto tra cultura e politica e in relazione all'emergere di un clima conservatore, reazionario, neo o post-fascista.   È vero, in questo clima, che essendo da troppi anni lo stesso diventa ogni giorno più pericoloso, i libri di Jesi appaiono sempre più attuali. Vi è poi l'altro aspetto, inseparabile, della medesima questione: direi che questi libri sono urgenti proprio in virtù della loro oggi evidente inattualità, ossia per la posizione e il ruolo, certo minoritario ma non inefficace, che Jesi ha giocato, e continua a giocare, nell'industria culturale. Mi riferisco all'autore Jesi come produttore (Autor als Produzent, nel senso di Benjamin), erede originale della...

Media e Illusione / Le tetradi perdute di Marshall McLuhan

Appunto per un prossimo viaggio a Toronto: andare alla Roberts Library dell’Università, dirigersi verso la sezione Thomas Fisher e cercare il settore Rare Books and Collections. Sembra che lì dentro sia conservato un appunto di Marshall McLuhan sul cavallo a bastone, il famoso manico di scopa usato dai bambini a mo’ di cavallino che tanto piaceva a Ernst Gombrich. Chissà che non si riesca trovare interessanti connessioni, e relativi cortocircuiti, fra il grande studioso dei media (quello della Galassia Gutenberg e di Understanding Media) e il grande studioso di storia dell’arte e delle immagini (quello di Arte e illusione, Immagini simboliche e Il senso dell’ordine). Si tratterebbe di un dialogo comunque intrigante, di una bella sinapsi in più nella rimpianta cultura del Novecento. Il geniaccio canadese, cattolicissimo e irriverente, che studia le invenzioni umane come protesi del corpo, da un lato. Il compassato connoisseur austriaco, emigrato al Warburg Institute di Londra e divenuto sir studiando il nesso fra norme e forme, dall’altro.    Il brogliaccio in questione avrebbe dovuto far parte dell’ultimo progetto di ricerca di McLuhan, lasciato in eredità al figlio Eric...

Appennini / Caffè. Conversazioni e solitudini

In quello straordinario piccolo libro che è Una certa idea di Europa di George Steiner, i caffè insieme alle vie con nomi propri, alle strade e ai territori percorribili a piedi (all’essere la sua civiltà “figlia” di Atene e Gerusalemme), sono un’idea di Europa aldilà di ogni confine, lingua, religione. Ne sono un tratto essenziale, elemento del panorama e del vivere comune in cui riconoscersi. I caffè del resto sono differenti dai pub inglesi dove la birra, il cibo, gli orari, le luci e altro segnano una diversa convivialità e ancora i caffè appaiono profondamente estranei ai bar americani dove solitudini e super alcolici possono essere presenze abituali. Non che nei bar-caffè italiani o europei non si bevano alcolici, ma almeno a partire dal Settecento, quando il caffè e il resto delle bevande nervine entrano nell’uso comune, almeno in molte città, una convivialità non alcolica diventa possibile, diventa disponibile un’alternativa al vino, alla birra, al sidro, all’idromele, ai liquori... insomma una alternativa all’alcol secondo lo stato sociale, il gusto, la geografia e le consuetudini.   È stata di fatto una rivoluzione silenziosa: la convivialita alcolica, disinibente...

Ritorno al futuro / Benedict Anderson, Comunità immaginate

Comunità immaginate, pubblicato negli Usa nel 1983 dallo studioso sino-irlandese Benedict Anderson, affronta la questione della genesi e della struttura del nazionalismo. Mi è sembrato necessario affrontare la lettura di questo classico di fronte ai cambiamenti dello scenario politico occidentale, alla ricerca di un quadro interpretativo fondamentale che riconoscesse dignità al nodo del nazionalismo, tornato in grande auge nella nostra attualità. La lettura del libro mi avrebbe auspicabilmente aiutato a (ri)posizionare il mio punto di vista di semiologo, indicandomi cosa guardare, da dove cominciare per tentare un’interpretazione dei testi e degli artefatti che circolano nel nostro scenario sociale al passo coi tempi, al passo cioè con la nuova sensibilità che l’egemonia del nazionalismo in Occidente incarna al giorno d’oggi.  L’edizione che ho usato per questa rilettura è stata quella del 1996 di Manifesto Libri, introdotta da Marco D’Eramo. Al momento della pubblicazione dell’edizione italiana, lo scenario politico sociale era molto diverso da quello attuale. Era il tempo della globalizzazione e dell’atlantismo trionfante, del villaggio globale promesso da Internet e del...

Lo sporco, i resti, l’invisibile e il minimo / Le costellazioni del pensiero di Lucius Burckhardt

Per la collana Habitat di Quodlibet è stata recentemente pubblicata una raccolta di scritti, disegni e immagini sull’attività di Lucius Burckhardt dal titolo: Il Falso è l’Autentico – politica, paesaggio, design, architettura, pianificazione, pedagogia. Ventotto pungenti riflessioni, scritte tra il 1957 e il 1999, molte delle quali tradotte per la prima volta in italiano, restituiscono la densità del pensiero di un intellettuale unico. Gaetano Licata, nel testo di apertura della raccolta, suggerisce per Lucius Burckhardt la suggestiva definizione di Universalgelehrter (homo universalis) al pari di Plinio il Vecchio o Isaac Newton o come per il suo connazionale Conrad Gessner naturalista, teologo e bibliografo che nel 1545 scrive la “Bibliotheca Universalis”, testo all’origine del concetto di bibliografia. Lucius Burckhardt nasce in Svizzera, il 12 marzo 1925 in una delle terre-dimora delle comunità Walser, precisamente a Davos nella regione della Prettigovia nel Cantone dei Grigioni.   La sua famiglia discende dagli ambienti alto borghesi di Basilea, la stessa di Jacob Burckhardt, il più brillante storico svizzero del XIX secolo, autore nel 1860 di La civiltà del Rinascimento...

Pallide e destinate a morir nubili / Primule

Tenerezza di una proda trapunta di primule. Tra l’erba non ancora rinnovata salutano ridarelle il bel tempo in arrivo. È vero, non esiste un unico fiore araldo della primavera, tuttavia il nome con cui Linneo le classificò le accredita di un prestigio maggiore tra le corolle presaghe di cieli azzurri, di sgeli e brezze frizzantine. Il genere accoglie alcune centinaia di specie, per lo più abitatrici delle zone fredde e temperate dell’emisfero boreale. Molte hanno la loro fascia d’elezione in Oriente: tra Cina e Giappone vegeta allo stato spontaneo la metà delle circa cinquecento specie conosciute, di queste numerose hanno scelto le alture himalayane. In Italia due sono quelle più diffuse: la Primula vulgaris, comune in tutto il territorio nazionale isole comprese, e la Primula veris, che non si spinge oltre le regioni del centro. Erbacee perenni con rizoma orizzontale e foglie basali reticolate riunite in rosetta, prediligono terreni umidi a mezz’ombra e pendii al ciglio dei boschi. Tanto è cara e popolare la prima che non vale la pena soffermarsi sui brevi peduncoli pelosetti portanti ciascuno calici a imbuto e cinque petali cuoriformi intinti di quel giallo definito per...

Paragoghé / Depistaggio

La strage della stazione di Bologna non smette di generare mostri, è di qualche giorno la notizia della scoperta di un altro possibile depistatore, il generale ormai novantenne Quintino Spella, all’epoca dei fatti dirigente del Sisde a Padova, che avrebbe saputo in anticipo di un possibile eclatante attentato e fece in modo di silenziare la notizia. Sempre di qualche settimana fa è la riesumazione del corpo di Maria Fresu, una delle ottantacinque vittime della strage, per cercare tracce che facciano chiarezza sul tipo di esplosivo usato in quella tragica giornata del 2 agosto. E, per ultimo, il processo a Gilberto Cavallini che rispunta come altro possibile fascista coinvolto nella vicenda terroristica. La strage della stazione di Bologna, accaduta ormai quasi quarant’anni fa, continua dunque a generare indagini, riflessioni, ricerche, come se la voragine creata dall’esplosione fosse ancora a cielo aperto, e quell’orologio sulla facciata della stazione fermo alle 10 e 25, l’ora in cui il 2 agosto la bomba esplose, segnasse un tempo ancora non riconciliato.      Da una parte stupisce e fa sperare la caparbietà con cui i magistrati continuino a cercare altre verità...

Scienza dei costumi / Balzac, l’invenzione della sociologia

Nel 1839, Auguste Comte dà la prima definizione del termine sociologie nel suo Cours de philosophie positive ; proprio in quell’ anno Balzac, che si è ormai affermato, per usare le sue stesse parole, come uno dei “Marescialli di Francia della letteratura”, manda in libreria, insieme a parecchie altre opere importanti, la seconda parte di Illusioni perdute, magistrale e scandalosa descrizione del giornalismo parigino messo a nudo nei suoi rapporti con il commercio, con la politica e con la nascente “industria culturale” che sfrutta e orienta abilmente i gusti di un pubblico in espansione. È una prossimità cronologica che dà da pensare, anche se il termine sociologia non è mai utilizzato da Balzac; l’unico Comte che compare nella Comédie humaine non è il filosofo, ma il celebre prestigiatore e ventriloquo che si esibiva nel suo popolare teatrino del passage Choiseul.    È innegabile però che tanto la sociologia comtiana, quanto gli altri tentativi, coevi o di poco precedenti, di fondare una conoscenza certa dei fenomeni e dei rapporti sociali attraverso l’inchiesta e la statistica, hanno molto in comune con il desiderio di Balzac di fornire una rappresentazione esaustiva...

Nella stanza d'analisi / La cura va a zig zag

L’onda è enorme, io sono piccolo, il mare è un deserto, una distesa d’acqua infinita, galleggio, non riesco a nuotare, sono paralizzato, anche se sono un nuotatore provetto. Sono solo, esito: riuscirò ad appoggiarmi al ritmo del frangente oppure sprofonderò negli abissi? Gli esseri umani che ogni giorno svaniscono nel mare nostrum penetrano nei sogni, dove le acque si mescolano, e l’angoscia della condizione migrante incontra la realtà psichica dell’io del sognatore.  A volte, ecco, quello che Jung chiamava un grande sogno, il rappresentare qualcosa che “dimostra che la psiche umana è in parte soltanto unica e soggettiva o personale: per l’altra parte invece è collettiva e oggettiva”. È un fenomeno di cui lo psichiatra svizzero aveva fatto esperienza diretta, quando, poco prima dello scoppio della Grande guerra, in un punto drammatico della propria esistenza, dopo la rottura con Freud e la separazione da Sabina Spielrein, immagini oniriche di un’Europa immersa nel sangue gli avevano fatto temere la follia.    La stanza d’analisi, situazione democratica e promiscua, si rivela così una sorta di stanza-laboratorio, un luogo potenzialmente “contro”, dove la psiche mette...

Fotografi assassini / Medardo Rosso. Siamo scherzi di luce

Gli vengono amputate prima alcune dita e poi parte di una gamba nel tentativo di fermare un’infezione, provocata dalla caduta di alcune lastre fotografiche su un piede. Muore di setticemia il 31 marzo del 1928. La fotografia ha avuto una parte importante nella vita di Medardo Rosso, tanto quanto nella singolare circostanza della sua morte.    Medardo Rosso, Bookmaker, 1894. Cera. Mart, Rovereto. Rosso porta lo sguardo cinematografico dentro la scultura con le sue “riprese” dall’alto (Mario Negri, Limite-infinito: impossibile il primo, naturale il secondo, catalogo della Mostra di Medardo Rosso alla Permanente, Società per le Belle Arti ed Esposizione Permanente, Milano 1979, p.115) e lo sguardo plastico dentro la fotografia che taglia, disegna e graffia. Nel saggio Rosso. La forma instabile (Skira, Milano 2007) Paola Mola scrive che Rosso trasferisce “l’incertezza della forma nello spessore della carta emulsionata. Sfocate, mosse, tagliate di sghembo, macchiate, ingrandite, riprese a biacca o a matita e stampate di nuovo, ridotte e ristampate ancora” (p. 25). Utilizza in modo improprio la fotografia per “reinventare” il medium, con largo anticipo su alcuni esperimenti...

Milo Rau e gli altri / Teatro svizzero: realtà, invenzione, identità

Le filosofie che ruotano attorno al concetto di postmoderno ritengono che sia labile non solo il concetto di verità, ma anche quello di realtà, perché anche quest’ultima parrebbe essere la proiezione allucinata di un io franto e scisso. Niente meglio del teatro può ragionare su queste fratture, dal momento in cui l’io attore è sempre sdoppiato fra persona e ruolo da interpretare, e la persona e il personaggio sono a loro volta franti, costituiti da parti diverse e talvolta antifrastiche, in lotta fra loro.    Come ricostruire questi frammenti e dar loro un’unità, una coerenza? In un’intervista concessa a Enrico Pastore, Milo Rau, uno dei più grandi interpreti del teatro contemporaneo svizzero, ha confessato di aver esaurito ogni interesse verso il tema della decostruzione, tradendo quindi quanto gli era stato insegnato in Accademia, dove la critica e la pars destruens avevano la meglio sulla pars costruens. “Ho sempre pensato al mio lavoro come a una risposta al teatro postmoderno che si interessa a decostruire la realtà e a dire che la rappresentazione è impossibile”, spiega il regista. “Ecco, io mi ritengo profondamente conservatore. Cerco di ritornare alle radici del...

Gamec, Bergamo / Birgit Jürgenssen. Io sono

Ci piace immaginare gli artisti come portatori di uno sguardo capace di anticipare i tempi, uno sguardo oracolare. Più concretamente – non ce ne voglia chi coltiva l’idea di un artista “abitato”, impegnato in una conversazione quotidiana tra mondo immanente e regno dello spirito – è la propensione analitica, l’abilità nel setacciare il passato e cogliere quello che giace nelle pieghe del contemporaneo a donare la capacità di prefigurare ciò che verrà dopo. Sia che si tratti di intercettare fenomeni infrasottili, sia che si tratti di abbracciare macro movimenti saldandoli in una visione d’insieme risolutiva, siamo di fronte a un vedere aumentato che ci disvela qualcosa che è fuori dal campo visivo, non a fuoco, qualcosa di dimenticato od occultato. È il caso di Birgit Jürgenssen, le cui opere sono presentate nella prima retrospettiva italiana presso gli spazi della Gamec di Bergamo, opere che ci parlano dell’oggi da un passato prossimo. La mostra Io sono, aperta dal 7 marzo al 19 maggio 2019, a cura di Natasha Burger e Nicole Fritz, progetto pensato per la Kunsthalle Tübingen e che approderà al Louisiana Museum of Modern Art di Humlebæk in Danimarca, raccoglie opere realizzate in...

Fallimento / Schadenfreude. La gioia per le disgrazie altrui

Ah la Schadenfreude (pron. sciàdenfròide), la terribile e deprecatissima quanto ambivalente «gioia per le disgrazie altrui». Nemmeno Tommaso d'Aquino, gran santo e teologo ma soprattutto finissimo filosofo, riuscì a sfuggire al suo fascino ambiguo, tant'è che nella Summa theologica pare abbia introdotto la seguente superba asserzione:   Affinché quindi la beatitudine dei santi venga da essi più apprezzata, e maggiormente essi ne rendano grazie a Dio, viene loro concesso di vedere perfettamente la pena dei reprobi.   Come dire che più ci si compiace della propria santità quanto più si gode di essere sfuggiti alla pena e viceversa. Insomma bisogna immaginare santi e beati che, contemplando dalle loro nuvolette i dannati gettati nei pentoloni bollenti e inforconati da' diavoli, godono (come ricci o come furetti, chissà perché) nell'assistere alla pena altrui. Anche l'Aquinate sembra dunque aver sdoganato la gioia malignazza per la disgrazia altrui, almeno a leggere questo divertente ma anche inquietante saggio della storica culturale inglese Tiffany Watt Smith, Schadenfreude. La gioia per le disgrazie altrui (tr. it. di Claudia Durastanti, Milano, Utet/DeAPlaneta Libri,...

Bill Viola e Michelangelo: una polemica inutile?

Una delle cose che più ho amato di Londra, fin dall’inizio, è la possibilità di rileggere il passato alla luce della contemporaneità. Per uno arrivato dall’Italia nella capitale della contemporaneità, sì, altro che Parigi capitale del XX secolo, Londra lo è del futuro, oltre il XXI, qui il passato diventava quello che il passato deve essere: non un tesoro da idolatrare, ma presenze, tracce, spie, rimandi e rimasugli di un altro modo di vivere, di chi ci ha preceduto e lasciato, di cose che ci possono attrarre, condizionare e intrigare, di memorie che sono per sempre morte oppure ancora sotterraneamente pulsanti. Non è il passato di Roma, che è overwhelming, si rivela ad ogni passo e ci travolge: è un passato che affiora qua e là, che non ci viene incontro, ma tocca a noi scoprirlo. Proprio perciò ho sempre amato gli artisti che fondano il loro lavoro su una sfida alla tradizione, per dimostrare la loro genesi e la loro distanza: non per dirci che il passato è ancora presente, secondo una rancida retorica che tanto piace agli accademici italiani, ma per ritrovare noi lì, vedere le nostre radici prima ancora che ci fossimo e disegnare la nostra provenienza al di qua dell’attualità....

Pulire una società ostile / Stephanie, fighter sociale

Il racconto di una sfortunata ragazza della provincia americana che fa le pulizie nelle case degli altri e vive in un alloggio per senzatetto con una bambina piccola può catturare l’interesse e la curiosità del pubblico fino a diventare un best-seller a patto che sia scritto in modo particolarmente attraente e avvincente. Se poi la protagonista del racconto è anche l’autrice del libro che, dopo una lunga traversata del deserto, riesce a realizzare il suo sogno, caparbiamente dichiarato e perseguito, di diventare una vera giornalista, la vicenda si fa ancora più attraente. Non stupisce dunque che una storia così “piccola” abbia avuto un immediato e notevole successo di vendite negli Stati Uniti. Pubblicato nel gennaio 2019, subito Donna delle pulizie di Stephanie Land (ora nella traduzione di Chiara Libero per Astoria) si è ritrovato tra i primissimi titoli più venduti della classifica del “New York Times”, appena dopo, per intenderci, l’autobiografia di Michelle Obama.    Ma prima di vedere di che cosa parla il libro credo sia importante sottolineare come l’autrice si sia avvicinata alla sua storia. Un racconto può attirare l’attenzione se è la storia di una vicenda...

Carnet geoanarchico 11 / L’Appennino di Gino Covili

Comincia così per me. Con un cartone 25 x 30 intitolato Meditazione, una piccola tecnica mista del 1989. «I quadri girano, girano, ma finiscono quasi sempre dalla persona giusta». Vladimiro lo dice con il sorriso di chi l’ha visto accadere molte volte. Mi guarda con una concentrazione compressa, azzurra. Due ore prima non lo conoscevo, stavo salendo sui primi corrugamenti d’Appennino. Via Giardini. I tornanti sopra Maranello. I boschi scarichi, i casali sgranati sui declivi, la neve nei campi come una magra velatura sul verde cadmio dell’erba. Sopra le ginocchia, nella cartella di cuoio, ho un piccolo dipinto di Gino Covili, una testa di profilo, lo sguardo perso nel vuoto, meno ferino di quelli soliti. Quadro nel quadro, c’è anche un angolo di finestra su un paesaggio innevato, un albero, una strada, due casette di macigno, i dorsi irsuti di un pezzetto di montagna. Solo uno scampolo, che pulsa e si dilata in altri quadri del pittore, come in Paesaggio invernale del 1988, che vedrò due ore dopo, e che a sua volta sembra citare le terre che le curve della sinuosa strada statale scompongono e ricompongono sotto i miei occhi di nativo delle pianure. Alcuni l’hanno definito naïf, da...

Sciascia Trenta / Il giorno della civetta

Sono trascorsi 30 anni da quel giorno di novembre in cui Leonardo Sciascia ci ha lasciati, trent'anni in cui il paese, che lui ha così bene descritto, è profondamente cambiato, eppure nel profondo è sempre lo stesso: conformismo, mafie, divisione tra Nord e Sud, arroganza del potere, l'eterno fascismo italiano. Possibile? Per ricordare Sciascia abbiamo pensato di farlo raccontare da uno dei suoi amici, il fotografo Ferdinando Scianna, con le sue immagini e le sue parole, e di rivisitare i suoi libri con l'aiuto dei collaboratori di doppiozero, libri che continuano a essere letti, che tuttavia ancora molti non conoscono, libri che raccontano il nostro paese e la sua storia. Una scoperta per chi non li ha ancora letti e una riscoperta e un suggerimento a rileggerli per chi lo ha già fatto. La letteratura come fonte di conoscenza del mondo intorno a noi e di noi stessi. De te fabula narratur.   Quando capomafia non era un unico sostantivo e Leonardo Sciascia lo divideva in due; quando cioè la mafia era davvero «nella fantasia dei socialcomunisti» e la Commissione Antimafia solo una proposta parlamentare, Il giorno della civetta arrivò nelle librerie come, esattamente venti anni...