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Memoria

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Rifugiata nella vita e nella scrittura / Ágota Kristóf. Scrivere per ricostruire identità

La Trilogia della città di K., di Ágota Kristóf è un romanzo composto da tre romanzi, con circa gli stessi personaggi, con gli stessi protagonisti, con ambientazioni simili, ma le vicende narrate sono diversissime tra loro, le storie che i due protagonisti raccontano del loro passato e del loro presente non coincidono mai, nemmeno nei nomi. In Il grande quaderno sono due gemelli lasciati dalla madre alla nonna materna in una casa alla periferia di una città dove si spera non sentiranno le asprezze della guerra, quelle della vita le sentiranno molto invece. La nonna li chiama “figli di cagna” e li instrada in una vita di asperità. È scritto tutto in prima persona plurale, sono i gemelli, ancora senza nome, che raccontano.   In La prova è Lucas che parla, in terza persona singolare. Inizia con il primo atroce giorno dalla divisione da Claus, ma iniziano anche i dubbi se Claus esista o meno. In La terza menzogna la narrazione è alla prima persona singolare, io, ed è Claus che racconta la sua vita e il ritorno di Lucas.   Nelle sue tre parti il romanzo sfida la logica del lettore, gioca col senso apparente della storia, accenna senza rivelare tempi e luoghi della Storia,...

Teoria del tutto / Natura, il nuovo film di Artavazd Pelešjan

“Una nascita senza genitori. Immaginate un mostro che divora chi gli ha dato la vita. O ancora un processo in cui, gli uni, morendo, non sanno a chi danno la vita, gli altri, nascendo, ignorano a chi l’hanno tolta”.    A scriverlo è il cineasta armeno Artavadz Pelešjan (Leninakan, oggi Gyumri, 1938), oggetto di culto di generazioni di cinefili in tutto il mondo, inventore di quello che ha definito “montaggio a distanza”, contrapponendo al montaggio lineare e simbolico di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn e al cine-occhio di Dziga Vertov, suoi genitori/maestri, la fluida, torrenziale circolarità di un tempo-spazio cinematografico che, come la realtà, sfugge a ogni evidenza cronologica e contesta il principio della sequenzialità.   Fino ad oggi, oltre ai primi lavori realizzati negli anni di studio presso il VGIK (Vserossijskij Gosudarstvenn’ìj Institut Kinematografii) di Mosca, Pelešjan aveva congedato poco meno di tre ore di cinema (Il principio, 1967; Noi, 1969; Gli abitanti, 1970; Le stagioni, 1972; Il nostro secolo, 1982-1990; Vita, 1993; Fine, 1994) e un libro, Moë Kino, pubblicato in Armenia nel 1988. Con che sorpresa dunque, il 29 maggio scorso, a conclusione di...

Il saggio come specchio di sé stessi / Jonathan Franzen e Martin Amis

Per un narratore, diversamente che per un critico, scrivere un saggio vuol dire esporsi direttamente, senza i filtri che la scrittura di un romanzo impone. Tutto, in un saggio, può essere rilevante, tutto può interessare l’io, che una volta tanto non deve preoccuparsi troppo di dare senso e coerenza alla vita di un personaggio immaginario. Ciò vale soprattutto per gli scrittori capaci di rappresentare caratteri diversi e ulteriori rispetto alla proiezione del sé, dominante e a volta ingombrante nella letteratura contemporanea.  Naturalmente, bisogna intendersi sul significato da dare alla parola ‘saggio’ o essay: è un genere che non corrisponde a un’interpretazione critica oggettivamente documentata (ci sono scrittori e poeti che sono anche ottimi critici in questo senso per così dire tecnico, ma è un’altra cosa). Il saggio è una forma di espressione libera, senza rigidi vincoli tematici o codici stilistici. Esempi efficaci di questo tipo di scrittura sono offerti dai due volumi recenti di Jonathan Franzen, La fine della fine della terra (‘The End of the End of the Earth’, 2018) e di Martin Amis, L’attrito del tempo. Bellow, Nabokov, Hitchens, Travolta, Trump. Saggi e...

Carnet geoanarchico 15 / La grande estinzione

Da una decina d’anni faccio un gioco. In questo gioco le regole cambiano sempre e le partite giocate prima influiscono su quelle giocate dopo, ma in modo allusivo e indiretto. Le regole si accumulano, si annullano tra loro, l’esperienza acquisita può portare a un puro dispendio di energie o è la premessa indispensabile per un salto di livello. Nel gioco esistono tre fattori in relazione stretta: ecologia, cultura, tempo. Ogni fattore ha un piano sincronico e diacronico, e ovviamente sincronia della diacronia e diacronia della sincronia sono il punto di partenza. L’intreccio sempre più complesso di relazioni è l’evolversi del gioco, ad esempio: le trasformazioni del sistema ecologico hanno una ricaduta non deterministica sulle trasformazioni culturali le quali a loro volta influenzano il sistema ecologico secondo modelli di tempo variabili su scala stagionale, annuale, decennale, millenaria, eccetera. Il gioco comincia sempre con un nuovo quadrante geografico, un’ecologia ben definita, uno standard climatico. In questo contesto viene a inserirsi una civiltà X, ad esempio di caccia e raccolta, o agricola e stratificata, oppure ipertecnologica, con caratteristiche politiche ed...

Scrivere tra vita e morte / La morte del poeta. Potere e storia in Pier Paolo Pasolini

Fin dalle prime pagine la lettura del libro di Bruno Moroncini, La morte del poeta. Potere e storia in Pier Paolo Pasolini, viene presa dentro a una domanda: può il potere colmare tutto lo spazio della scrittura poetica oppure ci sono delle possibilità sottili, impercettibili, effimere, di manovra per la poesia?  Il grido “È morto un poeta!”, che l’amica Elsa Morante aveva levato durante i funerali di Pasolini, sembra essere rimasto senza lutto in uno scenario storico politico, letto sulla scorta delle analisi di Michel Foucault, in cui la politica del potere ha disarmato tutto e tutti.    Nessuna parola, politica o filosofica, sembra avere qualche possibilità di manovra, diventando invece l’arma più efficace di un potere microfisico. Eppure quel grido di Morante che Moroncini sceglie di porre in esergo alla sua introduzione fa precipitare il lettore e la lettrice dentro l’impasse di una contraddizione fondamentale. Da un lato la forma del potere è radicalmente cambiata: non si presenta più come legge, ma come norma; non è più repressiva, ma tollerante; non stigmatizza il sesso, ma lo promuove purché non sia smodato e non ecceda nella gioia e nel dolore. Tutte le...

Benedetta Cibrario / Il rumore del mondo

Inoltrandosi nelle pagine dell’ultimo libro di Benedetta Cibrario, il lettore di romanzi – il lettore, o la lettrice – non può sfuggire alla confortante sensazione di trovarsi a casa. Il rumore del mondo (Mondadori, pp. 736, € 22) è un romanzo storico nel senso più tradizionale del termine: ci sono personaggi a tutto tondo, tratteggiati e lavorati con cura; l’io narrante segue la prospettiva ora dell’uno ora dell’altro, evitando avvicendamenti troppo bruschi; gli antefatti sono narrati con generosa chiarezza; sullo sfondo dell’azione prendono forma ambienti ben definiti, e non si fatica a indovinare che l’autrice si è documentata con appassionato impegno sull’epoca e sui luoghi di cui parla. Che sono, a proposito, sostanzialmente due: l’Inghilterra, o meglio Londra, e il Piemonte sabaudo, nel decennio 1838-1848.  In breve, la trama. Anne Bacon, secondogenita di un ricco mercante di seta londinese, ha sposato il giovane Prospero, ufficiale e diplomatico, figlio unico del marchese Casimiro Vignon, discendente d’una delle più antiche famiglie del Piemonte. Entrambi sono cresciuti senza madre: rimasta orfana presto, Anne e la sorella erano state affidate alla premurosa e...

La scuola di Francoforte 2 / Jervis: introduzione a "La personalità autoritaria"

Nella Germania degli anni Venti, all’indomani della pesante sconfitta subita nella prima Guerra Mondiale, negli anni della crisi politica ed economica, si è prodotta un’inedita ridefinizione delle prospettive critiche e degli approcci metodologici e cognitivi ai diversi campi del sapere. Si è iniziato ad esempio a osservare la letteratura dalla prospettiva sociologica, la filosofia da quella economica, la sociologia dalla specola della psicoanalisi e la storia dell’arte da quella della fisiologia umana.  Il progetto della scuola di Francoforte si definisce in questo clima culturale di profonde trasformazioni, soprattutto a partire dalla direzione di Max Horkheimer, ossia dal 1931. Con la pubblicazione dal 1932 della Zeitschrift für Sozialforschung la Rivista per la ricerca sociale l’istituto divenne un luogo di ricerche interdisciplinari a cui parteciparono a vario titolo figure come Theodor W. Adorno (1903-1969), Walter Benjamin (1892-1940), Erich Fromm (1900-1980), Siegfried Kracauer (1889-1966), Leo Löwenthal(1900-1993) e Herbert Marcuse (1898-1979). Doppiozero presenterà alcune sequenze di questa ricerca, a partire dalla questione di quale sia il ruolo della...

Da fronti di guerra, boschi e montagne / Le lettere di Mario Rigoni Stern

Leggere gli epistolari degli scrittori a volte delude, specie quando dalla corrispondenza con le loro case editrici emergono rancori, piccolezze, avidità, che possono lasciare perplessi gli estimatori dei loro libri. Questo non avviene con Mario Rigoni Stern: ogni lettera ha la qualità narrativa e la velocità di un piccolo racconto, a volte aspro e sanguigno, altre volte elaborato e ricco di riflessioni. Le prime lettere di Rigoni che ho letto erano proprio dirette a me, un lettore appassionato che voleva saperne di più delle storie raccontate nei suoi libri e dei luoghi vissuti ed evocati, spesso montagne dell’arco alpino. Tante volte gli ho inviato foto di valli e montagne a lui care, lontane dall’altipiano dei 7 Comuni: le vette della Val Veny e Val Ferret, le cascate di Lillaz e i laghi sopra Champorcher, le nevi della Val Formazza e i prati di maggio della Val Soana. Lui una volta mi rispose: “lei è come se viaggiasse per me”.  Volevo saperne di più di Mario Rigoni Stern, non avevo ancora in mente di scriverne la biografia – avvenne molti anni dopo – e andai in cerca di scritti rari e dimenticati ma anche dei luoghi della sua giovinezza. Durante le ricerche, un giorno mi...

Solidarietà con le minoranze / Ebrei e Rom

Questo documento, serioso anche se un po’ azzardato, potrebbe essere fra i primi a occuparsi di alleanze possibili in luogo di inimicizie acclarate. Limitarsi a condannare l’antisemitismo moderno non serve a un granché se poi non si sa come combatterlo, e nemmeno a chi rivolgere lamentele (al governo?). Potremmo intanto allearci con il popolo dei rom? Al comando della Senatrice a vita Liliana Segre? Nome di battaglia a Roma: “La Tosta”?    Ecco qui dunque un elenco, per punti, di somiglianze e differenze fra ebrei e rom nel disordine in cui mi vengono in mente.   a) Noi oggi andiamo, almeno sembra, meglio dei rom (poverini!).   b) La strage nazista accomuna i due popoli dal punto di vista emotivo ma può anche essere oggetto di studio comparato per meglio esaminare le ossessioni genocide, a tutt’oggi ben lontane dall’essere spiegate con la precisione dovuta. Se non altro perché si possono ripetere, come diceva Primo Levi a ogni piè sospinto. Sappiamo a memoria tutti i punti nefandi della ideologia antisemita nazista: noi ebrei siamo un corpo estraneo all’umanità, infettante il sangue ariano, siamo il non-essere, agenti bolscevichi e di Wall Street ... Invece una...

Un’italiana in Brasile / Lina Bo Bardi, o dell’architettura mitopoietica

Se fosse ancora in vita, il 5 dicembre compirebbe centocinque anni, ma è soltanto da vent’anni o poco più che il mondo dell'architettura e del design è tornato ad occuparsi di lei. Si scrivono libri, si allestiscono mostre, si tengono convegni e conferenze: attorno alla figura di Lina Bo Bardi (1914 - 1992), una delle più significative del modernismo, anche se è riduttivo etichettarla così, l'interesse è in crescita esponenziale. Attualmente, nel mondo, ci sono ben tre eventi che la riguardano: il primo, a New York, è espositivo (suoi mobili sono in mostra fino al 15 giugno alla Gladstone Gallery, con la consulenza della galleria Nilufar di Milano, che ne ha messi in produzione alcuni); il secondo è una conferenza al Design Museum di Londra dedicata al design brasiliano che l'ha vista protagonista (18 giugno a cura di Chris Larsen, curator del Met Museum); il terzo, il più importante, è una retrospettiva sulla sua opera, dal titolo Lina Bo Bardi: Habitat, in corso al Museu de Arte de São Paulo (MASP), da lei progettato nella città in cui aveva scelto di vivere e di lavorare (fino al 28 luglio. A gennaio 2020 l’esposizione sarà poi visitabile al Museo Jumex di Città del Messico e a...

Lungo il fiume del Talmud, a dorso d'asino

Premessa. Nel pomeriggio del 26 maggio scorso ero a Venezia, chiamato a leggere e commentare pubblicamente un brano del Talmud babilonese, una circostanza pubblica per me molto inusuale, anzi del tutto inedita. L’editore Shulim Vogelmann mi aveva inviato il libro del Digiuno, Ta’anìt, perché mi preparassi per l’occasione. Nel lasciarmi perfettamente libero di selezionare il brano e impostare come meglio desiderassi il mio commento mi ha però espresso un’indicazione o meglio una speranza: che la mia lettura (da non credente e da ignorante di cose ebraiche) reperisse nel Talmud nessi con l’attualità e con i temi su cui si orienta attualmente il mio lavoro. Così è avvenuto, in particolare in un brano di cui presento qui di seguito la mia lettura.   Hanno insegnato i nostri Maestri in una baraità: L’uomo sia sempre flessibile come una canna e mai rigido come un cedro del Libano. [Avvenne che…]                                                                                 ...

Intervista ad Alessandro Calabrese / Tutto quel nero

Tutte le immagini che abbiamo ospitato nei nostri occhi, da quando siamo nati, si sono accumulate, giustapposte, sovraimpresse, assorbite, sovrapposte, mescolate nella memoria della nostra retina, delle cellule recettoriali o nel nostro cervello? E le immagini di rango superiore cosa hanno mosso nel nostro processo evolutivo? Molte sono state volutamente rimosse, dimenticate, perdute? Anche le idee che arrivano dall’esterno e le questioni concettuali rimangono impigliate nella visione retinica? Immaginiamo un riavvolgimento a ritroso per ripercorrere il loro passaggio in noi. Probabilmente questo viaggio nel sedimentato figurativo dà luogo a una narrazione o a una serie di collegamenti o a una riattivazione di ricordi e di emozioni, o solo a un miscuglio di cose. Oppure, e forse dipende dalla velocità del percorso au rebours, il risultato di queste immagini sovrapposte suggerisce un indecifrabile buco nero o forme astratte. Figuriamoci allora un lento fermo immagine ritmico, una scansione in grado di innescare un’azione catartica. Oppure – visto l’epoca che viviamo in cui la proliferazione su larga scala di materiale visivo disponibile in rete e l’iperproduzione di immagini ci...

1960 - 2013 / Philip Roth, Perché scrivere?

Davanti a un volume di «collected nonfiction» (questo il sottotitolo originale), riesce difficile abbozzare un compendio, sia pure approssimativo, tanto più che gli scritti raccolti in Perché scrivere? coprono un arco temporale molto vasto, che va dal 1960 al 2013, l’anno successivo a quello del fatidico annuncio di non scrivere più. In questo libro ricchissimo e a suo modo labirintico, l’unica cosa possibile è perdersi, o magari provare a tracciare dei percorsi particolari, alla ricerca di una risposta a quell’interrogativo che campeggia in copertina. Occorre dirlo subito: la risposta, per lo meno in termini diretti, non c’è, perché Philip Roth non fa che girare attorno al nucleo della sua e della altrui scrittura, in brevi saggi, in conversazioni straordinarie con altri scrittori o in vari scritti d’occasione.    In questo itinerario, che naturalmente ogni lettore può percorrere secondo le proprie inclinazioni e i propri interessi, si incontrano delle pietre miliari, dei landmarks essenziali e inaggirabili, a cominciare da uno dei testi più belli mai scritti dallo scrittore di Newark, giustamente collocato in apertura: «Ho sempre voluto che ammiraste il mio digiuno»...

Cosa sta accadendo? / Prima e dopo

Alla fermata del tram una signora sbraita, adesso anche il papa vuole aprire i porti, lo farà con le offerte che noi diamo in chiesa, dice all’amica. Non capisco se parla di porti o porte, intanto ecco i noi e i loro, avvolti da una stessa paura. Chi sprizza risentimento e avversione spesso però non ha abbastanza immaginazione per presagire che cosa può capitare, né la minima idea di come può andare a finire. Per un attimo un brivido mi fa pensare: siamo ancora al prima, certo, mica toccherà incontrare l’orrore che rimbomba nel dopo.  Uno dei film che racconta paradigmaticamente il dopo è 1945 di Ferenc Tőrők (2017). È il 12 agosto del 1945, la radio trasmette notizie sulla bomba atomica sganciata a Nagasaki il 9 agosto, e in un piccolo villaggio ungherese arriva un treno. Un giovane e un vecchio, forse padre e figlio, scendono con due grandi bauli con la scritta “profumi” e li caricano su un carretto. Si mettono in marcia senza parlare, si dirigono a piedi verso il villaggio.   Nessuno conosce le intenzioni dei due sconosciuti, le cui vesti sono quelle degli ebrei ortodossi. Gli abitanti iniziano ad agitarsi per lo spavento. Perché nel paese tutti sanno quanto è...

Coltivare la vita / Un teatro con radici piantate nell’esistenza

Uno spettacolo da pazzi   Genova, Teatro delle Tosse, la sera del 16 marzo 2019. Va in scena l’ultima replica di Sintomatologia dell’esistenza, un DSM per medici e poeti. Non ci sono attori famosi nel cast né il regista è di fama internazionale, eppure la sala (capienza 500 posti) è strapiena. A recitare insieme alla protagonista-regista Anna Solaro e ai suoi collaboratori sono circa trenta pazienti psichiatrici, tra i quali solo due sono ex attori professionisti. Loro recitano se stessi, cioè sono i “pazienti” che arrivano uno dopo l’altro per la seduta con la “dottoressa” (Anna Solaro), alla quale parleranno dei loro “sintomi”, che in realtà sono storie molto poetiche. Al termine della seduta, prima di andare via, ciascun paziente fissa l’appuntamento successivo, per tutti invariabilmente mercoledì alle 10.30 (che in realtà è l’orario del laboratorio teatrale). Ogni scena ha qualcosa di sorprendente ed esilarante, è condita di tanti giochi di parole che ci fanno scappare allegre risate. Il pubblico non tarda a capire quanto questi “pazienti” siano più umani delle etichette (“sintomo” o “malattia”) con cui la società e la medicina spesso li identificano, e scoprono che se c’...

Lavorare con la voce / Patsy Rodenburg, Il diritto di parlare

I lettori del libro che ho l’onore di presentare al pubblico italiano rimarranno sorpresi dalla sua urgenza, dalla vitalità implicita dei suoi argomenti. Se fosse ancora il tempo delle sintesi di sapore spengleriano, si potrebbe addirittura azzardare che, al tramonto della cosiddetta “civiltà delle immagini” (logorate dalla loro stessa abbondanza) è una “civiltà delle voci” che sembra, da molti indizi, annunciarsi. Inutile aggiungere che si tratta di un argomento molto intricato al confine tra l’estetica, l’antropologia, la storia del pensiero. Quelle che seguono non possono che essere delle note a margine, molto approssimative e inadeguate, dettate dall’esperienza della scrittura e dell’insegnamento della scrittura. Dal punto di vista della storia moderna delle forme narrative, quella che un grande studioso ha definito la presenza della voce è una vicenda lunga e drammatica. La si potrebbe definire come un movimento inesorabile di emersione dal basso: dall’oscurità del corpo e dei suoi ritmi immemoriali alla luce dell’esperienza e della coscienza. Ed è sorprendente constatare che questa vicenda così capitale (non credo di esagerare) nella nostra coscienza estetica e antropologica...

Almodóvar, “Dolor y Gloria” / Per amore di finzione

Malgrado fosse un’abitudine diffusa e la famiglia Almodóvar vivesse in umili condizioni, tanto da mandare il figlio in seminario pur di farlo studiare, quando Pedro, a otto anni, si è trasferito coi genitori in Estremadura non ha mai abitato in una grotta, al contrario di quello che racconta il suo ultimo film. È un dettaglio da mettere subito in evidenza, per cominciare a capire il tipo di rielaborazione narrativa e cinematografica compiuta da Dolor y gloria. Che usa materiali autobiografici, ma non è, prima di tutto, la messa in scena di una confessione o di un resoconto retrospettivo. È un progetto più complesso, in un certo senso anche più ambiguo e perciò più bello, perché è un’opera su come possiamo entrare in contatto con il nostro passato, con i desideri e le sofferenze che lo hanno fatto esistere, con i buchi reali e metaforici da rammendare, o con le ferite da far chiudere, servendoci, lungo il corso della vita, di immagini, finzioni, romanzi o disegni di noi stessi che, come in uno spettacolo pirotecnico, non sono mai fermi, o identici, ma possono spostarsi, variare e amalgamarsi, al pari dei colori che, nei titoli di testa – la prima cosa che vediamo – si mescolano e...

Accostamenti / Marconi VS De Carlo

La visita di Sanguine alla Fondazione Prada qualche mese fa mi aveva lasciato perplesso. Un artista considerato così acuto come Luc Tuymans mi è sembrato fiacco come curatore. Non ho letto il catalogo, che sicuramente approfondiva tutto, ma la guida all’esposizione e l’esposizione stessa mi sono apparsi generici e pretestuosi. Si tratta di accostamenti, di “montaggio”, di associazioni e slittamenti tra opere, tempi e luoghi di autori diversi. Ho pensato che forse è ora di reagire a un “warburghismo” che sta diventando di maniera, un alibi pretestuoso se non è preciso o almeno chiaro. Per carità, capisco tutte le ragioni della creatività e della libertà, ma per chi e per che cosa? Lì io non ho capito da quello che vedevo e leggevo, ho chiesto anche ad altri. Certo, c’erano opere belle e qualche “scoperta”, delle “chicche”, specie per chi frequenta solo l'arte contemporanea, e poi delle opere spettacolari come quella dei Chapman e l’arditezza di alcuni accostamenti... ma Tuymans è quel pittore sottile, fine intellettuale che dipinge figure storiche ma enigmatiche, quasi monocrome, uno di quelli che ha ridato ragioni alla pittura figurativa senza chiassi né clamori spettacolari,...

Al di là dello scacco / La speranza oggi

Benny Lévy: Da qualche tempo, ti interroghi intorno ai concetti di speranza e disperazione. Temi che hai raramente affrontato nei tuoi scritti. Jean-Paul Sartre: In ogni caso, non nello stesso modo. Perché io ho sempre pensato che ognuno viva con la speranza, cioè creda che qualsiasi cosa intraprenda, o che lo riguarda, o che concerne il gruppo sociale al quale appartiene, sia in corso di realizzazione, si realizzerà, e sarà positiva per lui come per coloro che costituiscono la sua comunità. Io penso che la speranza faccia parte dell’uomo; l’azione umana è trascendente, cioè mira sempre a un oggetto futuro a partire dal presente, nel quale noi progettiamo l’azione e tentiamo di realizzarla. Essa pone il suo fine, la sua realizzazione nel futuro. E, nella modalità dell’agire c’è la speranza, ossia il fatto stesso di porre un fine come se dovesse essere realizzato.   B. L.: Tu hai certamente detto che l’azione umana mira a un fine nell’avvenire, ma hai aggiunto, immediatamente dopo, che questa azione era inutile. La speranza è necessariamente delusa. Il cameriere di un caffè, la guida di un popolo – Hitler o Stalin –, un ubriacone di Parigi, il militante rivoluzionario marxista...

Ritratti 7 / Levi e il Golem Mac

Nel settembre del 1984 Primo Levi si compra un Golem. Non l’automa di argilla creato da un rabbino-mago di Praga, ma quello che lui stesso definisce un “elaboratore testi”, ovvero un computer. L’analogia figura in un suo articolo, e gli è suggerita dal fatto che, per far funzionare la macchina, bisogna introdurre nella fessura alla sua base, quasi una bocca, un disco-programma, così come il rabbino immette nella bocca del gigante di argilla una pergamena per vivificarlo. Il Golem è un Mac, come si vede in questa fotografia di Mario Monge, fotografo torinese scomparso nel 1999, amico di Guido Ceronetti, che ci ha lasciato bellissime immagini anche di Italo Calvino.   Come altri fotografi, nel giugno del 1986 Monge ha fissato Levi al lavoro col suo elaboratore. Una foto inconsueta, per via del profilo controluce dello scrittore, quasi una silhouette: foto al nero. Ricorda una foto segnaletica, seppure senza i dettagli del viso e della testa. Si scorge il pizzetto in basso, gli occhiali a metà e i capelli in alto, al termine della fronte spaziosa. In un articolo pubblicato su “La Stampa” due mesi dopo l’acquisto, Levi spiega a cosa gli serve il Golem-Mac, che paragona a un...

Massimo Recalcati / Ripercorrere la notte del Getsemani

La Bibbia, come scriveva Abraham Joshua Heschel, è un libro sull’uomo, una presa di parola sul soggetto umano, una antropologia dal punto di vista di Dio. Qualora non venga contraffatta da letture devote o apologetiche volte a sterilizzarne il carattere perturbante, qualora non se ne banalizzino le potenti suggestioni rendendole una ideologica pezza di appoggio per le proprie indubitabili e deterministiche dottrine, qualora non venga ridotta a feticcio di propaganda religiosa o politica, la Bibbia si offre al suo lettore come un testo che tende a scompaginare le certezze universali per dischiudere una verità sempre declinata al singolare, attivando così un processo di interrogazione fondamentale sul soggetto umano e su ciò che insiste nella sua esperienza.    È su questo orizzonte di lettura che, fin dalle prime righe, si colloca l’ultimo saggio di Massimo Recalcati La notte del Getsemani, pubblicato da Einaudi: «Attraverso questa scena il testo biblico parla radicalmente dell’uomo, tocca l’essenziale della sua condizione, della condizione “senza Dio” dell’uomo, la sua fragilità, la sua mancanza, i suoi tormenti. Le ferite dell’abbandono e del tradimento, la ferita dell’...

1930 - 2019 / Michel Serres, o della gioia di pensare

“Il mare e la matematica”: mi piace pensare che le coordinate entro le quali Walter Benjamin iscriveva l’opera di Paul Valéry si adattino ancor meglio all’avventura del pensiero di  Michel Serres che ci ha da poco lasciati. Nato ad Agen nel 1930, nel Sud ovest della Francia dove le rive della Garonna annunciano le onde dell’Atlantico, Serres entra nella scuola navale, ma ben presto rinuncia alla vita militare, per non cedere, ai tempi della crisi di Suez, alla logica di morte. Dalla terra catara delle origini aveva tratto il senso acuto di una storia umana in preda alle potenze del male e la volontà ferma di costruire una filosofia che fosse anche ricerca delle vie della pace: se il vero significato di filosofia, chiedeva, fosse “sapere dell’amore” più che “amore del sapere”? Amava ripetere che il filosofo che lo aveva maggiormente ispirato era Simone Weil, da lei aveva attinto il rifiuto della forza, quell’atteggiamento di “ritegno”, quel trattenersi che anche l’uomo contemporaneo dovrebbe apprendere dal Dio di Simone, di fronte ai rischi di una tecno-scienza diventata thanatocratica, affidata alla logica delle armi. Non amava la polemica, il cui etimo risale a polemos, la...

Sciascia Trenta / Leonardo Sciascia, Il cavaliere e la morte

Sono trascorsi 30 anni da quel giorno di novembre in cui Leonardo Sciascia ci ha lasciati, trent'anni in cui il paese, che lui ha così bene descritto, è profondamente cambiato, eppure nel profondo è sempre lo stesso: conformismo, mafie, divisione tra Nord e Sud, arroganza del potere, l'eterno fascismo italiano. Possibile? Per ricordare Sciascia abbiamo pensato di farlo raccontare da uno dei suoi amici, il fotografo Ferdinando Scianna, con le sue immagini e le sue parole, e di rivisitare i suoi libri con l'aiuto dei collaboratori di doppiozero, libri che continuano a essere letti, che tuttavia ancora molti non conoscono, libri che raccontano il nostro paese e la sua storia. Una scoperta per chi non li ha ancora letti e una riscoperta e un suggerimento a rileggerli per chi lo ha già fatto. La letteratura come fonte di conoscenza del mondo intorno a noi e di noi stessi. De te fabula narratur.   Le trame che si intrecciano nel penultimo libro di Leonardo Sciascia, Il cavaliere e la morte, pubblicato nel 1988, presentano il libro come un’allegoria sul potere. A prima vista siamo in un ambito familiare ai lettori dei suoi libri: un investigatore che in qualche modo è atipico: per...