Ricordi di un entomologo / J-H. Fabre. L’occhio dello sciamano

27 Febbraio 2022

Qualche anno fa, nella soffitta della casa in campagna, trovai un vespaio. Il fatto, altrimenti trascurabile, rappresentò un terremoto conoscitivo. Per la prima volta osservai nel dettaglio la complessa struttura creata dagli imenotteri sotto una luce diversa. Nel pomeriggio della tarda estate, all’età di quarant’anni, sorse diretta ma elementare la domanda: Come fa la vespa a sapere? Mi chiesi come potessero gli insetti trasmettere le istruzioni necessarie a organizzare cellette, condotti, piloni. C'era forse un’intelligenza collettiva che animava la struttura, o forse la conoscenza si poteva tramandare; e poi, la questione era di natura genetica o epigenetica; forse era l’ambiente a determinare la riuscita dell’opera? Possibile che non me lo fossi mai chiesto prima? Forse lo stupore fu un abbaglio, oppure fu sbagliato il modo in cui mi posi la domanda. L'epifania comunque agì e qualcosa ebbe inizio. Fino a quel momento mi ero interessato a determinare gli insetti senza indagarne il comportamento, secondario rispetto alla catalogazione tassonomica. Dare risposta a quella raffica di domande fu invece uno dei motivi per cui decisi di ricominciare lo studio dell’entomologia, coltivato fin dall’infanzia ma tralasciato in età adulta. 

 

Il vespaio causò qualcosa simile a un’esplosione e il panorama epistemologico risultò stravolto. Decisi di documentarmi, cercando la bibliografia in merito al modo in cui gli animali costruiscono i loro nidi. Come fanno a sapere come farlo? fu la domanda fissa. Ho iniziato a osservare gli insetti non più con l’occhio del collezionista ma dell’etologo e lo studio del loro comportamento ha aperto una terza dimensione rispetto alla piatta tassonomia. Nella mia libreria occhieggiava, negletto da anni, il volume di Jean-Henri Casimir Fabre, I devastatori, edito da Rizzoli nella collana “L’Ornitorinco” nel 1984 (avevo dunque sette anni quando mi fu regalato, in occasione del compleanno?). Il sottotitolo Un grande entomologo racconta da scrittore la vita degli insetti nocivi aveva allontanato me da quell’opera, dal momento che io ero ragazzo di città per il quale non esistevano insetti nocivi ma solo splendide specie da catturare, catalogare e studiare al microscopio.

 

La risposta all’ostinato interrogativo postomi dal vespaio l’ho trovata col tempo seguendo in parte proprio il procedimento di Fabre, quello scientifico empirico, che prende alla lettera il motto galileiano dell’Accademia del Cimento: “Provando e riprovando”. Sapevo che nelle pagine di Jean-Henri avrei trovato uno stile chiaro e didattico, curiosità e spirito di osservazione, caratteri che han fatto di lui forse il più grande entomologo di tutti i tempi, per taluni addirittura il padre dell’entomologia (anche se non si può negare che tale titolo spetti piuttosto ad Aristotele). Documentandomi sul suo conto ho scoperto così che nacque il 22 dicembre 1823 in un piccolo paese dell’Occitania da una famiglia povera. Prima contadino e poi studente – per lo più autodidatta – ad Avignone, mostrò una spiccata attenzione alle arti e alla cultura classica traducendo Omero e Virgilio. Fu poeta felibrista, ossia cultore dell’antica lingua occitanica, e acquerellista. Nel 1853 ad Avignone fu nominato professore al Liceo Imperiale dove dispensò per diciotto anni lezioni di storia naturale, chimica, cosmografia, geometria, fisica e aritmetica. Divenne curatore del locale Museo di Storia Naturale, dove avviò un laboratorio in cui sperimentava coloranti e teneva lezioni di chimica aperte al pubblico. Continuò anche a coltivare la terra, attività che gli consentì di mantenere un rapporto diretto con la natura. 

 

Dalle sue osservazioni sul campo trasse le osservazioni dei Ricordi entomologici e di Vita degli insetti, le opere per le quali viene ricordato come precursore dell’etologia, disciplina teorizzata poi solo da Konrad Lorenz, a fine anni Trenta del Novecento. Si dichiarò spesso e con forza avverso ai musei e alla scienza da laboratorio, favorevole invece, quasi fosse un pittore impressionista, all’osservazione diretta en plein air. Visse nel sud della Francia, in un tempo in cui ancora la natura non era devastata dall’agricoltura intensiva e il suolo urbano non insidiava la maggior parte della terra; un’epoca in cui tutti, anche i cittadini delle grandi città, avevano ancora un legame con la terra e gli animali. Scrisse la maggior parte delle sue opere a Orange, dove visse modestamente con la famiglia mentre la sua dimora stabile e più nota fu a Sérignan, in una fattoria chiamata "Harmas” – dove morì nel 1915 – oggi adibita a museo. 

I Ricordi di un entomologo sono la sua opera letteraria più conosciuta, monumentale, edita in dieci volumi usciti a puntate tra il 1879 e il 1907.

 

Lo stile è espressivo, un “ditirambo gnoseologico” come lo definì Giorgio Celli, forse l’ultimo esempio di epos didascalico tipico di Lucrezio e di Virgilio, dei quali Fabre fu appassionato traduttore. Vennero scritti per lo più per un pubblico di lettori urbani. Il referente delle sue pagine non è né il contadino (non vi si danno istruzioni pratiche in merito alla lotta biologica per le coltivazioni), né lo scienziato (non vi si trattano gli argomenti con metodo e rigore tecnico), bensì il cittadino in cerca d’istruzione; è noto, a tal proposito, che Fabre dette scandalo spiegando la fecondazione dei fiori nel corso serale di botanica tenuto alle giovani dabbene della borghesia avignonese. 

Le edizioni italiane che ho trovato in vendita on line e alle librerie dell’usato per la mia collezione bibliografica sono la costosa antologia Einaudi (nella collana I Millenni, del 1972, a cura di Giorgio Celli e traduzione di Paola e Giorgio Celli) e l’antologia in tre volumi di dimensioni maneggevoli, edita da Sonzogno nel 1974. Nel 1981 sempre Einaudi tentò, nella collana Gli Struzzi, di pubblicare l’intera opera, ma ne uscirono solo due volumi, divenuti piuttosto rari. Adesso Adelphi ha ripreso per fortuna il progetto con l’intenzione di editare infine tutta la serie nella traduzione aggiornata da Laura Frausin Pasino e l’introduzione di Gerald Durrell. 

 

Se per tanto tempo ho trascurato la scrittura di Fabre è forse anche perché egli detestò gli entomologi che studiano in sistematica gli insetti – quelli del tipo che io stesso ero e ancor oggi sono – e disprezzò i musei e l’accademia, forme in cui il sapere, invece di restar fluido, si cristallizza in un’istituzione, una norma (quasi che il sapere non fosse sempre e comunque un atto di comprensione, e quindi di cattura, e non s’ordini naturalmente secondo delle regole). Nonostante le differenze che ci separano, la scoperta del mio vespaio non tardò a coinvolgerlo nelle ricerche per dar risposta alla domanda su come facciano gli imenotteri a saper costruire. Quesito che ben presto, per giunta, s’allargò anche a tutti gli altri insetti, compresi gli amati coleotteri: come fa lo scarabeo a prendersi cura della prole? Così Fabre, che sulla vita dello scarabeo aveva condotto studi dettagliati, è tornato a parlarmi, ma anche a porre nuovi interrogativi, più complessi, che tuttavia hanno alla base la stessa meravigliata, stupefatta domanda che anima ogni pagina, ogni riga e ogni parola da lui scritta. 

 

Ben presto m’è parso chiaro, addentrandomi nella lettura dei Ricordi di un entomologo, che più Fabre si frustra nel non darsi spiegazione sulle cause ultime dell’origine del comportamento animale, meglio riesce nella descrizione del dettaglio, del particolare. La molla della sua sperimentazione, mai schematica e sempre divagante in virtù delle occasioni che gli si presentano, risiede nella domanda destinata a restare senza risposta: Come fanno a saperlo fare. Al contempo m’è sembrato che il quesito dovesse, anzi debba necessariamente, essere spezzato in due parti: “come fanno” e “saperlo fare”. La risposta alla prima è immanente e la si può ottenere tramite l’osservazione e la descrizione analitica: è ciò che rende grande Fabre ancora oggi. Saperlo fare apre invece le porte alla metafisica – in assenza di strumenti adatti come la genetica e la statistica – a un’idea di sapere astratto, finalizzato dall’alto, da un’intelligenza che sta sopra le cose. Davanti al vespaio scoperto in soffitta ho patito la stessa frustrazione di Fabre di fronte alle inspiegabili azioni istintive degli insetti. Nel descrivere il comportamento della vespa che, a colpi di ovopositore, paralizza la vittima destinata a nutrire le sue larve, oppure nelle complesse procedure di edificazione del nido, simili a quelle della tela del ragno, la descrizione oggettiva dal punto di vista del metodo scientifico suscita altre domande filosofiche alle quali la scienza di allora non poteva dare risposte adeguate.

 

 

Come rilevato da Giorgio Celli nella fondamentale prefazione all’edizione Einaudi del 1972, dal titolo Modernità di Fabre, nel tentativo di venire a capo della seconda parte del quesito Fabre patisce di una visione rigida e pesantemente teleologica delle azioni istintive: esagerò nel sopravvalutare la precisione dell’istinto e non fu mai persuaso che il meccanismo della selezione naturale fosse sufficiente – cito Celli alla lettera – a spiegare il formarsi e il fissarsi di una serie così complessa e ordinata di fatti. Esattamente come me, nel mezzo del cammin della mia vita, stupefatto alla vista di un comportamento complesso, o come un cittadino di oggi senza competenze di biologia, incuriosito in modo superficiale dalla vita degli insetti, Fabre peccò nell’interpretare i fenomeni naturali in modo finalizzato e selettivo. 

 

All’epoca in cui furono scritti i Souvenirs entomologiques non esisteva ancora la genetica, nata verso la metà dell’800 con i pionieristici esperimenti di Mendel, entrata a far parte delle discipline scientifiche solo ai primi decenni del secolo seguente; né ancora si pensava allo studio probabilistico, sviluppatosi in contesto post-darwiniano, delle circostanze casuali che oggi sappiamo bene essere alla base dell’evoluzione. Per Fabre, che trascurava anche certi legami necessari della chimica, ogni gesto animale è determinato da un’intenzionalità individuale sovraccarica di finalismo, tanto da fargli scambiare a volte le cause per gli effetti: è stato non a torto osservato come “l’Omero degli insetti” – giusta la definizione di Victor Hugo – pur fieramente avverso all’idea della continua trasformazione delle specie viventi, muovesse da basi sostanzialmente lamarckiane, quindi in ultima analisi evoluzionistiche.

 

Certamente la polarità tra Fabre e Darwin porta con sé il riflesso dell’opposizione tra lamarckismo e darwinismo, uno scontro strutturale tra le culture dei due imperi, quello francese e quello inglese, venata di tensioni nazionalistiche. Ma anche in Francia, a un decennio dalla morte di Fabre – negli anni Venti del secolo scorso – s’accese un dibattito in cui scienziati meccanicisti stigmatizzarono la sua impostazione metafisica, accusandolo di dilettantismo e condannandone la prosa come più poetica che scientifica. Sempre Celli, in merito alla tecnica scrittoria del nostro, parlò chiaramente di “disarmonia” tra sogno e osservazione, sottolineando come le cadute, conoscitive e stilistiche, siano causate dal disallineamento tra queste due istanze. Nelle pagine dei Ricordi di un entomologo i fenomeni sono registrati sì con l’imparzialità sovrana degli empiristi radicali, ma al contempo con un entusiasmo e una sintonia con la materia vitale che porta a sognare, a trascendere, formulando ipotesi seducenti non supportate dai dati necessari; ipotesi troppo belle da non credervi, come nel caso della presunta migrazione in massa delle vespe Ammofile dalle fredde terre della Drôme verso il caldo mezzogiorno, congettura rivelatasi però col tempo, alla prova dei fatti, del tutto errata.

 

Quella di Fabre è una scrittura quindi che funziona se si limita alla descrizione, alla ricerca del come attraverso l’osservazione, ma che appena cerca delle risposte interrogandosi sul come mai, sul modo in cui gli insetti abbiano se non evoluto almeno sviluppato un comportamento, gira a vuoto, non può fare a meno d’ingarbugliarsi. Fallisce in particolare quando, per una forma di pregiudizio, rimarca in ogni pagina il rifiuto – se non il rigetto – della teoria dell’evoluzione (da lui spregiativamente ribattezzata del “trasformismo”). Non si capacita che il sommarsi di adattamenti di per sé quasi impercettibili abbia potuto portare a tanta complessità e raffinatezza di forme e comportamenti; non si pone, come ovvio, il quesito se l’evoluzione vi sia arrivata per gradi o con scarti evolutivi, simile a un creazionista trova semplicemente inconcepibile che certe cose possano accadere. Ma più resta sbalordito di fronte all’inspiegabile intelligenza della materia, più indaga cocciutamente la materia con occhio accorto e metodo rigoroso.

 

Ripubblicare i Ricordi di un entomologo in modo integrale, senza un apparato di note e commenti che dipani questi nodi epistemologici, appare una scommessa. Nell’edizione Adelphi credo che il lettore accorto e interessato alla comprensione del testo patirà l’assenza d’un apparato critico che aiuti a contestualizzare il pensiero e il metodo di Fabre, apparato che d’altra parte avrebbe appesantito ancora di più la mole già ingente delle pagine. Forse, prima d’iniziare la lettura di quest’opera mastodontica e ondivaga, è sufficiente tenere a mente che l’inattualità di Fabre è tutta nel suo piccato rifiuto della teoria dell'evoluzione, mentre sempre avvincente si conserva invece il suo stile e straordinariamente minuziose restano le sue osservazioni sul campo. Le pagine andrebbero quindi affrontate da una prospettiva letteraria, gustate per lo stile descrittivo, accettando le sue osservazioni come eccezionali testimonianze di storia della scienza. Due sarebbero infatti gli errori più grandi in cui può incorrere oggi il lettore dei Ricordi ovverosia pensare che il loro messaggio e il loro metodo siano scientificamente validi tutt’oggi e, cosa ben più grave, strumentalizzare l’opera in chiave anti-scientista e antievoluzionista, cosa che purtroppo talvolta accade. 

 

Tornando al quesito incipitario, come fa la vespa ad attingere alla conoscenza? La domanda è semplicemente mal posta. La conoscenza emerge dalla materia, dalla trama di relazioni nel contesto in cui il soggetto si trova. Al lettore che come me, sbalordito davanti al comportamento degli insetti, volesse leggere la ristampa adelphiana non solo per il piacere dello stile ma per trovarvi risposte scientifiche dovrebbe procurarsi a corollario, oltre all’introduzione di Celli al volume Einaudi, un’ulteriore e nutrita bibliografia di supporto che per me è consistita in alcuni manuali d’etologia, Il caso e la necessità di Jacques Monod, Mente e natura di Gregory Bateson, La forma degli animali di Adolf Portman, L’architettura degli animali di James L. Gould e Carol Grant Gould, Altre Menti di Peter Godfrey-Smith, fino a Menti parallele di Laura Tripaldi. Grazie a un manipolo d’altre eterogenee letture sulle nuove scoperte condotte nei campi della genetica e dell’evoluzione, la saggezza della vespa (come pure il suo poter essere tramandata nel tempo), in poche parole m’è risultata essere insita nell’evoluzione della trama stessa della materia e da essa emergere. 

 

Mon semblable, mon frère! In fondo siamo tutti evoluzione di forme di vita che si riproducono, si nutrono e sono suddivise in segmenti. La virtù descrittiva della scrittura di Fabre trasse origine dallo stesso turbamento che avevo provato nel rinvenire il vespaio in soffitta. Avrei trascorso ore a osservare e descrivere fino nei minimi dettagli come gli imenotteri edificavano la loro struttura, senza però comprenderne il modo. Per quanto osservatore inimitabile, come lo definì Darwin, che lo aveva comunque in stima, Fabre non si consumò gli occhi al microscopio nel descrivere le superfici alari dei Licenidi come fece Vladimir Nabokov; negli insetti non cercò neppure un ordine allegorico di forme e di segni pitagorici come Ernst Jünger in Cacce sottili; né tantomeno si sentì in dovere di giustificare “l’arte del collezionare”, a lui estranea, come fa invece Fredrik Sjöberg.

 

Mi piace ricordare come il pittore e ceramista Mario Sturani (1906-1978), entomologo non professionista ma ciononostante uno dei più autorevoli studiosi italiani dei Carabidi del genere Carabus, formatosi nella Torino d’anteguerra assieme a Cesare Pavese, fu uno dei pochi scrittori italiani a occuparsi d’insetti con la consapevolezza dello scienziato: il suo libro più importante, Caccia grossa tra le erbe (Torino, Einaudi, 1942 solo parzialmente ristampato da Rizzoli nel 1970) è una raccolta di racconti didattici tuttora freschissimi, che dopo oltre mezzo secolo meriterebbe una seconda ristampa, criticamente più attenta e fedele. Quest’opera ha, a sua volta, un implicito debito nei confronti di Jean-Henri Fabre: Sturani fu un suo ammiratore e tenne sempre un suo ritratto sul tavolo di lavoro (come ricordato nell’antologia Pietre, piume, insetti. L’arte di raccontare la natura, a cura di Matteo Sturani, Torino, Einaudi, 2013).

 

Scrivere porta con sé un inevitabile residuo metaforico: non c’è discorso scientifico che, pronunciato dall’uomo, non veicoli scorie antropomorfe, seppur minime. Occorre quindi contestualizzare storicamente l’opera di Fabre e comprendere come il suo sforzo di descrizione del comportamento dell’insetto, più che le regole della morfologia, segua l’intento di creare una sorta di Comédie entomologique, l’epopea d’una società. Che cosa resta della conoscenza senza evoluzione e concezione possessiva della natura? Una favola, un racconto. In ciò Fabre è per certi aspetti affine a Marcel Proust e credo che i Ricordi di un entomologo possano essere considerati l’equivalente naturalistico della Recherche. L’insetto fu per Fabre un modo per conoscere meglio l’uomo che egli era, quindi sé stesso. Per questo oggigiorno mi piace vederlo come l’archetipo del vecchio saggio contadino, lo sciamano con un grande cappello nero che parla agli animali e ne conosce i trucchi e i segreti, fino nel minimo dettaglio. D’altra parte il Re Salomone sapeva comunicare coi demoni e Konrad Lorenz, quando scelse il titolo per la sua opera più conosciuta, era consapevole di rievocare la leggenda secondo la quale un anello permetteva di dialogare con le bestie e di capirne il linguaggio. 

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