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Ricordo di un amico / Il dente del pregiudizio

Tra i testi che il nostro amatissimo Aldo Zargani ci aveva lasciato in lettura e per l’eventuale pubblicazione dei suoi scritti, che poi in parte abbiamo raccolto nell’ebook La fortezza della pace che potete gratuitamente scaricare qui, c’era questa introduzione a un libro a cui stava pensando dal titolo “Il dente del pregiudizio”.  La pubblichiamo qui, nel primo anniversario della sua scomparsa che ci ha lasciato un vuoto che difficilmente riusciremo a colmare.   C’era una volta un bimbo con i sensi di milioni di anni prima adatti per qualche savana dell’Africa piena di bestiole da mangiare o esserne mangiati. Il bimbo piccolo nel 1939 si trovava in cucina con la sua mamma, orgogliosa del progresso della civiltà che aveva svelato le verità nascoste.  La mamma, armata di forchetta, infilzava un’arancia, accendeva una candela e simulava alla bell’e meglio il sistema copernicano. Era la Terra, che si muoveva, “la Ter-ra”, e la mamma armeggiava con l’arancia: “Vedi tesoro mio?”. Il Sole-candela non si muoveva, l’ombra sì, e anche la luce e l’arancia. Cambiavano le stagioni e le ore del giorno e della notte, ma il moccolo-Sole restava immobile sulla tavola di marmo....

Pensiero e azione pubblica / Hammarskjöld: la Buona politica

Il 18 settembre del 1961, in un incidente aereo molto sospetto e mai chiarito, vicino all'aeroporto della città di Ndola, dove si stava recando per cercare una soluzione alla crisi provocata dall'insurrezione indipendentista del Katanga dopo la dichiarazione d'indipendenza del Congo, morì l'allora Segretario Generale delle Nazioni Unite Dag Hammarskjöld. Sull'incidente non è stata ancora fatta chiarezza, nonostante la pubblicazione in anni recenti di un'accurata ricerca (cfr.Susan Williams, Who Killed Hammarskjöld? The UN, the Cold War and White Supremacy in Africa, 2011) abbia spinto l'ONU ad aprire una nuova indagine. Negli anni Sessanta, d'altra parte, non ci si facevano molti scrupoli ad eliminare personaggi scomodi, come ad esempio il monaco trappista Thomas Merton, grande e influente oppositore della guerra nel Vietnam, morto nel 1968 in un inspiegabile incidente ancora avvolto nel mistero. Un mistero che ancora avvolge la morte di Enrico Mattei nel 1962 e gli assassinii tutt'altro che chiariti dei due Kennedy (1963 e 1968), di Martin Luther King (1968) e di Malcom X (1965), per citarne alcuni. Capitava allora che, col pretesto di difendere dei grandi ideali, organizzazioni...

Eroi dell’amore. Storie di coppie, seduzioni e follie / Eroi dell’amore. La lezione dell’eccesso

L’amore, in tutte le sue forme, turba ogni progetto di armonia. Il libro di Massimo Fusillo, Eroi dell’amore. Storie di coppie, seduzioni e follie (Il Mulino, 2021) lo mostra, esplorando l’amore in una gamma complessa e frastagliata di sfumature. Da Carmen e Don José a Tristano e Isotta, da Romeo e Giulietta a Heatcliff e Cathérine, da Fedra e Ippolito a Diabolik ed Eva Kant, Fusillo spazia nel teatro di parola, nel teatro musicale, nel fumetto, nel cinema, nella letteratura, cercandovi gli “eroi dell’amore”. Il suo libro percorre, con stile nitido e persuasivo, mai appesantito dall’erudizione, una intrigante enciclopedia di ritratti e di storie d’amore e si divide in tre parti: La coppia contro il mondo, La seduzione come sovversione, La follia autodistruttrice.   Gli “eroi dell’amore” non hanno nulla di “eroico” in senso etimologico: non danno prova di coraggio e di abnegazione in imprese militari; non si sacrificano per qualche ideale superiore; non sono, come nelle civiltà primitive, figure mitiche ed eccezionali a cui sono attribuite gesta leggendarie. Qui l’eroismo non ha nulla di vittorioso e di trionfante ma rappresenta l’oltranza terrena, appassionata, di un...

Musei dell'Est (3) / La DDR rinata a Berlino

Berlino è la città in cui, rispetto alle due precedenti, esiste una peculiare categoria culturale di cui è necessario tener conto se si parla di vita quotidiana ai tempi del comunismo e di sua rivisitazione museale: la nostalgia, anzi, la Ostalgie. Quel fenomeno di rimpianto per l’Ost (est) che dalla cosiddetta Wende (svolta, crollo del Muro e successiva riunificazione delle Germanie) in poi ha conosciuto diverse fasi e assunto molte sfumature differenti. Una non trascurabile parte degli ex cittadini della Repubblica Democratica Tedesca, a eccezione di quelli che hanno immediatamente colto l’occasione per spostarsi il più lontano possibile dai territori che ancora odoravano di socialismo, prova un sentimento di malcelato fastidio nei confronti della riunificazione.   A quell’evento guarda come a un’annessione da parte del potere forte occidentale che del paese comunista cancellato dalle carte geografiche ha voluto fare piazza pulita e che, liquidandone le pur discutibili componenti politico-ideologiche, non ha risparmiato nulla, né tradizioni culturali, né abitudini quotidiane, né specificità architettoniche. La prevaricazione occidentale, e le sue conseguenze socio-politico-...

Il film-documentario di Paolo Santolini / Il Migliore. Marco Pantani

Comincia con la neve sulla spiaggia di Cesenatico, con gli stabilimenti balneari impacchettati dal cellophan e i capanni da pesca che spingono le loro antenne senza bandiere. Sullo sfondo il mare non si distingue dal grigio del cielo. Comincia col fermo immagine sul monumento al Pirata, la mezza pelata sopravvento coperta di neve. Comincia così Il migliore. Marco Pantani, il film-documentario di Paolo Santolini che sarà proiettato per tre giorni, lunedì 18, martedì 19 e mercoledì 20, nelle sale cinematografiche.  Da quando lo trovarono morto nella camera del Residence Le Rose, a Rimini, nella tarda sera del giorno di San Valentino del febbraio 2004, è il terzo film su Marco Pantani, dopo un film TV del 2007, Il Pirata, di Claudio Bonivento, e Il caso Pantani. L’omicidio di un campione, di Domenico Ciolfi, del 2020.   I libri su Pantani sono molti di più: dagli instant book, messi insieme a caldo, sull’onda dell’emozione e dell’opportunità, alle inchieste intorno all’atto finale della sua vita (Gli ultimi giorni di Marco Pantani, di Philippe Brunel, 2007, prima edizione italiana 2008), dai ritratti corali della sua parabola di uomo e di campione (Pantani era un dio, di...

Dionys Mascolo / Maurice Blanchot: Per l'amicizia

Alla fine di settembre, torno a Cosenza, nell’Università dove insegno, dopo un anno e mezzo di quasi totale assenza a causa della pandemia. Ogni cosa è spettralmente identica a come l’ho lasciata. Le abitudini quasi rituali si ripristinano senza esitazione: ricevimento, esami, cena coi colleghi, i trasferimenti da un cubo all'altro sul lungo ponte che li unisce, cordialità con la foresteria che mi ospita. Eppure, come un tarlo che ha lavorato silenziosamente e in profondità lasciando inalterata la superficie, qualcosa ha scavato una fenditura non suturabile, tanto più sconcertante quanto più in superficie tutto appare familiare, consueto, prossimo.   Si dirà: è quello che accade nei momenti di crisi, nelle faglie traumatiche della storia. È vero solo in parte. I traumi della storia non producono l’inedito, il mai visto e sentito prima, ma rivelano l’inedito, il discontinuo nel già da sempre esistente. Freud ci ha insegnato tanto a questo proposito. Partecipare agli eventi della storia con una qualche dose di compromissione e impegno, soprattutto quando si tratta di momenti che producono una “crisi della presenza” come diceva De Martino, non significa stabilire alleanze,...

Neuroscienze in tribunale / Il delitto del cervello

Da tempo ci si interroga sul futuro e come costruirlo, basandosi sul presupposto in apparenza scontato di poter scegliere. Ma è una convinzione o un autoinganno? È un’evidenza o una convinzione sollecitata dall’ambizione di sentirsi liberi? Siamo realisti o siamo illusi? Perché l’uomo, per il solo fatto di essere cosciente, dovrebbe poter eludere il decorso causale dell’universo? Probabilmente l’idea di libertà lusinga, ma nel contempo angoscia perché porta con sé un bagaglio di inquietudini, responsabilità, sensi di colpa di cui si farebbe volentieri a meno. Non a caso Doppiozero si è occupato in varie occasioni di questo tema. I recenti saggi di List (Il libero arbitrio, Einaudi 2020), Tratteur (Il prigioniero libero, Adelphi 2020), con i commenti di Dall’Aglio (“Libero arbitrio?”) e di Manzotti (“Lo scandalo della libertà”), convergono nel riconoscere vitale quella libertà, soprattutto sul versante filosofico.    Il lavoro di Lavazza e Sammicheli (Il delitto del cervello, Codice, 2021) non se ne discosta, pur in prospettiva leggermente diversa. La riflessione ha come sfondo il perdurante scisma tra i fautori della libertà nella veste del libero arbitrio e i...

Intervista al Premio Nobel / Venki Ramakrishnan: io e i geni

Con l’occasione della lettura magistrale dal titolo “My adventures in the Ribosome: Nature’s Amazing Nanomachine” nell’ambito di Nanoinnovation 2021, presso l’Università la Sapienza, abbiamo incontrato a Roma Venki Ramakrishnan, Premio Nobel 2009 per la Chimica, autore di La macchina del gene recentemente pubblicato da Adelphi, di cui abbiamo parlato su queste pagine lo scorso maggio.   Professor Ramakrisnan, nel suo affascinante resoconto della “gara per decifrare i segreti del Ribosoma”, la nano-macchina cellulare che trasforma l’informazione genetica in tutte le proteine di cui abbiamo bisogno nel corso della nostra esistenza, lei racconta molti dietro le quinte della ricerca scientifica insieme alle tappe, ai viaggi, ai successi, ai fallimenti, alle nuove scoperte che infine hanno permesso a lei e ai suoi collaboratori di comprendere la struttura atomica di quello che viene definito “il crocevia della vita” e, particolare non secondario, di conquistare il Premio Nobel per la Chimica. Qual è la sua nuova corsa, oggi, dopo aver raggiunto un traguardo così prestigioso, a cosa sta lavorando? Come ha avuto la gentilezza di ricordare appena ora, ho lavorato alla decifrazione...

Ritratto di gruppo con filosofo / Salvatore Veca e le ochette

Salvatore Veca ci ha lasciati. Salvatore Veca, il filosofo che fece suo il celebre incipit della Teoria della giustizia di Rawls: «La giustizia è la prima virtù delle istituzioni come la verità lo è dei sistemi di pensiero». Giustizia e verità furono i suoi fari, anzi a Veca riuscì di fonderli insieme, riuscì di trasformare la verità, da pura virtù dei sistemi di pensiero, a virtù della comunità, più vicina a una verità come condivisione, come consenso, come giustizia: la verità come risposta riuscita a ciò che vi è, così come le azioni giuste sono risposte riuscite a ciò che vale. Salvatore Veca propose una filosofia ospitale e accogliente, quasi un approdo sicuro dopo le fatiche della navigatio philosophiae, una filosofia, per dirla con un concetto riassuntivo, urbana, insieme cittadina e cortese. Milano fu il luogo della sua attività principale, ma da Milano il suo pensiero si è irradiato e ha agito in tanti luoghi e in tante menti, vivificandole e corroborandole.   Salvatore e le ochette   La mia compresa. Questo è un ricordo di Salvatore e insieme un riconoscimento sentito di quello che egli fu per noi: una specie di fratello maggiore/padre, a seconda dell’epoca e...

Cultura del dar forma / Trix & Robert Haussmann: specie di spazi

Quando a un famoso architetto, durante il colloquio per diventare professore ordinario al Politecnico di Zurigo, fu chiesto, tra le altre cose, quale fosse l'edificio più bello che ci fosse in città e lui rispose il Kronenhalle Bar, il Presidente del Politecnico per un attimo trasalì. Ma la risposta dipanò con arguzia il filo di quella che sembrava sulle prime una matassa ingarbugliata. "È un posto in cui si può andare molte volte e imparare ogni volta qualcosa di nuovo grazie alla sapienza dell'architetto. Beh ovviamente si potrebbe, o forse è giusto dire dovrebbe, perdersi nei dettagli dello straordinario progetto di arredo di Robert Haussmann, che da solo prenderebbe persino più tempo di una sola serata.   Poi a una visita successiva si potrebbero ammirare le opere in bronzo che Alberto e Diego Giacometti hanno ideato per il bar; e un'altra serata se ne andrebbe rimirando i dipinti originali alle pareti appena sopra le nostre teste e per le quali il Kronenhalle è così famoso. Ma questo posto è qualcosa di più, si sa che da questo bar negli anni sono passati tutti gli intellettuali e gli artisti in città e si potrebbe spendere una serata ancora ad ascoltare aneddoti su uno...

Goethe-Institut Torino - Salone del libro / La Russian connection di Chanel

Karl Schlögel sarà al Salone del libro di Torino in collaborazione con il Goethe-Institut Turin e Frankfurter Buchmesse e presenterà sabato 16 ottobre alle ore 15.30 (Sala Internazionale-Padiglione 1)  il suo nuovo libro “Il profumo degli imperi. Chanel N.5 e Rosso Mosca - la storia del XX secolo in due profumi” edito da Rizzoli, che ringraziamo per averci concesso di pubblicare l’ estratto qui di seguito.   Non era scontato che una sarta e modista, per quanto brava, potesse entrare in contatto con ambienti, e soprattutto con uomini, in grado di spianarle la strada da una piccola realtà di provincia al vasto mondo. Doveva esserci uno spazio in cui Chanel potesse non solo incontrare un certo Boy Capel, il ricco amante che la aiutò ad aprire le sue prime boutique, ma anche stabilire un rapporto con il primo ministro francese Georges Clemenceau o con Winston Churchill, il cui grande momento doveva ancora arrivare. Dovevano esserci luoghi in cui una stilista potesse incontrare un certo duca di Westminster, l’uomo più facoltoso del Regno Unito, disposto a ospitarla continuamente nelle sue tenute, e in cui potesse imbattersi in un membro della famiglia dello zar, che a sua...

Una nuova edizione arricchita / Storie e riprese di Il deserto dei Tartari

Deserto   Per Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari non era un romanzo. O meglio, non era soltanto la storia del tenente Giovanni Drogo, l’intrecciarsi di tanti destini, di silenzi, di parole, dell’inquieto sguardo sulla sospensione del tempo da vivere, che lo avrebbero portato a diventare famoso nel mondo. No, la sua opera era il libro di tutta una vita. Un gigantesco arazzo che avrebbe potuto montare e smontare all’infinito. Anche se il primo lettore lo aveva bocciato senza troppi ripensamenti.       Era andata così: Leo Longanesi, chiamato da Rizzoli a dirigere la nuova collana Il Sofà delle Muse, aveva chiesto al trentenne Dino Buzzati, giornalista del “Corriere della Sera”, di fargli leggere il manoscritto del Deserto. Poi, lo aveva passato a un suo critico di fiducia. Ma il responso era stato durissimo: quel libro non valeva nulla. Per fortuna, il fondatore di “L’Italiano”, “Omnibus” e “Il Borghese” era un bastian contrario per natura e per vocazione. Così, aveva deciso di pubblicare il romanzo. Cambiandogli soltanto il titolo: non più “La fortezza” o “Il messaggio dal nord”, ma “Il deserto dei Tartari”      Romanzo di una vita, diceva...

KUM! Festival ad Ancona / Metafisica dei vaccini

Un vaccino è un pezzetto di un certo vivente, inoculato in un altro vivente. Talvolta è un pezzetto di un essere che non sappiamo neppure se definire propriamente vivente o no. Come nel caso dei virus, che com’è noto detengono solo alcune delle caratteristiche che i biologi attribuiscono alla vita. In quel caso, un pezzetto di un essere che è situato ai confini tra il vivente e il non vivente viene inoculato in un vivente che invece tendiamo a pensare, simmetricamente, come il paradigma di ogni vivente, cioè noi stessi. Anche perché raramente vacciniamo essere viventi diversi da noi stessi, e vacciniamo cani, gatti, mucche, maiali, solo perché fanno parte della sfera dell’umano, e sono in qualche modo organi di quell’organismo più ampio che è l’organismo dell’umanità, o almeno di quel pezzo di umanità in cui ci troviamo e riconosciamo.    Così, un vaccino ci mette davanti a un’evidenza inquietante, tutt’altro che ignota ma tutt’a un tratto massimamente incombente. Il nostro corpo verrà abitato da una sostanza estranea, sostanza che ha oltretutto qualcosa di vivo o almeno attivo, sostanza che non possiamo pensare come materia inerte. Certo che tutte le materie sono attive...

Festival internazionale di teatro di Lugano / Castellucci: Bros, la violenza dell’ordine

È cupo e intenso il nuovo lavoro di Romeo Castellucci, Bros, andato in scena in prima mondiale al Lac di Lugano in occasione del Fit, il Festival internazionale di teatro diretto da Paola Tripoli e giunto quest’anno alla trentesima edizione (altre date in Italia: dall’11 al 14 novembre in Triennale a Milano, il 2 e il 3 dicembre ai Teatri a Reggio Emilia, l’11 e 12 marzo all’Arena del Sole di Bologna, il 22 e 23 aprile ad Ancona e dal 17 al 22 maggio all’Argentina di Roma). Per comprendere questo spettacolo, giova partire dalla sua genesi. Castellucci, colpito dalle forze dell’ordine dispiegate massicciamente durante le proteste dei gilets jaunes, in Francia, ha pensato di compiere un esperimento su questa forza ctonia, lavorando non con attori professionisti, ma con persone comuni, uomini reclutati attraverso un appello. A questi, fra di loro sconosciuti, è stato assegnato un indice comportamentale, costituito da una serie di punti, alcuni, posti all’inizio, molto semplici, come “Sono disposto a diventare un poliziotto in questo spettacolo” e “Sono disposto a eseguire tutti gli ordini per essere un vero poliziotto”; man mano che la lista si dipana, però, il codice diventa più...

DIetro le quinte di quel sogno / Hollywood Hollywood

Quella Hollywood lussuriosa, stralunata, fatale, avida, pidocchiosa, stupenda   Quando alla vigilia delle rivoluzioni degli anni sessanta, il tycoon Howard Hughes si liberò della storica casa di produzione cinematografica RKO – quella dei musical di Fred Astaire e Ginger Rogers, di King Kong e Quarto potere – vendendola per venticinque milioni di dollari, cash, a un produttore di pneumatici, lo stesso Hughes, appena scaricato il giocattolo con cui non si divertiva più, disse a mo’ di necrologio: «Hollywood è finita». Il fiuto da outsider gli aveva fatto intuire che il vento stava per cambiare, che il business del futuro sarebbe passato nelle mani della neo nata televisione, quel piccolo, insignificante schermo in bianco e nero che trasmetteva immagini sfarfallanti, a 525 linee di scansione.  «I baluardi degli antichi feudi, gli studi, caddero a uno a uno in mano al nemico», scrive, a epitaffio di uno studio-system moribondo, lo scrittore e maestro del cinema visionario Kenneth Anger in chiusura del suo epico affresco Hollywood Babilonia, libro «leggendario come ciò di cui parla», disse Susan Sontag, che l’editore Adelphi ristampa a 42 anni dalla prima edizione italiana....

Il lutto è un dialogo interrotto / Chimamanda Ngozi Adichie, Appunti sul dolore

Il 9 giugno Chimamanda Ngozi Adichie telefona al padre James. La telefonata è breve, lui è stanco, lei riesce comunque a farlo ridere imitando una parente. Alla fine si dicono ka chi fo, buonanotte, e riattaccano. Il giorno dopo, 10 giugno, James Nwoye Adichie è morto, per le complicazioni di un blocco renale. Intanto nel mondo c’è il Covid, e così la notizia viaggia dalla Nigeria agli Stati Uniti attraverso Zoom. Chimamanda Ngozi Adichie racconta tutto questo in Appunti sul dolore, e Susanna Basso lo traduce per Einaudi.  Il dolore non è liquido – non ci puoi nuotare agevolmente. Non è nemmeno solido – quando ti cade addosso, non ti lascia un livido che va via dopo qualche giorno. Il dolore non è gassoso – non lo puoi inspirare ed espirare, non ci puoi passare attraverso come fosse aria. Il dolore è viscoso. Come il bitume. Non è inconsistente, ma non ha nemmeno un peso costante. «Il suo peso aumenta in massima misura la mattina, dopo il sonno». Il dolore è vertiginosamente verticale – «sono andata in pezzi», scrive semplicemente Adichie.    Il dolore è una lacerazione improvvisa del tessuto grammaticale – anche di questo parla il libro. È lo strappo dei tempi...

Da oggi in mostra alla Triennale di Milano / Direttamente dalla mano e dalla bocca di Steinberg

Viene inaugurata oggi alla Triennale di Milano la mostra Saul Steinberg Milano New York a cura di Italo Lupi e Marco Belpoliti con Francesca Pellicciari e realizzata insieme alla casa editrice Electa. È uscito da qualche giorno il volume 43 della collana "Riga" da cui questa intervista è tratta: Saul Steinberg a cura di Marco Belpoliti, Gabriele Gimmelli e Gianluigi Ricuperati, Quodlibet edizioni.    Saul Steinberg è un artista, un filosofo, un commentatore della società e un vignettista il cui lavoro si spinge ben oltre i confini del fumetto, in un mondo popolato di lettere aggressive, gatti a cui piacciono i numeri, linee che conversano e hanno dubbi. I disegni di queste pagine sono tratti dalla sua ultima raccolta, The New World (Harper & Row). Ad accompagnarle, qui, sono le spiegazioni dello stesso Steinberg, riprese da un’intervista di Jean vanden Heuvel.   Il libro si intitola The New World. Un titolo formidabile che non dice niente. Il libro è una raccolta di disegni metafisici che raffigurano situazioni e problemi. Il suo motto è “Cogito ergo Cartesius est” (penso, dunque Descartes esiste): significa che la ragione stessa può risolvere...

Venti mostre a Lodi / Fotografia Etica: una questione di fiducia

Fino al 24 ottobre Lodi ospita la dodicesima edizione del Festival della Fotografia Etica, un evento a cura del Gruppo Fotografico Progetto Immagine. La paternità del Festival è di fondamentale importanza per capire lo spirito che anima questa iniziativa: il Gruppo è infatti un punto di riferimento nel lodigiano per quanto riguarda la diffusione e la condivisione della cultura fotografica, portando avanti un’idea di fotografia come strumento di conoscenza, di comunicazione e di decodificazione della realtà.  Un approccio che si riflette anche nel Festival, che attraverso 20 mostre allestite in prestigiose sedi espositive della città e in spazi all’aperto presenta uno spaccato visivo della contemporaneità, indagata nella sua complessità e fragilità attraverso il lavoro di 80 fotografi nazionali ed internazionali. Come scrivono in apertura al catalogo Alberto Prina e Aldo Mendichi, “Il Festival da oltre dodici anni promuove nel Lodigiano la cultura della fotografia documentaristica e del fotogiornalismo.” I progetti esposti sembrano affermare un’antica fiducia, quella nella fotografia come strumento veritiero di narrazione, documentazione e rivelazione della realtà. Fiducia...

Arsan di Luciano Pantaleoni / Teste quadrate: paesaggio e carattere

Perché gli abitanti della provincia di Reggio Emilia, sono chiamati “teste quadre”? In dialetto: “Testi quedri”. Se lo chiede Luciano Pantaleoni in questo libro stretto e lungo, Arsan (Incontri Editrice, 2021), che indaga i reggiani attraverso proverbi, modi di dire, storie, canzoni e filastrocche. L’origine letteraria dell’espressione si troverebbe nel poema eroicomico La secchia rapita di Alessandro Tassoni, nel canto IV, dove si narra che i soldati reggiani catturati nel castello di Rubiera, terra di confine, sarebbero stati liberati solo dopo essere stati percossi con l’asta di Marte, ragione per cui la loro testa avrebbe assunto la forma quadrata. Il tutto risulta un dileggio sullo sfondo di un conflitto che oppose reggiani e modenesi intorno al 1201 riguardo l’uso delle acque del fiume Secchia. Ci fu una guerra, o almeno un grosso scontro in armi, che vide sconfitti i reggiani. In realtà l’espressione, o epiteto, non è solo una presa in giro, ma vuol significare molte cose. Le teste sono sempre rotonde o arrotondate, e i reggiani pare che chiamassero i modenesi “musòun”, nocioni, per la loro testa ovale (delicocefala secondo Sandro Bellei nel Dizionario enciclopedico...

Paesaggio con fratello rotto, una trilogia / Mariangela Gualtieri: aprirsi all’inatteso

“Che cosa diremo a quelli che nascono ora? / Che scusa troviamo / per questo disastro umano?”. Dopo una introduzione con l’entrata dei personaggi, in un silenzio carico di attesa accompagnato dall’organo, inizia con questi versi, con questa domanda, Paesaggio con fratello rotto, prima parte di una trilogia del 2004 del Teatro Valdoca. Ora di quel lavoro con la regia di Cesare Ronconi – una saga contemporanea con personaggi dolenti sovraccarichi di colore, un bianco funereo sui corpi seminudi, segnati con tratti neri e sbavature di rosso sangue, maschere animali, ali grandi di uccello, zimarre rituali – Einaudi pubblica i testi (pagine X-78, euro 10), scritti da Mariangela Gualtieri.      Sono sempre di sottili dimensioni le opere di questa poetessa che ci accompagnò nello sconforto del primo lockdown con il delicato ammonimento di Nove marzo duemilaventi: “Questo ti volevo dire / ci dovevamo fermare…”. I versi di Paesaggio con fratello rotto sembrano scavati nei corpi, nella disperazione che vorrebbe diventare la gioia che tutti sentiamo di vivere; sono parole incise con il bulino nello sguardo desolato a quello che riusciamo a distruggere di bello intorno a noi e...

Mettere al mondo il mondo / Stefano Bartezzaghi. Che cosa è la creatività

Che cos’è la creatività? Che domanda: è come il tempo per Agostino, o l’arte per Croce: tutti sappiamo di che si tratta, fino a quando non ci chiedono di definirla. Allora scattano i guai. Credevamo di avere le idee chiare in proposito: creativo che uno che inventa qualcosa di nuovo, qualcosa che prima non c’era; una specie di nume in miniatura: Dio ha creato il mondo, ab origine, e noi, qui e ora, non facciamo che maldestramente imitarlo: nelle arti, nella scienza, nel lavoro, nei media, nella vita quotidiana. Ma siamo certi che sia proprio così? Che cosa significa esattamente “nuovo”? e “inventare”? e poi, anche, cos’è questo “qualcosa”? Come dire che, in effetti, non erano idee quelle che avevamo sulla creatività, semmai predisposizioni affettive, ideologie, esercizio inconsapevole di etiche e di estetiche. Niente di logico, di preciso, di coerente. La creatività esiste, si dà a vedere, si pratica, a condizione di dimenticare, di rimuovere, di tenere fra parentesi la sua costitutiva indeterminatezza, se non contraddittorietà, il suo essere più passione che ragione, simbolo e non cosa. Il creativo, sostanzialmente, è un esperto senza saperlo, uno che sa fare ma non sa come lo fa...

Una mostra alle OGR di Torino / Volevamo tutto, ma adesso ci accontenteremmo anche di poco

Chiedo venia per l’autocitazione, ma non riesco a non partire da un pensiero relativo a La zuppa del demonio, un mio documentario del 2016. Il film era costituito dal montaggio di pezzi di documentari industriali, dal 1910 al 1970, ed era dedicato all’analisi dell’idea di progresso nel Novecento. Ma accanto a quel tema ne venivano fuori molti altri. Il lavoro, per esempio. Intanto, era sorprendente come film finanziati dalle aziende per testimoniare la loro attività fossero anche, se non più di tutto, una celebrazione dei lavoratori. Volti e storie di operai intenti a costruire dighe, stabilimenti, strade andavano a raccontare un’epopea in cui il centro della vita umana era costituito dal proprio mestiere. Dentro il lavoro ci stava tutto: la propria identità personale, quella della comunità, l’orgoglio di appartenere a qualcosa di più grande che costruiva un futuro migliore per tutti. Una dimensione esistenziale da cui derivava quella politica, che si manifestò poi nel durissimo scontro sociale degli anni ’60-’70 e che portò a quel famoso slogan nei cortei: “Vogliamo tutto”. Immortalato dal libro di Nanni Balestrini, proprio a quello slogan fa riferimento la mostra in corso alle...

Credo religioso e deragliamenti familiari / Crossroads di Jonathan Franzen

Norman Rockwell fa capolino a pagina 305, in Crossroads di Jonathan Franzen (Einaudi 2021, traduzione di Silvia Pareschi): "Quando gli Hildebrand erano arrivati in città, la vecchia drogheria all'angolo sembrava uscita da un quadro di Rockwell" scrive Franzen, evocando le celebri immagini dell'illustratore americano (1894-1978); "... ma poi il proprietario l'aveva rimodernata con orrendi laminati, aveva coperto di linoleum il pavimento di legno e installato luci fluorescenti. Nello stesso spirito di miglioramento l'albero di Natale all'interno del negozio era artificiale, con gli aghi argentei, neppure finto-verdi. Dietro il banco, chino sul cruciverba del Sun-Times, con una matita in mano, c'era un uomo sulla trentina dalle grandi orecchie...". Crossroads è un compendio dello spirito americano, frastagliato e conformista, rappresentato dalle rassicuranti immagini di Rockwell, ma è come se la neve, le uscite con le slitte, i regali di Natale, le crostate appena tolte dal forno, le calze di lana che accompagnano con il loro calore domestico la storia di una famiglia negli anni '70, avessero subito lo sfregio di un Francis Bacon, che decomponeva i volti, faceva urlare un papa,...

Una conversazione / Essere in due. Ginger e Fred di Deflorian e Tagliarini

Attrice e autrice l’una, danzatore e coreografo l’altro, nel 2008 Daria Deflorian e Antonio Tagliarini hanno dato vita a una compagnia che ha immediatamente conquistato la ribalta italiana e francese con spettacoli pluripremiati e allestiti sui principali palcoscenici internazionali, dall’Argentina di Roma all’Odeon di Parigi. Il loro teatro affresca il presente con drammaturgie originali che evocano gli sfondi più complessi dell’esistenza attraverso i primi piani di figure letterarie e cinematografiche. Archiviato il dittico dedicato a Deserto Rosso di Antonioni nel 2018, la coppia teatrale continua adesso il suo viaggio nel cinema italiano guardando a Ginger e Fred, opera cult di Federico Fellini, che racconta la vicenda di Pippo e Amelia, due artisti conosciuti per la loro imitazione della famosa coppia Ginger Rogers e Fred Astaire ma che non hanno mai sfiorato il successo, e che tornano dopo molti anni a esibirsi in pubblico in uno show televisivo natalizio anni ottanta traboccante di volgarità. Dopo il debutto assoluto in Svizzera, lo spettacolo, intitolato Avremo ancora l’occasione di ballare insieme, arriva al Teatro Argentina di Roma dal 12 al 24 ottobre, nell’ambito del...