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Carteggi amorosi / Cristina Campo e Alejandra Pizarnik: Anelli di cenere

Nel 1965, in una pagina dei suoi Diarios (DI, p. 88), Alejandra Pizarnik dedica una poesia a Cristina Campo e la intitola Anillos de ceniza, “Anelli di cenere”: «Stanno le mie voci al canto/ perché non cantino loro // i rigidamente imbavagliati nell’alba, / i camuffati da uccello desolato nella pioggia. // C’è, nell’attesa, una voce di lilla che si spezza / E c’è, quando si fa giorno, / una scissione del sole in piccoli soli neri. E / quando è notte, sempre, // una tribù di parole mutilate cerca / asilo nella mia gola perché non cantino loro, // i funesti, i padroni del silenzio». La poetessa canta perché le voci persecutorie non la soffochino. Scrive i suoi versi nonostante il mondo ostile: il suo canto è una “tribù di parole mutilate”. Perché dedicare una poesia così infernale e così intima a una scrittrice sublime e pensosa come Cristina Campo, estranea ai suoi tormenti psichici? Ma l’estraneità è solo apparente: Campo nutre idee sul mistero della poesia che la avvicinano all’anima turbata di Alejandra: «Poesia geroglifica e bellezza: inseparabili e indipendenti...» (IM, 143); «È sempre un colpo di follia che apre la strada al labirinto delle parvenze ingannevoli» (IM, 156); «...

Accademia Unidee / L’Italia di Mezzo

Uno dei maggiori problemi delle città è che non ci si è mai davvero accordati su cosa sia una città. Il dibattito di geografi, urbanisti, sociologi, antropologi, storici ne ha fatto spesso una questione disciplinare, per cui emergono interpretazioni – quasi tutte condivisibili – che fin dalla fine dell'Ottocento evidenziano aspetti quantitativi, di densità, di infrastruttura, di possibilità offerte, di serendipità.  Ciò detto, la preponderante vulgata europea è tuttavia ben convinta che il territorio sia chiaramente distinto in vaghissime zone dal nome "città", "periferia", addirittura "campagna", "provincia", "montagna"... Sostanzialmente mescolando rozzi nozionismi geografici o ingenue reminiscenze della scuola elementare che nei migliori dei casi provengono dalla favoletta di Esopo e dei due topi (VI secolo a.C.): la città è uguale al centro storico, tutto il resto è periferia (qualcuno talvolta la descrive con "le strade di terra e senza infrastrutture", come in certi film della Wertmüller, senza accorgersi che da Mimì metallurgico sono passati 50 anni e che le città si sono nel frattempo dotate di piani regolatori e conseguenti urbanizzazioni).   Fuori dalla...

Michieletto tra Berlino e Milano / Jenůfa & Salome

Meno di due anni e un destino molto diverso separano Jenůfa di Leoš Janáček (Brno, 21 gennaio 1904) da Salome di Richard Strauss (Dresda, 9 dicembre 1905). Nati sul ciglio del XX secolo, questi due titoli capitali nella storia del teatro per musica e della modernità restano oggi molto diversamente considerati. Anche se la ricerca e la valutazione storica hanno ormai definitivamente stabilito l’importanza precorritrice del lavoro del compositore moravo, le sue origini appartate e le faticose vicende esecutive (doveva passare oltre un decennio prima che approdasse su una scena importante, quella di Praga) ne hanno condizionato lungamente la ricezione e in qualche modo continuano a farlo, affermando un’astratta stima storico-culturale, ma tenendolo ai margini del grande repertorio. Discorso diametralmente opposto per il dramma musicale di Richard Strauss da Oscar Wilde: lo scandalo dal quale fu immediatamente accompagnato costituì il propellente di un successo che non mostra cedimenti e che lo stesso compositore sottolineava raccontando non senza ironia come grazie a Salome, ad onta delle diffuse polemiche e delle frequenti ripulse di ordine morale e finanche religioso, avesse potuto...

Letteratura teatrale per giovani lettori / I Gabbiani: “facciamo che io ero…”

È improbabile anche solo immaginarli un ragazzino o una ragazzina con in mano un testo teatrale, per di più scritto appositamente per i lettori della loro età. A differenza del teatro ragazzi, che in Italia sta vivendo una splendida stagione, la letteratura teatrale per i giovani (a eccezione delle solite cattedrali nel deserto) esiste al massimo come nicchia, non è un campo battuto con favore dagli editori, non rientra nei programmi scolastici ma neppure nelle abitudini di chi legge per passione. Eppure, il “facciamo che io ero” del teatro è la formula magica dell’infanzia. Mettersi nei panni e nella voce di figure inventate per vivere avventure strepitose e sperimentare terrore, coraggio e passioni potenti è quello che fanno tutti i bambini nascosti nel buio di una tenda improvvisata in salotto, ma anche gli adolescenti chiusi in camera ad ascoltare musica per ore. Non è certo sorprendente ribadire che film, musica e libri servono a viaggiare con la mente e raffinare la grammatica dei sentimenti, ma lo è invece accogliere la nascita di una collana di testi teatrali che allenano con discrezione e concretezza la naturale pratica dell’immaginazione, proprio in un momento storico in...

Cannibali e anoressiche / La solitudine della madre

Vivarium è un fantathriller psicologico, una perturbante allegoria, un incubo surreale la cui visione mi è stata proposta dalla quattordicenne di casa. Si tratta del lungometraggio d’esordio del regista irlandese Lorcan Finnegan, che ne ha scritto soggetto e sceneggiatura. Presentato al Festival di Cannes del 2019, il film è ambientato in un loop di infinite villette verde pastello, sotto un cielo fittizio punteggiato da identiche nubi seriali. Una giovane coppia in cerca di casa viene condotta in questo labirinto di casette disabitate da un singolare agente immobiliare che improvvisamente sparisce. I due cercano di uscire dalla trappola ma girano in tondo, non c’è segnale di servizio telefonico e la benzina finisce. Nessuno può uscire da quel sogno fittizio, ma loro non lo sanno ancora e così si fermano a dormire nel panopticon numero 9, il villino loro assegnato, pensando sia solo per una notte. Con sorpresa, la mattina seguente, trovano del cibo davanti alla porta, in una scatola anonima, in confezioni asettiche sottovuoto che preservano da tutto, anche dal gusto. Il secondo giorno, nel pacco che si materializza non si sa come, trovano un neonato con il biglietto “Crescetelo e...

Anna Wiener Bret Easton Ellis / Il Bianco e l'oscuro

Due libri ci trascinano nella valle oscura e nel bianco nebbioso della tecnologia. Si chiamano proprio così La valle oscura di Anna Wiener e Bianco di Bret Easton Ellis. Un "romanzo" e un'"autobiografia" (così li presentano i rispettivi editori, Adelphi e Einaudi) che raccontano come sta cambiando il modo di narrare nell'epoca dei social, oggi che possiamo raccontare qualsiasi storia in qualunque modo. Il libro di Anna Wiener è la vicenda di un apprendistato nella Silicon Valley, straordinario luogo propulsore della potenza di Internet, diventata la trama delle nostre vite. Quello di Ellis è il resoconto di come forme molto antiche dell'attività umana stiano modificando la loro natura grazie alla tecnologia, che trasforma in micidiali trappole le piattaforme social di comunicazione, sulla carta espressioni avanzate di democrazia. Tutti e due i libri fanno ricorso a un linguaggio ibrido, tra il romanzo e il saggio, tutti e due abbandonano moduli epici di narrazione, in storie dove non ci sono eroi e dove anzi la quotidianità esalta il senso dell'esperienza ordinaria, vero motore di esistenze altrimenti inghiottite nell'anonimato.   Nel...

Pretend it’s a City / Fran Lebowitz, il fumo e l’anima perduta di New York

Fran Lebowitz è dipendente dal fumo, che è un vizio da boomer. Non ha cellulare. Né internet. Però ha un numero di telefono domestico e un indirizzo fisico. Dice che tanto può bastare e davvero non le si crederebbe. A raccogliere le sue confessioni è Martin Scorsese, un altro boomer, che con Pretend it’s a City, docuserie in sette puntate appena sbarcata su Netflix, scende in campo per provocare. E si capisce come la scelta di questo network sia funzionale rispetto all’obiettivo: Netflix – lo vedremo – rappresenta la controparte ideale della partita di Martin e Fran. Che sono costantemente in camera, allo stesso tempo autori della serie e personaggi di essa, discutono incessantemente, ammiccano, scherzano, danno letteralmente corpo al fantasma del nemico, esibendo, di fronte al loro pubblico di millennial, il loro disallineamento, la loro “novecentesca” differenza. La città, il modo di muoversi e rappresentarsi in essa, di vivere i suoi spazi e attraversarla diventa, allora, misura dello scarto.      L’effetto comico e paradossale che, sulle prime, fa apparire Fran-senza-cellulare come uno strano fenomeno da baraccone passa, allora, velocemente, lasciando...

Cooperazione a Zurigo / Kalkbreite: una nuova frontiera dell'abitare

Nell'estate del 2014 ci siamo trasferiti dall'Italia a Zurigo e, complice la notizia di un nuovo figlio in arrivo, abbiamo iniziato a cercare una casa più grande, un'esperienza che, specialmente in questa città, può essere molto lunga e a tratti deprimente, se non si è foraggiati da redditi copiosi. Un'offerta risicata di case, prezzi costantemente in aumento e operazioni di gentrification sulle aree centrali ancora abbordabili sono tutti fattori che spingono fuori città, verso le aree più periferiche o i piccoli comuni del cantone, gli abitanti in genere e le famiglie con bambini, che necessitano di più spazio, in particolare. Io non conoscevo nessuno e vivere in centro, come ero abituata in Italia, mi avrebbe fatto sentire meno sola. Questo rendeva però la ricerca ancora più difficile coi soldi che avevamo a disposizione. In Svizzera infatti bisogna dimostrare che il costo dell'affitto non superi un terzo dei guadagni e – con prezzi che nelle aree centrali vanno in media dai 2.500 ai 5.500 franchi per alloggi sui 100 mq – iniziavamo la nostra avventura elvetica con qualche pensiero.   Kalkbreite @Michael Egloff. Nell'estate del 2014 a Zurigo intanto con una grande festa...

Scarabocchi / Si può vivere senza disegnare?

Lo anticipo subito: la lettura di questo articolo è fortemente controindicata a chi pensa, in cuor suo, anche se non lo dice apertamente, che si possa tranquillamente vivere senza disegnare.   A cosa serve disegnare? A niente, rispondono in tanti, è un’attività esclusiva, artistica, ci vuole talento per praticarla, e tanto tempo per padroneggiarla. Non sembra servire al nostro vivere quotidiano. Va bene per i bambini, è un divertimento, un gioco in cui ci si sporca le dita. Oppure, ancora, serve ai malati psichiatrici per placare i loro demoni. Si sa, gli scarabocchi, il grado zero del disegnare, sono circondati da un alone mesto, che se li pratichi da adulto ci deve essere un problema, un deficit, un trauma. Qualcosa che non va.  Alla gente comune, a chi lavora, a chi studia, agli adulti, a chi produce insomma, disegnare non serve a niente. Certo, puoi fare un disegno per mostrare che sei bravo in qualcosa, così ti applaudono, ti dicono belle cose, ti sorridono. "Wow, sei proprio un artista!". Ma è tutto qui.   Si diventa scrittori, medici, avvocati, impiegati, funzionari, bancari, banchieri, bancarellai, turnisti, autisti, artigiani, artificieri, soldati...

1919 - 2021 / Lawrence Ferlinghetti: una vita e un ricordo

Duecento anni dopo Keats, come per una ponderata simmetria, se ne va Lawrence Ferlinghetti. Me lo immagino il quartiere di North Beach, a San Francisco, che piange il suo ospite più amato. Mi immagino il Caffè Trieste, all’angolo tra la Columbus e la Vallejo, il juke box silenzioso, neanche le tazze di caffè si permettono di fare rumore. I poeti con lo sguardo basso, l’inchiostro asciutto.  Lawrence Ferlinghetti ha attraversato la storia del Novecento usando la poesia come arma per comunicare bellezza attraverso il caos. Dopo aver vissuto lo sbarco in Normandia, dopo aver visto i paesaggi di Hiroshima e Nagasaki, dopo aver testimoniato un’Europa che usciva dalle macerie della guerra, nel 1953 a San Francisco fonda la City Lights, libreria e casa editrice, insieme all’amico Peter Dean Martin, col quale comincia a pubblicare poesia in edizioni economiche.   Il luogo diventa presto centro culturale e ritrovo di tutti quei giovani poeti che erano arrivati a San Francisco attratti dalla rinascenza poetica in corso. Nel 1955 durante un famoso reading alla Six Gallery (che Kerouac ricorda nelle prime pagine de I vagabondi del Darma), Ferlinghetti conosce Allen Ginsberg, a cui...

Sviste e lapsus / Walter Benjamin e l'arte dell'errore fotografico

Ancora oggi, nonostante Photoshop, è largamente diffusa la convinzione che la fotografia costituisca un documento fedele e oggettivo di certificazione dell’effettiva esistenza della realtà che riproduce, convalidato dall’assunto che l’immagine fotografica sia un calco ottico fedele della visibilità del mondo fisico. La nostra identità viene provata tutt’oggi mediante la riproduzione fotografica del nostro volto.  È, nondimeno, incontestabile il fatto che l’invenzione della macchina fotografica, oltre ad avere sollevato molte questioni di natura estetica relative all’artisticità delle fotografie, abbia fornito un notevole contributo alla conoscenza visiva di molti fenomeni naturali, rimasti fino al suo avvento invisibili all’occhio nudo. Tuttavia questi risultati non autorizzano gli eccessi di semplificazione riportati da alcuni manuali, con i quali assimilano il procedimento ottico-fisiologico innervato nell’anatomia dell’occhio umano al meccanismo ottico della macchina fotografica, in quanto inducono ad avvalorare un’insensata equivalenza tra l’immagine fotografica e l’immagine visiva. Per quanto superfluo precisiamo che sussiste un gap insormontabile tra il processo visivo...

Lavorare da casa stanca / La vita frictionless

«Ritorniamo però all’automobile. Forse abbiamo già la forma che la sostituirà: lavorare in casa, senza più bisogno di dover andare al posto di lavoro. Quando la gente potrà lavorare, o dirigere un’azienda, o concludere gli affari stando in casa, l’auto sarà finita. L’auto attuale non sarà dunque sostituita da un nuovo tipo di veicolo, ma da un nuovo tipo di lavoro». È il 1972 e Marshall McLuhan rilascia un’intervista al giornalista Rai Empedocle Maffia (ora in Gianpiero Gamaleri, Marshall aveva ragione, Armando, Roma, 2021). Quasi cinquanta anni fa il “guru dei media” si lanciava in una previsione sperticata del futuro prossimo. Ma è oggi, è quanto sta accadendo in questi ultimi mesi di convivenza con la pandemia e di convivenza con il lavoro. Perché abbiamo sperimentato un nuovo abitante delle nostre stanze, un coinquilino che si è aggiunto nelle nostre case: lo smart working, com’è stato impropriamente definito. Impropriamente perché smart working è prima di tutto remote working, semplicemente “lavoro da remoto”, da casa, senza dover prendere l’automobile, o altri mezzi per spostarsi. E come ha cambiato questa condizione le nostre abitudini, le nostre relazioni? O non le ha...

Storia d'Italia attraverso i sentimenti (7) / Nel buio delle sale cinematografiche

Una “caverna” attraversata da una lama luminosa. Spente le luci, la sala cinematografica sprofonda in una schiuma ribollente di emozioni. È una frattura quel buio, una frontiera, segna la fine dell’ordinario, anche quando ordinarie, o comuni, sono le storie che prendono vita sullo schermo. E lo schermo è il mondo, una inesplorata geografia dei sentimenti e delle relazioni. Ognuno può evadere dal recinto della propria posizione sociale, o al contrario, riconoscere le costrizioni che lo soffocano, fare il “giro della prigione”, e soppesare il cumulo delle sue afflizioni.    Questo accadeva nel buio delle sale cinematografiche italiane fra gli anni trenta e cinquanta. Accadeva al “Sala Roma” di Napoli, allo “Smeraldo” di Roma, e nelle centinaia di “Eden”, “Excelsior”, “Splendor” che hanno acceso le loro luci nelle nostre città. E accadeva nel “marasma fumoso e vociante” del “Fulgor” di Rimini, dove Federico Fellini ha innescato la miccia della sua creatività visionaria. Siamo nel 1926, Fellini ha sei anni. In uno stupore eccitato, assapora le immagini sulfuree di Maciste all’inferno, un film di Guido Brignone, che ambienta l’Inferno vicino casa, nella piemontese val di...

Diario clinico 4 / Sogni al confine

Sono sul letto, come fosse una boa, in mezzo al maremoto che sta investendo la casa. Sono in un carcere, in un clima di terrore e paura, nel cortile si susseguono fucilazioni. Sono al bar, intorno è tutto cemento, non abbiamo sentito bene, viene detta una cosa tipo abbiamo perso la libertà. Sono in autostrada, sto andando al paese dove abitano i miei, i chilometri sono pochi, ma ho la sensazione che non li raggiungerò mai, dappertutto ci sono posti di blocco. Sono in strada, rincorro i miei gatti, sono usciti dal giardino, ho il timore di non riuscire a proteggerli. La discussione è accesa, siamo un gruppo, siamo tanti. Bacio appassionatamente la mia ex fidanzata, abbraccio spassionatamente tutti quelli che incontro. Sono tutti sogni, immagini che alla luce del giorno evaporano e svaniscono, prima che la giornata si faccia forza. Eppure, la loro compagnia è decisiva per la vita psichica di ognuno di noi. Il sogno riflette il campo mentale in cui viviamo, equilibra il punto di vista della dimensione diurna, ci mette in contatto e in comunicazione con il nostro Straniero, l’Altro che incontriamo di notte. È stato così anche durante questo particolarissimo anno.     Durante...

Tra le pagine di DeLillo e oltre / Underworld: sottomondi narrativi

"Bronzini pensava che camminare fosse un'arte".   È l'incipit della sesta parte del capolavoro di Don DeLillo, Underworld, dal titolo Composizione in grigio e nero, ambientata nel Bronx fra il 1951 e il 1952. Arthur Bronzini è stato il professore di scienze del protagonista, Nick Shay, e in questa meravigliosa ouverture passeggia a occhi bene aperti nel suo quartiere; ed ecco rovesciarsi sulla pagina una fenomenale ricchezza di dettagli, una vivacità da tela fiamminga: pescivendoli, bambini che giocano, lavoratori alla giornata, macellai, edicole, pasticcerie, perdigiorno — tutto splende di un'intimità che di rado si avverte nelle grandiose, ma sorvegliatissime, settecento pagine precedenti. Da questi brani — più usandoli come traccia di partenza che come materiale d'analisi approfondita — proverò a sviluppare alcune riflessioni in maniera volutamente un po' rapsodica, bighellonando come Bronzini e lanciandomi da una connessione all'altra. Con questo, in ogni modo, cerco di essere fedele a uno dei pilastri concettuali del romanzo: "Tutto è collegato, alla fine" è una frase posta a mo' di sigillo in uno degli ultimi paragrafi; e Underworld stesso è un inno al collegamento,...

Allieva di Le Corbusier / Ingrid Wallberg, la storia e i capolavori di un'architetta

Che Le Corbusier sia stato un tombeur de femmes (e per giunta maschilista) lo narrano tutte le cronache e le aneddotiche del tempo, perciò appare ancor più contraddittorio (ma forse non lo è) che egli abbia influenzato e promosso ben tre delle più illustri architette europee del modernismo. Nel suo studio, o comunque sotto la sua egida, si sono infatti formate la francese Charlotte Perriand (1903 - 1999) l'irlandese Eileen Gray (1878 - 1976) e la svedese Ingrid Wallberg (1890 - 1965).  Charlotte Perriand, si sa, ha lavorato a lungo con il maestro (dopo il respingente esordio in cui questi tentò di dissuaderla con la famigerata minaccia: «Ici, on ne brode pas des coussins»), cofirmandone, addirittura, molti capolavori. Di Eileen Gray si conosce il lungo e travagliato rapporto di amicizia che ebbe con il maestro dei maestri, unitamente al suo compagno, Jean Badovici, essendo le loro reciproche residenze estive, la E1027 della Gray (si legga qui) e il Cabanon di Corbu, contigue sulla magnifica scogliera di Requebrune Cap Martin, in Costa Azzurra (il cui mare fu per lui fatale). Di Ingrid Wallberg è invece totalmente sconosciuta la storia personale e professionale, che ora una...

Un ebook gratuito / Il Teatro è indistruttibile

Un nuovo ebook gratuito per festeggiare i dieci anni di doppiozero!   Otto anni di teatro raccontati attraverso le recensioni e gli approfondimenti pubblicati su “doppiozero”: seguendo il teatro di ogni giorno, ponendo questioni di politica e di prospettiva teatrale, tracciando ritratti di artisti, andando a scavare nella memoria della scena dei nostri anni, indietro fino ad alcuni capisaldi del Novecento. Cercando di allargare lo sguardo alle altre arti e alle intersezioni con la società, discutendo di quanto siamo vittime della rappresentazione, dello spettacolo come travisamento e illusione; provando a dimostrare come non sia un’alternativa l’appiattimento sulla cosiddetta realtà, effettuale o politica che sia. Con l’incanto per quel cerchio di luce della scena, che disegna altri mondi in un buio artefatto, simile a quello nostro interno. “Insomma, il tutto alla fine potrebbe sembrare una specie di piccolo manuale del teatro dei nostri giorni, con padri e fratelli maggiori. Non lo è: ma sicuramente è un piccolo prontuario del mio teatro e del mio modo di guardare la scena per ragionare sulle nostre fragili esistenze, come si rivelano sotto le lenti d’ingrandimento delle...

Ottolenghi e Tagliacozzo / Due famiglie ebree nella Storia

Il finale l’hanno scritto i giornali. Mentre Lia Tagliacozzo, figlia di sopravvissuti alla Shoah, presentava su Zoom il suo ultimo libro sulle persecuzioni razziali, un coro d’odio ha fatto irruzione. “Hanno iniziato ad urlare ‘ebrei ai forni’, ‘sono tornati i nazisti’, ‘vi bruceremo tutti’, ‘dovete morire tutti’”, ha scritto Sara, la figlia dell’autrice, che in un post ha denunciato l’accaduto. Sullo sfondo, immagini di Hitler e svastiche.  Per alcuni lancinanti minuti, i fantasmi del passato si sono così ripresentati nella casa dove settantasei anni prima, nella razzia degli ebrei romani, era stata deportata la famiglia Tagliacozzo. E non per caso è accaduto in vista del Giorno della Memoria – uno sfregio a chi in nome delle vittime tiene vivo il loro racconto e all’Italia che ha scelto di non dimenticare.  Lo zoombombing, così lo chiamano, è uno degli incerti di questo tempo risucchiato dagli schermi e oggi, usciti dal perimetro della cronaca, mi sono chiesta se scriverne a rischio di regalare un’altra cassa di risonanza agli hater. Se non che quel veleno dà conto delle inquietudini che in un singolare controcanto intrecciano il libro di Lia Tagliacozzo La generazione...

Giuseppe Culicchia e Andrea Pazienza / Tra la P38 e l’eroina

Nella notte tra il 14 e il 15 dicembre 1976 Walter Alasia, vent’anni, sorpreso dalla polizia in casa dei genitori, spara e uccide il maresciallo Sergio Bazzega e il vicequestore Giovanni Vittorio Padovani; quindi salta dalla finestra dell’appartamento del primo piano sul marciapiede, dove viene a sua volta ammazzato. Nei primi capitoli di Il tempo di vivere con te (Mondadori, pp. 162; €17) il libro che ha dedicato al cugino Walter Alasia, Giuseppe Culicchia ripercorre rapidamente gli eventi sanguinosi degli anni settanta. Non è una ricostruzione critica o storica, è piuttosto un elenco. Il quadro che ne esce è impressionante. Cose note, ma non per questo meno tragiche: negli anni della guerra fredda l’Italia è in una posizione geopolitica centrale, frontiera aperta su molti fronti, e quindi si trovano a operare da noi tanti servizi segreti che armano, sfruttano e si scontrano attraverso vari gruppi di giovani che militano in organizzazioni spesso paramilitari. Questo è l’esoscheletro di quegli anni, le condizioni internazionali al cui interno viviamo. Quattordicimila arresti e oltre quattromila condanne, migliaia di mitra e bombe sequestrati: è chiaro che siamo in una guerra a...

L'ultimo turno di guardia / Alberto Rollo, il paziente milanese

Leggendo L’ultimo turno di guardia di Alberto Rollo (Manni 2020) ho pensato al Paziente inglese di Michael Ondaatje (1992) e all’omonimo film di Anthony Minghella (1996). Rollo è già autore del romanzo-memoir Un’educazione milanese (Manni 2016), arrivato dopo una lunga carriera (tutt’altro che conclusa, peraltro) di direttore editoriale e consulente per grandi case editrici. Ha detto molti sì, molti no e molti forse a un’infinità di autori, ma deve averli detti anche a se stesso, altrimenti né il libro precedente né questo sarebbero usciti dopo gestazioni così lunghe. Venticinque anni ci sono voluti per scriverlo, senza la terribile fretta dei poeti che vogliono essere pubblicati subito. Siccome il suo eroe (ogni poema deve avere un eroe) è un “malato di tempo”, un paziente chiuso nella sua stanza di degente in cima a una torre, dalla quale fa cadere le sue parole sul mondo, bisognava che il suo autore lasciasse che fosse il tempo stesso a comporre i versi. Bisognava insomma essere un paziente milanese e un milanese paziente.    Un’educazione milanese era la ricognizione di un territorio “dopo la battaglia” (degli anni, delle ideologie, dei lutti). L’ho letto seguendone...

Parole spia / A Draghi: sì o no, ma “convintamente”

"Domani voterò convintamente sì a Draghi". "Convintamente e coerentemente no a Draghi". Ai lettori e alle lettrici di queste righe, caso mai non lo sapessero, il compito, facile al tempo della rete, di trovare chi si è espresso così in questi giorni. Ci sono parole che funzionano da spie. Basta sentirle proferire o leggerle in una pagina, per intuire di qual genere di proferitore o di scrivente si tratta, ben al di là, come si vede, delle scelte politiche. Di scrivente, appunto, non di scrittore, secondo la nota dicotomia messa a punto nel secolo scorso da un feroce annusatore di testi e di lingua: Roland Barthes.   La dicotomia è nota. Anche in questa sede altre volte vi si è fatta allusione né s'intende riprenderne i temi. Forse non si è detto che l’uso che il poligrafo francese al proposito fece di transitivo (lo scrivere dello scrivente) e intransitivo (lo scrivere dello scrittore) non fu ineccepibile e aprì la strada a un'utilizzazione alla carlona dei due termini sintattici da parte di frotte di (reputati) epigoni. Anche per cogliere la marcatezza nell’opposizione dalla giusta prospettiva, molto meglio avrebbe fatto a definire assoluto il secondo e non-assoluto il primo...

febbraio - maggio 2020 / Covid 19. Diario minimo

Ero a Parma la mattina del 21 febbraio 2020 e tornavo a Milano la mattina presto. L’altoparlante ha annunciato che il treno in arrivo da Bologna non si sarebbe fermato nella stazione di Codogno. Non avevo mai sentito prima di allora che una stazione era stata chiusa ai viaggiatori in arrivo. Dopo poco è giunto il mio treno. Quando siamo passati per Codogno ho fatto in tempo a vedere il cartello che indicava la cittadina lombarda. Un cartello fantasma, come l’intera stazione. Arrivato in Centrale mi sono fermato a comprare il giornale e una ragazza in fila prima di me ha chiesto all’edicolante un biglietto per Codogno. Lui l’ha stampato e consegnato. La ragazza è corsa via di fretta. Sarà mai arrivata?   Le note che seguono sono una sorta di diario minimo di quanto è accaduto dopo quel 21 febbraio. Sono state pubblicate nel corso dei mesi seguenti su “la Repubblica” in una rubrica intitolata “Effetti personali”. Li ripubblico come personale memoria, quasi rasoterra, di questo periodo. Non troverete nulla di particolarmente nuovo o eclatante. Sono state il mio modo di stare in attesa del meglio.   Febbraio-maggio 2020   CARTA IGIENICA Appena l’emergenza Coronavirus è...

David Greilsammer. Labyrinth / Un pianista fuori dai musei dell’ascolto

I programmi dei concerti sono da molto tempo – almeno dalla fine dell’Ottocento – funzionali a una sorta di museificazione della vita musicale, che in quest’epoca di privazione se non di totale mancanza, appare ancora più inutile e dannosa. Nel corso del Novecento, la prassi di restringere le scelte esecutive a un circoscritto numero di autori (i più grandi e i più popolari), in un arco temporale limitato, è stata spesso applicata anche ai dischi, specialmente nell’ambito strumentale. In questo caso, naturalmente, invocando le esigenze del mercato. In seguito, la crescente fortuna di generi una volta desueti, come il Barocco, paradossalmente ha finito per creare nuove “bolle”, mondi magari frequentati ma sostanzialmente impermeabili.  David Greilsammer, quarantatreenne pianista e direttore israeliano con studi a New York (Richard Goode e la Juilliard School) e fitte frequentazioni concertistiche europee, la pensa e agisce diversamente.  Così diversamente da apparire quasi un “eversore” di queste consuetudini. E questo ne fa un protagonista significativo della musica nel nostro tempo. Non si tratta solo di un musicista dalle molte curiosità e dagli ampi orizzonti, ma di...

Semiotica del gusto / Perché anche la cucina è politica

Le cronache dell’epoca ci raccontano di come i re barbari si facessero un vanto del fatto di mangiare moltissimo, soprattutto cacciagione, e di bere molto vino, perché questo regime alimentare esaltava il loro statuto nomade e guerriero. Di contro, nell’antica Roma, la nobiltà d’animo e di censo era collegata all’essere parco e dedito a una dieta di verdure e cereali che testimoniavano di una civiltà superiore, avanzata, di tipo stanziale e dedita all’agricoltura. Pane e vino non esistono infatti in natura mentre i “barbari” avrebbero basato la loro dieta su selvaggina, bacche selvatiche e latte acido in quanto ancora vicini allo stato ferino. Si trova quindi in grande difficoltà il fedele biografo di Carlo Magno, Eginardo (Vita Karoli, IX sec.) il quale, come si direbbe oggi, deve costruire l’immagine del suo signore conciliando le due opposte culture del cibo e del potere: da una parte il re Franco di stirpe germanica che stramangia e tracanna vino per mostrare la sua forza in combattimento; dall’altra il restauratore dell’Impero Romano d’Occidente che si ispira quindi all’antica moderazione augustea fatta di fichi e pane nero.   Ma le agiografie, si sa, hanno le gambe...