Categorie

Elenco articoli con tag:

Segni / simboli

(4,502 risultati)

Esibire i conflitti / Goodbye Roosevelt. Vita e morte di una statua

È ormai certo: il memoriale equestre del Presidente americano Theodore Roosevelt (1858-1919) verrà rimosso dallo scalone antistante l’American Museum of Natural History (AMNH) di New York, visitato da quasi cinque milioni di persone ogni anno. La notizia non giunge inattesa: da settimane si moltiplicano gli appelli per rimuovere vari monumenti, da settimane circolano immagini di statue imbrattate o fisicamente rimosse dai Comuni. Issate in pompa magna, con cerimonie ufficiali, vengono smantellate quasi furtivamente nel cuore della notte, sbullonate davanti agli sguardi e ai cellulari degli astanti.  E tra questi due brevi momenti – l’elevazione e la rimozione – la statua vive in un limbo di sovrana indifferenza, in uno stato larvale che può protrarsi per secoli. Finché un soffio di vento riattizza la fiamma affievolita della storia, come dimostra il caso Roosevelt su cui è utile tornare oggi in Italia.   La statua della discordia   Il memoriale equestre è commissionato nel 1925 e installato nel 1940, finanziato pubblicamente (per un costo totale di tre milioni e mezzo di dollari) e quindi di proprietà della città e non dell’AMNH. Rappresenta Roosevelt pronto per una...

Sciarà / Ahcadehe

Ahcadehe (h aspirate) era l’appellativo con cui nostro padre ci rimbrottava, quando non eravamo all’altezza dello zelo orobico per il lavoro. Vuol dire: lazzarone/i. Essendo la pigrizia un tema significativo nella bergamasca, ha diversi e altrettanto intraducibili sinonimi:  Lifrucù Buoatù Quest’ultimo ha una coloritura che aggiunge all’aggettivo lazzarone/pigro, anche il significato di ‘Buono da niente’. Naturalmente, si poteva variare con il più comprensibile: Lasarù.

Convivere con Covid-19 / Volti, sguardi e mascherine

L'uso obbligatorio e normato delle mascherine, chirurgiche o autoprodotte, regalate o acquistate, “di comunità” è uno dei tratti che più colpiscono la percezione e rimarranno nell'immaginario di questi strani giorni, segnati da vissuti e situazioni tragiche o comunque sconfortevoli, perturbanti, anomale. Sono molte le questioni che questo nuovo abito chiama in causa, anche in relazione al fatto che il suo utilizzo sembra essere destinato a durare nel tempo: la discussione sull'effettiva efficacia nella protezione e sugli effetti dell'uso prolungato sul respiro; l'essere un dispositivo di sicurezza sul lavoro e nella vita pubblica, in diverse variabili e oggetto di un nuovo expertise diffuso che riguarda i diversi modelli, il modo in cui vengono portate, applicate o abbassate nell'interazione quotidiana; gli effetti psicologici in relazione alla fiducia nella relazione e il senso di reciproco controllo nella relazione; la personalizzazione e i diversi stili delle mascherine, che possono diventare occasione di creatività personale o persino donare aura di mistero alle figure. Vorrei proporre in queste pagine un intreccio di ragionamenti sull'uso della mascherina a partire da quello...

Intervista a Emilio Vavarella / Glitch: la verità nell'errore

Mauro Zanchi e Sara Benaglia: “Report a Problem” è il messaggio che compare in basso nella schermata di Google Street View, e permette di segnalare a Google gli eventuali problemi rilevati nella visualizzazione del luogo che si sta visitando virtualmente. Immaginiamo che si possa creare un sistema in grado di fotografare o rivelare immagini interiori, luoghi che vivono nell'immaginario. Tu hai viaggiato su Google Street View, fotografando sul monitor tutti i “paesaggi sbagliati” che hai incontrato, prima che altri utenti riportassero il problema; così hai indotto l’azienda ad aggiustare l’immagine sostituendo le foto errate. Come ti figuri i paesaggi interiori e una sorta di fantagoogle che sistema le immagini inconsce delle persone? Quale utilità potrebbe avere rendere visibili immagini inconsce?   Quando lo scorso gennaio mi avete chiesto di immaginare una fotografia capace di rivelare immagini interiori non avrei immaginato di rispondere partendo da un coronavirus. Ma mi piacerebbe partire proprio da qui, a dimostrazione di quanto sia rilevante comprendere il ruolo e la produzione delle immagini anche in un momento di profonda crisi come quella innescata dal COVID-19...

Un Marx geografo / David Harvey: geografia del dominio

Geografia del dominio (Ombre corte 2018) raccoglie quattro brevi saggi di un autore di valore, David Harvey: geografo, ma esploratore di molti aspetti del contemporaneo nelle sue diverse declinazioni. Il suo libro più noto, The Condition of Postmodernity (1989), univa la lettura del postfordismo ai fenomeni culturali, artistici e architettonici del postmodernismo. Mostrava in fondo che questa corrente di pensiero – così influente nelle arti applicate, nell’urbanistica e nell’architettura di fine Novecento – era direttamente riconducibile a forme di produzione e a modelli di accumulazione flessibile tipici del tardo capitalismo. Negli anni, Harvey si è sempre più riferito a Marx: non al marxismo ma al testo marxiano, fonte inesauribile di analisi e profezie di quella che chiamiamo ora tutti “globalizzazione”. Nell’ultima occasione che ho avuto occasione di ascoltarlo, a Urbino davanti a un pubblico di studiosi dei fenomeni urbani, Harvey ha svolto una lezione sul Secondo Libro del Capitale, quello in cui Marx analizza il fenomeno della circolazione del capitale. E ha spiegato con quegli strumenti marxiani l’attuale finanziarizzazione delle città globali: sedi oggi di immensi...

Carteggi amorosi / Pessoa e Ophélia Queiroz: tutte le lettere d’amore sono ridicole

«Nella casualità della strada la casualità della ragazza / bionda: ma no, non è lei»: scrive Alvaro de Campos. Fernando Pessoa non potrebbe che sottoscrivere i versi del preferito fra i suoi eteronimi. Quella “ragazza bionda”, alla fine, arriva nella sua vita. Trentenne timido, isolato e sconosciuto, padrone soltanto della sua segreta opera letteraria, nella Lisbona degli anni venti Fernando si innamora di una gentile e minuta ragazza, dattilografa nella stessa impresa commerciale in cui lavora. Come può avvicinarsi al suo oggetto/soggetto amoroso? Escludendo a priori un contatto troppo diretto e sensuale, da cui sarebbe spaventato, non resta che un corteggiamento affettuoso, come quando i maschi delle gru cominciano ad emettere strida per attirare le femmine. Nel caso di Pessoa le strida sono parole sommesse, piccoli doni, letterine affettuose, teneri esorcismi, segnali che avvicinano e slontanano. Il suo è un passo esitante, impaurito, come accade all’inizio di ogni amore.      __title__ «Chi? L’infinito? / Digli che entri. / All’infinito fa bene / stare un po’ tra la gente» scrive Alexandre O’Neill. Pessoa il suo “infinito” se lo porta a spasso per le strade...

Ritorna il nostro Speciale / Sciarà

C’è un brindisi che gli “Sciarà” – che erano gli amici fraterni, i sodali, quelli che portano lo stesso nome, i commilitoni e quelli che condividevano la stessa fatica del lavoro, quelli che hanno giocato insieme da bambini; la definizione della catena di senso resta plurima, e originaria – si facevano scambiandosi, regalandosi anzi, una formula di saluto, che era certo anche più che un augurio. Il rito diventava più gagliardo quando ci si ritrova dopo un lungo periodo di separazione o distacco (che era spesso, l’emigrazione lontana delle Americhe di allora, la prova di una malattia, e più spesso una disavventura di furfanteria o un qualche pericolo scampato che non si diceva).   Ed era sempre assistere a un brindisi grandioso, indimenticabile nella sua nitidezza e lussuosità, che a me ragazzino, di fronte a questi adulti o vegliardi che festeggiavano il semplice piacere di ritrovarsi tra i vivi, mi appariva cosa olimpica, sontuosa, araldica, per quanto tra di loro si fosse tra poveri, vecchi o malvissuti. Ed era così, era questo: si versava il vino, rosso, forte e scuro come il sangue, e si “introzzavano” sonoramente i bicchieri, quelli piccoli, di vetro spesso, dozzinali,...

L'uomo e gli altri / Virus e specie

Sfido chiunque, durante il lockdown, a non essersi sentito colpito, commosso, persino estasiato, dalle immagini di animali non umani che se ne andavano a spasso per la città (mamma anatra e la sfilata degli anatroccoli al seguito), o si avventuravano dove abitualmente si trovano solo gli animali umani, i loro prodotti e le loro scorie (i delfini nei vari porti di Ostia, Olbia, ecc., persino la lunghissima cavalcata di un daino sul bagnasciuga di non so quale spiaggia). Si è parlato di riappropriazione del loro ambiente naturale da parte degli animali: che bello, finalmente in questa pandemia c’è qualcosa di buono, come siamo violenti e invasivi noi umani, ce ne dovremo ricordare. Tutti già con un occhio alla conclusione del lockdown (legittimamente, per carità) e alla ripresa della vita “normale”. Sulla “riappropriazione” Massimo Filippi, autore di Il virus e la specie. Diffrazioni della vita informe (Mimesis Editore, 2020, pp. 138), uscito da qualche settimana, certo non sarebbe d’accordo. Questo ultimo testo di Filippi non è né un libello estemporaneo, né uno scoop sulla pandemia, è il capitolo di un discorso antispecista, complesso e radicale, iniziato da tempo. Parlare (e...

Incorruttibile / Plexiglass: dal Terzo Reich alle aule scolastiche

Se ancora non ci siamo impratichiti con il Plexiglass, tra poco lo dovremo fare, poiché sembra proprio che entreremo in contatto, se nel frattempo non è già avvenuto, con questo materiale plastico essenziale per garantire quel distanziamento sociale che ci difende dal Covid-19: fabbriche, negozi, bar, ristoranti, e presto anche le aule scolastiche. Il suo inventore è un chimico tedesco, che era anche farmacista, Otto Röhm. Nel 1901 creò un primo materiale cui diede nome di Acrylkautshuk partendo dalla sua dissertazione in cui discuteva il processo di polimerizzazione. Röhm è uno di quei chimici che interessavano a Primo Levi, non solo per via del medesimo mestiere, ma perché uomo dai mille talenti, un inventore che ottenne i suoi primi successi dedicandosi alla conceria. Isolò infatti gli enzimi che servivano nel processo di mordenzatura nell’industria del cuoio, utilizzando escrementi animali, in particolare le feci di cane. Un aspetto non così strano, se si pensa che ancora nel 1946, al ritorno dal Lager, lo stesso Levi insieme all’amico chimico Alberto Salomoni si dedica a realizzare un rossetto per un cliente nel loro laboratorio chimico utilizzando, racconta in Il sistema...

Claudio Ascoli e Chille de la balanza / Per una drammaturgia della distanza

Gli anni ’70 e i suoi 70 anni. È molto più di una semplice inversione di parole. Per Claudio Ascoli Napule ’70 racchiude il tempo di una vita, pensata e vissuta a teatro come atto di ribellione, di rovesciamento, di rivoluzione dell’ordine costituito. Personale, perché collettivo. E viceversa. È una conquista mai definitiva, mai raggiunta una volta per tutte e per sempre; è un orizzonte, piuttosto, che si sposta in avanti a ogni passo: che non cerca, trova. «Nella gamma delle mie priorità – afferma – la più alta è la libertà ed è il motivo per cui soffro l’istituzione. Io sono molto attratto dal sapere, non sono interessato al potere. Con Napule ’70 non voglio raggiungere un punto fermo, ma un punto di riflessione per capire cosa fare di nuovo, per trovare senso ai sensi». Parliamo a margine di una prova in vista del debutto nazionale al Napoli Teatro Festival Italia il 14 luglio (alle 21 e in replica straordinaria alle 23). Ci incontriamo a casa sua, ovvero nel Padiglione 16 dell’ex-manicomio di San Salvi, a Firenze. È la “città nella città” che lo ha accolto nel 1998 con Sissi Abbondanza, la sua compagna d’arte e di esistenza da oltre 40 anni, e i Chille de la balanza, la...

Al di sopra della legge / Poliziotti violenti

Quando, nel finale de Gli intoccabili, Eliot Ness, l’eroe, scaraventa l’azzimato e odioso gangster giù dal tetto del tribunale, alzi la mano chi non ha intimamente goduto. È impossibile - emotivamente, istintivamente, visceralmente - condannarlo per quel gesto. E il magnifico film di Brian De Palma, scritto da David Mamet, uno dei capisaldi del periodo (The Untouchables, 1987) non fa niente per problematizzare l’accaduto, anzi. Il gangster è mostrato come particolarmente crudele ed esecrabile: ha pure assassinato l’amatissimo vecchio poliziotto impersonato da Sean Connery. A interpretare Eliot Ness, il coraggioso agente federale che ha giurato di fermare Al Capone, è Kevin Costner, con il suo volto da eroe tutto d’un pezzo: non batte ciglio dopo aver deliberatamente, non accidentalmente, punito il criminale così, extra legem. E noi con lui.     Gli intoccabili, 1987. In queste settimane, l’America e il resto del mondo si sono svegliati di fronte a immagini profondamente disturbanti. L’uccisione di George Floyd ha riacceso i riflettori sul gigantesco problema della brutalità - razzialmente orientata - endemica alle forze dell’ordine statunitensi. Ma, al di là dell...

Insidie della cortesia / Saluti e baci

Niente più baci, abbracci, strette di mano, pacche sulle spalle? Pare di no, almeno per adesso che, come ci hanno anche troppo ripetuto, di contatti fisici non se ne parla proprio. Fra le conseguenze di questa minuziosa riorganizzazione delle distanze sociali fra corpi che stiamo subendo, c’è una trasformazione delle cosiddette forme di cortesia. E in primo luogo dei saluti. Ce ne siamo accorti già da tempo, impacciati come siamo nel non sapere come comportarci quando incontriamo un amico, un parente o un collega, cosa fare e cosa no, che tipo di confidenza assumere, se e come manifestarla nei gesti prima ancora che con le parole, con il corpo più che con la mente. Accumuliamo figuracce, dietro la mascherina che cancella ogni sorriso e ogni smorfia. E  altrettante ne subiamo, quando allunghiamo la mano verso il nostro interlocutore e costui, altrettanto imbarazzato, ci rifiuta la sua. Per non parlare dei baci – uno al Nord, due al Sud, tre Oltralpe, quattro in Russia… –, vietatissimi e insieme agognatissimi. O degli abbracci: segno di un’intimità più o meno forte, di un’amicizia più o meno ipocrita che vorremo coltivare senza però possedere i codici per farlo: quelli cui...

Ipotiposi / Fra la terra e il mare

“C’è su questa terra una condizione di vita, ci sono circostanze paesistiche (se di ‘paesaggio’ è lecito parlare nel caso che abbiamo in mente) nelle quali una siffatta confusione e l’eliminazione delle distanze di tempo e spazio fino alla vertiginosa uniformità hanno luogo, si può dire, per natura e di diritto, sicché l’abbandono al loro fascino in ore di vacanza può in ogni caso considerarsi lecito. Alludiamo alla passeggiata in riva al mare”. Hans Castorp, il protagonista della Montagna incantata di Thomas Mann, dal suo “esilio” nel sanatorio sulle Alpi svizzere, evoca con piacere nostalgico l’esperienza “disturbante” di una passeggiata sulla spiaggia. Lì consolidate distinzioni si con-fondono, vengono meno i nostri abituali riferimenti, le coordinate di quella coppia benedetta o maledetta della storia del pensiero occidentale, lo spazio e il tempo, i kantiani a priori della sensibilità, perdono valore. Dalla passeggiata non si giunge mai a casa in tempo, perché il tempo ci ha perduto o noi lo abbiamo smarrito; i criteri con cui abitualmente misuriamo distanza e profondità si fanno incerti: quali dimensioni possiede la vela che si perde nella “schiumosa lontananza verdegrigia...

Diario 3 / Nidi vuoti

Un solo giorno separa il compleanno di mia madre da quello di mia nipote. Così, da quando è nata mia nipote, festeggiamo insieme i loro due compleanni. Quest’anno la cosa è coincisa con la nostra ricongiunzione (non ci vedevamo da febbraio). La forza degli umani sta nel rendere sequenziali fatti di natura che non lo sono. Vivere è aprirsi ogni giorno un varco in questa fitta foresta di tempo cercando di trovare spiragli di luce. Lo vedo fare ovunque intorno a me, ma dentro quei varchi io non riesco a vedere nient’altro che un’ulteriore affermazione della foresta.  Eppure gli umani riescono a creare riti per ogni cosa, e non temono la stanchezza e la reiterazione. La loro fame di emozioni è spasmodica, e quando si sentono sazi, si acquattano in un angolo come vecchi gatti sonnacchiosi. Il rito del compleanno, della festa in famiglia, dello spegnimento delle candeline, il rito delle foto dietro la torta, il rito del caffè dopo pranzo, il rito delle chiacchiere sbadiglianti sul divano, riti su riti che contengono nient’altro che il grande segreto epico del nostro stare al mondo.     Scorrendo la torrenziale sequenza delle foto di compleanni trascorsi di cui sono stato...

Tutte le opere / Aldo Buzzi: una ricetta per il paradiso

La ricetta è molto più di una lista d’ingredienti, è una scomposizione della realtà nei suoi singoli elementi, che prefigura un esito ideale e, in questo senso, innaturale. Tra quegli elementi, o cause, e l’effetto che ne dovrebbe risultare non è possibile istituire alcun rapporto di consequenzialità diretta, lineare: nel mezzo c’è l’abisso della contingenza, delle circostanze accessorie, degli errori, dell’esperienza fatta o mancata. Perciò la ricetta può essere anche una forma d’invenzione pura, libera dalla finalità cui tende ma che non ha l’obbligo di raggiungere e illustrare. Sarà per questo che la ricetta come forma letteraria rientra nel repertorio di uno degli scrittori che meglio hanno colto l’impossibilità, conoscitiva e narrativa, di seguire il filo degli eventi se non a ritroso:    Del grifo e del naturale porcino di lui, altresì adduceva la favola, in aggiunta di quel di sopra, come nel corso di tutta una interminabile estate egli non avesse cibato se non aragoste in salsa tartara, merlani in bianco con fiotti di màjonese, o due o tre volte il pejerey; e piccioni arrostiti in casseruola con i rosmarini e le patatine novelle, dolci, ma non troppo, e...

(ma non solo) / Luca Maria Patella. Canzoniaere: la poesia

Patella è uno degli artisti più caparbi che abbia mai conosciuto. L’età non l’ha piegato, casomai un po’ raddolcito, è diventato più autoironico, ma non transige su ciò che vuole. E ciò che vuole è “semplicemente” – ci vogliono sempre le virgolette, vero? – che si colga la sua arte così come lui la intende. L’arte per lui è faccenda complessa, un modo di pensare e di essere che se lo si è scelto è perché è diverso dagli altri modi, da quello scientifico o filosofico, o psicanalitico o antropologico o semiologico, e soprattutto perché non è una disciplina tra queste ma il modo di riprenderle tutte, da qui la complessità, rigiocandole a un altro livello, il livello esistenziale: arte e vita. So bene che la formula “arte e vita” fa arricciare il naso a molti, ma c’è poco da esitare: ci deve essere una corrispondenza, fosse pure in negativo, en creux, come dicono i francesi.   Faccio due esempi che lo riguardano. Patella ha una formazione scientifica di alto livello, è stato assistente di un collaboratore del Premio Nobel Linus Pauling, studi, argomenti, forma mentis che non sono certo stati dimenticati, anzi che hanno determinato il senso della sua decisione di passare all’arte...

Edoardo Boncinelli / Essere vivi non è poco

Caricandosi sulle spalle tutto il peso della sua condizione, Edoardo Boncinelli (Essere vivi e basta. Cronache dal limite, Guanda 2020) trova la forza di intrattenerci come fossimo in un grande bel giardino a fare una passeggiata al puro scopo di far passare il pomeriggio. Non c’è una meta precisa in questo conversare, si parla di tutto e, innanzitutto, come si fa tra amici, dei casi personali, del lavoro, degli affetti, degli interessi, della salute. Ecco: la salute, il “tono maggiore” di questo libro sul quale Boncinelli riesce a sviluppare una miriade di divagazioni e divertimenti e a fondo, come passeggiando amabilmente, appunto, con una capacità di leggerezza direttamente proporzionale alla pesantezza della sua condizione.    Una vita dedicata alla scienza (è un genetista di fama mondiale) e alla divulgazione scientifica (oltre sessanta libri pubblicati), a un certo punto si confronta con la durezza della malattia, anzi delle malattie, sì perché quello che Boncinelli racconta è un percorso tra i diversi ostacoli che via via la sua salute incontra. Sono importanti patologie che si annunciano ora violentemente ora sommessamente, ma che non impediscono all’autore, che...

“La felicità non è affidabile. La malinconia sì” / Joyce Carol Oates, Ho fatto la spia

“La felicità non è affidabile. La malinconia sì”. Joyce Carol Oates non ha mai sbagliato un libro, e non ne ha scritti un paio, siamo più vicini ai cento che ai cinquanta, se vogliamo pensare solo alle opere di narrativa. Dopo averla letta per molti anni, possiamo affermare senza timore di essere smentiti che ci troviamo davanti alle pagine di una delle maggiori scrittrici contemporanee; è altrettanto vero che tale pensiero, sotto forma di suggestione, potrebbe venire in mente anche a chi si trovasse a leggerla per la prima volta. Non c’è una sola pagina di Oates, che venga da un romanzo, da un racconto o da un saggio, o da una poesia, che non provochi nel lettore il luminoso salto, il famoso click cui si riferiva, per esempio, David Foster Wallace, quando parlava dei racconti di Donald Barthelme. Qualche tempo fa sono stati pubblicati in Italia i saggi che Oates ha scritto sul suo sport preferito: la boxe (Sulla boxe, 66thand2nd, traduzione di L. M. Pignataro). In quel libro, che parla di uno sport solitario e particolare, la scrittrice americana sfoggia passaggi di tale potenza narrativa da far sembrare dilettanti parecchi romanzieri. Perché succede? Perché la boxe ha nella sua...

Un coro di voci / Se otto ore vi sembran poche

I primi tre mesi di pandemia si sono contraddistinti per un vuoto di pensiero, un congelamento cerebrale che mi ha impedito anche solo di leggere un capitolo del romanzo nuovo di zecca che mi aspettava sul comodino. Di fine febbraio e di tutto marzo ricordo poco e niente, ad aprile ho forzato la mano e mi sono convinta ad accendere un registratore che ho pigramente mollato lì, in salotto. Non riuscivo a scavalcare l’inerzia, ma sentivo l’urgenza di produrre e conservare una documentazione di questa fase storica.  Non avevo la più pallida idea di che cosa me ne sarei fatta di queste lunghe e noiosissime registrazioni, segnate dal persistente lagnarsi di mia figlia piccola, dagli strilli della mediana, dagli sbuffi della grande e dal mio continuo borbottare, ma ho fatto finta di niente e come un autonoma ogni sera mi sforzavo di scaricare i file sul computer e ordinarli in una cartellina. Dopo pochi giorni ho coinvolto un gruppo di amiche in questo fumoso esercizio, non potevo chiedere loro di fare la stessa cosa, certo, ma ho proposto di dedicare un minuto della loro giornata alla registrazione vocale di un pensiero, piccole cose scaturite da una mia domanda, senza nessun...

Federica Castelli / Cos'è uno spazio pubblico

Pubblicato nel 2019 da Ediesse, Lo spazio pubblico di Federica Castelli sembra essere confezionato su misura per la taglia dei primi mesi di questo 2020. Mesi di isolamento, quarantena, lockdown, a cui hanno fatto seguito mesi di distanziamento sociale, manifestazioni, mascherine e piazze piene in mezzo mondo. Mesi in cui la questione dello spazio è ritornata in primo piano sotto forma di varie questioni: chi decide di come, quando e perché spazi pubblici e privati possano essere chiusi ai cittadini/e? Che conseguenze ha la regolamentazione delle distanze e dei contatti sulla vita sociale e sulla psicologia delle persone? E infine, è giusto intervenire su statue e monumenti che offendono una parte della popolazione? Questioni di grande importanza, che presuppongono a loro volta una domanda più generale: che cos’è uno spazio pubblico? Esattamente la domanda attorno alla quale ruota il volume di Castelli.   Teoria, storia, politica   L’autrice imposta e affronta la questione a due livelli. Il primo livello è quello della ricostruzione storica e teorica. Castelli presenta le diverse figure con cui nel corso della storia sono stati rappresentati tanto lo spazio pubblico,...

La tempesta di James Ellroy

Chiunque scriva di James Ellroy non può prescindere dall’associare il suo nome a due aggettivi: «prolifico ed eccessivo».  Dopo il quartetto « L.A.Quartet » (Dalia nera, L.A. Confidential, White Jazz, Il grande nulla, scritti tra il 1987 e il 1992), dopo la trilogia « Underwold USA » (American Tabloid, Sei pezzi da mille, Sangue randagio, scritti tra il 1995 e il 2009) è entrato in una nuova era, o secondo le sue stesse parole, in un nuovo quartetto.   L’esordio è stato Perfidia (Einaudi 2014), seguito ora da Questa Tempesta (Einaudi 2020). Il titolo esprime un raffinato avvertimento, come segnala la nota finale. In una pagina si legge che taluno “conosceva un fruttato poeta inglese, WH Auden”. Questi, in realtà, scrisse una poesia (‘A uno scrittore per il suo compleanno’) nel 1935 per il suo amico compagno, C. Isherwood utilizzando le parole "Questa tempesta" per segnalare la profezia di una catastrofe. (la tempesta-che viene- è un disastro-che inselvatisce- la pioggia - l’oro - il fuoco- tutto questo- una sola- e la stessa- storia, in New Verse, 1935, n. 17). Lasciati gli anni ’30 corrotti e bui ci si immerge nella Los Angeles dei primi anni 40, nel preludio e nell’...

Genova 1960/1970 / Lisetta Carmi: travestiti e camalli

“O mi metti in copertina o non accetto”.  È il 1972 e la Gitana ride soddisfatta. Ci è riuscita, ha convinto la fotografa Lisetta Carmi a farsi mettere sulla copertina di un libro: a torso nudo, senza reggiseno, con il volto leggermente rovesciato e i capelli cotonati. Lo sfondo della foto? Nulla è davvero a fuoco. La luce è tutta sul suo corpo. Il libro si intitola “I travestiti”. La Carmi inizia a fotografarli nel 1965 durante una festa di Capodanno e per cinque anni non smette di frequentarli. Ne diviene amica e condivide con loro i problemi della vita quotidiana. Impara a conoscerli: Morena, quella che ha ispirato a Fabrizio De André la canzone Via del Campo, “un po’ mamma di tutte, lettrice di “Bolero Film”, e poi Novia, “una ragazzina giovane e bellissima che lavorava in coppia con la Gitana, che a vent’anni era stata l’amante di De Pisis e aveva in casa un suo piccolo quadro”. Non è stato facile diffondere questo libro. Le librerie lo tenevano nascosto. “La polizia mi avrebbe arrestato con molto piacere, sapevano che ero figlia di una famiglia borghese. Una volta un poliziotto è andato da un travestito e l’ha interrogato: “Cosa fa Lisetta Carmi con voi, viene a letto...

Scuola post shock

Si può riflettere di formazione scolastica, oggi, come si faceva prima della crisi del Covid-19, con gli stessi termini, gli stessi dati, le stesse prospettive? Possiamo ancora chiederci se sia giusto che chi si occupa di educazione faccia bene i conti con l’universo del digitale, le sue lusinghe e le sue insidie, come prima, e ricorra alle ‘evidenze fattuali’ per avere e dare indicazioni convincenti sull’uso dei dispositivi tecnologici? La mia risposta è negativa. Muove infatti da una prospettiva necessariamente più ampia di quella di cui molto si discute nell’attuale frangente, cioè del come e in quali condizioni materiali garantire la ripresa delle attività consuete. Nelle classi certo si tornerà, le lezioni prima o poi riprenderanno, via via si stabilirà, in un modo o nell’altro, un’accettabile o comunque accettata normalità. Non fa problema. Né lo fa la previsione di dover far ricorso ancora all’online, malgrado la gran quantità di riserve manifestate. Piuttosto, resterà, come problema aperto, imprevedibile nei suoi esiti, lo shock provato con l’interruzione delle pratiche scolastiche usuali: agirà in profondità e verrà a galla nelle situazioni critiche, che non mancheranno...

L'ultimo album / Bob Dylan: Rough and Rowdy Ways

“Ah, ma allora ero molto più vecchio, sono molto più giovane adesso” cantava Dylan nel 1964, all’età di 23 anni (“Ah, but I was so much older then, I’m younger than that now”). Il dio Crono in persona deve averlo sentito, e ha pensato: “Vuoi sconfiggere me, il signore del tempo, con le tue canzoncine? Bene, allora per te serberò una sorte speciale. Invecchierai come tutti, ma a ritroso. Diventerai così vecchio che ricorderai tutto quello che è accaduto ben prima che tu venissi al mondo. Assisterai alle guerre dei tempi passati, sarai con Giulio Cesare quando ha attraversato il Rubicone e con le donne troiane quando sono state vendute in schiavitù. E dovrai mettere tutto questo nelle tue canzoncine, altri strumenti non ne avrai”. “Buio non è ancora, ma presto lo sarà” cantava Dylan nel 1997, all’età di 56 anni (“It’s not dark yet, but it’s getting there”), e tutti i critici giù a scrivere che stava meditando sulla sua mortalità. Non era un po’ presto?   Oggi che ne ha 79 e con il suo ultimo album, Rough and Rowdy Ways (Sony), traducibile all’incirca con Modi rozzi e rissosi, è in testa alle classifiche mondiali – per quel che valgono le classifiche – ancora tutti i critici...