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Teatro

(638 risultati)

La storia di Ubulibri / Il miglior teatro della nostra vita

Esterno giorno. Prima di entrare a una lezione all’università, spicca sul fianco di una ragazza giovane quella borsina gialla con sopra la scritta “Burnig Books”, libri incendiari che non vogliono essere bruciati. Da qualche parte si vedono Padre Ubu e il logo  dell’Associazione Ubu per Franco Quadri. Interno pomeriggio. Milano, inizi marzo. È piena di ragazzi di una classe di scenografia dall’Accademia di Brera la mostra La “linea desiderante”. Il libro e la scena nelle Edizioni Ubulibri presso il Laboratorio Formentini per l'Editoria (a cura di Renata M. Molinari, Oliviero Ponte di Pino, Marco Magagnin). Li guida il loro professore, che spiega l’importanza che ha avuto per il teatro quella casa editrice. Ci sono alcuni pannelli laterali e una bacheca fitta di volumi, tutti i 301 pubblicati tra il 1979 e il 2011, anno della morte del fondatore delle edizioni, il critico Franco Quadri. A guardarli assiepati là scorre il teatro che ha formato il presente, testi del Living, di Kantor, di Grotowski, di Barba, di Pina Bausch, di Peter Brook, e i testi teatrali della grande drammaturgia dell’ultimo novecento, da Thomas Bernhard a Fassbinder e Heiner Müller, da Lagarce a Enzo...

Come mettere in scena Voltaire / Candide, il gioco della rappresentazione

“Uno spettacolo è come una società ben organizzata, in cui ciascuno sacrifica parte dei propri diritti per il bene della collettività. Chi calcolerà nel modo più esatto la portata di questo sacrificio. L’entusiasta? Il fanatico? No, certo. Nella società sarà l’uomo giusto; a teatro l’attore che avrà la mente fredda.” Diderot, Paradosso sull’attore   “Contessa: Candide perché vi alzate dalla sedia? / Candide: C’è Cunegonde, devo parlarle, non ci vediamo da molti anni e tuttavia tu ancora… / Cunegonde (attrice): Signore, sono un’attrice. Non capisce le leggi del teatro? / Candide: Sarà pure un’attrice ma così simile a Cunegonde, se potessi baciarti…” Un segreto, contagioso ottimismo si sprigiona dal Candide ispirato a Voltaire di Mark Ravenhill tradotto da Pieraldo Girotto che Fabrizio Arcuri ha portato in scena al Teatro Argentina di Roma e che dal 14 marzo è al Mercadante di Napoli. Un paradosso, se non un contrappasso, per uno spettacolo che è un manifesto contro l’ottimismo (con o senza la...

Un teatro sempre in bilico / Cuocolo-Bosetti: morire o ricordare

Forse che sì forse che no. Il motto, ripreso da una canzone d’amore, una ‘frottola amorosa’ del Cinquecento, percorre tutte le strade (prive di biforcazioni e quindi obbligate) del labirinto che decora il soffitto dell’omonima sala nell’Appartamento di Vincenzo I Gonzaga nel Palazzo Ducale di Mantova. Roberta cade in trappola – The Space Between è lassù, tra l’incertezza dell’amante appeso al filo di Arianna delle risposte dell’amato, in questo caso il tempo passato, e la tragica indagine sul resistere alla più banale e rassegnata quotidianità. Lo spettacolo di e con Renato Cuocolo e Roberta Bosetti, tredicesima parte in sedici anni dell’Interior Sites Project, è il nuovo passo fermo di un fare teatro sempre in bilico, che vale secondo che può essere o credersi vero: un affresco intimo in cui sguardo e ascolto indugiano in enigmi e inciampi che la finzione tende continuamente all’autobiografia, e viceversa. “Mi chiamo Roberta Bosetti, sono un’attrice e recito me stessa. Questa è la mia voce. Ho un teatro nella testa”.   Il soffitto...

Quattro scarti sul silenzio / Prova

Erompe alla superficie il fiume carsico del testo di Pascal Rambert, dolore personale alimentato nel fuoco della storia. Implode trattenuto dal gioco teatrale, dalle domande sulle capacità del linguaggio di essere all’altezza di atti vissuti, desiderati, intinti nel rancore della memoria, nell’elencazione degli sguardi sbagliati, delle occasioni rimandate, dei sogni e delle utopie svaniti. Prova (Répétition in francese) è solo in superficie un gioco metateatrale, un viaggio in decostruzionismi che attingono alla filosofia del linguaggio. L’autore, Rambert, è un apprezzato regista francese, direttore del T2G – Théâtre de Gennevilliers, che ha trasformato in centro per la drammaturgia contemporanea. E lui stesso è un esponente di punta della scrittura post-drammatica, quella che rinuncia alla trama per mettere in discussione l’atto stesso del rappresentare e del parlare su un palcoscenico, incrinando la finzione con l’aporia portata dalla personalità reale dell’interprete-performer. Per Emilia Romagna Teatro aveva già firmato l’edizione italiana del claustrofobico Clôture de l’amour, visto qualche stagione fa con Luca Lazzareschi e Anna Della Rosa.    Con Prova lo schema...

Una destabilizzata quotidianità

Harper Regan, Simon Stephens. È assai probabile che i due nomi in questione non vi dicano nulla. Ebbene: il primo è il titolo di uno spettacolo in scena fino al 6 marzo a Milano, il secondo il nome del giovane anglosassone autore del testo. Difficile credere che, con una locandina a così basso impatto, un teatro possa riempire la sala per un mese di repliche. Ma vi manca un elemento, per svelare l’arcano: l’allestimento è firmato da Elio De Capitani e presentato al Teatro dell’Elfo.   Harper Regan, Martin Chishimba e Elena Russo Arman   Il teatro meneghino è riuscito, negli anni, a instaurare un vero e proprio patto di fiducia con i suoi molti spettatori: qualsiasi cosa gli ‘Elfi’ metteranno in scena – nuova drammaturgia o classico – sarà senz’altro poco autoreferenziale, ben recitato e, in definitiva, contemporaneo. Per questo e altri motivi De Capitani, Ferdinando Bruni e gli altri soci si sono trovati a svolgere una funzione tristemente scomparsa dal nostro orizzonte: quella del mediatore, ovvero colui che scopre e importa i talenti della drammaturgia europea sui palchi...

Nel temporale della Rivoluzione

C’è un breve discorso sul teatro che Georg Büchner ha fatto scivolare nella sua Morte di Danton come uno specchio improvvisamente offerto agli spettatori. Ed esso risuona anche nella versione che Mario Martone ha portato in scena al teatro Carignano per il Teatro Stabile di Torino: arriva verso la fine del II atto e a pronunciarlo è Denis Fasolo nei panni di Camille Desmoulins. Esprime quell’insanabile contrasto tra l’imitazione e l’essere, tra la finzione e la natura, che percorre tutta l’opera del drammaturgo tedesco morto giovanissimo dopo aver dato alla luce una manciata di capolavori, tra cui questo dramma moltitudinario ed esemplare a lungo ritenuto irrappresentabile, scritto non per il suo secolo ma per quello successivo. “Quelli che dopo il teatro escono per strada”, dice Desmoulins, trovano la realtà miserabile e della Creazione, “incandescente, fragorosa e piena di luce”, non scorgono che la banalità. Mentre sulla scena basta mettere giacca e pantaloni a “un’emozioncina” (a una massima, a un concetto) e lasciare che “questo coso” si affanni per tre atti,...

Nuovi teatri crescono?

«E cosa racconteremo, ai figli che non avremo, di questi cazzo di anni zero?». C'era qualcuno – non ricordo esattamente chi – che aveva ripreso questo verso delle Luci della centrale elettrica per affrontare i teatri italiani degli anni Duemila, il loro avvento dirompente, la biodiversità così cangiante da essere difficile da raccontare per intero, la loro successiva caduta o almeno normalizzazione. È un modo un po' brusco di iniziare un articolo, ma è proprio questo il punto: tornare a chiedersi cos'è successo, cos'eravamo e cosa siamo, cos'abbiamo fatto in questi anni, com'è andata e come sta andando. Un argomento forse un po' démodé per l'agenda critica d'attualità, ma per molti versi è un tema strutturale e ancora pressante; anche magari per rispondere ad altri interrogativi più “sul pezzo”, ma in generale per far fronte a una strana abitudine del nostro teatro e in realtà anche del Paese che è quella di dimenticare tutto in un soffio per guardare – invece che avanti – altrove.   Fibre parallele...

È ribelle il Virgilio di Anagoor

Era atteso, al Piccolo Teatro, Virgilio Brucia. Lo aspettavano gli appassionati dei classici e gli insegnanti con le scolaresche, curiosi di scoprire l’Eneide alla difficile prova del palco. E lo aspettavano anche i conoscitori della scena contemporanea, amanti del teatro raffinato e visionario di Anagoor. A buon diritto: tra i molti gruppi dalla vocazione sperimentale e performativa emersi negli scorsi decenni, pochi sono stati capaci di non farsi risucchiare dal vortice fagocitante di studi brevi e dimostrazioni di lavoro, per misurarsi invece con una prospettiva di largo respiro. Virgilio Brucia rappresenta, dopo l’applaudito Lingua Imperii, un’ulteriore conferma della caratura e della maturità della compagnia veneta.   Virgilio Brucia, Anagoor, ph Dietrich Steinmetz   Si è spesso parlato, negli scorsi anni, dell’eclissi del grande teatro di regia e dell’emergere di nuove e più frammentarie forme di autorialità. La nuova creazione di Anagoor fornisce invece un ottimo esempio di regia critica: la struttura stessa dello spettacolo sembra un omaggio alla fondamentale lente interpretativa che la messa in...

Il Vangelo di Pippo Delbono

All’inizio, sul palco del Teatro Argentina di Roma ci sono soltanto undici poltroncine foderate di rosso disposte sulla linea del proscenio (due ai lati, le altre nove al centro) e un grande pannello bianco alle loro spalle. Vuote e promettenti, aspettano i corpi che le devono occupare. In avanscoperta entra un uomo elegante, allure da maturo tanguero, che le sistema e le accarezza come un cerimoniere: è Pepe Robledo, uno degli attori storici della Compagnia di Pippo Delbono. Poi gli invitati arrivano, uomini in abiti da sera, donne con mise smaglianti e vistose, pettinature curate e parure di gioielli scintillanti, si siedono e osservano la sala incuriositi, sono tutti perfettamente in parte, anche Nelson Lariccia che, lunghi capelli rossi e un lampo di ironica follia nello sguardo, ricorda Peter O’Toole in un vecchio film che si chiamava La classe dirigente. È una perlustrazione muta e imbarazzante, un vuoto felice prima che irrompa la musica che negli spettacoli di Pippo Delbono sutura ogni intervallo, totalizza ogni durata, drammatizza ogni immagine accrescendone la temperatura drammatica o sgretolandola in un’euforica polvere di stelle....

Cadaveri euforici sul baratro

Immaginiamo la vita di un liceale medio di Modena. Per un anno ha partecipato a laboratori teatrali a scuola condotti non dalla volenterosa professoressa appassionata d'arte, ma dagli attori che vede sul palco di un Teatro Nazionale, e che insieme a quegli attori – che ormai conosce per nome – ha trascorso svariati pomeriggi in biblioteca ad ascoltare Roberto Latini o Marco Martinelli che leggevano brani dalla Montagna incantata di Thomas Mann. Ha passeggiato e pedalato sui passi della Grande Guerra, e una sera al mese invece della movida ha frequentato Kabarett d'antan improvvisati in un caffè, in una mensa o in un centro sociale. Al cinema ha visto Chaplin, Losey e Renoir, in lingua originale con sottotitoli. Immaginiamolo tra i duecento protagonisti di un atelier in cui si rievocavano le radiose giornate di Maggio, seduto nei banchi della facoltà di economia per lezioni-spettacolo di storia primonovecentesca e di economia politica, o ad ascoltare musica da café chantant, tra operette, stornelli e prime dissonanze d'avanguardia. E immaginiamolo infine andare al teatro Storchi, di domenica, e restarci nove ore di fila.  ...

Coda di Hofesh Shechter

La danza può aiutarci a capire quanto possa esserci vicina e affine l’arte visiva contemporanea, facendosi per noi tramite corporeo temporaneo che riduce la distanza tra l’opera e chi la guarda. La pittura e le installazioni aprono scenari di racconti possibili, in un confronto e scontro narrativo e percettivo, all’interno di uno spazio museale che suggerisce percorsi e dialoga con i danzatori attraverso scale e pavimenti grigi e freddi, pilastri di cemento, luce artificiale dall’alto, mentre è pervaso da musica contemporanea elettronica, techno, industriale, che attraversa i corpi e li plasma con il proprio ritmo potente. È il senso della collaborazione che si rinnova periodicamente tra la Collezione Maramotti – raccolta di arte contemporanea curata e alimentata dalla famiglia proprietaria del marchio Max Mara – e la Fondazione I Teatri, a Reggio Emilia. Da alcuni anni, infatti, la Collezione (aperta al pubblico nel 2007) ospita creazioni site specific commissionate a coreografi contemporanei, micro-residenze in cui l’artista coinvolto ambienta performances di danza negli spazi ampi e luminosi ricavati nella vecchia...

Rezza-Mastrella Anelante

Salta, parla, parla quasi senza fermarsi mai Antonio Rezza nell’ultimo spettacolo. Come nei precedenti lavori, si dimena nella scena (“habitat” li chiamano loro) disegnata come sempre da Flavia Mastrella. Questa volta non sono stoffe tagliate come un quadro di Fontana da cui far apparire facce deformate, gambe, braccia, pezzi di corpo, personaggi, e non sono neppure strutture leggere, sempre principalmente di stoffa, da indossare, da penetrare, da far dilagare nel palcoscenico. Sono edicolette o teatrini o spogliatoi coloratissimi, leggeri, modulari, spostabili, con interferenze di zebrature, bianchi e neri, neri e rossi, con tendine e veli, che servono a celare, a rivelare, sempre loro, personaggi evanescenti, come noi tutti, corpi scomposti in un delirio futurista, dadaista, cubista. La differenza con i precedenti lavori, tutti ormai di culto, molti ancora in repertorio e in tournée (vedi sul sito della Compagnia Rezzamastrella), è che in Anelante il palco si popola di altre presenze oltre a quella dell’attore romano, Ivan Bellavista, Manolo Muoio, Chiara Perrini, Enzo Di Norscia, controfigure fisiche del protagonista, ipercinetiche come lui...

Archeologia di Virgilio Sieni

Tutto iniziò nell’Isolotto, il quartiere periferico di Firenze. Nacque lì nel 1957 Virgilio Sieni, il danzatore, il coreografo, uno degli artisti italiani più innovativi. Là, nell’insediamento appena sorto tra la campagna e la città, si formò. Poi arrivarono il liceo artistico, l’incontro con l’arte contemporanea, con il clima della capitale creativa d’Italia, la Firenze degli anni ottanta ricordata da Pier Vittorio Tondelli nel suo Un weekend postmoderno. Arrivò l’impatto del teatro di ricerca, a partire da Crollo nervoso del Carrozzone di Tiezzi e Lombardi. E venne la danza, incontrata inizialmente alla scuola di Traut Faggioni, con una radice infitta nell’espressionismo tedesco; praticata con Group-O e con Parco Butterfly, ancora in quel clima di contaminazioni della Nuova spettacolarità anni ottanta, quel teatro analitico patologico esistenziale del quale parlava il critico Giuseppe Bartolucci. Poi, distaccatosi dalle sue partner di allora, altri esperimenti e all’inizio degli anni novanta la Compagnia Virgilio Sieni Danza. E prima ancora la formazione, tra l’Amsterdam...

Per un teatro vivente

Due piccoli ma intensi libri di riflessione sul teatro sono usciti di recente. Sono Farsi luogo. Varco al teatro in 101 movimenti (Cue Press 2015) di Marco Martinelli, regista, scrittore, fondatore del Teatro delle Albe, e La fortezza vuota. Discorso sulla perdita di senso del teatro, scritto dal regista Massimiliano Civica, vincitore quest’anno del premio Ubu per la migliore regia con Alcesti, uno spettacolo dal tocco intimo e personalissimo, e Attilio Scarpellini, critico teatrale, fondatore, tra le altre sue attività, di quella bella rivista che è stata, per troppo poco tempo, “Quaderni del Teatro di Roma”. Sono stati pubblicati da due case editrici piccole, piccolissime, molto agguerrite. La riflessione teorica di Martinelli (ma intinta massimamente nella pratica, prodotto di un’esperienza più che trentennale) ha visto la luce grazie a Cue Press, una giovane impresa specializzatasi in e-book (ma anche in libri a stampa), che accanto a testi nuovi e guide sulle scene di alcune città vuole meritoriamente recuperare saggi teatrali classici ormai introvabili. Il pamphlet di Civica e Scarpellini sui mali dell’attuale sistema...

Nei labirinti di Thomas Bernhard

Siamo oltre l’amato Ludwig Wittgenstein in Ritter, Dene, Voss di Thomas Bernhard. Siamo oltre il consiglio, l’acquisizione finale del suo Tractatus logico-philosophicus: “Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere”. Nella commedia del 1986 (è davvero una commedia? o piuttosto è una tragedia? Per parafrasare il titolo di un raccontino, sempre dell’autore austriaco: ma forse è una tragedia travestita da commedia o viceversa…), in Ritter, Dene, Voss si parla, si parla tantissimo, su una realtà oscura, indecifrabile, intessuta di odi familiari cresciuti lungo anni e anni, con idiosincrasie che hanno portato alla follia, con megalomanie e vuoti affettivi che hanno fatto marcire per sempre, sotto la crosta di perbenismo borghese, tre vite, quelle dei fratelli Worringer.   Ritter, Dene, Voss in foto Mazza, Palminiello, ph. Claudia Marini   È un balletto familiare di due sorelle intorno a Ludwig, controfigura mascherata e grottesca del filosofo Wittgenstein, mescolata con quella del suo nipote pazzo del romanzo Il nipote di Wittgenstein. In libera uscita dallo Steinhof, il...

Teatri in Fèsta a Ravenna

Nato come un momento di celebrazioni delle diverse attività di E-production, la rassegna Fèsta di Ravenna – quest’anno tra il 4 e il 13 dicembre – è diventata un appuntamento annuale della città. Sono passati quasi tre anni da quando Fanny&Alexander, Menoventi e gruppo nanou (e al tempo anche ErosAntEros) unirono le forze e si gemellarono in un progetto cooperativo che sapesse mettere in comune spazi e risorse, pur mantenendo intatte le differenti identità che la componevano. E-production è nata come una risposta alla crisi economica che ha messo e continua a mettere in ginocchio la quasi totalità delle attività culturali e artistiche di questo Paese. Fèsta è divenuto così il momento per celebrare quella scelta di unione e per trarre, da un anno all’altro, le fila di un percorso che viene mostrato alla città, cittadini, amici, spettatori.   Al debutto di Fèsta sono andati in scena la compagnia ravennate Fanny&Alexander e quella faentina Menoventi con due nuovi lavori, entrambi presentati di recente ed entrambi inseriti in progetti teatrali più...

La danza cubista di CollettivO CineticO

Matematica e poesia governano le azioni, gli spettacoli, le performance di CollettivO CineticO. Insieme a una rara sensibilità per incrinature, delicatezze, asperità, desideri e sogni dell’adolescenza e della giovinezza. La compagnia ferrarese diretta da Francesca Pennini (coreografa e danzatrice) e da Angelo Pedroni (drammaturgo e trainer) esplora confini e smarginature tra spettacolo e comportamento, disegnando per tappe con le sue creazioni una mappa estesa di dilatazioni delle vecchie categorie di teatro e danza. In questo senso si presenta, oggi, come una delle compagini che di più tiene viva una pratica reale di sperimentazione, altrove abbastanza dimenticata.   Con <age>, in diversi anni, con vari interpreti, ha esplorato l’adolescenza (il gruppo cambiava man mano che i suoi elementi crescevano). Con un gruppo di giovanissimi fino ai 18 anni ha intrapreso un percorso di formazione all’improvvisazione che ha portato a uno spettacolo indimenticabile. In esso i ragazzi in scena erano chiamati a rispondere con invenzioni basate su un codice appreso nel processo di apprendistato a situazioni che esploravano caratteri, relazioni...

Scenario: istantanee dalla crisi

Cercare di rintracciare il nuovo vuol dire, anche, fotografare l’esistente. E non è detto che la fotografia venga come ci aspettiamo, ci rassicuri, sia incoraggiante. È quello che accade, dal 1987, con Premio Scenario: diverse commissioni lavorano in parallelo lungo tutta la penisola per scoprire, tra i moltissimi gruppi teatrali under 35, voci fuori dal coro, nuclei magari acerbi ma che promettono di lasciare il segno. Poi una finale (tradizionalmente a Santarcangelo) conduce a quattro proposte, che debuttano pochi mesi dopo in forma compiuta.   Premio Scenario 2015, Gianni, ph. Gloria Soverini   Con le compagnie di Scenario sembra funzionare come con il vino: ci sono annate buone, e annate che paiono mostrare più chiaramente lo schiacciamento (innanzitutto psicologico) della crisi, la mancanza di fiato di prospettive sempre brevi, la tendenza a rifugiarsi nel noto. Ma il risultato è sempre rilevante nel suo essere ritratto delle tendenze (non solo teatrali) della nuova generazione. Scenario ha rivelato negli anni, ad esempio, l’importanza per gli under 35 della variante geografica, dell’uso di un accento che diviene...

Celestini, Laika e altre vite di strada

Si possono spendere i primi quindici minuti di Laika a pensare di non essere d'accordo con Ascanio Celestini. A pensare che è vero, sì: sta cadendo la volta celeste, si stanno sciogliendo i ghiacciai e nel mare ci sono centomila morti, e avremmo tutti una madre vecchia o una vicina in carrozzina da accudire, e  il nuovo contratto collettivo di lavoro sarà firmato sul sangue versato dopo una carica della polizia contro un picchetto di facchini neri che spostano pacchi per dieci ore pensando solo a finire il turno per ubriacarsi di patatine e birre al parco e dimenticare, non impazzire di fallimento, aspettando che sia di nuovo tempo di aspettare che finisca il turno. Com'è vero che nel parcheggio del supermercato che vende griffatissimo cibo contaminato c'è un barbone che si lava alla fontanella, e tutte le prostitute del mondo potrebbero squagliarsi insieme ai copertoni con cui si scaldano e finire allo sfasciacarrozze invece che al cimitero senza che nessuno se ne accorga. A pensare che è tutto vero, ma che nonostante tutto –  nonostante il mondo sembri avere bisogno di meno preghiere a un Dio che non si sa se...

Veronika Voss, Latella, le scimmie

Non per forza una domanda, un'illuminazione, o un po' di dolore, o di gioia, ma almeno un colore, una consistenza, un formicolìo, a casa, dopo aver visto uno spettacolo, dovremmo avere il diritto di portarli. Quando questo non accade vuol dire che qualcosa non va. Lo spettacolo in questione è Ti regalo la mia morte, Veronika, scritto da Antonio Latella e Federico Bellini a partire dal film di Rainer Werner Fassbinder, Veronika Voss, per la regia di Latella, prodotto e distribuito da un teatro nazionale, ERT-Emilia Romagna Teatro Fondazione. A maggio il debutto a Modena, e dalla scorsa settimana in tournée: prima tappa, Arena del Sole di Bologna.   Carpio, Piseddu, Acca, ph. Brunella Giolivo   Sforziamoci almeno per un momento, con pazienza, di osservare nel dettaglio la drammaturgia: luci accese in sala, sul fondo un telo di pelliccia bianca, in scena una fila di sedie di legno da vecchio cinema-teatro, sulla destra una macchina da presa retrò. Una donna magra, diafana, con una sottoveste cipria coperta da un cappotto rosso, interviene in proscenio, senza microfono, sul vocìo del pubblico appena arrivato e nell'...

Case Matte, teatro negli ex manicomi

Teatro documento violento quanto umano è Mombello – Voci da dentro il manicomio, realizzato da Teatro Periferico in collaborazione con la compagnia delleAli. Dopo due anni di repliche in scuole, caserme o carceri, lo spettacolo nato dalle storie di malati, medici, infermieri, assistenti sociali, che vissero e lavorarono all’interno dell’“Antonini”, l’ex ospedale psichiatrico di Mombello, frazione di Limbiate, vicino Milano, è stato il passo attorno a cui si è costruito Case Matte. Il cammino nei vecchi manicomi (questi dinosauri, come li ha definiti Giuliano Scabia nel convegno Case matte. Il teatro necessario), oggi chiusi e in molti casi minacciati dalla speculazione edilizia, ha toccato, tra settembre e ottobre, Limbiate, Genova, Reggio Emilia, L’Aquila, Aversa, Roma, Volterra e Firenze. Privo di finanziamenti pubblici, il progetto si è retto con il sostegno di associazioni, gruppi e comuni cittadini attraverso un crowdfunding online, insieme al contributo della Fondazione Cariplo, e ha vinto il Premio Rete Critica 2015, sezione organizzazione/progettualità. “Uno stimolo a continuare sulla strada...

Teatro Pasolini

Il teatro di Pasolini è un fantasma o Pasolini si aggira come uno spettro per il teatro italiano? A vedere i due spettacoli prodotti, tra le tante iniziative, nell’ambito della rassegna bolognese Più moderno di ogni moderno. Pasolini a Bologna, entrambe queste affermazioni suonano vere e false allo stesso tempo. In modi diversi, Archivio Zeta e Andrea Adriatico con i Teatri di Vita hanno voluto dimostrare la disperata vitalità di questo autore anche nel teatro, un’arte da lui amata, ma non praticata con la stessa tenacia di altre.     Pilade   Archivio Zeta articola il suo Pilade/Pasolini in tre episodi situati, con la complicità di un bellissimo 1 novembre di Ognissanti di sole, in altrettanti luoghi all’aperto. Il testo è uno dei sei composti tra il 1966 e il 1967 nell’ambito di quello che chiamerà il suo “teatro di parola”, stimolo dialettico e culturale per i settori più intellettualmente avvertiti della società italiana. La compagnia toscana, da poco più di un anno trasferitasi nel capoluogo emiliano, si era avvicinata a questa maratona per l’...

Fuori luogo, a passo di fanfara

En avant, marche!, ultimo lavoro di Alain Platel e il suo Ballet C de la B di nuovo insieme (dopo il successo di Gardenia nel 2010) a Frank Van Laecke e al compositore Steven Prengels, è dedicato in modo intenso e esplicito al mondo delle bande musicali, un microcosmo sotterraneo e diffusissimo, un riferimento ancora vivacemente attivo in molti paesi e città, quasi una sacca di resistenza artistica e sociale anacronisticamente incastonata nel mondo contemporaneo degli smartphone e del digitale. La forma e il tema della banda sono grandiosamente al centro di tutto lo spettacolo, sia sul piano visivo sia su quello musicale. En avant, marche! si apre con una scena che si potrebbe dire “preliminare”, dove due donne preparano il palco distribuendo decine e decine di sedie pieghevoli che sbucano dappertutto – perfino dalle aperture del fondale – e invadono rapidamente tutto lo spazio. Di lì a poco entra qualche musicista, all'inizio sono solo quattro o cinque, e cominciano a suonare; non smetteranno più, costellando – un motivo dopo l'altro – l'intero sviluppo dell'opera, e integrando man mano altri elementi...

Se questo è un omino

Quando entriamo, sul palco c’è un plastico che lo riempie tutto. Non c’è dubbio di cosa si tratti: è il KAMP del titolo, un campo di sterminio nazista, perché si vede a sinistra una costruzione con una grande ciminiera rettangolare… quello è l’edificio crematorio; tante baracche disposte regolarmente come in un accampamento militare; qualche camioncino, un binario perpendicolare alla platea che entra nel perimetro del campo da fuori. Qualche lampione. Torrette di guardia. Filo spinato ovunque. Tre piccole forche sulla destra. Sulla parete di fondo, bianca, si accende una proiezione. I contorni dello schermo sono un po’ sbrindellati, squallidi, si sente un assordante gracidare di raganelle, poi l’ululare del vento ghiacciato. Tutto è in gamma di colori tra il grigio e il beige, pallido, stinto. Triste. Deserto.     Sul video, quando si oscurano le luci, cominciamo a vedere cosa riprende una microcamera che dopo un po’ si capisce impugnata dalla mano di uno dei tre animatori di quello che ora capiamo essere un “teatro di figura”; la microcamera, e il microspot, inquadrano...