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Traiano Boccalini / Ragguagli di Parnaso

Per una volta, in questo Ragguaglio del capolavoro barocco di Triano Boccalini, non ci si lamenta di una ennesima aggressione militare al territorio italiano o di un dominio straniero esercitato con le armi: stavolta a fare le spese dell’invasione subita (a opera degli Spagnoli) sono gli abiti, la lingua e addirittura il cibo nazionale, scalzati dalla voga esterofila. Ma ancorché l’attentato alla libertà e all’indipendenza sia stato perpetrato sugli usi e costumi nazionali, i suoi effetti non sono meno esiziali . Una accorata denuncia di quello che qualche secolo dopo si sarebbe chiamato imperialismo culturale, insomma.     Parte Terza, Ragguaglio XXXIII   Dopo un importantissimo avviso portato in Parnaso da un poeta italiano, Apollo per pubblico bene d’Italia fa ammonire quella nazione a non usar abiti né costumi stranieri, come quei che sono di pessima conseguenza alla libertà di lei.   Sono già passati sei giorni, che una mattina fu veduto un poeta italiano sopra un velocissimo cavallo correr verso il real palazzo della Maestà di Apollo, tutto affannato, gridando all...

Paolo Volponi / O di gente italiana

  Quasi a suggello della sua carriera letteraria, Paolo Volponi, pochi giorni prima di morire, scrisse questi versi amarissimi sull'Italia “infetta”. In O di gente italiana, pubblicata sul Corriere della sera il 3 febbraio 1999, l'autore delle Mosche del capitale allegorizza senza indulgenze il degrado della già dantescamente Italia “puttana”, ancora capace se non altro di piangere o rincorrere i propri figli, trasfiguratasi ormai in “un incanaglito / furente travestito” che si prostituisce “sui raccordi”.      Italia, o di gente italiana; eri una povera puttana chiusa nella sua sottana di casa, con neri occhi vividi non guardavi per poter obbedire meglio, toccare, curare; umidi sempre di lacrime i tuoi gesti per abbracciare i vivi e i morti, rincorrere i figli persi tra le spiagge e le strade, tra i resti di paesi distanti, riversi lungo i tuoi passi.   Mai ti resse un marito che tu rispettassi: buttata fuori da ogni letto raccoglievi i tuoi stracci e proseguivi sforzando il petto Ti sfamavi lungo i...

Salvatore Quasimodo / Il mio paese è l’Italia

  Una delle nove poesie della raccolta La vita non è sogno, nella quale Quasimodo ribadiva la svolta ‘civile’ della propria scrittura (già testimonia nella precedente Giorno dopo giorno) Il mio paese è l’Italia venne composta, come le altre della silloge, negli anni dell’immediato dopoguerra. Sospeso tra ricordo e riscatto, tra lutto e tensione alla vita, il poeta è custode della memoria della tragedia bellica e dello sterminio e insieme fautore dell’utopia di una patria comune.     Più i giorni s’allontanano dispersi e più ritornano nel cuore dei poeti. Là i campi di Polonia, la piana dì Kutno con le colline di cadaveri che bruciano in nuvole di nafta, là i reticolati per la quarantena d’Israele, il sangue tra i rifiuti, l’esantema torrido, le catene di poveri già morti da gran tempo e fulminati sulle fosse aperte dalle loro mani, là Buchenwald, la mite selva di faggi, i suoi forni maledetti; là Stalingrado, e Minsk sugli acquitrini e la neve putrefatta. I poeti non...

Vincenzo da Filicaia / Sonetto LXXXVII

Chi volesse prendersi la briga di scorrere i volumi delle Rime degli arcadi, scoprirebbe che i poemi patriottici vergati da quella schiera di augusti classicisti sono una vera pletora. Nel novero degli arcadi civili spicca il nome di Polibio Emonio, alias Vincenzo da Filicaia, per la serie di sei sonetti e due canzoni che il poeta dedicò all’Italia (ma di Filicaia, anche e soprattutto in questa sede, andrebbe altresì ricordato il memorabile sonetto Sopra il giuoco del calcio al Serenissimo Sig. Principe di Toscana: inconsapevole vaticinio degli unici fasti nazionali condivisi dagli italiani contemporanei). Di quella sequenza di liriche patriottiche, questa è forse la più originale.     Italia, Italia, o tu cui feo la Sorte Dono infelice di bellezza, onde hai Funesta dote d’infiniti guai Che in fronte scritti per gran doglia porte;   Deh fossi tu men bella, o almen più forte, Onde assai più ti paventasse, o assai T’amasse men chi del tuo bello ai rai Par che si strugga, e pur ti sfida a morte !   Che or giù dall’Alpi non vedrei torrenti...

Giacomo Leopardi / I costumi degli italiani

Tra le opportunità che possono offrire le ricorrenze nazionali, c’è di sicuro quella di recuperare tra le coltri polverose del canone nazionale qualche libro negletto. È il caso del Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl'Italiani di Giacomo Leopardi: un breve saggio che l’autore dell’Infinito buttò giù con ogni probabilità nel 1824, mentre attendeva alla stesura delle prime Operette Morali. In quell’epoca il giovane poeta (che aveva già soggiornato in alcune delle capitali italiane) riteneva necessario ragionare, sulla scorta di quanto avevano fatto altrove prima di lui altri scrittori, sulle usanze e sull’indole di un popolo che non era ancora nazione. Ne venne fuori una straordinaria disamina delle condizioni reali della cultura e del senso comune dei suoi ‘connazionali’ all’avvento della modernità, condotta in un serrato confronto con quanto avveniva negli stati dell’Europa continentale. Lucidamente Leopardi rilevava la mancanza, in Italia, di quella “società stretta” (quella che oggi chiameremmo ‘opinione pubblica’) che...

Dante / Convivio

Considerato nel suo insieme, il progetto intellettuale di Dante continua ad apparire titanico, sovrumano: reinventare un’idea complessiva di letteratura, stabilire un canone, individuare un pubblico, codificare una lingua; tanto più se si pensa che il poeta lo pose in essere in corso d’opera, mentre lo andava elaborando, fino all’esito conclusivo della Commedia. Quanto tutto ciò abbia a che fare con una possibile definizione di comunità nazionale (di un pubblico e di una lingua nazionali, anzitutto, giacché Dante non agognava affatto, per l'Italia, una forma statuale) lo illustra bene questo passo del Convivio, ricavato dal Trattato introduttivo dell’opera.   Nello stesso Trattato I, pochi capitoli prima, l’autore aveva precisato di essersi presentato “quasi a tutti li Italici”, nei panni dell’esule: ora ad essi si rivolge, con l’autorità della sua opera, per mostrare le virtù della lingua del sì. E più avanti aveva rivendicato la sua scelta di usare il volgare italiano, anziché il latino, affinché il ‘banchetto’ offerto fosse utile...

Goffredo Parise / Italia

Nei Sillabari di Goffredo Parise anche la voce “Italia” viene raccontata come fosse un sentimento; senza nulla concedere al sentimentalismo, tuttavia, né alla retorica o ai luoghi comuni. Domestica e tuttavia quasi arcana, familiare e insieme inesplicabile, come del resto il mistero dell’esistenza, l’allegoria del paese è l’ordinaria parabola di vita di una coppia che si ama: la storia di un uomo e una donna “visibilmente italiani”. Un senso dell’onore privato e recondito, come primitivo, ne è il suggello. Ma forse, come suggeriva Natalia Ginzburg, il senso di questo come di tutti i racconti della raccolta, va rintracciato nell’uso “struggente” dei tempi verbali.     Un giorno di settembre sotto un’aria che sapeva di mucche e di vino due italiani di nome Maria e Giovanni si sposarono in una chiesa romanica già piena di aria fredda con pezzi di affreschi alti sui muri di mattoni: raffiguravano il poeta Dante Alighieri, piccolissimo, inginocchiato davanti a un papa enorme e molto scrostato, seduto sul tono. C’era anche un cagnolino nero. La chiesa appariva...

Mario Luzi / Obiurgatio

Difficile trovare dei versi che restituiscano, con altrettanta veemenza, lo sgomento per la crisi che la Repubblica attraversò all'inizio degli anni Novanta, tra stragi mafiose e inchieste sulla corruzione politica. Obiurgatio (“invettiva”), scritta appunto in quegli anni e pubblicata nella plaquette Sia detto, del 1995, è un sussulto, disperato, di speranza civile perché l'Italia, con la sua storia, si svincoli dalle fauci degli “antropoidi digrignanti” che la stanno divorando.     OBIURGATIO   Non cedere, ti prego, ai tuoi sussulti vomitori non rovesciarti addosso la tua storia, matria insana, non ritorcerla contro te matrice quella tribolata storia. d'indegnità e di splendori.                                           Bagna essa defluivo disuguale ugualmente tutti noi muniti di dolore, battesimale è quel decorso, non è...

Franco Fortini / Italia 1942

Il secondo dopoguerra si apriva con un convinta ripresa della poesia civile, nella quale ricorre assiduo, suffragato da profonde istanze di rinnovamento, il tema “Italia”[1]. Italia 1942 spicca nella raccolta d'esordio di Franco Fortini, Foglio di via (1946): in questa poesia la nazione può essere riconosciuta come una patria da amare non più per le vestigia del passato – e qui vengono in mente “le mura e gli archi / e le colonne e i simulacri e l'erme / torri degli avi nostri” di Leopardi – né, “per la voce / dei tuoi libri lontani”, ma per la “pena presente”, per la comunità di uomini liberi, di compagni che la popola, con cui ritrovare “parole tessute di plebi” e parlare la lingua dell'avvenire: come per Dante, così per Fortini una comunità si fonda (si rifonda) anche su una lingua condivisa.     Ora m’accorgo d’amarti Italia, di salutarti necessaria prigione.   Non per le vie dolenti, per le città rigate come visi umani non per la cenere di passione delle chiese, non per la voce...

Giuseppina Turrisi Colonna / L'addio di Lord Byron all'Italia

Ignota ai più, come del resto altre scrittrici di epoca risorgimentale (Maria Giuseppina Guacci Nobile e Laura Beatrice Mancini Oliva sono tra queste), Giuseppina Turrisi Colonna, palermitana del 1822, fu ispirata poetessa civile. Scrisse Alle donne siciliane e, in due occasioni, Alla Patria: a quella siciliana (ci si rammenti che il Quarantotto siciliano fu repubblicano e indipendentista) nonché a quella italiana, ancora nient'altro che vagheggiata. “Morì non compiuto il ventesimosesto anno”, scrisse di lei Francesco Guardione, “il dì 17 febbraro 1848, mentre il cannone degl'insorti rombava a Porta Maqueda”. Tra le sue poesie spicca una trilogia dedicata a George Gordon Byron, nei suoi versi trasfigurato in un vero e proprio prototipo dell'eroe romantico. Più che nelle liriche dichiaratamente dedicate all'Italia, piuttosto ingessate nella loro magniloquenza, è qui che si scorge la vena più felice della scrittrice: e, al netto dei debiti con Foscolo e con il Leopardi delle canzoni, più originale.   L'ADDIO DI LORD BYRON ALL'ITALIA.   Alfin partia....

Francesco Petrarca / O d' ardente vertute ornata et calda

Bel paese. La prima occorrenza degna di nota della celebre dittologia coniata da Dante si trova nel Canzoniere petrarchesco. Precisamente in un sonetto che con un certo azzardo potremmo definire geografico, il CXLVI: dopo una sequenza formidabile di metafore in lode dell'amata, il poeta prende atto dell'impossibilità di diffondere i suoi versi – e con essi il nome, pur omesso, di lei – fino ai confini del mondo conosciuto (Tyle è la terra che gli antichi consideravano l'ultima fra tutte; il Battro è un fiume della Scizia: l'attuale Balkh, in Afghanistan; Tana è il Tanai ovvero il Don; Calpe è una delle due colonne d'Ercole, sulla rocca di Gibilterra). E dal momento che per il world wide web ci vorrà ancora qualche secolo, gli basterà sapere che risuonerà per la penisola (dunque, per metonimia, che lo conosceranno gli italiani). A dar man forte a Petrarca e a suggellare la formula antonomastica ci penserà Madame de Staël, la quale in epigrafe al suo Corinna o l'Italia apporrà gli ultimi versi del sonetto.     O d' ardente vertute ornata et calda...

Giorgio Manganelli / La favola pitagorica

Pur essendo annoverabile in una longeva tradizione novecentesca di viaggi d’autore in Italia, l'odeporica di Giorgio Manganelli sembrerebbe appartenere piuttosto a quel genere letterario che lo stesso autore, altrove, si era premurato di precisare con la sua consueta diligenza di onomaturgo: la geocritica, ovvero il “trattare un luogo alla stessa maniera con cui trattiamo sostanzialmente un libro”. Sulla scorta di questa definizione, i suoi scritti di viaggio in Italia (raccolti da Andrea Cortellessa ne La favola pitagorica) possono così diventare note e trascrizioni di una sorta di di-vagare mentale. Manganelli può interrogarsi diffusamente sull’esistenza di Ascoli Piceno, ovvero discettare sull’Abruzzo tracciandone una cartografia eccentrica; nonché raffigurarsi Piacenza come un luogo esotico quasi quanto Singapore, o ancora osservare le vestigia della Magna Grecia come fossero epifanie misteriosamente familiari.   Come in Spagna mi ispanizzo, e in Germania vagheggio di farmi goethiano, così a Firenze sperimento una trasformazione, una insidia, una seduzione che non saprei descrivere in altro modo:...

Pier Paolo Pasolini / L'umile Italia

Il Pasolini assiduamente evocato e invocato – e altrettanto spesso banalizzato – a suffragare le tesi dell'italianologo di turno è quasi sempre lo scrittore corsaro, il polemista eretico dell'abolizione della scuola dell'obbligo, del romanzo delle stragi, della mutazione antropologica. Forse sarebbe il caso di prendersi la briga di rileggere, con le Lettere luterane, anche questa sezione delle Ceneri di Gramsci: è da questa lirica e appassionata descrizione dell'Umile Italia che molte delle sue tesi discendono (“Questa è l'Italia, e / non è questa l'Italia”). Magari solamente per non trascurare l'ipotesi che il Paese rimpianto – insieme alle lucciole, – da Pasolini sia anche un'invenzione letteraria.     I   Qui, nella campagna romana, tra le mozze, allegre case arabe e i tuguri, la quotidiana voce della rondine non cala, dal cielo alla contrada umana, a stordirla d'animale festa. Forse perché già troppo piena d'umana festa: né mai mesta essa è abbastanza per la fresca voce d'...

Baldesar Castiglione / Il libro del cortegiano

Il Cortegiano è stato al lungo ritenuto il trattato che per eccellenza illustra e idealizza il profilo del perfetto uomo di corte rinascimentale, la summa dell'eleganza letteraria dell'umanesimo italiano, ma anche la testimonianza della abdicazione ad ogni mandato civile da parte dei letterati italiani, Il paradigma esemplare della lunga 'decadenza' della nazione. Ma questo caposaldo della moralistica di antico regime va considerato anche libro della crisi: mentre celebra i fasti della cultura rinascimentale, del neoplatonismo e del classicismo, risuona altresì del trapasso epocale del mondo che celebra, come attesta il capitolo selezionato. Castiglione consegnava allo stampatore il suo capolavoro nell'aprile del 1527; il 6 maggio Roma veniva messa a sacco. L'opera sarebbe stata pubblicata un anno dopo, l'indipendenza degli stati italiani di lì a poco perduta. La stagione declinante del Rinascimento era ormai in corso.   Così, continuando il ragionamento di questi signori, il quale in tutto approvo e confermo, dico che delle cose che noi chiamiamo bene sono alcune che simplicemente e per se stesse sempre son...

Giuseppe Baretti / Account of the manners and customs of Italy

Nel febbraio del 1768 Giuseppe Baretti dava alle stampe a Londra i due volumi dell’Account of the manners and customs of Italy. “Vo’ rispondere ad uno d’un certo Samuello Sharp, cioè ad un Viaggio che costui ha stampato, in cui strapazza l’Italia soverchiamente, trattando tutti gli uomini nostri di becchi, di fanatici e d’ignoranti, e tutte le nostre donne di puttanacce e di superstizione”, annota l'autore a proposito del suo 'ragguaglio'. L’opera sarà proposta in una sua versione in lingua italiana solamente nel 1818, grazie alla traduzione di Girolamo Pozzoli. Trasposizione assai libera, che discende direttamente da una tempestiva quanto malaccorta traduzione francese del 1773, interpolata con interventi evidentemente condizionati da un pregiudizio sfavorevole sull'Italia, che nell'Europa dei lumi e dei Grand tours si era nel frattempo fatto senso comune. Nel passo originale selezionato, ad esempio, nulla giustifica l'inserimento di quel “naturalmente docili al giogo che loro impone il governo” che Pozzoli ricava dalla traduzione francese. Emblematico è che fino a quella...

Giorgio Manganelli / Mammifero italiano

Giorgio Manganelli fu un impareggiabile corsivista. Il primo a comprendere il valore letterario degli scritti giornalisti dell'autore di Nuovo commento fu Italo Calvino, a detta del quale sue prose per la stampa non erano “meno ricche di invenzioni fantastiche e linguistiche delle sue prose dotte”. D'altro canto Manganelli assimilava il corsivo (“poche righe, rapide e mortali”, “un paradosso”) alla forma chiusa e costrittiva del sonetto. Marco Belpoliti ha doviziosamente raccolto in Mammifero italiano quegli articoli, apparsi tra il 1972 e il 1989, che vanno a comporre una beffarda e implacabile disamina del carattere degli italiani contemporanei. Di quella cernita, l'unico inedito è quello intitolato Patria, che traeva spunto dalla denuncia per vilipendio ai danni del celebre imitatore televisivo Alighiero Noschese. Era il 1974.   L’italiano medio, scapolo, divorziato o con famiglia, che passi nelle vicinanze di una bandiera italiana, sgargiante nei suoi tre colori, è ammonito di tenere un contegno assolutamente inequivoco; potrà sorridere, ma con rispetto, nei confronti di detta bandiera, e...

Lodovico Antonio Muratori / Primi disegni della repubblica letteraria

Lodovico Antonio Muratori, nei Primi disegni della repubblica letteraria sembra intuire perfettamente la china declinante che la letteratura italiana, dopo quasi cinque secoli di indiscusso primato europeo, aveva imboccato all'inizio del Settecento. Nondimeno, sotto il buffo pseudonimo di Lamindo Pritanio, stende un innovativo programma di rinnovamento culturale di respiro nazionale. Pur volendosi limitare a “prendere quello spasso di tentare un poco gli animi impigriti degl'Italiani”, questo antesignano del Settecento riformatore, nelle poche pagine del suo saggio, prefigura un modello di intellettuale e di scrittore civile affatto moderno (e, a suo modo, tipicamente italiano), oltre a rivelare, come attesta questo passo, sorprendenti capacità di premonizione sulle future geografie culturali del mondo.   Ma questo lodevole studio di pochi dovrebbe ormai abbracciarsi da tutti, e svegliarsi una nobilissima gara fra le Accademie Italiane, il cui fine fosse l'accrescimento delle scienze, e dell'arti, e la gloria della nazione. Possiamo francamente affermare col consentimento ancora degli Oltramontani, che l'Italia fu il seggio, e...

Giuseppe Ungaretti / Italia

Penultima di Porto sepolto, insieme a Poesia (poi Commiato) questa lirica fa da chiusura alla raccolta, in dichiarata simmetria con le proemiali Porto sepolto e In memoria. Là Moammed Sceab era “suicida/ perché non aveva più/ patria”. Qui l'apolide poeta-soldato ne diventa finalmente parte, confondendosi, mercé l'uniforme mimetica, nella moltitudine di italiani al fronte: facendosi “grido unanime”. Furono tanti, troppi, gli intellettuali e gli scrittori che credettero che il massacro inaudito della Prima guerra potesse essere il viatico necessario a fare degli italiani un popolo. E se i proclami dei più ferventi interventisti ancora ripugnano, anche le più sincere e problematiche istanze di chi credeva che il fronte fosse l'unico luogo – se non quello d'elezione - per fraternizzare con i compatrioti (uno fra tutti: Renato Serra) rimangono inaccettabili. Tuttavia, questa poesia, di quel sentimento, rimane una delle testimonianze più alte e sincere, immune com'è da ogni mistica bellicista, da qualsivoglia fervore patriottardo.   Sono un poeta un grido unanime...

Giacomo Leopardi / All'Italia

La plurisecolare tradizione inaugurata da Italia mia di Petrarca arriva fino a questa canzone civile di Leopardi ventenne. Se per l'appunto il testo risente ancora, nel suo andamento retorico, dei gravami ereditati da quei modelli – ed è ancora lontano dalla splendida fluidità dei canti della maturità – nondimeno li rinnova profondamente, attualizzandoli. La chiave su cui si regge l'impianto discorsivo della lirica sta probabilmente nell'avversativa del quarto verso (e più precisamente in una parola decisiva per il sistema di pensiero leopardiano: gloria): da una parte le vestigia inerti della memoria italiana (e dunque, di fatto, la sua crisi), dall'altra lo scacco del presente, l'impossibilità di un riscatto nell'orizzonte della Restaurazione (“Poi che dormono i vivi; arma le spente / Lingue de' prischi eroi”, implorerà polemicamente Leopardi, un anno dopo o poco più, Ad Angelo Mai). E ancora qualche anno dopo annoterà nello Zibaldone: “Come può il poeta adoperare il linguaggio e seguir le idee e mostrare i costumi d’una generazione d’uomini per...

Francesco Petrarca / Italia mia, benché 'l parlar sia indarno

Forse la più nota delle poesie civili dedicate all'Italia, di certo la più amata dai nostri letterati – da Machiavelli a Leopardi – , Italia mia (Canz. CXXVIII) rimarrà l'insuperato modello archetipico per una cospicua serie di imitazioni e variazioni che attraversa l'intera tradizione classicistica. Petrarca intona il suo compianto alla patria mentre si trova in Italia (nella valle del Po, “dove doglioso e grave or seggio”, tra il 1344 e i primi del 1345) e lo colloca, nel Canzoniere, nel mezzo di una lunga sequenza di poesie a tema amoroso (immediatamente successiva è Di pensier in pensier, di monte in monte e appena precedente Chiare, fresche et dolci acque). Sebbene la canzone rimandi a vicende contingenti e a fatti dell'epoca in cui venne scritta, il suo messaggio accorato e la sua costruzione retorica concorrono a farne un duraturo topos della tradizione letteraria.   Italia mia, benché 'l parlar sia indarno a le piaghe mortali che nel bel corpo tuo sí spesse veggio, piacemi alme che' miei sospir' sian quali spera 'l Tevero et l'Arno, e 'l Po, dove...

Anteprime / "Un paese in ginocchio" di Luca Scarlini

Che cosa hanno in comune gli italiani, dal Piemonte alla Sicilia, dal Molise alla Sardegna? Il cattolicesimo. Nel suo ultimo libro, Un paese in ginocchio (Guanda, pp. 152, € 13, in libreria dal 31 marzo) di cui presentiamo qui in anteprima un capitolo, Luca Scarlini parte dal fatto che, lo vogliano o no, gli italiani non possono non dirsi cattolici. Il saggista e drammaturgo fiorentino ci racconta, attraverso una serie di esempi, parlando di sesso e religione, di senso di colpa e cultura vittimale, di politica e società, in che modo l’identità italiana si sia fondata, e ancora si fondi, sulla forma esteriore della religione, che è per gli abitanti del Bel Paese una pratica prima ancora che una fede. Scarlini ricorre a una scrittura corrosiva, ironica e sarcastica, attenta ai dettagli, polemicamente sapiente. Come nei libri precedenti, vi racconta storie che ha recuperato da recessi ignoti, grazie dalla sua onnivora curiosità di lettore bizzarro e coltissimo. Il suo metodo consiste nel mettere insieme aspetti solo in apparenza distanti e irrelati, facendoli dialogare attraverso la propria spumeggiante scrittura. Alla pari del libro...

Leonardo Sciascia / Identità italiana

Perdita dell'innocenza dell'Italia democratica, inizio della fine della prima repubblica, allegoria della nazione: in via Fani, quel giorno di marzo del 1978, più che un crimine, sembra essersi compiuto il destino di un paese. Ne ebbero contezza immediata e precisa, quasi istintiva, alcuni scrittori: In questo stato di Alberto Arbasino, L'affaire Moro di Leonardo Sciascia, - libri che, oltretutto, sul 'caso Moro', muovono da posizioni assai difformi e pervengono a conclusioni altrettanto divergenti – vanno letti per comprendere chi siamo e come lo siamo diventati. Se il sequestro e l'uccisione del presidente democristiano sono ferite che lacerano e infettano il corpo sociale, l'abnorme distorsione del discorso pubblico che avviene durante la prigionia, per lo scrittore siciliano, è piuttosto il sintomo drammatico di un tralignamento irreversibile del tessuto civile. E della definitiva degenerazione delle sue cellule, corrotte da mali antichi e persistenti. Il giorno stesso del “Prelevamento”, l'onorevole Ugo La Malfa, leader del Partito Repubblicano, dichiara: “È una sfida allo stato democratico. Bisogna reagire accettandola”. La retorica nazionale, antica brace sotto la...

Dante Alighieri / Identità italiana

“L’Italia non fu fatta da re o capitani; essa fu la creatura di un poeta: Dante. [...] Non è un’esagerazione dire che egli fu per il popolo italiano quello che Mosè fu per Israele”. Così ebbe a scrivere Giuseppe Antonio Borgese. Comunque la si pensi sulle virtù profetiche del poeta di Beatrice, non c’è dubbio che la Commedia abbia svolto per gli italiani, soprattutto in età moderna, quella funzione civile di “Libro nazionale” che altrove – e non solo in Israele–  è stata attribuita proprio alla Bibbia. E Dante, suo malgrado, quella di padre della patria, sebbene per lui la ‘patria’ fosse Firenze e lo stato l’impero. Pertanto, giacché della Divina Commedia quale repertorio di italianità si è già fatto grande uso (se non abuso), nella congerie di possibilità che il capolavoro dantesco offre, nonché nella ridda di suggestioni interpretative più o meno fondate che continua a suscitare, forse può essere più utile limitarsi a rinnoverare quei passi del poema, di durevolissima fortuna, dai quali...

Patria

“Patria”: non sarà inutile soffermarsi sul termine. Si colloca vistosamente fuori del linguaggio parlato: nessun italiano, se non per scherzo, dirà mai “prendo il treno e ritorno in patria”. È di conio recente, e non ha senso univoco; non ha equivalenti esatti in lingue diverse dall’italiano, non compare, che io sappia, in nessuno dei nostri dialetti (e questo è un segno della sua origine dotta e della sua intrinseca astrattezza), né in Italia ha avuto sempre lo stesso significato. Infatti, a seconda delle epoche, ha indicato entità geografiche di estensione diversa, dal villaggio dove si è nati e (etimologicamente) dove hanno vissuto i nostri padri, fino, dopo il Risorgimento, all'intera nazione. In altri paesi, equivale press'a poco al focolare, o al luogo natio; in Francia (e talora anche fra noi) il termine ha assunto una connotazione a un tempo drammatica, polemica e retorica: la Patrie è tale quando è minacciata o disconosciuta. Per chi si sposta, il concetto di patria diventa doloroso ed insieme tende ad impallidire; già il Pascoli, allontanatosi (non poi di molto...