raccontarci le parole più espressive dei nostri dialetti

 

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Racconto

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La verticale sulla linea dell'orizzonte

Agosto, esterno notte. Cammino nella città dove tutti non possono fare altro che camminare: Venezia. Tanto si cammina che nemmeno ci si ferma per salutare un amico, ci si saluta dal fondo di una calle e si continua a parlare  fin quando si è a portata di voce, sempre senza fermarsi né voltarsi. In questa città ci solo sono rumori di cose e di persone, i miei zoccoli risuonano nel buio delle case, sogni d’oro a passo d’uomo. Non sono una camminatrice di professione, cammino come fanno tutti, senza pensarci. Sembra però che pensare e camminare abbiano una loro consonanza speciale. Rebecca Solnit, l’autrice di Storia del camminare, sospetta che “la mente, come i piedi, possa lavorare alla velocità di circa tre miglia all'ora”. Se così è, allora la nostra vita si muove ben più rapidamente della velocità del pensiero. Gambe in spalla dunque, per raggiungere i luoghi dove ci siamo inoltrati dobbiamo mettere le ali ai piedi! Spesso si cammina per fare ordine nei pensieri, inanellarli uno all’altro ed estrarne una mappa invece che pensarli tutti contemporaneamente...

2011. Siracusa ultima frontiera. Destinazione Mordor

Da un discorso di Anacleto Mitraglia, conestabile di Siracusa, al Gran Congresso Annuale delle Sorti Umane e delle Ruspe Progressive, cagionato dallo sfortunato ingerimento di otto vongole  comuniste. “C’era una volta una landa desolata dove nessun hobbit avrebbe mai sognato di prendere la tintarella, fumare una cicca e buttarla sugli scogli. Erano anfratti misteriosi, grotte oscure, popolata da orde di zanzare e scogliere viscide il cui respiro, la notte, faceva ammalare la Luna. Eppure, i laboriosi hobbit siracusani non si sono mai dati per vinti. Era l’età dell’oro, a cui guardiamo con nostalgia, in cui il cemento colava sulle rocche a est di Miloccador e lungo i declivi del Plemmiriohan, senza che nessun orchetto ambientalista osasse confondere la vostra mente con le sue raffinate menzogne. Per anni e anni i tenaci hobbit di Siracusa hanno prosperato sulle coste; e le loro abitazioni dotate di comode discese a mare e severe cancellate sulla scogliera a due passi dal mare raddrizzavano il caos polimorfo della natura matrigna con il loro rigore geometrico. L’allegra contrada che si estende da Miloccador per le terre di Plemmiriohan...

Gilleleje

A Gilleleje, una piccola cittadina a un'ora e mezza da Copenhagen alla punta estrema dello Seeland, c'è una stradina tra le fronde spinose delle rose che porta alla pietra di Kierkegaard; eretta in onore del filosofo che tanto adorava passeggiare da quelle parti e che lì, "di fronte alla superficie piatta del mare che limita il cielo e del cielo che limita il mare" ebbe la rivelazione della soggettività.     Nell’estate del 1835 Kierkegaard raggiunge Gilleleje, a quell'epoca un importante villaggio di pescatori e rinomato centro di villeggiatura della borghesia danese. Si stabilisce al "Gilleleje Kro", l'ostello dove fissa dimora per tre mesi. Egli cerca la solitudine e vuole fare chiarezza sulla sua vocazione: per seguire il volere del padre è iscritto a teologia da cinque anni ma questi studi lo annoiano e gli sembra che "analizzino il mondo teologico come la strada principale nella passeggiata pomeridiana domenicale, in cui la folla si incrocia, urla e grida, dove tutti si prendono in giro, dove si viene travolti (…) e quando finalmente si arriva in piazzetta esausti, ci si...

Napoli / Paesi e città

Ci sono parole che inchiodano  i suoni a un mistero, che sempre si forma ad ogni nuova pronuncia. - Vorrei che tu scrivessi qualcosa sull’Anticaglia. Guido lo dice con pudore. Ha scattato delle foto che raffigurano la zona, e gli piacerebbe farne un piccolo libro. Sebbene abbia ottant’anni,  Guido ha un fisico asciutto e giovanile e non è difficile incontrarlo per strada che se ne va con passo sicuro verso direzioni che sono solo sue. Lui dice di essere un anarchico, e non vedo perché non debba credergli. So che lo è da sempre; e so che frequenta un altro mio amico, che per me è la figura dell’anarchico per eccellenza. Gli anarchici mi piacciono, sono persone serie, molto metodiche, a differenza di quel che vuole la vulgata. Hanno a cuore gli uomini e le donne come individui, come singolarità irriducibili. Sono spesso solitari, anche se aspirano alla costruzione di piccole comunità. E anche quando non sono più di due o tre sono capaci di svolgere un lavoro di connessione che sembra il risultato di numeri più vasti e cospicui. E poi non votano mai alle elezioni, e di questi tempi la loro scelta...

Cammino male

Cammino male, con la minaccia sempre imminente del cedimento, della zoppia. Il piede sembra saldo, il muscolo tonico, ma è come se avvertissi che da un momento all’altro, non per un dislivello del terreno o per disattenzione, ma per un’improvvisa carenza strutturale o una sospensione chimica, per lo sciopero di qualche cellula o il fulmineo tradimento di una fibra, il muscolo non reggerà più, il tendine, persa la propria guaina, si sfilaccerà, si allenterà, e la caviglia cederà, gli arti si disarticoleranno, giù verso terra: un luogo non dove muoversi e passare, ma dove, volente o nolente, consistere: stare. Poi, guardando le scarpe, mi accorgo che è solo una questione meccanica. Me lo dice il consumo delle suole: molto maggiore sulle punte, inclusa la tomaia, e sui margini esterni dei tacchi. In genere appoggio i piedi a partire dal calcagno, un po' inclinati in fuori, ben aderenti al suolo fino alla punta, sulla quale esercito una forte spinta per ripartire, mentre quando l'andatura è rilassata li trascino, sfregandoli sul suolo senza alzarli del tutto: in ogni caso, alla minima protuberanza o...

Camminare in città

Nelle città non si cammina. Ci si sposta continuamente e si maledice quel tempo buttato via così, tra un punto e l’altro, tra un ufficio e l’altro. Il camminare è attività fine a se stessa, non un effetto secondario. Se davvero tra la complessa attività del camminare e il pensiero c’è una relazione così stretta potremmo giungere subito alle conclusioni: le persone non camminano perché non pensano. O se si preferisce: non pensano perché non camminano.  Ma se definiamo“complesso” il movimento, l’atto del camminare (basti pensare a quanti muscoli e ossa vengono coinvolti, quanto combustibile viene consumato, quanto sangue pompato addirittura vicariando il cuore con i meno nobili piedi) anche il pensiero segue strade e viottoli infiniti e spesso indefinibili.  Senza avventurarmi in questi intricati percorsi voglio dare corpo a uno spettro dai molti nomi che forse spiega la leggera apprensione che accompagna questa parola: il camminante porta sempre con sé l’immagine del disagio. Chi cammina senza spostarsi semplicemente da un punto all’altro, chi vaga senza...

Sui colli di Merano come Baudelaire

Camminare, camminare, camminare: è l'unica cosa che so fare. Non ho la macchina, non ho la patente, la bicicletta me l'hanno rubata. Odio la moto. Vado a piedi.   Merano  (città dove vivo) avrà molti difetti, ma ci si cammina benissimo.   Andare al lavoro a piedi, a Merano, è una cosa bellissima. La mattina presto, sia inverno, sia primavera, sia estate come adesso (adesso che scrivo) è stupendo percorrere le vie e  i viali di questa piccola città. Alcune, più che vie, sembrano sentieri nel bosco. Via Grabmayr, per esempio, la via che costeggia gli hotel dei ricchi con i loro parchi fastosi, è buia anche a mezzogiorno, perché s'inoltra in mezzo a fitti cedri, enormi sequoie, e i soliti pini e abeti.   Oppure le cosiddette Passeggiate Lungopassirio. Dette così perché si snodano lungo il tumultuoso torrente (Passirio o Passer) che attraversa e divide in due la città. Alle sei, anche alle sette (sette e mezza) del mattino non si sente che il rombo dell'acqua. Poi il traffico e altri frastuoni prendono il sopravvento.     Cammino...

Il deserto

L'avvicinamento al deserto comincia a sud di Gafsa. Il lago salato è uno specchio d'acqua a perdita d'occhio, senza confini. Oggi, primo gennaio del nuovo anno, la strada sembra il ponte di una diga. Sfrecciano le Yamaha e le Bmw lanciate verso Tozeur. Qui i romani si fermarono, non procedettero oltre: se il Vallo di Adriano era la testa dell'impero, seminascosta nelle nebbie scozzesi, il limes tripolitanus fu i suoi piedi sprofondati nella sabbia.   Lo Chott El Jerid, in Tunisia, sta a Salt Lake City, nello Utah, come lo zingaro all'uomo d'affari, il serpente al cane, l'abisso alla solitudine. Douz è una postazione umana dentro il vuoto, alle soglie del nulla, dove un battaglione francese costruì un fortino sotto gli occhi enigmatici dei beduini: alla fine del diciannovesimo secolo doveva essere un luogo desolato, uno dei numerosi punti sparsi nel Maghreb in cui gli europei, saturi di pragmatismo, cercavano l'ebbrezza.   A Zafrane, verso il confine algerino, un passante al quale chiediamo dove sia il deserto ci dice andate laggiù e con la mano indica un mucchio di rottami tra palme divelte, abitazioni...

Arrivederci, signor Erwin

Es gibt kein schlechtes Wetter, es gibt nur schlechte Kleider, non esiste il cattivo tempo, esistono solo vestiti inadeguati.   Ho l’appuntamento con Erwin Brugger alle dieci del mattino alla stazione di Herisau. Arrivo dieci minuti in anticipo e lui è già alla stazione che mi aspetta con la sua giacca rossa antipioggia e gli scarponi da montagna.   Arriviamo con la macchina all’inizio di un sentiero leggermente in salita. Erwin aveva portato due ombrelli. Incominciamo a risalire il sentiero che entra dentro un bosco in leggera pendenza. Continua a piovere, non fa freddo e l’aria è estremamente piacevole e profumata. Cammino senza parlare al fianco del Signor Erwin e, di tanto in tanto, faccio qualche scatto lungo il sentiero (com’è ingombrante a volte la macchina fotografica!). Erwin Brugger cammina sempre qualche passo davanti a me e mi suggerisce di soffermarmi ogni volta davanti a delle targhe che riportano dei frammenti di scritture di Robert Walser.   Io non riesco a leggere perché la mia attenzione è tutta rivolta verso quel signore distinto con i capelli bianchi e il passo sicuro...

La frase più bella della lingua italiana

La luce è stroboscopica, l’aria opprimente tranne vicino ai banconi dei surgelati. Lì il freddo mi assale e rimpiango di non essermi portata un maglioncino. Non ce l’ho neanche per mio figlio piccolo, incastrato nel seggiolino del carrello, che si lamenta: “mmmm…mamma, freddo, ‘diamo bia”. Aspetta, cucciolo, la mamma deve scegliere fra le pizze surgelate, quella coi wurstel, che è la tua preferita, e i fagiolini già curati, e anche… ma certo, le patatine da forno, che piacciono a tutti e non fanno ingrassare. Se poi ti becchi un raffreddore, figlio mio, la mamma ti porta dalla pediatra, giusto 200 metri da casa nostra. Che sarà mai, una passeggiatina, ti ci porto anche in braccio se hai la febbre. Mia figlia dodicenne mi tira per il braccio: “mamma, mi hai promesso che andavamo a vedere il negozio di vestiti, ti prego, ho la festa di Matteo sabato”. Ma certo che andiamo a vedere il negozio di vestiti, bimba-ragazza che cresci sfuggendo al mio abbraccio. Prima, però, ti prego, fammi completare la spesa, dobbiamo prendere le verdure fresche e una buona bottiglia di vino per pap...

Minimo comun denominatore

Cerco di trovare sempre dei legami. Fra le cose piuttosto che le persone. A matematica ricordo mi piaceva il minimo comun denominatore. Anche secondo me per quel comun tronco, un po' da marcetta, da opera magari. L'etichetta riassuntiva delle cose che non mi piacciono porta scritto: “Cambiamenti di stato”.     Per questo sono un gran passeggiatore. Io starei sempre a letto. Alzarsi dal letto, la mattina soprattutto, comporta una serie di cose e azioni che avranno termine molto tempo dopo tutte diverse. Non solo bisogna alzarsi in piedi dopo avere scostato le coperte, infilato le pantofole, guardato l'ora, pensato cosa bisognerà fare quel giorno; bisogna anche cambiare di stanza – quasi sempre – entrare in contatto con elementi estranei, l'acqua, che non sta mai ferma, i vestiti, che bisogna valutare se sostituire, separare i puliti dagli sporchi, vedere come ci stanno.     Bisogna capire che temperatura ci sarà fuori e prendere delle decisioni di conseguenza. Non mi piace. Non mi piace, non mi piace, già svegliarsi è molto brutto, non bisognerebbe doverci aggiungere poi...

L'ombra del venditore di girandole

Camminavo quando sono stata attirata da una macchia d'ombra che mi veniva  incontro, era una sagoma tondeggiante che prendeva il posto dei raggi del sole bloccati da un bouquet di girandole colorate. Avevo la macchina fotografica pronta e, avvicinandomi, ho scattato senza vedere con esattezza quanto stavo trasformando in immagine. Il ragazzo con la sua mercanzia veniva da posti lontani, come me camminava, diversamente da me cercava in quel momento di trasformare il suo cammino e le sue vezzose girandole in pane. Io passeggiavo soltanto.  Nessun cenno, ma è rimasta fissata nella memoria della macchinetta digitale una forma che quasi unisce due piedi. Mi rivedo bambina, a passeggio nei boschi in compagnia di zii e cugini più grandicelli. Io, incapace di riconoscere i fiori spontanei del luogo, che raccoglievamo in mazzolini, venivo informata con premura dei loro nomi e attentamente cercavo di fissare forme, colori e nomi. Un uomo anziano veniva dalla direzione opposta alla nostra, uno sconosciuto per tutti noi. Il suo volto, scorgendoci, iniziò ad illuminarsi e le tante rughe si mossero per il sorriso che ci riserv...

Antologia / Antonio Delfini

Delfini racconta la passeggiata con precisione quasi burocratica, ne descrive gli intenti, la direzione, l’ambiente e i suoni circostanti. Delfini non ha bisogno di addobbare una finzione, ma onestamente descrive, direi quasi fa rapporto, del passeggiare con meraviglia. Un atteggiamento morale ed etico che dona al lettore la forma più semplice e rara di stupore. La passeggiata     Sono andato dove non so, dove non sono forse arrivato, dove mi è piaciuto andare,     perché la gente se ne avesse a male.     La gente, quella che ti dice sempre la strada e non pensa nemmeno a ripulirla, questa regina degli spazzini scioperati.     Mi pare che la vita fosse libera e pulita perché il cielo aveva voluto così.     Mi pare che ogni tanto ci fosse una casa come quella della vecchia che stava alla porta a filare e di sera raccontava le favole ai bambini.     Mi pare che a un certo punto ci fosse un castello con due occhi neri che mi guardavano, e mi affascinavano come la sala di un caffè dalle tendine rosse.     Mi pare, e...

Alle colonne d'Ercole funambolo sul filo del tempo

Per una volta, vorresti camminare in equilibrio su una corda tesa. Tuttavia, tra suolo ed etere non cogli, come i funamboli, la bellezza piena del vuoto ma solo la voragine che si spalanca sotto la funesta fune. Vai a Tarifa. Attraversa la città vecchia, familiarizzando con i colori e gli odori andalusi, e dirigiti verso il porto. L’isola de las Palomas è poco distante, collegata alla terraferma da una striscia di terra tra gli scogli. La strada è anonima e dimessa, come ne hai viste tante sui lungomare. Non andare oltre: tutto è a portata di sguardo. Sulla destra la Playa de los Lances, sulla sinistra la Playa Chica. La prima bagnata da un mare in burrasca, la seconda una distesa di mare liscio; la prima afflitta da un vento di levante, la seconda assecondata da una temperatura mite. Anche il blu dell’acqua ha un’intensità differente. Diversi, del resto, sono gli idronimi: l’Oceano Atlantico sulla sponda ovest, il Mediterraneo sulla sponda est.     Stai percorrendo l’incarnazione dello spartiacque. A est il Mare Nostrum, in cui sei nato e cresciuto; a ovest un oceano che ti ha portato tante...

Dov'era la luna?

Mi era sembrata un’ottima idea concludere il triennio con una gita scolastica alternativa, soprattutto considerando il tipo di classe: ragazzi non particolarmente attratti da qualsivoglia stimolo culturale anzi, vogliosi di gioco, di leggerezza. L’agriturismo si trovava sull’Appennino tosco-emilano, adagiato in una radura verdissima e circondato sui tre lati da un fitto bosco. Il tempo non agevolava le attività che ci offrivano e infatti, nei 3 giorni di permanenza, dovemmo rinunciare ad alcune iniziative che avrebbero divertito i ragazzi. Ma ce n’era una per la quale tutti facemmo gli scongiuri perché il tempo fosse clemente: su una delle collinette che circondavano la costruzione , c’era un piccolo osservatorio astronomico che prometteva di scrutare il cielo dopo una breve lezione teorica in aula. Nonostante fosse aprile inoltrato, il freddo notturno era pungente. Scrutammo il cielo prima di cena e ci sembrò sufficientemente sgombro. Ed eccoci pronti, imbacuccati per quanto possibile, con piumini, sciarpe e guanti che miracolosamente uscirono da alcune valigie. Il buio era totale, solo la pila della guida, a tratti,...

I miei passi immobili

I miei passi accadono. Sono simultaneamente mossi e immobili, quindi sospesi. Sono di una dolcezza ineffabile, cercano da una vita di non fare rumore, cadendo – scanditi – lievi come neve – per non dare fastidio disturbando l’andare delle cose.  Il mio camminare ha una dolcezza ineffabile, talmente delicata da essere impercettibile. Il mio camminare trattiene l’accidentalità del vivere di tutti e di ciascuno, sospendendo i suoi passi in immagini di sogno: sogni ad occhi aperti, rêverie, simultaneamente motore del mio costante precedere per tentativi. Il mio camminare è un costante accadere a me stessa. In questo evento che io sono – cosi come chiunque altro è – irrompono – in quanto anch’esse eventi – immagini, alle quali poi trovo parole per metterle su carta. Questa scrittura per immagini, le immagini stesse a cui do voce, è poesia nel mio cammino, del mio cammino, sul mio cammino. So camminare nell’immobilità così: poeticamente facendo rilucere ciò che si cristallizza, in un gioco di luce della mente e del mondo che amorosamente e silenziosamente...

Milano mare e monti

Il passo di questo brano è un passo svelto, contrario al racconto. Non è infatti un racconto ma una visione o una sensazione. Per la città mi muovo sempre velocemente. Non passeggio. Ho l'andatura di chi ha fretta di arrivare al lavoro o a un appuntamento, di chi ha degli impegni da sbrigare. Il contrario del flâneur, che non ha niente da fare, almeno per alcune ore, e si guarda intorno, si sofferma sui particolari, sorride alle cose o si abbandona ai suoi pensieri. Il flâneur è una figura anacronistica nelle nostre metropoli, il suo corrispettivo potrebbe essere l'homeless, che è però il più delle volte un flâneur forzato, degradato e irrequieto, un flâneur ansieggiato da innumerevoli problemi, anche lui diverso nella sostanza dall'artista stile Baudelaire, un privilegiato anche se ribelle. Queste immagini di Milano sono colte con un colpo d'occhio e subito archiviate come cose interessanti su cui tornare a riflettere in un secondo momento. Attimi sottratti al tempo che scorre precipitosamente e alla realtà presente in cui mi trovo, tuttavia prive di rielaborazione ulteriore:...

Tra i pini e il vento di Caprera con "il piede marino"

Chi cammina in un'isola può solo illudersi di andare verso qualcosa. Le parole Est e Ovest su cui Thoreau ha costruito il suo capolavoro sono solo desideri dello sguardo, struggimento per la distanza. I venti – e a questo proposito non c'è testo più bello di The Mirror of the sea di Conrad - contano più delle strade. Il maestrale che ghiaccia, il  libeccio che strema, il ponente che da occidente soffia senza freni. L'avviso ai naviganti parla nella radio lentamente e annuncia la forza del mare. La parola bufera non ha nulla di letterario ma è reale. La Torre di Guardia issa una bandiera, la sirena suona a lungo lottando con le raffiche e il vento che ulula davvero incanalandosi tra le vie.   Chi cammina in un'isola non progredisce ma sale o sprofonda. Scende fino all'acqua o si arrampica su una roccia. Per dimenticare la sua prigionia, la beffa del non andare, bisogna trasformare i verbi e sostituire camminare con nuotare.  Anche nuotando in fondo i piedi si muovono, ma - abbastanza in fretta - non toccano più se non l'acqua. Ci si immerge, la terra sfugge, il corpo avanza orizzontale, servito...

Antologia / Pier Paolo Pasolini

Con la passeggiata di Pier Paolo Pasolini sulla spiaggia di Cinquale si apre l’antologia di Camminare Durante l’estate del 1959 Pier Paolo Pasolini compie un viaggio sulle coste italiane. Il reportage apparirà in tre puntate sula rivista "Successo". Due le domande che si pone Pasolini, “ridenti o foschi?” e “sapete che vedo?” Alla prima il poeta non sa dare risposta, ma alimenta una memoria velata di malinconia, alla seconda risponde con un elenco di povera gente e di poveri oggetti. Il camminare è nel mezzo, è la risposta unica contenuta tra le due domande: quello che si sente e quello che si vede. Cinquale, giugno     I monti della Versilia... ridenti o foschi? Ecco una cosa che non si può mai capire. Un poco folli, di forma, e inchiostrati sempre con tinte da fine del mondo, con quei rosa, quelle vampate secche del marmo che trapelano come per caso. Ma così dolci, mitici.     Qui c’è la spiaggia del Cinquale. Un mare di memorie, alimentate soprattutto dal mio amico poeta Bertolucci, che viene a villeggiare qui, coi più squisiti dei...

Nella casetta dei Sette nani ho incontrato San Francesco

Cammina cammina, arrivarono a una casetta nel bosco: Hansel e Gretel, per esempio, alla casetta di marzapane della strega; oppure Biancaneve, alla casetta dei sette nani, o Pollicino, con tutti i suoi fratellini dietro, alla casa dell'orco. Cammina cammina, tutti arrivavano alla loro casetta, più o meno ambita, è un topos delle fiabe, mentre noi non arrivavamo da nessuna parte. Eppure camminavamo da ore e ore. Evidentemente non eravamo in una fiaba. Siamo nel luglio del 2008, tre anni orsono, e il nostro manipolo di quattro persone tra cui io aveva programmato una camminata di qualche giorno con zaino in spalla da rifugio a rifugio tra Liguria e Francia, là dove il vento fa il suo giro. Con treno e autobus arriviamo a San Remo e da lì a Triora, in Valle Argentina: cena in un ristorante minuscolo quanto delizioso a Loreto di Triora, e poi seconda tappa sul Colle Sanson, al Rifugio dell'Amicizia, m. 1.700. Il giorno successivo decidiamo di saltare una tappa intermedia precedentemente fissata (a Ubega) e di arrivare direttamente al Rifugio Don Barbera. Questo significa una camminata molto lunga per noi, che non siamo proprio camminatori della...

Cammin facendo...

“Cammin facendo…” era l’intercalare col quale la nonna Giulia riprendeva fiato, e riordinava le idee, quando mi raccontava le storie per addormentarmi. Accoccolata vicino al mio letto, con il cane lupo Penelope ai piedi, nella sua grande casa di Firenze, dietro la Questura, si sentiva puntualmente chiedere dalla mia vocetta irrimediabilmente sveglia: “Facendo cosa?” Questo la faceva innervosire. Per lei sembrava ovvio che il tempo si facesse trascorrere camminando. Ma il cammino tornava anche in altre sue espressioni. Per dire che una cosa andava trattata con pazienza, nei tempi giusti, diceva: “Cammin, cammino”. Quando la facevo arrabbiare, invece, mi mandava via con un brusco: “Cammina!”. Fu lei che, avrò avuto quattro anni, mi portò, in un tiepido pomeriggio primaverile, a fare per la prima volta quella camminata che sarebbe diventata la mia “passeggiata per antonomasia”, finchè abitai nell’appartamento sopra i tetti, dei miei genitori, nella via che prendeva il nome dal maestro sodomita di Dante, alla periferia nord della città. La strada saliva dolcemente, tra...

Evitare gli ostacoli

Camminare vuole essere uno spazio aperto capace di descrivere, accogliendo i più diversi materiali, le emozioni, il paesaggio, l’atto fisico, gli incontri connessi con il vagabondare e l’andare a zonzo. Inviate i vostri pezzi a camminare@doppiozero.com (massimo 3000 battute)   Cammino e faccio il gioco di non fermarmi mai. È il gioco che fanno tutti: le biciclette che vanno sui marciapiedi, i motorini che bruciano i rossi, le automobili che scelgono il percorso con il minore numero di semafori. Solo che io gioco camminando e, a parte le formiche, metto a rischio solo me stesso.       È anche per questo che mi alzo molto presto la mattina: così la strada fra la casa e l'ufficio è sgombra quanto lo può essere. Il lunedì e il giovedì gli autocompattatori e gli altri autocabinati forniti di apparati voltabidoni svegliano i miei vicini rionali meno mattinieri di me con lo scroscio fragoroso dei vetri. Io sono giù per la strada, cammino e oltre al rombo dei motori non sopporto neppure l'odore dei rifiuti cosiddetti umidi (essendo facilmente irritabile, mi d...

Camminare a New York

Camminare a New York è un atto politico, un negoziato, una scelta che comporta conseguenze. I semafori per pedoni che dicono perentoriamente “walk” o “don’t walk” ci sono anche altrove, ma a Manhattan l’imperativo è categorico, solo che vale unicamente per il primo dei due comandi. Come si fa a non camminare? È l’intero marciapiede, l’intera strada, isolato, quartiere, isola che cammina con te. Non puoi fermarti solo perché te lo ordina un semaforo, ma neanche puoi attraversare come ti pare. Perché un corteo senza fine di taxi e furgoni ti blocca la strada, o perché c’è un vigile nei pressi che ti farebbe sentire un jaywalker.   Gli americani hanno un termine per tutto, compreso quello che definisce il pedone irrequieto, distratto, trascinato dall’onda delle sue cure e dei suoi misteriosi scopi, oppure anche burino. Perché il concetto di jaywalking risale ai primi anni del secolo scorso, quando la gente di campagna, ancora poco abituata, non capiva perché dovesse dare precedenza a quegli affari neri e rumorosi che arrancavano per le strade. Jay sta...

Fontanelle / Iseo

Ovunque nel paese c’erano fontane: nella zona delle carceri se ne trovavano addirittura tre e servivano tutta la piazza e il quartiere di via Duomo, un’altra era nascosta sotto la chiesa della Madonna della Neve e poi c’era quella di via Roma.   La fontana è sempre stata senza rubinetti, li hanno messi molto più tardi, c’erano solo due beccucci che facevano scendere l’acqua. La vasca esiste tutt’ora, mentre il cortile una volta era immenso, più grande di tutto lo stabile intorno. Nel palazzo c’erano tre scale che si lavavano con l’acqua della fontanella: quella dove abitava il sindaco che aveva due sorelle zitelle, e in quella scala si era più rispettosi, nella seconda invece la padrona di casa puliva e ridipingeva spesso le ringhiere perché ci viveva la madre di due sacerdoti, mentre la terza scala era la più trascurata. Nella parte rivolta verso il paese, tutto il prato era ricoperto di orti, ogni famiglia ne aveva uno e lo coltivava con l’acqua della fontanella e inoltre ci tenevano anche animali da cortile: polli e conigli. Coltivavano gli orti anche nella scarpata che...