Cinema

Steve McQueen. Shame

Shame è un’occasione mancata. O un errore di percorso, se si preferisce. Un saggio sociale in forma cinematografica che pur centrando in pieno l’argomento, ne fallisce in maniera inesorabile la trattazione e che disfa attraverso i contenuti e lo svolgimento ciò a cui dà vita nella forma. Ed è un peccato.   Non solo perché Steve McQueen – che aveva incantato e convinto con il suo film d’esordio, Hunger (2008) –, è e rimane un autore dalla spiccata personalità e dall’indiscutibile talento, ma anche perché un’opera come questa, considerando le qualità che mostra nel cogliere e mettere in scena aspetti peculiari e non banali della società contemporanea, avrebbe potuto...

Clint Eastwood. J. Edgar

Con J. Edgar  Clint Eastwood ha realizzato un nuovo capitolo della sua personale storia della violenza negli Stati Uniti. Quello definitivo probabilmente, dal momento che affronta la biografia di una figura chiave come Edgar J. Hoover, il potentissimo direttore dell’FBI che guidò e riformò il bureau dal 1924 al 1972, anno della sua morte, e servì il Paese sotto ben otto presidenti. Con uno sguardo complessivo che comprende l’America del Duemila di Mystic River, quella dell’omicidio Kennedy di Un mondo perfetto, della Guerra mondiale di Flags of Our Fathers, della Grande depressione di Changeling, e a ben guardare anche l’America del grande west, in cui anche un assassino come William Munny poteva far fortuna con il commercio, J. Edgar...

George Clooney. Le idi di marzo

L’origine di questo film risale al 2004, quando il giovane Beau Willimon ha appena finito di lavorare per il candidato alla Presidenza Howard Dean, durante la campagna in Iowa, e da questa esperienza decide di scrivere un testo teatrale che racchiuda lo scenario di intrighi, segreti e bugie che si celano dietro una campagna elettorale. Nasce così Farragut North, che sta alla base del film di Clooney e che in Italia uscirà a gennaio pubblicato da Mondadori.   Quando, in un dietro le quinte da dibattito fra il governatore Morris e giovani studenti universitari, le silhouette nere di Seymour-Hoffman e Gosling si stagliano su una scenografica bandiera degli Stati Uniti d’America retroilluminata, mentre si confessano segreti e manovre si ha quasi un...

Michel Hazanavicius. The Artist

A volte vale la pena parlare dei film che escono in sala semplicemente perché se lo meritano, altre perché toccano più o meno lucidamente qualche nodo sensibile della società in cui viviamo, altre ancora perché, nel loro impianto e nelle reazioni che innescano, sono sintomatici di alcuni suoi meccanismi, che, per quanto evidenti, tendono ad assumere un’ingannevole trasparenza. Uno di questi è quello di insinuare la retorica della necessità e dell’autenticità in oggetti che non possiedono né l’una né l’altra, ma che proprio grazie a questa discreta e sorridente vacuità si inseriscono agevolmente negli ingranaggi del marketing, dove ogni risposta e interpretazione viene spietatamente...

Woody Allen. Midnight in Paris

Tanto per chiarire le cose, è innegabile riconoscere che se Woody Allen un film come Midnight in Paris l’avesse girato venticinque anni fa, probabilmente gli sarebbe venuto l’ennesimo capolavoro dei suoi straordinari anni ottanta. Oggi, però, Allen non ha più la grazia dolente dei tempi di La rosa purpurea del Cairo e di Radio Days, non ha più la voglia di raccontare storie e tratteggiare figure fragili come quelle che popolavano i suoi film più nostalgici ed elegiaci. Oggi il suo cinema è distratto, talvolta evanescente, non superficiale ma spesso rinunciatario. A ogni giro venuto bene ci si riprende dalla delusione di aver visto evaporare un genio, e inevitabile scatta la frase “questo è il migliore tra i suoi ultimi...

Aki Kaurismäki. Miracolo a Le Havre

Il grande pregio del cinema Aki Kaurismäki è sempre stato quello di essere profondamente autentico e sincero. Un cinema che non utilizza artifici né doppiezze, che non asseconda la moda, il gusto dominante e non va in cerca di stile. Un cinema che soprattutto, cosa rara, dice esattamente quello che vuole dire. E in un’epoca nella quale sincerità fa sempre più rima con leggerezza, sorprende la capacità del regista finlandese di risultare, attraverso la propria opera, nello stesso tempo elegantemente spontaneo e testardamente eterodosso. Nemmeno Miracolo a Le Havre, l’ultimo lavoro, fa eccezione.La storia è quella di Marcel Marx, già protagonista di Vita da Bohème (1992), che trasferitosi da Parigi a Le Havre,...

Intervista a Eugène Green

In occasione dell’omaggio che il 29° Torino Film Festival (25 novembre - 3 dicembre) dedica al regista Eugène Green all’interno della sezione Onde, pubblichiamo alcuni passaggi dell’intervista che Massimo Causo ha curato per il catalogo generale del festival.   Newyorchese di origine e francese d’adozione, Eugène Green è un cineasta quasi inedito in Italia e quindi tutto da scoprire. Romanziere, saggista, regista teatrale e naturalmente cinematografico, è un autore di straordinaria leggerezza e spiritualità, idealmente vicino a modelli noti come Bresson e De Oliveira, sospeso tra la lucidità di pensiero del primo e la lievità filosofica del secondo.   Dagli echi nouvelle vague di Toutes...

Roan Johnson. I primi della lista

Hitchcock diceva che per fare un buon film servono tre ingredienti: una buona storia, una buona storia e una buona storia. E se questo è vero l’opera di questo trentasettenne pisano di padre inglese è decisamente un buon film. Forse non entrerà nella storia del cinema - come Hitchcock... - o nei libri che questa storia studiano, forse non introdurrà nuove sfide formali o sposterà i confini della narrazione, ma la storia che racconta è davvero una buona storia. E di questi tempi ci pare già un miracolo.   Johnson narra di questo soggetto capitatogli tra le mani quasi per caso e scritto da tale Renzo Lulli, classe 1951, residente in Marocco e produttore di sculture in legno: già solo su carta un personaggio. Il Lulli...

Alexander Sokurov. Faust

Difficile parlare di Faust. Era difficile due mesi fa, quando è piombato come una meteora incandescente quasi in chiusura del festival di Venezia, guadagnando tra applausi e sbadigli il Leone d’Oro e l’etichetta di capolavoro, ed è difficile oggi, mentre fa capolino come un fantasma altero in qualche sala dispersa, senza altro sostegno che la sua temibile reputazione. Il capolavoro. Ci vuole una buona dose di presunzione per mirare al capolavoro, per muoversi con disinvoltura fra i corridoi vetusti dell’Arte Cinematografica. E certo la presunzione non manca a Sokurov, un autore scandalosamente aristocratico, capace di affermare che “al film non serve lo spettatore, è lo spettatore che ha bisogno del film”. C’è molta...

Lars von Trier. Melancholia

Nell’ultima intervista a James Hillman (pubblicata su Tuttolibri sabato scorso) il filosofo parla di coagulatio e dissolutio come di due momenti strettamente interconnessi. “Coagulatio in alchimia significa rapprendersi in un punto, diventare più solidi, più definiti, formati, dotati di morphe”, ma il punto estremo di questa concentrazione di materia coincide con la dissoluzione totale di questa. La vita si deflagra diventando altro, dissoluzione, morte. Ed è proprio questo il tema centrale di Melancholia l’ultimo film di Lars von Trier.     La struttura è come un dittico, i due capitoli sono intimamente connessi, si guardano, si riflettono. Il primo è dedicato a Justine, interpretata da Kirsten Dunst. Si...

Asghar Farhadi. Una separazione

La separazione sembra essere sancita fin dal bellissimo incipit del film: un piano frontale riunisce Simin e Nader davanti al giudice che sta valutando la loro richiesta di divorzio. È un’inquadratura soggettiva del giudice e i due coniugi che a lui si rivolgono guardano quindi in macchina, verso di noi: si tratta di un piano ‘interlocutorio’ che non sarà estraneo a chi conosce i classici di registi iraniani come Abbas Kiarostami e Mohsen Makhmalbaf, che spesso giocano sullo scarto tra finzione e realtà, al di qua e al di là della macchina da presa. Ma qui la scelta sembra segnare un altro discrimine: da una parte le certezze e le verità monolitiche della legge e della religione (e visto che ci troviamo in una società...

Gus Van Sant. L'amore che resta

C’è un aspetto dell’ultimo film di Van Sant che affascina nel momento in cui irrita o se volete, al contrario, irrita nel momento in cui affascina. È un aspetto indefinito e molto americano che riguarda l’estetica indie, qualcosa che si vede nei corpi dei giovani interpreti, nel loro taglio di capelli e nei loro vestiti vintage, che si ascolta nelle scelte calcolate della colonna sonora (i Beatles, Nico, Sufjan Stevens), che si respira come aria di carineria e abbandono, una cedevolezza che incarna lo sguardo dislocato di che afferma la propria ritrosia e al tempo stesso si mette in posa. È una patina, insomma, una serie di riferimenti iconografici e musicali che se oggi rimanda all’indie rock e all’ambiente hipster degli occupy pi...

Paolo Sorrentino. This must be the place

Il cinema di Sorrentino si confronta da sempre con la solitudine dell’individuo di fronte all’impenetrabile palcoscenico della realtà. Come un soggetto impazzito, va continuamente alla ricerca dell’immagine artefatta, del movimento perfetto, dell’espressione consapevole di uno sguardo che basta a se stesso, che straborda da se stesso, affidandosi ad un eccesso visivo che vanifica quasi del tutto la parola. Ogni film di Sorrentino è mosso da un bisogno ineluttabile, forse capriccioso, di colmare un vuoto, di coprire una distanza data per irrecuperabile che separa i personaggi dal mondo dal quale si sono esiliati.   L’ex rock star Cheyenne protagonista di This Must Be the Place è il suo ennesimo eroe impassibile che assiste allo...

Nicholas Winding Refn. Drive

La leggenda vuole che sia stato Ryan Gosling a cercare Nicholas Winding Refn, dice lui: “come Steve McQueen scelse Peter Yates (per Bullit NdR), Ryan ha scelto me”. Perché questo film è già leggenda, è già mito. Del resto da uno che a ventiquattro anni esordisce con un film come Pusher, che nel giro di dieci anni è diventato una trilogia di culto, e che nel 2009 dirige due dei film più perturbanti del panorama cinematografico mondiale come Valhalla Rising e Bronson, non ci si aspetta niente di meno della leggenda e del mito. Quindi leggenda vuole che Gosling, letto il libro di James Sallis, abbia voluto che fosse Refn a dirigere il film che lo avrebbe visto immenso protagonista. E quanto c’ha visto lungo è...

David Cronenberg. A Dangerous Method

Come il romanzo di John Kerr dal quale è tratto, A Dangerous Method, focalizza la propria attenzione sul complesso rapporto che Carl Gustav Jung intrattenne a partire dal 1904 con la propria paziente prima, e amante poi, nonché futura psichiatra, Sabina Spielrein e contemporaneamente col proprio mentore e padre putativo, Sigmund Freud. Questo curioso triangolo è divenuto, in tempi recenti, non soltanto oggetto di studi e ricerche biografiche, ma anche spunto per numerose opere artistiche fra le quali vale la pena ricordare oltre al già citato lavoro di Kerr, la pièce teatrale di Christopher Hampton, sceneggiatore del film di Cronenberg, “The Talking Cure” del 2002 e senz’altro, sempre del 2002, la pellicola Prendimi l’anima...

Pedro Almodóvar. La pelle che abito

È piuttosto tipico, nel cinema di Almodóvar, che gli elementi principali del racconto filmico, siano essi personaggi, oggetti, situazioni o risvolti della trama, divengano, all’improvviso (o gradualmente) qualcosa di diverso, arrivino, cioè, a trasfigurarsi, a mutare aspetto e a divenire altro da sé. In tal senso non fa eccezione nemmeno La pelle che abito, pellicola che già dal titolo pare rivestirsi di sfumature e rimandi concettuali tutt’altro che incidentali.   Con una perfetta assonanza con l’originale spagnolo, infatti, il termine “abito” si può leggere con la doppia accezione di abitare nel senso di occupare, risiedere o possedere, o quella di abito inteso come vestito, ovvero come qualcosa che si...

Roman Polanski. Carnage

Dopo L’uomo nell’ombra Roman Polanski torna con Carnage a fare una delle cose che gli riescono meglio: là era il giallo alla Hitchcock, qui è il cinema da camera, genere d’impostazione teatrale che per il regista di La morte e la fanciulla diventa nuovamente un banco di prova per il suo straordinario talento nella messinscena cinematografica.   Carnage, tratto dalla pièce Il dio della carneficina di Yasmina Reza, è un gioco al massacro condotto nel chiuso di un appartamento di Brooklyn, con due coppie benestanti che si ritrovano per risolvere una lite scoppiata tra i loro figli e che finiscono con il riversarsi addosso fiumi di parole e cattiverie. Un meccanismo forse prevedibile per come raffigura un gruppo di borghesi superficiali...

Biennale 2011 / I tempi morti del cinema. The Clock di Christian Marclay

La storia della costruzione degli automi è strettamente connessa con quella dei meccanismi a orologeria: questo pensiero mi ha fulminato durante la visione di uno dei tanti frammenti di cui è composto il corpo frankensteiniano di The Clock. Opera-monstre della durata di 24 ore, questo video dell’artista americano Christian Marclay, dopo il successo già riscosso in alcune gallerie di Londra e New York, è giunto alla Biennale di Venezia per accaparrarsi il Leone d’Oro. Si tratta di un colossale montaggio di spezzoni tratti da un imprecisato numero di film, in ognuno dei quali compare un orologio o un riferimento all’orario che coincide con il momento in cui esso viene proiettato: per capirci, mi sono seduto su un divano mentre l’orologio alle spalle di Robin Williams in One Hour Photo...

Biennale 2011 / Ospedale Italia

Il meccanismo di selezione dei curatori e, di conseguenza, degli artisti, nei padiglioni nazionali della Biennale di Venezia non è dappertutto uguale. Come dei piccoli consolati artistici autonomi, ogni singolo padiglione può decidere cosa presentare (e come) all’interno delle proprie mura. Delle mura ‘storiche’, o meglio, permanenti, per quei padiglioni che, a partire dai primi anni del Novecento si sono impiantati nei Giardini; altre provvisorie come le tante sedi sparse a Venezia per mancanza di spazi all’interno della piccola città nella città che è la Biennale di Venezia. Proprio perché rappresentanze ufficiali di una nazione è il Ministero della Cultura di ogni singolo Paese che prende le decisione a riguardo. I criteri di scelta, però, possono davvero essere molto diversi tra loro...

Intervista video a Duccio Demetrio

  Abbiamo incontrato a Milano, all’Università degli Studi della Bicocca, il prof. Duccio Demetrio, autore di Filosofia del camminare. Esercizi di meditazione mediterranea (Cortina Raffaello, 2005). Filosofo e specialista dell’educazione degli adulti, Demetrio ha saputo dar forma negli anni ad un inedito percorso intellettuale che lo rende uno tra gli studiosi più stimolanti oggi in Italia. Di grande interesse è ad esempio la sua Accademia del silenzio di Anghiari, un’iniziativa pensata e sviluppata con Nicoletta Polla-Mattiot, che ha lo scopo di favorire l’apprendimento e la sperimentazione di un “linguaggio del silenzio”.  

Biennale 2011 / Palazzo Fortuny. Il museo come opera di opere

Ogni selezione di esseri umani, da che mondo è mondo, finisce sempre per ricordare il crudele gioco delle sedie musicali che si faceva una volta negli asili italiani e che impartiva sottilmente questo cinico insegnamento: non si applicano mai veri criteri oggettivi nella scelta degli uomini, e così non serve la prontezza di riflessi, non serve lo scatto, ed è sempre chi sgomita di più, alla fine, che ha più probabilità di tutti di trovare una sedia quando si interrompe la canzone. Che il gioco delle sedie musicali valga da sempre anche per gli uomini per cui forse meno di tutti gli altri dovrebbe valere, ossia per gli artisti, è provato per l’ennesima volta dal Padiglione Italia allestito da Vittorio Sgarbi, un commovente, disperato tentativo di stipare quante più sedie è possibile nel...

Per sconfiggere l’entropia

Sostiene la simpatica Bice Curiger, curatrice della cinquantaquattresima Esposizione Internazionale d’Arte, che la divisione in padiglioni nazionali è la specificità e l’unicità della Biennale di Venezia; ed è tutt’altro che anacronistica. Conseguentemente ha costruito sull’idea di nazionalità e storia la sua mostra, intitolandola ILLUMInazioni. La novità è che la curatrice ha creato quattro nuovi “para-padiglioni”: strutture architettoniche create da quattro artisti (Son Dong, Monika Sosnowska, Oscar Tuazon e Franz West) che ospitano le opere di altri artisti, dando vita a delle “opere-ambiente” a metà tra scultura e architettura che presentano delle altre opere più o meno...