La mattina scrivo. Il mestiere della letteratura

9 Aprile 2026

L'immancabile passatempo di chi partecipa alla Mostra del Cinema di Venezia è controllare ogni mattina la tabellina con i voti della stampa ai film in concorso, la cui media forma una classifica ufficiosa di gradimento. L'anno scorso la stampa italiana, al contrario di quella estera, aveva eletto tra i suoi preferiti La mattina scrivo (allora presentato col titolo francese À pied d’œuvre, cioè "al lavoro"), apprezzamento confermato dalla giuria che aveva premiato la sceneggiatura di Valérie Donzelli e Gilles Marchand. Il consenso per il film era abbastanza diffuso al Lido di Venezia frequentato in gran parte da giornalisti, critici, addetti ai lavori del settore cinematografo e culturale, e tanti giovani col sogno di far parte di almeno una delle categorie precedenti; poiché il protagonista del film è un uomo disposto a tutto pur di essere un artista, e anzi convinto di non poterne fare a meno come se la vita non gli permettesse alternative, si può ipotizzare che tali giudizi positivi siano stati influenzati da una forte immedesimazione degli spettatori veneziani. Fuori dalla bolla del Lido, invece, tanta gente rinuncia ad andare al cinema perché deve risparmiare su ogni spesa non indispensabile; così anche i mancati spettatori di questo film potrebbero immedesimarsi nello stesso personaggio, che deve sperimentare la povertà pur di votarsi alla letteratura.

Valérie Donzelli stessa ha ammesso che il suo ottavo film da regista è tratto da una storia in cui si è immedesimata: quella di Franck Courtès, autore dell'omonimo libro autobiografico tradotto da Maruzza Loria e Bernardino Assenti per Playground in occasione della distribuzione italiana del film. Ha dato un nome diverso al protagonista, Paul Marquet, e lo ha reso più giovane di almeno una decina d'anni (lo interpreta Bastien Bouillon); la sua condizione anagrafica lo pone a metà strada tra chi ancora ricorda le infinite possibilità della giovinezza ma già conosce la paura dei fallimenti non più rimediabili. Courtès ha lavorato per anni come fotografo professionista, fino a quando ha maturato la consapevolezza di non sopportare più nulla di quel mestiere e lo ha abbandonato per diventare scrittore. Ci è riuscito, se si intende scrittore come attività che produce dei risultati tangibili: ha trovato una casa editrice disposta a pubblicare i suoi testi, ha ottenuto un rispettabile riscontro critico, si è fatto un nome nell'ambiente letterario francese. Non ci è riuscito, se si intende scrittore come lavoro che produce un'adeguata retribuzione: i suoi libri non hanno venduto abbastanza copie da garantirgli entrate sufficienti a pareggiare quelle della professione precedente, con un calo così sostanzioso da farlo scivolare lentamente in uno stato di indigenza a cui non era preparato.

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Il romanzo scritto in prima persona, e il film con la voce narrante del protagonista che cita vari brani del libro, espongono una vicenda personale che si salva dall’eccessiva autoreferenzialità perché viene inserita in una più ampia esposizione del mercato del lavoro contemporaneo in cui Paul, disoccupato e totalmente impreparato sulle competenze necessarie per trovare un impiego, deve imparare a muoversi per guadagnare il tanto da poter sopravvivere. Per integrare gli scarni proventi dei diritti d'autore, si iscrive a una piattaforma che mette in contatto domanda e offerta: ci si offre per svolgere lavoretti per cui non sono necessarie qualifiche o specializzazioni, partecipando a un'asta al ribasso, in concorrenza con altri iscritti alla piattaforma, al termine della quale vince chi accetta la ricompensa inferiore; un sistema talmente competitivo che ci si deve innanzi tutto impegnare per creare un profilo accattivante, ricevere recensioni positive e magari pagare un extra alla piattaforma, solo per arrivare alla fase preliminare in cui le richieste vengono visualizzate nell'applicazione del telefono. È la fine del merito e delle competenze, in una logica in cui vince esclusivamente il risparmio; si adatta ai privati lo stesso meccanismo degli appalti pubblici assegnati col criterio del massimo ribasso, anche quando bisognerebbe valutare maggiormente la qualità delle offerte. Fermissimo nell'obiettivo di continuare a scrivere anche senza immediate ricompense economiche, Paul accetta di declassarsi accettando lavori faticosi e mal retribuiti, con effetti concreti nella conseguenza minore capacità di spesa, e simbolici nella perdita dello status sociale legato a ciò che si fa, oltreché a ciò che si possiede.

Dando per scontata la convinzione di avere sufficiente talento, per praticare con profitto la professione di scrittore ha bisogno di spazio e tempo. Lo spazio è il luogo dove poter scrivere senza che nessuno lo disturbi. Il primo passo verso la povertà è il trasloco; ma il nervosismo evidente per l'abbandono dell'appartamento a dimensione familiare fino a quel momento condiviso con moglie (interpretata dalla stessa Donzelli) e figli che lo stanno lasciando per trasferirsi in Canada, sarebbe stato sicuramente più angoscioso se Paul avesse faticato a trovare un'alternativa in linea con le sue scarse possibilità economiche. Il padre invece gli trova uno scantinato disponibile e anche se ciò viene fatto passare quasi in secondo piano, è fondamentale per la sua scelta di vita, perché gli permette di evitare la principale voce di spesa di qualunque nucleo familiare: ci si può sacrificare più facilmente alla frugale vita d’artista se si ha un tetto sulla testa, soprattutto in una città costosa come Parigi.

Il tempo, tuttavia, è il fattore che più di ogni altro indirizza le sue scelte. Neppure in questo, Parigi gli è d'aiuto; ogni città vasta e caotica ruba molto tempo a chi lavora, come avevamo visto qualche anno fa nel film Full Time - Al cento per cento (À plein temps) in cui il pendolarismo tra la periferia e il centro di Parigi, che quasi affogava il personaggio frenetico della madre single interpretata da Laure Calamy, era reso come un angosciante thriller quotidiano. Il problema di Paul, però, non è il tempo di spostamento che si somma a quello del lavoro, ma quello richiesto dal lavoro stesso: gli incarichi estemporanei della piattaforma, secondo il suo modo di ragionare, hanno il pregio di lasciargli sufficienti momenti per scrivere, cosa che non accadrebbe con lavori più impegnativi e meglio retribuiti (comunque non alla sua portata, anche visto il suo rifiuto categorico e un po’ autopunitivo di restare nell’ambito della fotografia in cui se la potrebbe cavare). In questo, l'età di Paul più vicina ai quaranta che ai cinquanta lo avvicina alle generazioni che assegnano al tempo libero un valore non inferiore ai soldi della retribuzione; la trappola scatta quando il tempo libero è vincolato alla precarietà.

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Almeno, quella di Paul è una scelta consapevole; la derivante miseria è destabilizzante perché sperimentata da qualcuno che non vi era abituato, ma la necessità di dover comunque trovare altri impieghi lo mette in buona compagnia nella storia della letteratura. Daria Galateria, nel libro Mestieri di scrittori (Sellerio, 2007), aveva raccolto i ritratti di oltre venti grandi scrittori del Novecento, mettendo in fila con ironia tutto ciò che avevano fatto oltre a scrivere, anche le attività più assurde: le loro biografie, come le loro opere, risultano arricchite, anziché danneggiate, da rinunce, senso di responsabilità e arte di arrangiarsi. Paul, per fortuna, non si autocommisera mai perché è disposto a fare la fame pur di restare fedele all'impegno di produrre letteratura, e anzi si rimbocca le maniche con serietà: non è mentre scrive né tantomeno mentre fotografa, ma mentre smaltisce calcinacci su e giù per una palazzina, che si presenta agli spettatori.

È un merito di Franck Courtès che Donzelli ha cercato di replicare in Paul: per lui scrivere è un atto indispensabile ma non un privilegio dovuto. Pur non vivendo patologicamente la paura del giudizio altrui, Paul ne è comunque infastidito; non chiede elogi, tuttavia è insofferente per ogni forma di disapprovazione, esplicita in ambito familiare e percepita come implicita negli altri. Non monta mobili o pulisce finestre per compiacere gli altri, ma per seguire un'esigenza interiore; non riesce a spiegare chiaramente cosa lo abbia spinto a stravolgere la sua vita e così si pone in una condizione di fragilità perché non sa comunicare l'importanza della rottura con le regole sociali che aveva sempre seguito

I lavoretti che lo mettono in contatto con parigini di ogni estrazione sociale sono una scusa per uscire dal suo seminterrato ed entrare nelle case di chi ha richiesto i suoi servizi: il confronto tra domanda e offerta è anche l'occasione, per lo scrittore, di osservare persone e appartamenti che altrimenti non avrebbe frequentato. Case in affitto e di proprietà, con giardino e con ampi balconi, disordinate e ben organizzate; in comune, l'essere abitate da qualcuno che ha chiesto un servizio attraverso la piattaforma. L'occhio del letterato travestito da tuttofare si posa su tutti i particolari che possono rappresentare uno spunto letterario, ma la sua osservazione non si trasforma mai in giudizio sui committenti. Non si può dire lo stesso di come si sofferma su coloro che non condividono la sua scelta di vita: vengono riservati loro dei primi piani insistiti e sospesi, talvolta carichi di protervia, talaltra di imbarazzo, che pesano come verdetti negativi sulla loro incapacità di essere empatici e comprensivi con le sue motivazioni.

Il padre di Paul, interpretato da André Marcon, è il personaggio più critico e insofferente. Questa figura paterna è stata introdotta da Donzelli: nel libro, Courtès racconta invece di avere fatto affidamento sull'anziana madre. La regista ha voluto immettere un ricordo personale, perché suo padre (a cui il film è dedicato) è stato un artista mancato che ha ignorato il proprio talento per studiare legge, scottato dall'esperienza della miseria sperimentata dalla sua stessa famiglia di artisti che di pittura e scultura non si arricchirono mai; ovviamente aveva cercato di dissuadere anche la figlia dall'intraprendere una carriera nel cinema, paventandole un avvenire di stenti. Col senno di poi è facile sostenere che i genitori che hanno scoraggiato o addirittura ostacolato figli destinati a diventare artisti abbiano avuto torto, forse spaventati dalla dirompente libertà di chi non si piega a un destino già scritto nelle regole sociali. D'altro canto, il talento si manifesta come tale solo se può essere coltivato e poi riconosciuto, ma l'impegno non implica il successo; e soprattutto, fare sacrifici e magari fare un lavoro sgradito per pagare un mutuo, mantenere i figli, sostenere indispensabili cure mediche per sé e altri, non è meno nobile dei sacrifici fatti per l'arte.

Anche se si tende a parteggiare per la storia romantica dello scrittore che si dedica anima e corpo alla letteratura pur senza alcuna certezza di essere ricompensato, il vero eroe del film è suo padre, che ha la fermezza di restare fedele al suo ruolo: i genitori non devono essere amici che ascoltano senza giudicare, il loro compito è essere sinceri, anche quando i figli preferirebbero false consolazioni e complicità. Per un aspirante scrittore che risulta meritevole di essere tra i finalisti del prestigioso premio Goncourt de printemps, ce ne sono mille altri a cui sarebbe bene ricordare che di arte campano in pochi, e neppure tutti meritatamente; se sia giusto o meno, non è compito dei genitori stabilirlo.

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