Elisabetta Catalano e gli anni effervescenti
Fare fotografie per la moda a Elisabetta Catalano non piaceva molto, eppure le riusciva benissimo. Forse a guidarla sarà stata la sua innata eleganza, forse la sua creatività e senz’altro la sua approfondita conoscenza dell’arte contemporanea dell’epoca in cui lei ha operato, come evidenzia la mostra Elisabetta Catalano, Cinema, Moda e Performance (a cura di Laura Cherubini in collaborazione con l’Archivio Elisabetta Catalano, Viasaterna Arte Contemporanea, Milano, fino al 19 aprile 2026). Nata a Roma nel 1944 (e scomparsa nel 2015), Elisabetta Catalano ha scattato alcune delle sue immagini più significative negli anni ’60-’70, e non si può non restare colpiti dalla sua grande sintonia con quel periodo di effervescenza artistica, dalla sua capacità di interpretare gli abiti con immagini a volte giocose, a volte sottilmente seduttive e mai scontate. Abito orientaleggiante? Ed ecco che lei ci mostra Talitha Getty immersa in un ambiente opulento, tra tappeti e tendaggi, atmosfere da harem, bauli fiabeschi, quasi ci trovassimo in un episodio da “mille e una notte”... E se invece si tratta di ritrarre un abito con motivi floreali? Ecco un’immagine in cui la modella sembra mimetizzarsi e nascere tra il verde lussureggiante di un giardino, neanche fosse una ninfa. E che dire di quando fotografa un minimale e rigoroso completo di Lancetti? Forse ispirata dall’abito, forse dalla strana e stilizzata pettinatura dell’indossatrice – simile a un ovale perfetto con in cima un altro ovale – lei la contorna con le sedie di legno, a loro volta ovaleggianti, di Mario Ceroli, ispirate ai quadri metafisici di Giorgio De Chirico. Il tutto facendo passeggiare la modella davanti al metafisico Palazzo della Civiltà Italiana, simbolo dell’EUR. Non per niente una variante dell’immagine presente nella galleria Viasaterna è esposta anche nella grande mostra Metafisica/Metafisiche (sede di Palazzo Reale, Milano, mostra a cura di Vincenzo Trione, fino al 21 giugno). Però è meglio precisarlo: pur essendo una rinomata fotografa di moda (non a caso per lungo tempo ha collaborato con Vogue) di certo il percorso artistico di Elisabetta Catalano non può essere ridotto ridurre a tale genere, come ben sottolinea questa mostra sfaccettata, ma anche il suo rapporto con riviste come Il Mondo, L’Espresso, L’Almanacco Letterario Bompiani e altre ancora.
Partiamo dal cinema, perché, guarda caso, proprio da lì iniziò un po’ casualmente il suo percorso fotografico. Federico Fellini scelse infatti Elisabetta Catalano per una parte nel film 8 e mezzo (1963), ma lei sul set si annoiava, così, tra un’attesa e l’altra, iniziò a fotografare le scene del film con una vecchia Mamiaflex che le aveva regalato il padre. Il servizio ebbe successo, fu pubblicato e da lì cambiò la sua vita, perché iniziò a essere molto richiesta in qualità di fotografa di scena, come dimostrano i numerosi scatti presenti in mostra. Tra questi spicca un’immagine con Lino Capolicchio, Dominique Sanda e Helmut Berger, protagonisti del celebre film Il giardino dei Finzi Contini di Vittorio De Sica, tratto dall’omonimo romanzo di Giorgio Bassani. La fotografia pare sia stata scattata “fuori scena” dall’autrice che la compose in modo perfetto e con toni coloristici tenui, in sintonia con la malinconia elegante e soffusa del film. Certo, un campo privilegiato da Elisabetta saranno i ritratti in studio, ma non possiamo dimenticare quelli per il cinema o per la moda. Pensiamo ad esempio all’intenso profilo di Silvana Mangano sul set di Gruppo di famiglia in un interno di Visconti (1974) o a quello di una sinuosa e “leonina” Florinda Bolkan, adagiata sull’altrettanto flessuoso Divano Superonda: un’immagine che diventerà il manifesto del film Metti una sera a cena di Giuseppe Patroni Griffi (1968). Ma incontriamo anche un’elegantissima Ornella Vanoni (cui la galleria ha voluto rendere un omaggio dopo la sua recente scomparsa) e pure una seducente Claudia Cardinale avvolta in un abito di Renato Balestra: vista di schiena, ci mostra una scollatura vertiginosa e intanto occhieggia con sguardo vellutato.
È evidente che la nostra fotografa si diverte a riprendere le attrici con grande complicità femminile, invitandole a recitare la parte che desiderano o che meglio rappresenta il personaggio del film. Me la immagino ad esempio mentre invita Monica Vitti a non fare la solita espressione malinconica in stile Antonioni, ma a tirare fuori il suo lato gioioso e divertito. E così vediamo l’attrice questa volta ridente, su una terrazza affacciata sul mare, capelli al vento e gambe nude sgambettanti che ne valorizzano la bellezza. Sembra (o forse lo è davvero) una giocosa immagine spontanea colta al volo, e lì sta la bravura di Elisabetta: creare un’alleanza, un fluido magico tra lei e chi riprende, tanto da realizzare una fotografia così complice, così perfetta da sembrare nata per caso in un momento magico. D’altra parte era difficile sfuggire al fascino di Elisabetta Catalano. Molti anni fa tenni una conferenza sulla fotografia, chissà dove, quando e su che argomento, non ricordo nulla, ma non a caso mi è rimasto in mente con precisione che lei era seduta in prima fila e mi osservava, annuendo felice mentre seguiva il mio discorso. Tanto che alla fine parlavo guardando solo lei, senza neppure sapere chi fosse mai quella donna stupenda e carismatica che misteriosamente prestava così attenzione a quanto stavo dicendo. Poi si presentò quando finii di parlare, in quello che, per me, fu un attimo felice. Io ho sempre detestato essere fotografata, ma quel pomeriggio pensai che se lei avesse voluto ritrarmi mi sarei pure divertita e sentita a mio agio, invece di ritrovarmi imbarazzata e rigida davanti all’obiettivo. Racconto questo piccolo aneddoto non per vezzo o narcisismo, ma per far capire l’intreccio di bravura, magnetismo e complicità umana che Elisabetta sapeva miscelare come un’alchimista. Quindi non è certo un caso se sia stato proprio suo l’unico vero ritratto dello scontroso e difficile Gino De Dominicis (1947-1998). L’artista, ironico e provocatorio e sempre pronto a sottrarsi, si dichiarò disposto a farsi fotografare in posa solo da lei: ed eccolo con luci da studio sfumate, vestito con un’elegante giacca e farfallino, capelli al vento e sguardo penetrante, quasi di sfida. Un ritratto eccezionale, che in effetti Gino De Dominicis utilizzerà come “sua” opera per la mostra Contemporanea presso Villa Borghese a Roma: tale ritratto (assieme a molti altri) si può vedere nella mostra Istanti Ritratti, presentata da Eberhard & Co, presso MIA Photo Fair BNP Paribas (19-22 marzo, Superstudio Più, Milano): mostra anch’essa in collaborazione con l’Archivio Elisabetta Catalano, a cura di Studio Geddes Franchetti.
Ma torniamo alla mostra di Viasaterna: all’ingresso, una grande fotografia (stampata in analogico su tela come si usava spesso fare in quegli anni), introduce nel mondo dell’arte degli anni ’70, quando erano dominanti quelle performance che, con il loro carattere effimero, richiedevano la presenza di un fotografo di fiducia per documentarne i momenti più salienti. Ebbene, in tale immagine di apertura, vediamo un ritratto dell’attrice Paola Pitagora, distesa morbidamente nell’installazione performativa Luna, presentata al Teatro delle Mostre nel 1968 da Fabio Mauri: lo spazio di questa performance appare significativamente ricoperto di grani di polistirolo espanso, per suggerire l’esperienza di trovarsi in un mondo lunare dove il peso del corpo diviene leggero e il camminare dei visitatori sembra non avere più presa sul terreno, così come sospeso nel vuoto e senza peso pare a propria volta il corpo nudo di Paola Pitagora.
Elisabetta Catalano era compagna di Fabio Mauri, con cui collaborava e insieme al quale frequentava gli artisti e gli intellettuali dell’ambiente romano attorno a Piazza del Popolo. Fabio la considerava la migliore interprete dei suoi lavori, e a lei aveva affidato la documentazione delle sue opere tra cui la serie Schermi: installazioni con proiezioni di opere cinematografiche, ma anche di scritte su corpi e oggetti. L’arte di quegli anni voleva infatti uscire dalla logica del quadro per creare relazioni dialettiche con lo spazio, scompaginare le divisioni tra corpi, scrittura e immagini. Qui in mostra vediamo così la fotografia che Elisabetta scatta durante l’intervento di Fabio Mauri Senza Arte (1975), con frasi proiettate sul corpo nudo di una modella; ma anche quello di Fermata d’autobus (che invece è del 1995) dove coglie l’attimo in cui sul parabrezza di un autobus scalcinato appare proiettato il frame di un film in cui appare il volto intenso di una donna. Di chi è allora quest’opera: di lui, di lei o forse di entrambi? Il loro sodalizio amoroso e artistico non solo li porterà a creare opere a “quatto mani” ma anche a riprodurre in studio performance pubbliche per rendere le immagini più efficaci e precise. Ma non c’è solo Mauri. Un altro artista che si affida alla sua sensibilità è Vettor Pisani. Così, quando Pisani e Michelangelo Pistoletto creano le sequenze delle opere Scorrevole, Elisabetta sarà invitata a riprendere Maria Pioppi, moglie di Pistoletto, nella medesima posa di Meret Oppenheim fotografata da Man Ray. La fotografia a colori di Elisabetta Catalano mostra Maria con il collo circondato da un collare con catena in leggera tensione e una mano aperta sulla fronte, per imitare il famoso gesto di Meret nella fotografia Erotique Voilée (1933). Ma la scelta di usare un colore dal delicato cromatismo accentua volutamente il senso spirituale del nudo, anziché quello “macchinico” ed erotico voluto da Man Ray.
Grazie alle immagini di Elisabetta Catalano, la sala dedicata da Viasaterna alla performance, pur nella sua concisione, rievoca il periodo concitato e fecondo dell’arte degli anni ’60-’70, quando Roma era il centro di un rinnovamento artistico epocale. In quegli anni la galleria Plinio De Martiis aveva inventato Il Teatro delle Mostre, con performance che variavano di giorno: una sorta di happening continuo, che Goffredo Parise (anch’egli ovviamente ritratto da Elisabetta) ribattezzò “Festival della Disubbidienza”. Ma c’era anche la galleria La Salita di Gian Tomaso Liverani, che nel 1966 aveva suscitato uno scandalo con la mostra Animal Habitats, Live and Stuffed, dove l’americano Richard Serra aveva esposto animali vivi e impagliati. Finì con l’arrivo della polizia che voleva multarlo per aver esposto “articoli non pertinenti alla licenza” (come racconta Sandra Petrignani nel suo libro Addio a Roma, Neri Pozza, 2012). Straordinarie “bizzarrie” dell’arte, che sembravano susseguirsi senza posa, tant’è che anche il grande spazio espositivo L’Attico, di Fabio Sargentini, dispose in bella mostra dodici cavalli vivi, “opera” di Jannis Kounellis, del 1969. Mentre la galleria GAP, di Gianni Fileccia, aveva aperto gli “Uffici per l’immaginazione preventiva”, e pure ideato uno tra i primi progetti di arte pubblica. L’azione N. d. R. (1972- 1978), prevedeva infatti l’affissione temporanea, rigorosamente a scadenza irregolare, di manifesti d’artista per le strade del centro di Roma. E le opere, ovviamente provocatorie e con un taglio spesso politico, erano di artisti di tutto rispetto come Giuseppe Chiari, Francesco Clemente, Robert Filliou, Peter Hutchinson, Vettor Pisani e ovviamente Fabio Mauri. Tra le immagini delle performance, scattate da Elisabetta Catalano, non mancano così le azioni artistiche che “fecero epoca” a Roma, come Living Sculpture (Studio Sargentini, 1972) del mitici Gilbert &George.
Con il loro look da perfetti englishmen, in piedi su un tavolinetto, lei li riprende da vicino mentre ballavano e cantavano ruotando su se stessi, con il viso e le mani dipinti di vernice metallica, come vere sculture viventi ironiche e un po’ irrigidite. Ma vediamo anche la sua fotografia della famosa performance (Senza titolo) di Jannis Kounellis alla Quadriennale di Roma (1973), ripresa frontalmente e con inquadratura perfetta – come lei riusciva sempre a fare. Kounellis, che aveva abbandonato il nativo Pireo nel 1956, con quest’opera vi ritorna come a voler far riemergere i suoi miti interiori. Ed ecco che il mito, inteso come origine, tragicità e sacralità, riappare qui come qualcosa di remoto ma al contempo potente, tanto da riecheggiare nel presente della Roma anni Settanta. Grazie dunque alla foto straordinaria di Elisabetta Catalano noi possiamo dunque ammirare un istante di quella celebre performance: su un tavolaccio vediamo il calco spezzato di una statua maschile d’epoca classica, mentre dietro al tavolo Kounellis si presenta seduto con il volto coperto da una maschera misteriosa, quella di Apollo, dio del sole, della musica e delle profezie. Di fianco a lui, come un novello dio Pan, un flautista sta suonando, mentre sul lato opposto del tavolo, sulla destra, campeggia un corvo nero impagliato, uccello sacro di Apollo, messaggero di profezie di saggezza e malaugurio. Per Kounellis quest’opera rappresentava il ritorno del mito. E per noi questa mostra rappresenta il ritorno a Milano di una grande fotografa, da troppo tempo trascurata.