Valentina Berardinone: arte in allarme

24 Gennaio 2026

Valentina Berardinone (Napoli, 1929 – Milano, 2024) è un’artista che ha attraversato il XX secolo muovendosi dalla pittura alla scultura, dal film alla Xerox e poi ancora al disegno, ibridando questa varietà di media in forme non facilmente categorizzabili, ma generalmente astratte o para-architettoniche. Nel film Silent Invasion (1971), Berardinone colloca una struttura in legno a gradoni in una stanza bianca, struttura che viene indagata dalla macchina da presa in una serie di inquadrature dall’alto verso il basso, tali da enfatizzarne la mole e renderla presenza incombente. A un certo punto dalla sommità della struttura inizia a colare un denso liquido nero: l’artista segue la sua discesa gradino dopo gradino, registrando il duplice movimento della colata, dall’alto verso il basso e in senso longitudinale lungo il piano di ciascun gradino, nel suo allargarsi all’aumentare del volume di resina versata. La scena quindi si ripete identica, ma l’immagine è ora oggetto di un viraggio azzurro. Le due sequenze sono destinate a ripetersi l’una dopo l’altra, proiettate in loop – Berardinone scrive infatti “No End” al termine della bobina.

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Dall'alto del tempio discende la divinità.

A partire da questo film Nicola Pellegrini, Bianca Trevisan e Jennifer Malvezzi, all’interno del programma di mostre storiche portato avanti dalla Galleria Milano, ora divenuta Fondazione, hanno raccolto e indagato queste due costanti – la scalinata e la colata – in un libro-documento (edito da Kunstverein Milano, a cura di Bianca Trevisan e Nicola Pellegrini) e in una mostra (visitabile fino al 31 gennaio 2026, realizzata in collaborazione con Fondazione Home Movies per la parte filmica) che presentano, accanto a film, fotografie e sculture, delle tavole progettuali che rendono esponenzialmente più profonda la nostra percezione dell’artista napoletana-milanese.

Per esempio, da appunti e storyboard relativi a Silent Invasion sappiamo che per Berardinone le riprese in bianco e nero indicano “la contemporaneità dell’azione”, “il tempo dell’accadimento”, da cui segue che il viraggio azzurro vuole dare luogo a una diversa temporalità all’interno della ripetizione di quella stessa azione. La maggior parte dei progetti è costituita da grandi fogli di carta quadrettata in cui sono disegnate delle strutture a gradoni, simili a ziggurat, piramidi o altre forme architettoniche di civiltà arcaiche. Queste strutture sono prodotte dall’incrocio di linee proiettate a partire da punti focali, dando l’idea della solidificazione di un settore dello spazio astratto, preordinato a priori, del foglio quadrettato. Per l’artista i punti sono “luoghi”, e “là dove alcuni punti s’incontrano si generano le immagini”. Le scalinate sono prodotte da punti focali esterni e invisibili da cui si dipartono le rette che si agganciano alla quadrettatura dei fogli, quadrettatura che torna insistentemente in un altro film di Berardinone, Letture n. 3 (1972).

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Paola Mattioli, Valentina Berardinone, 1972.

Queste strutture sono per Berardinone traduzione architettonica di un’idea di ordine gerarchico. Un’altra tavola ci ricorda che, secondo la Genesi, “dall’alto del tempio discende la divinità”, ma questa divinità è una lingua di liquido rosso ed è, sappiamo dalle altre tavole, la “natura”. La colata informe è infatti presentata come manifestazione di un contro-ordine, che l’artista ci presenta come “naturale”. L’immagine della colata come “natura” che scende la scalinata del potere è un’immagine di enorme forza, abbastanza da farci dimenticare che abbiamo imparato a diffidare da ogni struttura binaria: questo in particolare quando c’è di mezzo la “natura”. Un innominabile informe viene nominato in questo modo, e Berardinone ci dà ricche spiegazioni per la scelta. Così, a scendere le scale è “l’ordine naturale dialettico e in continuo divenire” nel rapporto fra “situazione ambientale e sviluppo biologico”. Questa binarietà è tale solo in apparenza, percorsa in realtà da un’ambiguità originaria.

In ogni caso, come ha scritto giustamente Trevisan, una simile ermeneutica è importante fino a un certo punto, in quanto la scelta di proporre queste strutture prive di “spiegazione”, in una programmatica dimensione di ambiguità non può che essere rilevata. Solo una struttura non è “muta”, quella Scala nera del potere che Berardinone espone alla Mostra incessante per il Cile (Galleria di Porta Ticinese, Milano 1974), nella quale il rapporto fra natura e coercizione si pone in modo ancora più problematico. Una stretta struttura a gradinate è percorsa, questa volta, da pietre chiare poggiate al centro dei gradini: difficile non ricordare che il reperto geologico era diventato da almeno alcuni anni a quella parte l’elemento più emblematico per pensare “la natura” nell’arte. Su ogni pietra Berardinone scrive dei nomi: quelli di Francisco Franco, di Augusto Pinochet e di altri governanti fascisti dai nomi oggi più sbiaditi e sepolti dalla memoria collettiva.

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Valentina Berardinone, 1973, ph Enrico Cattaneo.

Manifestazioni di “uno stato di allarme permanente”. Così Berardinone risponde a Lea Vergine, che cerca nei suoi film nostalgie di condizioni uterine e trascrizioni di angosce legate alla maternità: rispetto a questi temi, Berardinone sposta l’attenzione, nel film Urbana (1973), al movimento dalla condizione underground della metropolitana milanese alla piazza del Duomo riempita da una manifestazione che riempie lo spazio pubblico, alla luce del sole. Il movimento avviene attraverso una scala mobile: difficile sfuggire al senso di automazione e standardizzazione trasmesso dalla visione dei corpi umani trasportati dalla scala, ma allo stesso tempo metropolitana e scala mobile ci consentono di recarci fisicamente alla manifestazione, rompendo l’isolamento che l’artista rappresenta nel montaggio di riprese filmiche del contenuto casuale di uno schermo televisivo. Al termine del film, a essere trasportato dalla scala mobile è un cartello per il “No” in favore al referendum sul divorzio (in dialogo, immaginiamo, con le coeve Immagini del no dell’amica Paola Mattioli). La scala persiste così nell’essere strumento per la messa in scena di una dialettica difficilmente estinguibile.

Un’altra immagine che troviamo alle pareti della galleria ci mostra la scala nera su fondo bianco, attraversata da una colata nera che si espande alla sua base. Un’ulteriore rivolo di colore rosso l’attraversa nel centro. A prima vista disegno fra i disegni, nelle sue colature di qualità pittorica, il quadretto si dimostra un oggetto di ulteriore complessità: si tratta infatti di una fotografia eseguita da Paola Mattioli, sulla quale Berardinone è intervenuta coprendo lo sfondo di vernice bianca e aggiungendo la linea di tempera rossa al centro. In questo modo l’ambiguità è totale, la vernice fotografata ridiventa elemento pittorico e così via nel film “senza fine”.

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Valentina Berardinone, primo esperimento, 1972, ph Enrico Cattaneo.

Difficile darsi risposte su queste compenetrazioni di media, ma la sensazione è che, più che giocare all’interno di processi formali, questa ambiguità e incertezza linguistica sia figura di una condizione esistenziale: delle tracce emergono nelle ricerche che l’Archivio Valentina Berardinone sta portando avanti, e che ci daranno in futuro nuove occasioni di approfondire il lavoro dell’artista.

Valentina Berardinone, Silent invasion, a cura di Nicola Pellegrini e Bianca Trevisan
Fondazione Galleria Milano, fino al 31 gennaio

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