Valentino Parlato comunista e giornalista
Sarebbe ipocrita e facile esaltare il valore professionale di Valentino Parlato in quanto giornalista e trascurare ciò che significava per lui essere comunista. Valentino possedeva un’ironia malinconica accompagnata da una buona dose di atteggiamento scettico come solo i siciliani riescono ad avere. Lo so, era cresciuto in Libia e poi espulso negli anni ’50 perché comunista, ma la sua famiglia era di Favara, paese con una sua forte identità, vicino ad Agrigento, la città dove sono nato. Quando andai a lavorare al Manifesto, mi trattava da siciliano a siciliano, con quella sorta di complicità non detta che si instaura tra conterranei. Allora mi chiedevo come si faceva a essere comunisti e, nello stesso tempo, ironici, malinconici e soprattutto scettici, scettici alla siciliana, quel tipo di scetticismo che fece dire a Leonardo Sciascia che i siciliani non credono alle idee. Invece Valentino ci credeva, ma nello stesso tempo, portava con sé le delusioni e i dubbi storici e politici sul comunismo senza per questo cedere al rifiuto delle idee. Anzi, aveva il pregio di rispettare le idee degli altri e, in particolare quelle di avversari da cui riteneva che bisognasse apprendere. Essere comunista nonostante. Ironia, malinconia, scetticismo facevano, in Valentino, da contraltare a quel tipo di sicurezza ideologica che si trasforma in sicumera e in certezza assoluta. In fondo, indirettamente e inconsciamente, apparteneva al richiamo che fece Foucault a quelle che egli chiamava “pratiche di libertà” che si contrapponevano ai movimenti di liberazione che, andati al potere, hanno usato la parola “liberazione” per opprimere. È quello che accade oggi con il nome “democrazia”. Valentino aveva condiviso, con grande realismo, il sogno del Manifesto, quello cioè di conciliare e intrecciare democrazia e comunismo, partecipazione diretta e eguaglianza, autonomia individuale e libertà istituzionale. L’ironia, la malinconia, lo scetticismo di Valentino era tutto questo, perché essere comunisti significava e significa saper guardare con altri occhi, con occhi critici, anche ciò in cui si crede.
Tutto questo nel libro Non solo la domenica. Interviste, commenti, reportage. 1973-2011 (a cura di Gabriele Polo, Quodlibet, Macerata 2026, pp. 288), forse non si vede, ma c’è. Lo si trova nelle interviste e nei reportage. Nella Prefazione Pierluigi Ciocca scrive: “Oltre alla qualità di giornalista… il tratto politico che colpiva in Valentino come in Alfredo Reichlin [sono i due amici comunisti di Ciocca, economista di scuola keynesiana, uomo della Banca d’Italia] era appunto il loro sentirsi impegnati a raccordare l’istanza radicale, utopica, dell’idea comunista con il porsi da riformisti di fronte agli squilibri dell’economia, delle ingiustizie distributive, alle sofferenze della parte debole della società italiana” (p. 11). L’ironia, la malinconia, lo scetticismo di questo “comunista amendoliano”, come si autodefiniva (ce lo ricorda Gabriele Polo, curatore del volume) facevano da contraltare appunto al pericolo dell’irrigidirsi di un’utopia che si è mostrata storicamente o troppo vicina o troppo lontana.
In questo volume emerge la grande qualità di giornalista. Lo si vede da come di rapporta agli intervistati, con grande rispetto, ma anche in chiave interlocutoria, come in un dialogo fra persone che esprimono punti di vista diversi. Valentino non si finge mai neutrale e, nello stesso tempo, non è mai aggressivo. Inoltre, appare sempre documentato. Un giorno, con la sua solita ironia, dopo avermi regalato un’edizione dei Frammenti di Empedocle, nostro illustre e mitico filosofo conterraneo, mi disse: “vedi, la caratteristica e il privilegio di un giornalista è quella di potere e dovere scrivere senza leggere!”. Lui invece leggeva e aveva chiara la distinzione, che oggi si affievolisce sempre di più, tra giornalismo e ricerca. Il suo grande punto di riferimento era Federico Caffè, l’economista misteriosamente scomparso nel 1987. Il titolo stesso del libro riprende una battuta di Valentino su un articolo del 1997, all’epoca del governo Prodi: “In un suo memorabile articolo, La solitudine del riformista, pubblicato sul ‘manifesto’ del 29 gennaio 1982, Caffè rivendicava la possibilità di preferire ‘il poco al tutto’, ‘il gradualismo delle trasformazioni a una sempre rinviata trasformazione radicale del sistema’. Oggi che la trasformazione radicale del sistema sembra rinviata agli anni a venire o a chi sa quando, la lezione di Caffè dovrebbe essere più attuale, più possibile. È singolare, quasi suicida, che la riforma del welfare che oggi si proclama da un governo di centro-sinistra possa apparire come una controriforma o un omaggio agli ‘interessi costituiti’. Cerchiamo di ricordarci di Caffè non solo la domenica e nelle commemorazioni ufficiali” (p. 88).

Qui come in molte interviste e riflessioni si coglie la percezione di quello che stava succedendo e che ci troviamo oggi davanti agli occhi. Nel complesso e, nello stesso tempo, affrettato passaggio dal PCI al PDS e dal PDS al PD (scrive Valentino: chiamarsi ‘Partito democratico’ è “un puro non senso: ci può essere oggi in Italia un partito che non si dichiari democratico?” (p. 142)) si è assistito all’accettazione supina dell’aziendalismo, del neoliberismo, della separazione tra diritti civili e diritti sociali, all’esaltazione della democrazia statunitense dimenticando ciò che si è sempre ad essa accompagnato e cioè l’aggressione militare, l’uso della forza e della violenza in nome dell’umanità e della stessa democrazia, ci si è dimenticati che le grandi conquiste degli anni ’70, oggi ricordati solo come anni del terrorismo, si resero possibili anche per l’intreccio, nelle lotte, tra diritti civili e diritti sociali, si è arrivati alla sconfitta entro un mondo che non ha futuro e non vuole averlo se non in termini di guerra. Nel 1990 Valentino scriveva a proposito del PCI: “…il problema che si pone al congresso di Bologna e caratterizzerà i tempi successivi non può ridursi a una operazione di liquidazione. Dieci milioni di persone, che da tanti anni votano per un partito, per mille diversi e anche contraddittori motivi, ma tutti riconducibili a una cultura di liberazione dell’uomo, non sono roba che possa andare tranquilla al macero. Sono un problema, e anche una speranza. La questione ineludibile è quella di un ‘rinnovamento vero’, come sostiene un terzo dell’attuale partito” (p. 122). Ma così non è stato. Il PCI è stato liquidato e con esso ogni prospettiva di futuro che non fosse dentro un capitalismo, questo sì immaginato utopisticamente, buono e democratico.
Nel libro vi sono interviste a economisti, a giuristi, a storici come Furet (che aveva dichiarato la fine dell’idea di comunismo), a scrittori come Antonio Tabucchi e Manuel Scorza, ma anche due reportage, uno della Libia, l’altro dell’Afghanistan. L’interpretazione politica si intreccia con la realtà sociale e culturale dei due paesi. Valentino cerca di andare oltre il suo punto di vista cercando di cogliere il punto di vista dell’altro, fosse questo un uomo oppure un popolo. Mi sembra una lezione di giornalismo che si contrappone crudamente al nostro presente dove prevale la semplificazione e la riduzione ideologica (ironia della fine delle ideologie!) al paradigma dell’amico-nemico.
Ma torniamo all’idea di comunismo. Il manifesto si fregia ancora della dicitura “quotidiano comunista”. Era l’idea che accompagnò Valentino Parlato, Lucio Magri, Rossana Rossanda, Luigi Pintor. È l’idea che accompagna ancora la meravigliosa, instancabile, combattiva Luciana Castellina. Rispondendo, nel 2011, a un giovane diciottenne, Pier Paolo Errera, il quale si chiedeva se il comunismo fosse ormai un’illusione inutile, Valentino osserva che “certamente il comunismo è stato per grandi masse un’enorme speranza e anche una profonda delusione” (p. 142). Ma, guardando all’oggi (siamo nel 2011), Valentino si chiede se nel mondo ci sono oggi quei tre grandi obiettivi che la Rivoluzione francese portava con sé nel 1789 e cioè eguaglianza, libertà, fraternità. Oggi, continua Valentino, in un mondo globalizzato, dove il battito d’ali di una farfalla a New York può far crollare la muraglia cinese, siamo nella più grande crisi capitalistica della storia. Molto più grave che nel 1929, come molti grandi economisti affermano. Come si può tentare di uscire da questa crisi? La mia risposta – forse testarda – è con il comunismo e non più in un solo paese: siamo in un mondo globalizzato come non mai. Caro Pier Paolo, impegniamoci a essere comunisti” (p. 142). Voglia di stare dalla parte del torto, perché il giusto non è mai così giusto da non avere bisogno di chi sta dalla parte del torto.