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Occhio Rotondo 73. Disturbante
Le fotografie di Bruce Gilden sono disturbanti, non c’è alcun dubbio. Possiedono, come questo ritratto di donna, qualcosa di molesto, fastidioso e imbarazzante. Perché mai fotografare in questo modo i volti delle persone, e poi perché proprio queste persone? Chi ha visitato la bella mostra di Gilden, A Closer Look, alla lettera: “uno sguardo più approfondito” o ravvicinato, a Brescia al Museo di Santa Giulia, tra marzo e agosto di quest’anno (curata da Denis Curti, con catalogo Skira), si sarà certamente posto questa domanda. Se si conosce la carriera di questo fotografo americano ottantenne, puro autodidatta visivo e per un certo periodo membro della Magnum, si capisce che non poteva che essere così, dal momento che il suo motto preferito, ribadito nell’intervista con Denis Curti in catalogo, è la celebre frase di Robert Capa: “Se le tue fotografie non sono buone, vuol dire che non sei abbastanza vicino”. Capa, grandissimo fotoreporter, prima ancora che fotografo-fotografo, intendeva: vicino a quello che accade. Il suo cogliere l’attimo decisivo consisteva nell’essere nel centro della mischia o almeno così vicino a questa da poter scattare la foto giusta, come spesso gli è capitato. Gilden invece l’ha preso alla lettera: vicino per lui vuol dire: vicino alle persone. Per uno street photographer come lui significa buttarsi in mezzo alla folla che transita sui marciapiedi delle città americane, starle addosso, colpirla con il suo flash quando serve e portarsi via una foto molto ravvicinata.
Così sono le immagini fin dal 1969, ancora in bianco e nero, che appartengono alla sua prima produzione – se è vero che s’era comprato la macchina fotografica giusto l’anno prima. Sono istantanee di gruppi sulla spiaggia, carnai di corpi, ritratti di persone in primissimo piano, esagerando la presenza dei corpi come si vede in un’immagine: un busto di donna con la pancia ben rilevata e i due seni che indica qualcosa, e dietro di lei un uomo di spalle in costume e altri suoi compagni: qui nessun primo piano di una faccia, ma il primo piano della carne. Certo, a Bruce interessano i tipi strani. E se è vero che suo padre era stato un gangster, si capisce subito quali tipi umani. E anche quando è passato al colore, non si è risparmiato nell’individuarli, i suoi protagonisti, in mezzo alla folla di New York e altrove. Spesso li ha trasformati lui stesso in personaggi, drammatici e disturbati, travagliati e borderline, tanto che non si capisce se lo siano davvero, oppure se sia l’occhio di Bruce a renderli tali. C’è sempre il potere dello sguardo in agguato dentro l’ottica dell’obiettivo, un occhio altamente soggettivo, che trasforma in soggettivo ciò che inquadra, come nel caso di Gilden. Amber, trovata per strada a Las Vegas nel 2014, o forse una sua vecchia conoscenza, ha qualcosa di disfunzionale.
Lo sguardo fisso, la capigliatura di boccoli biondi, la bocca su cui ha appena passato il rossetto e poi quelle rughe appena sopra il mento. Una faccia indimenticabile, che giustamente il fotografo, o il curatore, hanno posizionato sulla copertina del catalogo. È brutta? Non è questo il punto, perché l’aspetto disturbante che possiede riguarda qualcosa di inquieto che Bruce ha colto nel suo viso. Forse a dare questa sensazione sono anche i suoi occhi azzurro-verdi, il colore della pelle chiara, i capelli tinti, che contrastano con il rosso del vestito e l’azzurro della giacca di jeans. Tutto questo rende spettrale quel volto. Nella serie finale delle immagini contenute nel catalogo, Gilden ha fotografato in modo ravvicinato il viso di uomini e donne, quasi tutti con occhi dai colori chiari, sull’azzurro, e quasi tutti con delle epidermidi segnate dal tempo o da malattie, incidenti, o eczemi. Visi che paiono truci o remoti, anche se le donne e gli uomini probabilmente non lo sono. Sono tutte maschere. Ecco cosa cerca il fotografo americano: mascheramenti. Alcuni critici, e lo stesso Curti nell’intervista, avvicinano Gilden a Martin Parr. Un suo caro amico. Entrambi hanno fotografato un’umanità kitsch, in particolare Parr, ma il risultato delle loro immagini è molto diverso. Martin Parr aveva uno sguardo sociale, quasi sociologico, anche se intriso d’artisticità: ritraeva una società inglese da cui lui proveniva e che conosceva bene. Nelle sue foto non c’è nulla di moralistico. Li ha visti come effettivamente erano. Gilden no. Lui li vede come dotati di qualcosa di imprevisto, qualcosa che appartiene loro, e al fotografo stesso. Sono persone singole, e tutte con qualcosa di comune, qualcosa che ci scompiglia, qualcosa di scomodo. È quell’incomodo che piace tanto a Bruce Gilden, tanto che più di una volta vien fatto di pensare: ma sono autoritratti? “Nessuno visto da vicino è normale”, recita una frase attribuita comunemente a Franco Basaglia. Il fotografo americano ci mostra che è proprio così. Che a disturbarlo nel corso della sua vita sia stata la “normalità”? Se è vero, forse si spiega la sua volontà e capacità di avvicinarsi così tanto agli altri, fino a che nessuno dentro l’obiettivo normale lo è davvero.
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In copertina Bruce Gilden, Amber, Las Vegas, Nevada, USA, 2014 © Bruce Gilden/Magnum Photos.