Abbozzo di una società sanatoriale

Fra i vari materiali che popolano il bell’Album di Roland Barthes pubblicato in questi giorni in traduzione italiana (Album. Inediti, lettere e altri scritti), uno dei più interessanti è sicuramente questo “Abbozzo di una società sanatoriale”. Datato 25 giugno 1947, si tratta di un testo rimasto inedito sino al 2002, quando è riapparso in occasione di “R/B”, la celebre mostra al Centre Pompidou dedicata al grande semiologo francese. Barthes, malato di pesantissima tisi, aveva trascorso in sanatorio un lungo lasso di tempo, grosso modo dal ’40 al ’45, giusto gli anni della seconda guerra mondiale. Di quel periodo sappiamo poco: “vita improduttiva”, viene tacciata tale esperienza nel Barthes di Roland Barthes, e le due grosse biografie di Calvet (1990) e Samoyault (2015) non hanno più di tanto colmato la lacuna. Il testo qui pubblicato, a sua volta, elude la questione personale e biografica. O quanto meno tiene sullo sfondo l’Erlebins individuale per svolgere un discorso ad altro livello e d’altra natura.

 

Riconosciamo in queste righe il Barthes migliore: la sua Montagna incantata ha un tono più mitologico che romanzesco, è una critica sociale più che una narrazione d’affetti incrociati. 

Da una parte, non sarà difficile ritrovare in questo testo una serie di argomenti e di questioni che torneranno nelle opere barthesiane più note: ecco il tema flaubertiano dell’autenticità ottenuta col massimo degli artifici (Grado zero della scrittura), quello brechtiano della naturalizzazione dell’eccezionalità (Scritti sul teatro), per non parlare delle mitologie della salute/salvezza e dell’infanzia che torna sotto mentite spoglie (Miti d’oggi), delle sottili articolazioni dei luoghi claustrofobici (Sade Fourier Loyola) o dei ritmi perennemente negoziati in ogni comunità più o meno esoterica (Come vivere insieme). D’altra parte, qui Barthes sorprendentemente anticipa tutta la riflessione sulle istituzioni totali, mediche e psichiatriche, che ritroveremo in Foucault, Goffman o Basaglia. Il sanatorio è un’evidente eterotopia, un Panopticon senza saperlo.

Resta comunque vivo il problema di fondo, da cogliere fra le righe. Siamo certi che le patenti rigidità di una società esageratamente chiusa, nonché le ‘cricche’ che tristemente provano a starci dentro, riescano a cancellare il desiderio diffuso? Il desiderio, per Barthes, è retorico ed erotico insieme. Difficile, e inutile, resistervi. Soprattutto se include, capiamo adesso, l’amicizia corrucciata delle convivenze difficili.

 

Gianfranco Marrone

 

In una società sanatoriale tutto contribuisce a riportare l’uomo a una situazione definita che si fregia degli attributi di una società autentica; poco importa che il prezzo da pagare sia un’accumulazione di artifici, primo fra tutti il considerare sufficiente una società che purtroppo si limita a essere parassitaria. Per prima cosa bisogna dissociare la coscienza di essere malati dal ricordo di non esserlo stati; l’unione di queste due condizioni darebbe vita a uno strabismo intollerabile. Ecco allora l’allegra naturalizzazione della condizione di malattia e il confezionamento di una società sanatoriale trionfante dove non c’è più spazio per la coscienza di un esilio. Il malessere per l’assenza di socialità è attenuato da alcuni esercizi sociali ricreati a immagine di quelli da cui si è appena stati esclusi; si ripristina lo scenario della libertà interiore nel quadro di un nuovo conformismo sociale che imita quello precedente; si postula un civismo sanatoriale. Questa libertà solo verbale, questo dovere del tutto gratuito sottoposto a vincoli molto concreti è la strada per l’evasione. Si sa che l’irresponsabilità non si raggiunge mai se non nell’innocente processo di una sovrasocializzazione.

 

Il sanatorio borghese sviluppa una società puerile. In primo luogo, l’autorità medica vi installa le regole del paternalismo. Sappiamo qual è l’ambigua situazione della medicina nella coscienza sociale: derisa, contestata ma pur sempre seguita; questa contraddizione, altrove più diluita, è gravata qui dalla pesantezza di ogni istante. Taumaturghi e albergatori a un tempo, i medici del sanatorio, a dispetto di se stessi e dei loro malati, sono l’autorità ultima, estranea alla pietà e indipendente dalla stima o dal disprezzo per chi la detiene. La gerarchia di una società sanatoriale è fissa, di una fissità che sembra davvero assoluta ed eterna, perché il termine superiore è inamovibile. Nessun gioco di potere, qui, nessun passaggio di responsabilità, nessuna possibile trasformazione di valori. Sarebbe troppo poco dire che l’uomo sbatte ovunque contro la sua malattia, cioè, tutto sommato, contro una certa condizione umana generale e naturale. È il medico che lo fa apparire malato, ma al tempo stesso l’unico potere che ha è quello di salvarlo dalla sua malattia, come nelle società religiose in cui la divinità decreta il peccatore e insieme lo assolve. L’importante, dunque, è che tra la natura e l’uomo ci sia un elemento vivo, cosciente, onnisciente, che bisogna assumere come onnipotente, malgrado qualche riluttanza; è riconoscibile qui una condizione provvidenzialista della società. Si può dire che la società sanatoriale ha una struttura teocratica, che palesemente non ha alcun rapporto con la persona del medico e l’uso più o meno liberale che egli fa della propria autorità. È sufficiente che l’irresponsabilità del malato sia giustificata dall’esistenza fatale di un essere che sa e non soffre, mentre il malato soffre e non sa.

 

 

In secondo luogo, c’è quella che possiamo chiamare la cricca, la banda, la squadra. È facile immaginare quanto sia frequente, in un sanatorio, questa condizione quasi feudale della società. Il gruppo omogeneo, gerarchizzato, esclusivo, che si forma all’interno di un ambiente già chiuso, costituisce una chiusura ben più compatta. Qui i più deboli affidano ai più forti il compito di difenderli dalla propria libertà, e tutti insieme si coprono e si giustificano a vicenda contro l’esterno che li definisce. La distrazione, oggetto esplicito delle cricche dello scherzo, è qui il pretesto di un calore supplementare e di una sovrasocializzazione dei rapporti umani. Ogni membro di un’associazione accumula le giustificazioni sociali, che sono – come si sa – le più vincenti, le più appaganti. Inserendo in ogni momento i suoi gesti, le sue iniziative, le sue reazioni e i suoi giudizi nelle tracce attraversate dalle parole d’ordine del gruppo (parole d’ordine spesso diffuse, appena verbalizzate, ridotte a un certo spirito esoterico), l’uomo si libera dal peso di doversi adattare da solo. Altri creano per lui, in relazione a un «pubblico» che rappresenta l’alterità necessaria, i salutari automatismi. Anche in questo caso l’espediente comune è un rituale. Conosciamo la funzione liturgica che ha il riso tra i gruppi dediti alla distrazione. Per niente al mondo evitiamo queste aggregazioni: avere la fortuna di esservi ammessi significa conquistare l’illusione di una supersocievolezza.

 

«Quanto più possibile sempre insieme», questo motto occulto di ogni società sanatoriale indica chiaramente che in sanatorio esiste un’immagine normativa dell’uomo autocurantesi, un’essenza sanatoriale al di fuori della quale è meglio non spingersi. In generale, l’intera società sanatoriale inorridisce davanti a tutto ciò che sembra contestare la serietà o l’utilità della sua struttura sociale. Ogni società chiusa su se stessa è ostile all’amicizia. Con un movimento tipico di quelli che si sentono forti quando sono in tanti, essa condanna nella coppia l’intollerabile negazione della sua inutilità, e si scandalizza di come sia possibile essere felici al suo esterno. Attesta il disprezzo provato da ogni moralità che si crede fondata sul senso comune, di fronte all’unico e all’intero, senza chiedersi se non sia il carattere asociale della società sanatoriale a giustificare il fatto che lì dentro ci si comporta liberamente e che si riserva il pieno esercizio della socievolezza al momento in cui si sarà in una società autentica. Quanto al malato solitario, è una sorta di libertino che nega le leggi della natura‑umana‑in‑sanatorio; allora lo si condanna e, senza esitare davanti alla contraddizione, lo si esclude dalla società sanatoriale organizzata perché ha voluto allontanarsene di sua iniziativa.

 

La forma più liberale della cricca sanatoriale è l’associazione culturale, il cui principio è di raggruppare un certo numero di nobili gusti comuni. Qui l’illusione del gioco sociale si fregia di impulsi disinteressati con i quali si giustifica ogni ideologia umanista. La società sanatoriale mira quindi a una struttura filosofica, platonica; si creano di continuo (perché si sciolgono di continuo) circoli, gruppi artistici o di discussione, club, cosiddetti gruppi di lavoro. L’illusione sociale raggiunge il culmine; la cricca dello scherzo rivela una certa struttura egoista rispetto al suo oggetto dichiarato, che sarebbe la distrazione. L’associazione culturale ambisce all’esercizio di una verità eterna, vale a dire la superiorità naturale della cultura, nozione molto spesso qui soltanto verbale. Queste associazioni compensano l’instabilità del loro oggetto e l’insufficienza dei loro mezzi con un ricorso alla mistica cooperativa; ma qui l’etica sentimentale dell’umano si esercita a vuoto. Si aspettano soccorsi e benefici più per il metodo che per l’oggetto, visto che l’idealismo può a sua volta confondere il fine e i mezzi (l’arte per l’arte, l’azione per l’azione, la scelta per la scelta ecc.). Il fatto è che la società sanatoriale si sviluppa in un senso comunitario più che davvero sociale; i suoi membri trovano un aiuto prezioso inserendo il loro soggiorno in un ordine teleologico e non soltanto casuale. Si passa di continuo dal contingente al trascendente, e gli interessati dissimulano in continuazione quel che è molto duro – perché molto inutile – dietro un aspetto provvidenziale e in fondo benefico. Così la meditazione, che a volte può derivare dall’inattività, di solito è presentata come l’incontro mistico tra la sofferenza e la verità e non come l’eventuale prodotto della malattia, come una rivelazione e non come un’operazione contingente; o al contrario (ma a ben vedere è la stessa cosa) si inviterà il malato ad approfittare di questa interruzione per fare una salutare cura di frivolezza.

 

Ci si affretta a dare un senso al male da entrambi i lati, physis e antiphysis; attraverso un meccanismo ben noto, si sostituisce una causalità con una finalità, perché l’idea di una catastrofe senza senso risulta intollerabile per la mente. La malattia deve contribuire a ogni costo alla nozione di destino, e va confessato che è un contributo molto ricco, capace di ornare il destino con un’infinità di «famiglie spirituali».

 

Paternalista, feudale o liberale, la società sanatoriale borghese, attraverso diverse finzioni, tende sempre a ritornare all’irresponsabilità dell’infanzia. È una società essenzialmente puerile, conforme nei suoi vari sviluppi all’immagine che la borghesia si fa dell’infanzia. Come è noto, la maggior parte degli scrittori francesi, da un secolo a questa parte, ritiene che non ci sia niente di più perfetto e di più felice dell’infanzia, e che ritrovarla, in quanto adulti, è la missione più necessaria. Non è questo il luogo adatto per ripercorrere la storia di questo mito, da quando Cartesio e Pascal dichiararono l’infanzia un tempo perduto per la ragione, fino alla sua espressione più barocca (I ragazzi terribili di Cocteau), e forse anche oltre. Sarà sufficiente dire che la borghesia usa istintivamente il sanatorio come un sostituto dell’infanzia ritrovata. Ecco un altro luogo del tutto separato dal mondo delle persone serie; è un luogo che vive su se stesso, riservato a coloro che lo abitano, pur senza smettere di appartenere a una presenza esteriore che lo giustifica (il Medico). Giocare alla soffitta, giocare alla guerra, giocare all’alta società: se li trasponiamo, tutti gli elementi dell’infanzia rivissuta (mito specificamente borghese) sono gli stessi della società sanatoriale. Si può obiettare che l’aggregazione e l’associazione sono in fondo accidenti che caratterizzano tutti i consorzi umani, ma è importante osservare che da nessun’altra parte, tranne che nell’infanzia e nel sanatorio borghese, essi hanno la pretesa di costituire i princìpi di un’intera società, all’interno della quale il sociale avrebbe lo stesso valore vincolante che nella società vera. 

Che i sanatori siano delle grandi famiglie è fuor di dubbio. Ma, se siamo obbligati a frequentarli, dobbiamo farci complici di una familiarizzazione tanto allegra della malattia?

 

25 giugno 1947

 

Una riproduzione del testo di Barthes è stata pubblicata nel catalogo della mostra «Roland Barthes» ospitata presso il Centre Georges Pompidou nel 2002 (Seuil‑Centre Georges Pompidou‑imec, Paris 2002). L’originale appartiene al fondo Barthes della bnf.

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