Alessandro Leogrande: dalle macerie

Chiuse le pagine del libro, Dalle macerie. Cronache sul fronte meridionale, la scomparsa del suo autore Alessandro Leogrande, morto a soli 40 anni, ci appare ancora più dolorosa e il vuoto intellettuale che ha lasciato ancora più incolmabile. Si tratta di un’opera postuma, con la prefazione di Goffredo Fofi e la cura di Salvatore Romeo, che ha raccolto parti di un libro di qualche anno fa, articoli scritti per vari quotidiani, principalmente il “Corriere del Mezzogiorno”, e per vari periodici, saggi usciti sulla rivista “Lo straniero” di cui Leogrande è stato vicedirettore, interventi a convegni e altri pezzi sparsi. Tutti sono unificati dall’oggetto, Taranto, nei suoi molti aspetti e contraddizioni, caso nazionale, metafora di uno sviluppo malato del Paese, di vari fallimenti della questione meridionale e della politica in generale.

Leogrande amava la sua città tanto da scrutarla con gli strumenti dell’inchiesta e della riflessione sociale e politica in ogni suo aspetto, appariscente e nascosto.

 

Lo snodo della sua indagine sono gli anni novanta, che decretano il fallimento dell’industria di stato e la privatizzazione dell’Ilva, rivelano una grave crisi occupazionale, portano a maturazione una deriva urbanistica e processi di impoverimento e disgregazione generali. Sono gli stessi tempi che vedono salire al potere cittadino, parallelamente all’ascesa di Bossi e Berlusconi in Italia, il populista ex picchiatore neofascista Giancarlo Cito. Sono gli anni dell’esplosione definitiva di un agglomerato urbano sempre costretto tra confini angusti: fino a dopo l’Unità d’Italia in quelli dell’isola, la parte più antica; nel novecento nel Borgo, disteso tra l’Arsenale che toglie a Taranto la vista del Mar Piccolo, serrato dietro un lungo muraglione che protegge un’ampia zona della Marina Militare, e le ciminiere dell’Italsider, poi Ilva, a nord. Nel 1975, in coincidenza con i progetti di raddoppio del Centro Siderurgico, erano iniziati i crolli di palazzi malsani della città vecchia, con il conseguente abbandono di gran parte dei suoi tradizionali abitanti, deportati nelle nuove periferie, Paolo VI e Salinella, zone di costruzioni prive di servizi, di punti di socialità, di speranze. Una “città groviera”, come la definisce il nostro osservatore, con lunghe file di cartelli di “vendesi” o “affittasi” nello stesso Borgo umbertino, con la città vecchia ridotta a un fantasma che ogni tanto qualcuno sogna di rivitalizzare.

 

 

Il libro è diviso in quattro parti. Anche se la struttura non è di Leogrande ma è dovuta al curatore, vi si riconosce l’approccio del ricercatore attivista scomparso, la stessa varietà di prospettive con cui guarda la deriva della sua città in Fumo sulla città del 2013 (Fandango) e nel giovanile Un mare nascosto del 2000 (L’àncora del Mediterraneo). Le quattro sezioni sono dedicate rispettivamente a Cito, alla “città-groviera”, all’Ilva e ai suoi miasmi, alla “tarantinità”.

Si incomincia con scritti sul fenomeno Cito, dal significativo titolo di Citismo, autobiografia di una città. Come il fascismo, come il berlusconismo, Cito non è un incidente: il telepredicatore – proprietario di una tv privata che usa come tribuna e come clava per sbraitare contro comunisti, neri, zingari, gay – è sindaco dal 1993 al 1996, ma rimane molto più a lungo sulla scena politica: riempie buche nel manto stradale, riattiva fontane storiche in stato d’abbandono, emana qualche provvedimento, ma è solo belletto su un territorio urbano che affonda in problemi gravi. Distribuisce favori a differenti strati sociali per creare consenso e clientele. È colluso con la vecchia politica e con la malavita (Cito fu indagato e condannato per associazione esterna di stampo mafioso).

 

Per analizzare il fenomeno, Leogrande torna anche alle considerazioni meridionaliste di Tommaso Fiore, che ai tempi del fascismo rivendicava la necessità di puntare sul decentramento e sull’autonomia locale, “come limite all’azione di uno Stato centralizzato”. Leogrande nell’articolo La Taranto di Cito così uguale a quella di Tommaso Fiore, nel senso di un luogo pieno di povertà e di distante disincanto dalla cosa pubblica, rivela alcune fonti d’ispirazione del proprio lavoro di ricerca e analisi nelle opere di Fiore, Dorso, Salvemini. D’altra parte, avanza la questione che intesserà tutta la riflessione del libro: per affrontare il problema del Sud e colmarne i ritardi l’intervento statale non è eliminabile, ma “non può non valorizzare il momento locale, altrimenti a essere favoriti saranno sempre i rappresentanti locali del potere centrale di turno, in un processo che impone verticalmente ciò che si dovrebbe produrre orizzontalmente (da qui il fallimento della Cassa del Mezzogiorno)”.

Leogrande affina il confronto col pensiero meridionalistico classico con altri strumenti: il gusto per la verifica sul campo, per strada, nei luoghi, sentendo il polso palpitante della città; la convinzione che la politica, la buona politica, può costituire ancora un mezzo di dialettica e di affrancamento se guidata da impegno, etica, desiderio del bene comune; la capacità di smontare la complessità con acribia critica e chiarezza giornalistica, per farla cogliere in tutte le sue connessioni. Il tutto con uno stile appassionato, da grande scrittore, capace di destreggiare dati e di illuminarli con il proprio coinvolgimento e con uno sguardo diretto alle persone e alle loro sofferenze. 

 

La città vecchia.


 La seconda sezione del libro è dedicata alle trasformazioni urbanistiche e umane di una steel town in cui l’industria siderurgica è stata salutata agli inizi degli anni sessanta come il rimedio unico alla disoccupazione, fino a un raddoppiamento dello stabilimento che è arrivato a impiegare 21.000 operai. Dopo c’è stata la crisi, e nel 1995, in pieno citismo, la privatizzazione con la vendita ai Riva (e la riduzione dei dipendenti a 10.000). Lo sviluppo urbanistico, abnorme, sregolato di Taranto ha seguito queste fasi, senza ascoltare gli appelli di intellettuali come Bassani o Argan che chiedevano di far rivivere la città vecchia. La risposta è stata l’abbandono dell’isola ai crolli e allo spopolamento, mentre ogni tanto qualcuno inventava improbabili progetti di trasformarla in una specie di Disneyland della Magna Grecia. Si sono moltiplicati i quartieri dormitorio, luoghi di disoccupazione, sradicamento, delinquenza; con migliaia di cittadini costretti a vivere sotto le emissioni delle ciminiere. Dopo Cito il saccheggio è continuato con un governo di centrodestra che ha lasciato un buco di svariate centinaia di milioni di euro.

 

Ilva.


La terza parte del volume, finalmente, affronta il mostro più volte evocato sullo sfondo: il centro siderurgico, dagli inizi sotto l’ombrello dell’intervento statale fino alla privatizzazione di Riva, che trasforma la fabbrica in caserma, in luogo di obbedienza per la produttività (memorabili sono alcune interviste sulla situazione a reticenti operai timorosi di ritorsioni e la descrizione della Palazzina Laf, luogo di punizione di reprobi, rompiscatole e sindacalisti combattivi, lasciati per otto ore a non fare niente in locali simili a un confino). Arrivano gli studi sull’inquinamento e sui suoi danni alla salute e i decreti della magistratura del 2012 che scoperchiano connivenze e impongono misure che porteranno all’estromissione di Riva e al commissariamento. 

Leogrande non ha potuto vedere gli ultimi sviluppi della situazione. Si ferma alla gara cui concorrono i gruppi ArcelorMittal e Jindal, che si contendono la proprietà, con alcune interessanti notazioni sui rispettivi impegni a produrre, che comportano diversi gradi di inquinamento. Sul conflitto lavoro/salute, che appassiona una Taranto ferita profondamente dai tumori e da altre malattie da anni ormai, con prese di posizione estreme, Leogrande si è speso molto. In dissenso con l’ambientalismo fondamentalista, ha cercato una strada che potesse contemperare le esigenze, conscio che la chiusura della fabbrica non si sarebbe potuta sostituire con altre attività produttive, capaci di riassorbire quel nuovo gruppo sociale amplissimo che si era formato, definito da Walter Tobagi nel 1979 di “metalmezzadri”, contadini e paesani prestati alla produzione dell’acciaio. 

 

 

La quarta parte del volume si interroga su un tema molto di moda, l’identità. Analizza miti e fantasmi di una città che cerca di ricostruire, continuamente, da Cito in poi, un immaginario collettivo che la tuteli da una realtà sfrangiata, complessa, devastata. L’identità è il sogno degli alienati, che inventano la discendenza da antenati spartani, o venerano come santo o eroe il centravanti morto in un incidente che avrebbe potuto portare la squadra di calcio in serie A. E, mitizzandola, travisano la realtà: proprio come avviene per la Notte della Taranta, sballo felicità libertà basati su un rituale che “parlava” di miseria, malattia, soggezione. Alle spalle dei discorsi sulle identità aleggia una questione stringente: potranno il turismo, la consapevolezza e un nuovo uso delle ricchezze storiche sostituire la grande fabbrica? Problema dilagante, in un’Italia della crisi produttiva, pronta a stravolgersi e affollarsi in modo dissennato per il nuovo “oro”, il turismo, la (s)vendita del patrimonio, della memoria.

 

Quartiere Paolo VI.


Anche grazie a momenti di racconto rapinosi, Taranto nelle pagine di questo libro appare un cumulo di macerie molto simile all’Italia del fallimento del futuro e della politica tradizionale, l’Italia dell’antipolitica, della dismissione industriale, della fiducia sregolata in un terziario senza progetto, governata da ceti politici che tirano a campare per fare agire vecchi privilegi. L’Italia in cui l’intervento dello Stato, invece di servire a stimolare energie e a rendere autonome le realtà locali, diventa distribuzione di prebende, favori, clientela, collusione, arricchimento privatistico, disprezzo dei territori.

Taranto “sventrata, porosa, corrosa dai vuoti urbani”, Taranto schiacciata tra la Marina Militare e l’Ilva, nel dilemma tra fabbrica e salute, tra riforma della fabbrica e nuove fonti d’investimento, ha bisogno di uno scatto: “Oggi, credo, dobbiamo riappropriarci della categoria dell’utopia. Non è possibile raccontare il presente senza presagire un suo sovvertimento; non è possibile afferrare l’alienazione del lavoro senza poi andare a raccontare tutto ciò che – individualmente e collettivamente – preme per il suo ribaltamento”.

 

Questo, mi sembra, il pensiero guida di saggi e articoli. La situazione è complessa, ma forse qualcosa può mutare ritrovando i fili di un discorso collettivo, ridando spazio alla discussione, al confronto, all’organizzazione dal basso. Qualche nuova strada si potrebbe trovare con un intervento dello Stato che metta in moto energie locali, con un tipo di produzione che punti a diversificarsi per ridurre la dipendenza dall’acciaio e l’inquinamento. Sarebbe necessario inserire la fabbrica in un generale processo di ricerca di altre fonti di produzione, bonificare l’ambiente… 

Leogrande indica per via etica la necessità di un nuovo cittadino, che possa iniziare ad affrontare le questioni e provare a risolverle, trasformandosi, attraverso un impegno personale e collettivo, in fattore attivo di cambiamento. 

 

Quartiere Tamburi.


Su questo squarcio d’utopia, parola che nel nostro autore sta a significare un futuro da costruire con fatica e impegno, giorno per giorno, si distendono nel libro in certi momenti cieli plumbei.

“Approfittando dell’assenza del traffico, prendo la macchina e faccio un giro per le periferie, dai Tamburi fino a Paolo VI, l’estrema banlieue della città. Al volante, mi ricordo all’improvviso di quando una volta un vecchio politico cittadino mi spiazzò confidandomi che Taranto, in realtà, è solo un’enorme periferia anonima e sgraziata”. Si inoltra nel quartiere Paolo VI, dove il padre ha insegnato per trent’anni, “nella periferia della periferia, a due passi dalle ciminiere dell’Ilva”, in una scuola che ora non c’è più: “Non è rimasta una sola porta, un solo vetro alle finestre, una sola tazza del cesso, una sola sedia, una sola lavagna, un solo infisso. Perfino i mattoni e il ferro sono stati famelicamente strappati». E conclude, con un colpo al cuore del lettore: “A poche centinaia di metri da qui sorge l’Ospedale Nord, da cui si abbraccia in un unico sguardo tutta la città, i due mari, il porto, le ciminiere del siderurgico. A settembre vi ho accompagnato mio padre per il primo giorno di chemio”.

 

Leogrande, conscio dei problemi sanitari (tutto da leggere il suo dialogo con Mimmo Nume, presidente dell’Ordine dei medici), ha sempre creduto che della fabbrica non si potesse fare a meno. Magari contenendo l’uso degli altiforni a carbone e ricorrendo ad altiforni elettrici, per limitare l’inquinamento (era il piano del gruppo industriale sconfitto nella gara di vendita, Jindal). Investendo, coprendo le polveri (se ne parla dal 2012, senza avere tuttora fatto significativi passi in avanti). Rinnovando le relazioni industriali e l’organizzazione del lavoro, perché, oltre all’inquinamento, l’Ilva ha seminato la sua storia con qualche centinaio di morti sul lavoro. “Credo che ormai il luogo comune del ‘coniugare salute e lavoro’ si sia ampiamente dimostrato un approccio inefficace quanto dannoso” dice Mimmo Nume, e Leogrande riporta. Continua il medico: “In realtà, se ci pensi, si continuano a misurare due valori tra loro incompatibili con un unico metro, mentre invece ciascuno di essi esprime grandezze differenti”. E conclude così: “Le coniugazioni spettano ad altri, ammesso che siano capaci di declinarle. Noi medici possiamo auspicarle, certo, a patto però che non siano mai espresse in termini di ‘rischio accettabile’”.

Leogrande conclude che, qualsiasi sia il futuro, “Taranto deve comunque uscire dalla ‘monocultura siderurgica’”. Alla fine di questo articolo, Un’ostrica aperta sotto le ciminiere, sta il brano che ho citato prima, con il viaggio nella città fino all’Ospedale Nord, luogo di tante sofferenze.

 

Complessità. Sguardo retrospettivo alla storia. Inchiesta. Analisi. Dialettica politica. Organizzazione (dal basso). Scatto. Utopia. Questi sono i vocaboli sintesi che emergono da una lettura appassionante. Con momenti di lucido disincanto e pessimismo, come nell’articolo Malati a Taranto. Un caso di Stato del 2016, quando, commentando la decisione del presidente della Regione Puglia Emiliano di valutare se impugnare il decreto Ilva del governo Renzi, Leogrande, basandosi su un più che preoccupante studio del Centro salute e ambiente della Regione, scrive: “Se ‘quella’ produzione siderurgica non è trasformabile in modo tale che l’impatto sanitario venga sensibilmente ridotto (…), ogni percorso che tenga insieme diritto al lavoro e diritto alla salute apparirà sempre più irrealistico. (…) al di là del fatto che la fabbrica venga chiusa o trasformata, rimangono sul terreno questi dati sulle malattie che, tradotti in vita reale, segnano tanti drammi famigliari, tante silenziose lotte nelle corsie di ospedale o all’interno delle proprie case. E questa, comunque la si voglia interpretare, deve essere posta (o meglio, riproposta) con forza come una questione pubblica di interesse nazionale”. 

Come scriveva, un altro pensatore e uomo politico del novecento, ampiamente dimenticato? “Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà”: di una volontà dialettica, accogliente, indomita, come è stata quella testimoniata nella sua troppo breve vita da Alessandro Leogrande.

 

A Alessandro Leogrande “doppiozero” ha dedicato due ricordi, leggibili qui e qui. Negli ultimi mesi si è tornato a parlare, in varie occasioni, dei diversi aspetti della sua opera. A Tirana, per il suo impegno a documentare con un libro e con il testo di uno spettacolo di Koreja lo speronamento della nave Katër i Radës, carica di migranti, gli è stata dedicata una strada. Il sindaco di Taranto ha annunciato di volerlo fare anche nella sua città natale. Lector in fabula di Conversano, il Festival della letteratura mediterranea di Lucera, Materadio di Radio 3 hanno parlato di lui. Il festival dell’“Internazionale” a Ferrara, dal 5 al 7 ottobre, ogni giorno proietterà sue audiointerviste e, dopo un primo incontro avvenuto in settembre, è in preparazione un ciclo di conversazioni presso la libreria Laterza di Bari. E altro, ci auguriamo, sarà annunciato nei prossimi mesi. 

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