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Alla ricerca del confine orientale

Da vent'anni ormai si fa un gran parlare di Confine orientale. Quasi sempre con toni da tragedia. Di solito infatti l'immagine di quel territorio è accostata alla vicenda delle foibe e quindi evoca terrore, stragi, fughe. E tuttavia anche curiosità per un mondo spesso sconosciuto, percepito come esotico, anche quando si parla di una parte d'Italia, ad esempio Trieste. A questo tipo di curiosità rispondono tre libri usciti di recente: 

Senza salutare nessuno. Un ritorno in Istria, di Silvia Dai Pra' (Laterza); La frontiera spaesata. Un viaggio alle porte dei Balcani, di Giuseppe A. Samonà (Exorma); Trieste selvatica, di Luigi Nacci (Laterza).

Pur con stili, metodi e fini differenti, questi tre volumi sono in qualche modo complementari e finiscono per evidenziare in maniera simile alcuni aspetti di quel mondo e di quella storia. 

 

Silvia Dai Pra' si cimenta in un romanzo autobiografico che è però anche libro di storia e racconto memorialistico. Partendo dalla vicenda del bisnonno, infoibato nel 1943, l'autrice si interroga su se stessa, sulla sua identità sospesa, e al contempo sull'identità di quel mondo di confine, in questo caso l'Istria interna. Un'identità complessa (“io sono italiana”, dice una delle protagoniste, “e tua sorella?”, chiede Silvia: “Ah no, lei è croata”, risponde quella con sicurezza!); ma soprattutto cangiante: un territorio tradizionalmente multiculturale che ha visto passare i confini e le politiche, dove un vecchio può aver cambiato 6 entità statali senza mai lasciare il borgo natio. Provincia di un impero multinazionale, poi regione fascista e italianissima, in seguito jugoslava (in bilico tra foibe, esodo e fratellanza italo-slava), oggi solo più croata, l'Istria di Silvia Dai Pra' è dunque un luogo-simbolo, una regione che rappresenta lei stessa, dimentica del passato e costretta ogni volta a reinventarsi un'identità. Ogni volta soggetta alle pressioni delle politiche identitarie, ogni volta parzialmente impermeabile ad esse, l'Istria raccontata in questo libro è regione resiliente, più che resistente.   

 

 

Se il viaggio di Silvia è soprattutto in se stessa, nella storia della sua famiglia e del paese d'origine, i percorsi di Giuseppe Samonà e Luigi Nacci ci portano più lontano, e al tempo stesso più vicino. Più vicino nel tempo, perché qui la storia è soprattutto strumento di descrizione di luoghi impregnati inevitabilmente dei secoli trascorsi. Più lontano perché non si fermano all'Istria, ma esplorano altre località di quel confine, inteso giustamente non come una linea di demarcazione, ma come “uno spazio disteso, fluido, dai contorni sfumati, in cui coabitano e si mescolano genti di diversi paesi” (Samonà).

Luigi Nacci narra soprattutto la sua Trieste “selvatica”, una città magica, quasi incomprensibile senza una guida sicura, che sia in grado di accompagnare il visitatore nello spazio, ma anche nel tempo e nella letteratura.

 

Trieste appare, nella guida “romanzata” di Luigi Nacci, una sorta di simbolo glocal: chiusa e refrattaria agli estranei, città del “no se pol” (Nosepolis!), ma al tempo stesso crogiolo di lingue e culture, porto internazionale senza esserlo più. Anche in questo caso l'autore (come Silvia Dai Pra') denuncia un'identità zoppa: italiano “regnicolo”, come si sarebbe detto dopo l'annessione del 1918, non si sente mai del tutto triestino. O forse lo è ancora di più, perché riesce a guardare negli occhi l'identità zoppa della città stessa, vedova dello splendore d'un tempo, italiana senza esserlo davvero, città di mare, ma schiacciata dal peso delle montagne attorno. Mai del tutto a suo agio nei caffè di Piazza Unità o nei vicoli dietro Cavana, Luigi Nacci cerca rifugio tra boschi e montagne, si fa esploratore di un mondo altro, che altro non è se non il fuori della città, il ventre che l'ha partorita. Luigi Nacci ci porta allora lungo i sentieri del Carso sloveno, appena alla periferia della città, poi in Istria, cuore incastonato nel confine, nella sua amata Ciceria, fino al Monte Maggiore che sovrasta Fiume e dalla cui cima si spazia con lo sguardo dal golfo di Venezia a quello del Quarnaro, con la sua infinita serie di isole e storie. 

 

 

Anche Giuseppe Samonà parte da Trieste, e in qualche modo la città l'accompagna per tutto il cammino, ma si spinge oltre, addirittura oltre i confini (non quelli fra gli stati, ma quelli della percezione, dell'identità), arrivando a Pola, a Lubiana, a Zagabria. Il suo non è tanto un viaggio per boschi e sentieri: predilige le città, con le loro vestigia, le loro simbologie, le loro autorappresentazioni scolpite nella pietra. Non è nato a Trieste né in Istria, Giuseppe Samonà, non ci vive né ci ha mai vissuto, non ha legami famigliari; guarda a questo mondo con la passione della scoperta esotica, letteraria, quasi da Grand Tour, ma al tempo stesso riconoscendo e riconoscendosi in ogni pietra e in ogni strada. Guida poetica più che diario di viaggio, il racconto di Giuseppe Samonà affastella (talvolta disordinatamente) immagini e ricordi, dipingendo un mondo globale, dove la bora triestina si associa al vento ghiacciato del Canada e il mare di Pola richiama inevitabilmente quello della sua Palermo.

 

Tutti e tre i libri, ma in particolare gli ultimi due, sono anche viaggi letterari e fantastici, attraverso la guida dei grandi narratori che hanno raccontato quel mondo di confine: da Joyce a Svevo, da Saba a Slataper, includendo molti meno noti (ma incredibilmente acuti) autori locali minori. Attraverso i percorsi e le località attraversate, ma soprattutto attraverso gli occhi dei grandi del passato, prende forma quello straordinario mondo multiculturale e multinazionale che era questa ragione al tempo dell'Impero Austroungarico. Secoli di convivenza, di commistioni, d'intrecci, di affari e di amori sono irrimediabilmente scomparsi in quel quarantennio di fuoco che va dall'inizio della prima guerra mondiale alla sistemazione definitiva del confine nel 1954. Di quei decenni si parla, e molto, in tutti e tre i racconti. Racconti che non fanno sconti a nessuno: omaggiano le vittime, non perdonano i carnefici, ma soprattutto cercano di capire, ognuno con i suoi strumenti, tutti con molto studio, molte letture, molta umiltà. Perché c'è bisogno soprattutto di umiltà e pazienza, rigore e rispetto, per affrontare temi così delicati, sofferenze, perdite così grandi. E gli autori lo fanno così bene, e in maniera diversa ma similmente attenta, da risultare alla fine parte di un unico coro: un coro lamentoso, che deplora la violenza passata, ma sa anche guardare con speranza al futuro. 

 

In fondo questi racconti così diversi, ma tutti e tre sospesi tra storia, viaggio e letteratura, non sono altro che un invito al viaggio, nel senso più profondo del termine: non al turismo (“che snatura invece di preservare”, come scrive Giuseppe Samonà) o al giudizio frettoloso, ma al passo lento e attento, pronto a seguire ogni traccia, rispettoso di ogni identità. Il passo di chi sa che, in fondo in fondo, di identità ne abbiamo tutti una sola: quella umana. 

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