American Prison

Nel 2014 Shane Bauer si fa assumere come guardia nella prigione di Winn, in Louisiana. Passano quattro mesi prima che qualcuno si accorga che è un giornalista. Quando la copertura salta, pianta tutto e porta in salvo il suo prezioso bottino: video, foto e appunti che per la prima volta documentano in presa diretta la vita del carcere. Raccontata su “Mother Jones” nel reportage più letto nella storia del magazine, quell'esperienza è diventata un libro duro e appassionante, American Prison - A Reporter’s Undercover Journey Into the Business of Punishment (Penguin Press, 351 pp.).

Segnalato dal “New York Times” e da Obama fra i libri migliori dello scorso anno, American Prison è un viaggio difficile da dimenticare nel lato oscuro del sistema penitenziario statunitense. Shane Bauer ha dalla sua la pratica giornalistica (è stato corrispondente dal Medio Oriente e dall'Africa), l'occhio allenato ai dettagli, la capacità di andare oltre le prime impressioni. E, soprattutto, ha vissuto sulla sua pelle ciò che racconta.

 

Il suo nome aveva fatto il giro del mondo nel 2009 quando, per aver sconfinato durante un'escursione, si era fatto due anni di carcere in Iran con l'accusa di spionaggio. Ricostruita in un memoir – A Sliver of Light, scritto con la futura moglie Sarah Shourd e Josh Fattal, suoi compagni di prigionia – quella dolorosa vicenda torna nel resoconto dalla prigione di Winn in un surreale rovesciamento di ruoli. 

Smessi i panni del detenuto per quelli del carceriere, Shane Bauer racconta le sue giornate annodando i fili della cronaca in una prospettiva storica che dalla schiavitù corre fino ai giorni nostri. Si schiude così uno scenario inquietante, dove il profitto è re e la prevaricazione può diventare abitudine anche per chi, come l'autore, è consapevole del pericolo.

Se non fosse per i numeri, l'argomento potrebbe restare confinato nel limbo degli specialisti o delle buone intenzioni. Le cifre però sono esplosive. Gli Stati Uniti sono il paese che ha il più alto tasso di carcerazione al mondo. Nel 2017 erano dietro le sbarre oltre due milioni di persone e il trend è in costante aumento come le recidive. “È un disastro nazionale”, scrive senza mezze misure Bauer.

Basta guardarsi intorno e si capisce alla svelta che, per una fetta di società, finire dentro è una sorta di stralunata normalità. Qui in Louisiana giornali e siti web pubblicano con regolarità le foto segnaletiche dei detenuti appena entrati in carcere. Divise arancio, facce stravolte, pelle quasi sempre scura. È un bollettino della disgrazia che non conosce tregua né rispetto. 

In quest'alluvione, a dare man forte al sistema federale e statale è il settore privato ed è qui che entra l'analisi di American Prison. Il mercato è dominato da due gruppi, Geo Corrections e Cca-Corrections Corporation of America, quella per cui finisce a lavorare Bauer. Nel 2014 si spartiscono una torta di quasi tre miliardi e mezzo l'anno. Otto detenuti su cento si trovano nelle loro strutture, concentrate nel sud del paese.

 

 

È un settore fiorente di cui si sa poco. I reporter accedono alle prigioni solo in tour opportunamente guidati, i dati restano dietro le porte dei consigli d'amministrazione e le pubbliche relazioni spengono sul nascere ogni focolaio d'incendio.

Entrare in una realtà del genere sotto copertura ha dei rischi. Shane Bauer lo sa, come sa che è una scelta delicata dal punto di vista etico, in base al principio per cui il giornalista deve sempre farsi riconoscere come tale nell'esercizio del suo mestiere. 

La ricerca della verità e il servizio al cittadino gli sembrano però ragioni sufficienti. "Se non lavorassi a Winn e scrivessi della prigione usando i mezzi tradizionali, non saprei mai quant'è violenta", argomenta elencando poi i precedenti più celebri, da Nelly Blye che nel 1887 si fece rinchiudere in manicomio per documentare la vita delle malate a John Howard Griffin che, fingendosi afroamericano, negli anni Sessanta raccontò la segregazione razziale nel Deep South. 

L'aspetto più stupefacente è però che a Bauer non servono coperture per scoprire la prima verità, quella sul personale. "La gente dice che assumiamo chiunque", dice il capo della formazione del carcere. "Non è proprio così, ma se vieni qui, respiri, hai una patente valida e voglia di lavorare lo faremo". Ed è così che Shane Bauer, uno che perfino un bambino saprebbe tracciare on line, è assunto: con il suo vero nome e cognome.

 

Se il background check è un colabrodo, l'addestramento sembra una comica. Dopo qualche giorno di lezioni e video educativi, l'agente Bauer è scaraventato in prima linea. Neanche due mesi dopo è lui, l'ultimo arrivato, ad addestrare le reclute. 

Ai controlli nessuno nota che ogni giorno, per quattro mesi, porta al lavoro un notes e che la penna nasconde una videocamera accesa tutto il giorno. Tanto meno ci si immagina che ogni sera riversi la sua giornata su un computer, in racconti che oscillano fra cronistoria e autocoscienza. 

Il risultato di quest'immersione è un racconto che poco ha da invidiare a Dickens. La prigione di Winn si rivela un microcosmo zuppo di violenza, dove per un agente ci sono 176 detenuti (nelle prigioni federali lo standard è uno per 4.4), le coltellate sono all'ordine del giorno, le cure mediche ridotte al minimo e i programmi di riabilitazione inesistenti. Per tenere a bada il numero esorbitante di prigionieri, alla minima provocazione le guardie li annaffiano di spray al peperoncino. 

A lavorare in un posto del genere si rischiano la vita e la salute mentale. Eppure i candidati non mancano. Lo stipendio è nove dollari l'ora, una paga con cui non si arriva a fine mese. Ma a Winnfield – una cittadina di 4 mila 600 anime nel nordest rurale della Louisiana, dove il reddito medio è appena sopra la linea di povertà – non ci sono molte alternative. Si lavora alla fabbrica legnami, nell'unico Walmart o, appunto, in prigione. 

 

In queste condizioni farsi troppe domande è un lusso. Bauer è lì per quello, ma anche per lui arriva il giorno in cui "per la prima volta, solo per un momento, dimentico di essere un giornalista". Risucchiato da quella che sta diventando una routine, l'ex carcerato si vede diventare carceriere. Non simpatizza più con i detenuti né si immedesima nella loro situazione. È passato dall'altra parte. 

È la triste conferma, se mai ce ne fosse bisogno, del celebre esperimento di Stanford (1971) sulla percezione del potere. Lì un gruppo di studenti, suddiviso in guardie e detenuti, arrivava in pochi giorni a tali vette di sopraffazione da indurre i ricercatori a sospendere il progetto. Qui, un giovane reporter ex recluso si scopre con disgusto capace di crudeltà mai immaginate possibili. 

"I soldati di Abu Ghraib o perfino le guardie di Auschwitz o i rapitori di Isis sono così interiormente diversi da te e me? ", chiede. "Traiamo conforto dall'idea di un invalicabile abisso fra il bene e il male, ma forse dovremmo capire [...] che il male è qualcosa di cui tutti siamo capaci nelle giuste condizioni".

Svolgere la matassa della Storia non fa che rendere più brucianti questi interrogativi. Thomas Beasley, uno dei fondatori di Cca, sostiene che la carcerazione è un business e "si vende come se si vendessero macchine, case o hamburger". È disturbante ma, scrive Bauer, "Non c'è mai stata un'epoca nella storia americana in cui le compagnie o il governo non abbiamo cercato di far soldi dalla prigionia altrui". 

Tocca infatti ai penitenziari contenere gli effetti dell'abolizione della schiavitù. I detenuti presto rimpiazzano gli schiavi e lo scambio si rivela assai più vantaggioso del previsto. A differenza dello schiavo, il carcerato non richiede investimenti. Per uno che muore, ce n'è subito un altro pronto a prendere il suo posto. Usa e getta, a costo zero.

 

In un'alleanza che negli anni diventa sempre più stretta, gli stati e i privati sfruttano questo giacimento di lavoro non pagato in modo bestiale. Intere prigioni sono affittate a privati e diventano immense piantagioni, fattorie, fabbriche. I detenuti lavorano a strade, ferrovie, argini, miniere. Migliaia di persone, in larga maggioranza afroamericani, sono torturate e massacrate. I profitti sono immensi, il debito d'umanità incolmabile.

Dagli anni Ottanta il business si concentra sugli stessi detenuti. Le carceri sono gestite come catene di alberghi. Fruttano un tot al giorno per persona e in molti contratti l'occupazione è garantita. Per chi si sobbarca la spesa, la convenienza è indiscutibile. In una struttura statale un detenuto costa fra 50 e 80 dollari al giorno, nella prigione di Winn fino a poco fa ne bastavano 34. 

La maggior parte delle strutture private sono al Sud, dove la vita è più economica. La differenza non è però tale da giustificare questo scarto. A rendere i contratti redditizi, sostiene invece Bauer, sono i tagli drastici ai programmi di riabilitazione, al personale, alle cure, al cibo, alla manutenzione delle strutture. In altre parole, condizioni di vita intollerabili.

 

Il finale è amaro e visti i precedenti non c'è da stupirsi. Appena pubblicato l'articolo su “Mother Jones”, Shane Bauer è chiamato a Washington per discutere di carceri private con rappresentanti federali. Subito dopo l'amministrazione Obama annuncia che il Dipartimento di giustizia rescinderà ogni contratto con Cca e analoghi. 

La decisione ha però vita breve. Dopo l'insediamento di Trump, l'impegno è annullato e la stretta sull'immigrazione, che moltiplica i centri di detenzione, schiude al settore nuovi consistenti guadagni. Quanto alla prigione di Winn – riferisce il New York Times – dopo un breve interregno pubblico ha una nuova gestione. La Louisiana l'ha affidata alla compagnia privata LaSalle Corrections, s'immagina con soddisfazione. Cca riceveva 34 dollari al giorno: La Salle si è accontentata di 24.

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