Analfabeti sonori

Esame di Stato conclusivo del primo ciclo di istruzione in una scuola secondaria statale di primo grado: per capirci, “esame di terza media”. All’orale si presenta una delle quattro/cinque allieve più brave. L’allievo può esporre liberamente una sua “mappa concettuale”, un focus cioè che riesca nell’esposizione ad attraversare fluidamente le varie frammentate discipline che trasformano il triennio in un via-vai di prof nell’aula di fronte a venti ragazzini abbastanza sconcertati da questo assurdo puzzle di “esperti di una conoscenza” che dovrebbero allenarli collegialmente ad acquisire un paio di competenze fondamentali, ovvero imparare ad imparare anche da soli, essere autonomi e coscienti nella loro collocazione sociale. L’allieva ha scelto come tema “Il Novecento”. Io sono “coordinatore della sottocommissione”, ovvero colui che fa le veci del Presidente di tutto l’esame di istituto, il dirigente scolastico. Cerco di fare il direttore d’orchestra, di indirizzare lo sguardo e la comunicazione verbale verso il collega della disciplina di turno. Eccoci alla Musica. Qualcuno prima di lei ha tirato fuori il famigerato flauto dolce di plastica e, mentre il collega attivava una base elettronica, il candidato in modalità più o meno straziante intonava una stentata melodia.

 

Lei ci risparmia l’agonia, e parte spedita a parlarci di uno dei più grandi scandali della storia della musica del Novecento: La sagra della primavera di Igor Stravinskij al Théâtre des Champs-Élysées di Parigi nel 1913; bene! Si vola alto! Ci racconta piuttosto speditamente dei vari periodi compositivi  dell’autore (il russo, il neoclassico, il seriale). Io e il collega di Musica sorridiamo compiaciuti. Arriviamo quindi al grande balletto, al soggetto nazionale/ancestrale, e ai tumulti del pubblico. Bene! Il collega di Musica precisamente chiede alla candidata quale parte del Sacre du printemps (dico io per compiacere il collega di Francese) in particolare si rivelò sconvolgente per la consuetudini di ascolto di inizio secolo. Silenzio. Lunghi secondi di mutismo, che si concludono con una candida confessione della candidata: «Beh, io non ho mai ascoltato La sagra della primavera». 

 

 

Dopo aver letto le cento pagine che il compositore e direttore d’orchestra e autore radiofonico, e amabile divulgatore Carlo Boccadoro ha appena pubblicato nella collana di saggi monografici Einaudi “le Vele” mi è tornato alla mente questo aneddoto scolastico. Perché la questione è la stessa: Luigi Nono sottotitolò Prometeo, il suo capolavoro dei primi anni Ottanta, «tragedia dell’ascolto». Noi possiamo parafrasarlo e convertirlo nella chiarissima, inconfutabilissima tesi di Boccadoro: oggi quasi nessuno ascolta più la musica; o meglio, la orecchia, ne sente un pezzetto, e dopo poco più di un minuto si scoccia e ne ascolta un altro pezzetto, e poi un altro; in casi veramente rari – dico io – ci sono in particolare ragazze che cantano ancora integralmente una canzone melodica, apprendendone e capendone almeno le parole e facendo propria, emotivamente, esperienzialmente (la vibrazione del canto benefica il corpo) la canzone. Lo sguardo di panico e orrore che ci siamo scambiati io e il collega di musica nel librino di Boccadoro viene svolto nel suo italiano così limpido e nel suo argomentare così persuasivo con ironia, neanche con sarcasmo. La musica è sempre stata contemporanea – come ho sostenuto io nei trent’anni in cui ho diretto “il giornale della musica” facendo la stessa battaglia di Boccadoro e altri perché si potesse dare diritto di vitalità a una musica colta contemporanea MA emozionante, complessa MA empatica eccetera. Quel mensile è stato chiuso nel 2015 perché non vendeva più abbastanza per stare in piedi economicamente, e siamo all’oggi di cui parla Analfabeti sonori.

 

Mozart scriveva musica contemporanea per chi gliela commissionava. Beethoven scriveva musica contemporanea per chi la voleva ascoltare. Stravinskij fu invece uno dei primi che scrisse musica contemporanea che molti contemporanei rigettarono, choccati da sonorità sconvolgenti e telluriche. Oggi la musica contemporanea è il pop, ma non più il pop sontuoso, complesso degli “album” di fine anni Sessanta/inizio Settanta in cui i Beatles stessi, i Pink Floyd, i Genesis e poi Frank Zappa, costruivano un concept una articolata narrazione per portare il loro ascoltatore per ore in viaggi psichedelici, onirici, intellettuali, stimolanti. Siamo tornati prima ai 45 giri dei Cinquanta e poi, con YouTube, iTunes, Spotify al nevrotico megamix di tracce brevissime, appiattite dalla compressione mp3 e poi mp4, diffusa nell’abitacolo di una automobile o nel mondo isolato e un po’ psicotico (dico io) della cuffietta.

Il collega di Musica, avvilito, disse «va beh, lasciamo perdere, andiamo oltre», ma io no, mi impuntai e lo pregai di fare ascoltare alla candidata, ai commissari (scazzatissimi per «il tempo che  avremmo perso con questo capriccio» mio) i minuti iniziali del Sacre du printemps, sino alla fragorosa, straordinaria esplosione barbarica che fece saltare sulle poltrone di velluto i benpensanti parigini.

 

Questa sparizione dell’ascolto, così chiaramente esposta da Boccadoro, che ha ormai pervaso stupidità e pusillanimità culturale addirittura direttori artistici e interpreti di musica “classica”, ripiegati su menu concertistici o discografici sempre più facili-per-pigri, è contemporanea e multidisciplinare. La definirei una “crisi di civiltà” se non fosse un concetto un po’ logoro e svuotato di indignazione. Chi non ha la pazienza di scoprire quanta meravigliosa musica contemporanea MA interessante e stimolante anche nelle drammaturgie si ascolti oggi in Europa o negli Usa, chi non emigra cioè dall’Italia temporaneamente o definitivamente, patisce anche nell’esperienza del musicale l’universale ottusità: estraneità alla lettura, insofferenza per l’ascolto financo di un’opinione del prossimo, zero empatia per un migrante torturato e a rischio della vita, stordimento nel puzzle di micro info e micro emozioni che noi tutti (non solo i millennials) ci endoveniamo ogni ora dai nostri smartphone, eccetera. 

 

L’analfabetismo sonoro che Boccadoro denuncia, e che non dà lavoro né ai compositori né ai giornalisti musicali, dilaga in quanto analfabetismo cognitivo e emotivo in gran parte del pianeta, e in vastissima parte della nostra penisola. Che fare? Si chiederebbe Lenin? “Che fare” di fatto non si chiede Boccadoro, quasi sconfortato alla fine del suo libello, desolante documentato censimento dell’idiozia dilagante. Non molliamo; ogni giorno, ognuno di noi, ovunque si trovi semini ironia, dubbio, indignazione,  zampillanti energiche proposte di infiniti ascolti e bellezze. Magari un giorno torneremo a influenzare i ministri e gli assessori, che torneranno a chiedere a gente come Carlo Majer (cui Boccadoro dedica il libro) di programmare stagioni di musica intelligente e contemporanea. In ogni caso io terrei come manifesto della nostra resistenza quella intervista del 1986 in cui Frank Zappa, in giacca e cravatta, con i capelli corti, tenne testa, solo contro tutti in un programma di una tv generalista americana, all’attacco di un paio di idioti imbecilli reazionari censori della “fornicazione”: se non si vince in tanti, è almeno bello perdere in pochi con ironia epocale, chiedendosi con Zappa: «Perché la gente ha paura delle parole? È pazzesco».

 

https://www.youtube.com/watch?v=Dr1em9EQqP0

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO