Boris Johnson chiude il Parlamento

Una trentina di anni fa un tentativo di avere una costituzione scritta in Gran Bretagna, Charter 88, aveva raccolto sostenitori tra scrittori e intellettuali (Rushdie, McEwan, Emma Thompson e tanti altri). Neil Kinnock, l’allora leader del partito laburista, pur firmando il documento, lo aveva definito il frutto di un gruppo di piagnucolosi.

Le monarchie costituzionali nascono in Europa dai moti del 1848, la primavera dei popoli, che non c’è stata in Gran Bretagna. Il patto scritto tra il sovrano e il popolo è il fondamento di tutte le regole anche quando non ci sia più un re, è l’accordo tra il potere e il popolo. L’ultima crisi di governo italiana si è risolta in gran parte grazie alle tutele costituzionali della nostra Repubblica che ha resistito alla forza di Salvini che cercava di capitalizzare il consenso dei sondaggi in seguito alle elezioni europee, le sue posizioni eclatanti, le piazze, i rosari esibiti e via dicendo.

 

In Gran Bretagna non esiste una costituzione scritta: come per la legge che non ha codici penali, civili o amministrativi ma solo una secolare giurisprudenza, cioè l’accumulo di tutte le sentenze nella storia del paese, oggi Boris Johnson può compiere lo straordinario colpo di mano di sospendere i lavori del parlamento nel momento cruciale che precede la data del Brexit, il 31 ottobre, sottraendo quindi il tempo necessario a un dibattito sul comportamento del governo. Ci sono sfide a questo modo di procedere che sono già in altri tribunali (un giudice in Irlanda del nord ha già iniziato a esaminare una richiesta di fermare questa procedura). Ma non c’è costituzione che protegga il parlamento.

 

Vale la pena descrivere il modo in cui questo avviene: il Privy Council, il cui segretario è Lord Rees-Mogg, un radicale Brexiter, si è recato nel Castello di Balmoral, dove la Regina Elisabetta II è in vacanza, per chiedere l’autorizzazione di chiudere il parlamento tra la seconda settimana di Settembre e il 14 Ottobre, quando si riaprirà con il discorso con cui la regina annuncia il programma del governo. Ci saranno quindi una settimana in settembre e un paio di settimane in ottobre per discutere prima della scadenza del 31 ottobre.

 

Tutti gridano al colpo di stato ma in realtà tutto rientra in regole, ora molto antiche e che ricordano il trono di spade, ora più moderne, come l’abitudine di sospendere i lavori parlamentari per permettere ai partiti politici la tradizionale conferenza annuale. Le regole non sono scritte da nessuna parte e quindi concedono sempre un ampio spazio agli esecutivi. Quando funziona, si ha la sensazione di vivere in un paese liberale dove la buona fede, il rispetto reciproco tra gentiluomini (è l’appartenenza al privy council che dà il titolo di the right honorouble gentleman con cui i parlamentari si rivolgono la parola in prlamento) rendono superflue le regole per far prevalere il buon senso. Quando va male, Boris Johnson e un’altra manciata di personaggi che sono andati insieme in scuole molto esclusive (Eton costa 50.000 euro all’anno), che ha vinto solo un’elezione interna ai conservatori con meno di 100.00 voti, possono agire come vogliono. Detto altrimenti, se qualcuno vuole comportarsi in modo autoritario, non ci sono regole che proteggano il sistema e la popolazione.

 

Nella sostanza l’accordo appare impossibile soprattutto per l’Irlanda: Brexit è la riasserzione di indipendenza nazionale rispetto all’Europa, l’uscita da un’unione commerciale, doganale e politica che, per essere tale, deve reimporre dei confini. Né Johnson né nessun altro è riuscito a spiegare come si possano reintrodurre dei confini senza reintrodurre dei confini. Questo in Irlanda è particolarmente drammatico, perché lungo quel confine si sparava fino a vent’anni fa e reintrodurre un confine di terra inevitabilmente rivela la natura coloniale dell’occupazione inglese dell’Irlanda. Quindi anche il Regno Unito dichiara a parole di non voler introdurre un confine. Sarebbe un disastro commerciale e peggio ancora politico. D’accordo, e allora? Lo stesso ragionamento in realtà si applica al resto dell’Europa. Un confine stabilisce alcune regole che vengono rispettate all’interno di quel territorio. Regole commerciali, che permettono scambi senza dogane grazie a garanzie sulla qualità del cibo che si può vendere, e di tanti altri tipi. Tutte domande che il voto di tre anni fa non ha chiarito e che ora si sono rese evidenti nel Withdrawal Agreement, l’accordo sul ritrarsi dall’Unione Europea negoziato tra avvocati inglesi e della UE e che è per sua natura svantaggioso per la Gran Bretagna. Perché non potrebbe essere altrimenti, se si esce da accordi (che sono soprattutto commerciali ma anche politici) è chiaro che ci si ritrova all’esterno di questi accordi. Se si rinuncia al riconoscimento reciproco delle patenti di guida, dei titoli di studio, delle garanzie etiche e sindacali sul lavoro, alla circolazione del denaro o degli standard sui prodotti, come è possibile ritrovarsi in una situazione migliore? Peggio, molto peggio dei diktat di Bruxelles, come li chiamano Salvini o Farage, è l’assenza di diktat da Bruxelles, che porta a un impoverimento economico (ampiamente previsto e già in atto in Gran Bretagna, basti guardare il valore della sterlina, delle case ecc.) e a grandi complicazioni burocratiche perché le relazioni tra chi non condivide le stesse regole sono necessariamente fatte delle regole degli uni e degli altri. Quindi una complicazione burocratica.

Per non contare l’enorme influenza che su questi frammenti di Europa che si staccano esercitano improvvisamente USA, Russia e Cina. Se l’Europa crollasse i paesi baltici verrebbero risucchiati in un attimo dalla Russia, ma non è molto più allegra la situazione per la Gran Bretagna, dove l’entusiasmo di Trump per il Brexit è simile a quello di un ghiottone di fronte a un piatto profumato. Sistema sanitario, mercato della carne, certo che si possono fare grandi affari! Se non c’è più un regolamento europeo si possono vendere anche in Inghilterra i polli lavati nel cloro per togliere la salmonella così popolari in America e sostituire al sistema sanitario di tipo europeo quello americano, che pur essendo il più costoso e ingiusto del mondo, permette una grande crescita delle corporazioni che si occupano di salute. Se per un cancro non c’è più un’assistenza automatica da parte dello stato e si possono chiedere centinaia di migliaia di dollari per un ciclo di chemio o radioterapia, è chiaro che qualcuno ci guadagna.

 

La tentazione di uno stato snello, all’americana, che lasci spazio agli imprenditori e alla cultura delle grandi corporazioni, il cui interesse dipendendo dai loro azionisti è sempre di massimizzare i profitti, esalta sì la libertà, ma con prezzi che è bene chiarire. Se ad esempio una compagnia farmaceutica produce il cocktail medico che viene usato nelle chemioterapie, ha molto senso investire i profitti nelle compagnie di tabacco. Il codice etico che vorrebbe prevenire il cancro può essere sociale, religioso, dello stato, ma non di una corporazione il cui obbiettivo è massimizzare i profitti per i propri azionisti. Così si dica se si parla di armi, petrolio, agricoltura, industria della carne e via dicendo.

È chiaro che man mano che i dettagli di cosa significa uscire dall’Europa emergono dalla demagogica campagna del referendum, il parlamento voglia vederci più chiaro. Ed è anche chiaro che Johnson voglia evitare questo scrutinio perché risposte non ne ha e non potrebbe averne, semplicemente perché non ci sono.

 

Chiudere il parlamento offre anche un altro vantaggio: schierarsi dalla parte del popolo contro i ceti medi (i commons) che un po’ come hanno propagandato i cinque stelle italiani, non conoscono le vere sofferenze del popolo perché sono chiusi nella torre d’avorio delle professioni e del liberalismo. Miliardari e aristocratici si ritrovano così alleati con il popolo contro i piccoli, medi e grandi borghesi. L’ideale di stato nazione coltivato attraverso partite di calcio e ignoranza delle lingue e delle culture straniere, risorge in una primitiva formulazione che consente di ergersi a baluardo di indipendenza nazionale, di libertà, come diceva da noi Salvini e prima di lui Berlusconi, termine da sempre caro a tutti e che riscuote successi elettorali pur portando al suo interno il terribile veleno di una sudditanza senza tregua a poteri da cui costituzioni come quella italiana e l’Europa per qualche tempo riescono a proteggere.

 

Enrico Palandri insegna Modern European Literature presso l'UCL di Londra ed è Presidente della SIE (School of International Education) a Ca' Foscari, Venezia; l'ultimo suo libro è Verso l'infinito (Bompiani, 2019), l'ultimo romanzo L'inventore di se stesso (Giunti, 2017).

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