Carola Rackete, lo spazio e il mare

Il comportamento della comandante della Sea Watch ha prodotto una vera e propria “aria variata all’italiana”, per dirla in termini musicologici. Resta però ancora da decifrare davvero il sottile, segreto sorriso di Carola Rackete, che s’indovina sulle sue labbra ma quasi mai si vede. Nessuno l’ha ancora fatto perché nessuno ha ancora riconosciuto in lei la potentissima entità da cui dipende l’intero senso della modernità, di cui costituisce la faccia normalmente nascosta ma allo stesso tempo fondativa, la versione in grado di rimetterne in asse, ribaltandolo, il percorso. Il dato più tragico dell’episodio in questione consiste proprio in tutto quel che esso, al riguardo, rivela: la fine della coscienza della nostra cultura, la perdita di memoria delle proprie origini, l’incapacità di continuare a riconoscere il senso degli “arcani maggiori” che ne reggono la vicenda. Di qui la perdita di vista dell’autentica posta in gioco. 

 

A molti il gesto della comandante ha richiamato la storia di Antigone. Per un verso si comprende: dalla tragedia di Sofocle in poi Antigone, che difende le ragioni della giustizia degli uomini contro quelle della legge della città, è la protagonista di “una delle azioni durature e canoniche nella storia della nostra coscienza filosofica, letteraria e politica”, come spiegava George Steiner. Ma il parallelo tra Carola e Antigone presenta almeno un duplice inconveniente. Il primo è che in tal modo al nostro attuale ministro degli Interni si finisce con l’assegnare, per analogia, lo spessore etico di Creonte, e non pare proprio il caso. Il secondo difetto è che il modello in questione, fondato com’è sull’opposizione tra femminile e maschile (tra quel che è familiare, tellurico, ciclico e perciò estraneo al tempo politico da un lato, e quel che al contrario è del tutto interno rispetto a quest’ultimo) separa proprio quello che invece si tratta di mettere insieme e conciliare: unica maniera per far coincidere la pratica politica con l’idea di umanità. Ed è a questo punto che, sotto l’aspetto della comandante Rackete, una strana figura s’avanza, e torna a farsi riconoscere. 

 

Prima di farne il nome occorre tentare però di comprendere quel che al mondo sta accadendo. Detto in breve, il suo funzionamento sta uscendo dall’era dello spazio, vale a dire dal sistema regolativo fondato sull’idea che la relazione decisiva tra le cose sia quella espressa dalla loro distanza in termini metrici. La crisi generale, vale a dire planetaria, della forma Stato ha origine proprio da tale uscita, perché lo Stato moderno territoriale centralizzato (così lo chiamava Carl Schmitt) è propriamente e letteralmente una costruzione spaziale. Il suo territorio, ad esempio, deve assolutamente rispettare tre proprietà, in assenza delle quali nessuna formazione statale può dirsi tale, può cioè essere riconosciuta dalle altre: esso dev’essere continuo, omogeneo ed isotropico. La continuità implica l’assenza di ogni soluzione al proprio interno, di ogni frattura. Si tratta di una condizione che ancora adesso conosce poche eccezioni. L’omogeneità si riferisce invece alla nazione, cioè alla capacità di manipolazione simbolica della popolazione, capacità i cui indici immediati consistono nella lingua e nella religione, ancora oggi formalmente concepiti, di norma, come uniche ed esclusive all’interno dei singoli territori statali. L’isotropismo, infine, riguarda il comune orientamento funzionale delle parti di cui il territorio statale si compone: proprio per fissare in termini comuni tale orientamento esiste di regola una sola capitale, tendenzialmente al centro del corpo statale. E continuità, omogeneità ed isotropismo sono le proprietà che per Euclide specificano la natura geometrica (spaziale appunto) di un’estensione. 

 

 

Esattamente fino a cinquant’anni fa il mondo funzionava così, era ancora euclideo. Ma giusto mezzo secolo fa iniziava la globalizzazione, con l’avvento della Rete, e il mondo iniziava a ritrarsi rispetto al suo funzionamento spaziale, perché la distanza tra le cose (il criterio che aveva diretto per tutta l’epoca moderna la “fabbrica del mondo”) iniziava a perdere, dal punto di vista pratico, quasi tutta la sua importanza. E con il dominio della distanza veniva rimesso in discussione il suo stesso primo presupposto, l’immobilità dei soggetti, il loro assetto appunto statico: termine che all’inizio della modernità, ad esempio nell’Orlando Furioso, significa appunto ostaggio. E d’altronde, se il dato decisivo si riferisce alla distanza metrica lineare tra una cosa (un soggetto o un oggetto) e l’altra, prima ancora si suppone la loro immobilità, pena ogni possibilità di misura della distanza stessa. Per Arjun Appadurai i nativi, gli indigeni, non sono mai esistiti, se per nativo s’intende un essere umano confinato nel (e dal) luogo in cui si trova, e non contaminato da scambi materiali con il resto dell’umanità. Tale concezione sarebbe l’effetto di quello che egli chiama il “congelamento metonimico”, per cui una parte o un aspetto della vita del soggetto (in questo caso la condizione statica) sono scambiati per la totalità, finendo per contrassegnarlo dal punto di vista della concettualizzazione. All’antropologia di stampo postcoloniale sembra sfuggire però che, prima ancora delle vicende legate al colonialismo, tale processo ha caratterizzato la nascita stessa del moderno Stato europeo, impensabile senza la presunta cadaverica immobilità della sua stessa popolazione. Sotto tal profilo il fittizio isolamento di chi è colonizzato è nient’altro che la proiezione dell’originaria, ideale immobilità con cui il colonizzatore, ostaggio del Leviatano statale, è costretto a pensare in realtà se stesso. 

 

Alla crisi dell’ordinamento spaziale, cioè statale, del mondo, corrisponde il prepotente ritorno dei luoghi, che sono proprio il contrario dello spazio. Sempre della faccia della Terra si tratta. Concepita modernamente come un unico spazio, essa si compone di parti l’un l’altra equivalenti, vale a dire interscambiabili l’una con l’altra senza che tale sostituzione cambi nulla. Quando in Il Capitale Marx definisce il mercato come “il regno dell’equivalenza generale” si riferisce, senza saperlo, proprio all’originaria logica spaziale da cui lo stesso mercato, così come ancora lo conosciamo, dipende. Concepita invece come un insieme di luoghi, come ancora ad esempio nel medio evo accadeva, la faccia della Terra si compone al contrario di parti l’un l’altra irriducibili, perché ciascuna dotate di qualità specifiche e non fungibili l’una rispetto all’altra, non reciprocamente assimilabili. Ed è a questo punto che dalla tolda della Sea Watch 3 torna a manifestarsi l’elusivo sorriso della Follia, proprio quella di cui cinque secoli fa Erasmo tesseva l’elogio, cavalcando sulla via che dall’Italia conduceva a Londra, verso la casa del suo amico Tommaso Moro.

 

Follia che nel caso di Erasmo e di Carola Rackete (non a caso due transalpini, nulla a che fare con la cultura mediterranea) significa anzitutto soltanto una cosa: il rifiuto della logica dello spazio, cioè di una razionalità indipendente dal contesto (vale a dire dalla specificità dei luoghi) e che perciò obbedisce a codici impersonali ed astratti, a norme disancorate rispetto al mondo della vita, come direbbero i fenomenologi. È questa la natura dello scontro nel Mediterraneo tra le Ong e lo Stato, e ne va del nomos della Terra prossimo venturo, al cui interno l’ordine dovrà essere in relazione con il tragitto, con quel che è mobile e processuale, piuttosto che con la localizzazione ovvero con la staticità, come in Schmitt accade. E non è infine un caso che la portatrice dello spirito del luogo, l’eroina dell’irriducibilità al criterio dell’equivalenza generale dei concreti contesti della vita umana arrivi dal mare. Se la Terra è un globo, come oggi il funzionamento del mondo costringe finalmente a riconoscere, il globo terracqueo si compone per due terzi d’acqua salata, e per un terzo soltanto di terra. E come scriveva il conte Jozef Teodor Konrad Korzeniowski, in arte Joseph Conrad: le faccende della Terra andrebbero molto meglio se a governarla vi fossero gli uomini di mare invece che gli altri. Il che vale anche per le donne. 

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