Come acqua nella sabbia

L’acqua mancherà. Come leggende portate da viaggiatori stanchi cominciamo a sentire che l’acqua sta mancando, ma sta mancando in posti così lontani che le nostre docce continuano a scorrere come fontane e i nostri prati in giardino sono lucenti e floridi. Queste leggende tristi e fantasiose raccontano di falde inquinate, di deserti che avanzano, e alcune storie assurde sembrano l’eco di distopie e complotti, in cui i prìncipi del profitto e gli oligarchi della notte si stanno accaparrando tutte le fonti della terra. Alcuni di loro starebbero costruendo delle dighe immense, che asciugano a valle le terre dei popoli poveri. Altri starebbero chiudendo come casseforti l’accesso a immensi laghi sotterranei, in attesa di aridità future, per spillare col contagocce e a caro prezzo l’elemento essenziale della vita. Ma non adesso, vero? Forse domani, o in un remoto dopodomani che non ci tocca. Invece sta accadendo adesso, e non c’è nemmeno bisogno di imbavagliare Cassandra, perché quasi tutto nel nostro presente ci ha educato alla Grande Ucronia. La macroeconomia, che un tempo ragionava in termini di decenni, si accontenta oggi di prevedere un trimestre, il consumismo neoliberista ci racconta che tutto è subito, la negazione e l’oblio della storia stanno educando generazioni intere al qui-adesso della rete, la post-verità allena le menti a non allenarsi più, a rinunciare al pensiero critico, all’analisi, anche solo al buon senso.

 

Jared Diamond ha scritto centinaia di pagine per tentare di capire in che modo molte culture della terra hanno conosciuto un collasso socio-economico senza riuscire a rendersi conto della catastrofe che stava arrivando. Centinaia di pagine che, dall’isola di Pasqua alla Groenlandia dei coloni islandesi alla Cina attuale, vogliono sondare la miopia storica, l’incapacità di leggere i segni, la tendenza a voltare la testa dall’altro lato perché in un misto di arroganza e di speranza metafisica arriviamo a credere che tutto un giorno si aggiusterà, che tutto si rimetterà a posto. È come se nella genetica della specie ci fosse annidata un’informazione-trappola che ci spinge a pensare per il meglio, che no, non sta veramente capitando a noi. È quello che aveva osservato Bruce Chatwin intervistando Bob Brain, un paleontologo che aveva studiato in Sudafrica i reperti ossei del Dinofelis. Il Dinofelis era una specie di tigre con i denti a sciabola vissuta un milione di anni fa che stava per sterminare l’uomo, gli piacevamo, insomma, ma poi, quasi al limite, abbiamo scoperto il fuoco e siamo scampati per miracolo all’estinzione. Per capire il Dinofelis Bob Brain aveva studiato il comportamento dei grandi felini africani attuali, in particolare quelli che preferiscono mangiare i primati. In questo modo gli capitò di osservare il comportamento di un gruppo di babbuini che viveva sull’orlo di una grotta di origine vulcanica.

 

Francesco Jodice, Aral_ Citytellers, 2010 Film HD, 48’06’’ Courtesy the artist and Michela Rizzo Gallery, Venice.

 

Il fondo della grotta era un reticolo di tunnel dove viveva un leopardo. Il leopardo si muoveva di notte e quando ne aveva voglia faceva self service sull’orlo della grotta: addentava un babbuino e lo trascinava con sé, tenendolo per la testa o una spalla, nel buio della sua tana. I babbuini schiamazzavano impazziti ogni volta il felino che si presentava, ma non abbandonavano la grotta, restavano lì, in uno strano equilibrio instabile tra paura del mostro e paura della notte. Bob Brain fece anche un esperimento. Registrò i versi di un leopardo, si nascose in una grotta che ospitava un’altra comunità di babbuini e a notte fonda accese a tutto volume il magnetofono. I babbuini gridarono impazziti, ma anche questa volta non fuggirono, restarono lì, incatenati alla loro inquietante e inspiegabile confort zone. Ma che cosa accadeva nella loro testa? Perché accettavano la convivenza con il puro orrore? Che cosa li spingeva all’inazione, al non reagire per sopravvivere? Chatwin non ha saputo rispondere, ma ci ha suggerito l’idea che forse nella loro testa passava un unico, ottuso, irresponsabile pensiero: questa notte non tocca a me. Un pensiero che non è ritagliato nel tessuto ottimista della speranza ma, al contrario, ha origine nella naturalezza biologica con cui sappiamo disinteressarci al destino di chi ci sta di fianco. È come se avessimo nel cervello un gene che ci aiuta a ignorare la fame, la sofferenza, la morte altrui, una specie di blocco dell’empatia che ci impedisce, se non al prezzo di qualche sforzo dell’immaginario, di identificarci ad esempio con un bambino che sta morendo di sete nell’Africa subsahariana, o con un migrante che affoga nel Mediterraneo. Tanto non è nostro figlio, o nostro fratello, vero?

 

Gaston Bachelard ha scritto pagine immense sull’acqua, ma la cosa più importante che ha fatto è stata quella di stringere un doppio legame simbolico tra l’acqua e l’immaginario. Non solo l’acqua porta con sé immagini complesse, ma l’immaginario in sé è portatore di una specie di fenomenologia acquatica, si comporta insomma come l’acqua, scorre, si adatta, inumidisce e irrora il pensiero, e ovviamente può inaridire. Il problema principale nel nostro modo di confrontarci oggi con il Dinofelis ecologico, quello che sta in agguato sul fondo del nostro futuro prossimo, è appunto l’inaridirsi dell’immaginario, la nostra incapacità di irrorare il pensiero di visioni vicarie che siano in grado di anticipare il futuro, di fare previsioni, di immedesimarci in chi verrà. Proviamo invece a immaginare che il Dinofelis, questa notte, verrà a prendere proprio noi, o uno dei nostri figli. Immaginiamo i loro occhi atterriti, la loro schiena che striscia sui ciottoli mentre il mostro li trascina nella sua tana di tenebra, immaginiamo il momento in cui le pupille soffocate si rovesceranno dentro le orbite perché le zanne avranno fermato la loro vita. Lucrezio parlava delle belve, e immaginava le carni degli uomini primigeni che finivano seppellite nelle tombe viventi delle fiere, nei loro stomaci furiosi. Immaginiamo. Ma l’immaginazione, come l’acqua, va via, e va curata. Non è illimitata, non è facile raccoglierla e usarla. Quasi tutto oggi, proprio come ci sta abituando a vivere in una specie di irresponsabile, eterno presente, ci sta anche distraendo dall’allenare individualmente l’immaginario. I motori di ricerca hanno sempre una prima risposta pronta da farci bere, il diluvio di informazione copre le lacune e la loro potenzialità creativa, le pratiche di ricerca di idee e immagini in rete sono così automatiche che da un lato non vogliamo più memorizzare nulla dall’altro rimandiamo a domani ogni vera ricerca, tanto è tutto là, per sempre.

 

Sì. Forse. Quello a cui non pensiamo è che i sistemi di accesso a quel tutto, l’ordine nelle risposte, la loro qualità e verità sono stati decisi da altri, perché non solo siamo così pazzi da delegare a terzi la gestione del potere e delle nostre vite, ma deleghiamo anche l’immaginario e, ancor prima dell’acqua, c’è chi lo sta immagazzinando in base alle proprie priorità, c’è chi sta alzando dighe per contenerlo e ridistribuirlo in base alle proprie regole. Ma se i flussi dell’immaginario sono controllati, se perdiamo l’autogestione delle immagini, allora la prima cosa che smetteremo di fare sarà appunto quella di immaginarci, e di immaginare l’altro. E allora ci basteranno le immagini di noi e degli altri che qualcuno avrà deciso al posto nostro, saremo conformisti in tutto e accetteremo di credere ai nemici, senza nemmeno fare uno sforzo personale per capire se sono davvero nemici. Marina Abramovich, ispirandosi ai fatti di cronaca italiani sulla gestione dei migranti in mare, ha usato lo slogan “siamo tutti sulla stessa barca”. Ora, in termini ecologici, questa barca è il pianeta che ci ospita. L’acqua sta cominciando a mancare lontano dal nostro naso, lontano dalle nostre labbra, ma sta già mancando, e l’apocalisse delle distopie e dei complotti è già realtà in un altrove che prima o poi saremo costretti a guardare.

 

Ma quando lo faremo sarà troppo tardi, perché forse questa notte non tocca a noi, ma ci toccherà domani, toccherà ai nostri figli, toccherà a chi avremmo dovuto saper immaginare ma non l’abbiamo fatto. Il mito di Narciso non ha a che fare solo con un ottuso innamoramento di sé. Ha a che fare anche con chi si accorge troppo tardi di scivolare nell’abisso. Immaginate allora un mondo desertico. Fatto di popoli che migrano, senza destino, lungo una salvifica e illusoria via dell’acqua. Ogni tanto, sulla via, ci sono torri che custodiscono piccole sorgenti, e ai piedi di queste torri i popoli si fanno la guerra, con pietre e bastoni, coi denti e le unghie. Poi, una dopo l’altra, anche le torri dell’acqua si seccheranno, le ossa dei popoli si sbiancheranno, e tutto quello che abbiamo scritto, detto, amato, immaginato sarà perduto per sempre. Come acqua nella sabbia.

 

Questo testo è nato come contributo al catalogo della mostra Post-Water, a cura di Andrea Lerda, al Museo Nazionale della Montagna di Torino, 26 ottobre 2018 – 17 marzo 2019.

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