Cos'è uno spazio pubblico

Pubblicato nel 2019 da Ediesse, Lo spazio pubblico di Federica Castelli sembra essere confezionato su misura per la taglia dei primi mesi di questo 2020. Mesi di isolamento, quarantena, lockdown, a cui hanno fatto seguito mesi di distanziamento sociale, manifestazioni, mascherine e piazze piene in mezzo mondo. Mesi in cui la questione dello spazio è ritornata in primo piano sotto forma di varie questioni: chi decide di come, quando e perché spazi pubblici e privati possano essere chiusi ai cittadini/e? Che conseguenze ha la regolamentazione delle distanze e dei contatti sulla vita sociale e sulla psicologia delle persone? E infine, è giusto intervenire su statue e monumenti che offendono una parte della popolazione? Questioni di grande importanza, che presuppongono a loro volta una domanda più generale: che cos’è uno spazio pubblico? Esattamente la domanda attorno alla quale ruota il volume di Castelli.

 

Teoria, storia, politica

 

L’autrice imposta e affronta la questione a due livelli. Il primo livello è quello della ricostruzione storica e teorica. Castelli presenta le diverse figure con cui nel corso della storia sono stati rappresentati tanto lo spazio pubblico, quanto i soggetti che lo abitano. Lo spazio pubblico ha assunto la forma dall’agorà greca, della sfera pubblica moderna, della città contemporanea; chi abita e agisce in questo spazio è stato chiamato folla, massa, pubblico. La lista dei protagonisti e delle protagoniste di questa ricostruzione è ricca e non banale: accanto a figure più note e ricorrenti – su tutte, Hannah Arendt e Jürgen Habermas – giocano un ruolo importante figure meno discusse in tale ambito ma non meno interessanti, come Nicole Loraux, George Perec e Gabriel Tarde, solo per fare qualche nome a titolo indicativo.

 

Tutte queste diverse figure dello spazio pubblico sono certamente figlie dei contesti storici e culturali in cui sono state prodotte. Eppure, sarebbe ingenuo pensare ad esse come a semplici rappresentazioni neutrali di una realtà preesistente. Al contrario, la prospettiva storica e teorica di Castelli mette in luce il “continuo oscillare tra l’idea di spazio pubblico come spazio fisico e materiale e l’idea di spazio pubblico nel suo senso metaforico, come arena politica” (13). In questa oscillazione emerge come ogni rappresentazione dello spazio pubblico e dei soggetti che lo vivono implichi necessariamente una posta in gioco politica. Un conto è pensare lo spazio pubblico nei termini delle folle che si riuniscono in una città, un conto è identificarlo con la sfera pubblica, intesa come il luogo in cui i cittadini argomentano razionalmente per il bene proprio e della propria comunità. Nei due casi infatti si profilano idee e valutazioni molto diverse su quali soggetti e quali pratiche siano ammessi nello spazio pubblico, e sul valore politico di ciò che avviene al suo interno. Un gruppo di persone che si riunisce in una piazza sta facendo politica? Un semplice assembramento – per dirla con uno dei termini più in voga nell’Italia post-quarantena – avrà mai i quarti di nobiltà politica della discussione pubblica razionale e argomentata, o della politica istituzionale? L’introduzione di un termine – ad esempio, il concetto di pubblico in autori come Tarde e Park – non risponde mai soltanto al bisogno di descrivere la realtà in modo più accurato, ma al contrario spesso è il risultato di un giudizio politico negativo sugli eventi rappresentati da altri termini – ad esempio, la massa. 

 

Le diverse concezioni del pubblico comportano dunque diverse implicazioni politiche. Ma cosa significa “politico” nella prospettiva di Castelli? Non di certo il solo ambito governativo, statuale, istituzionale. Nel solco di Arendt e dei femminismi, la politica viene qui intesa come “luogo dell’interdipendenza, legata alla contingenza e alla materialità delle vite umane. La politica è essere in comune, in-between, segnata dall’iniziativa, la relazione, l’imprevedibilità e l’inatteso, portati sulla scena dai soggetti singolari, unici e irripetibili. In tal senso, la politica è spazio relazionale, essere fra gli altri” (15). Il che non significa escludere ingenuamente la dimensione del potere dalla politica, ma al contrario mettere in luce come da un lato i due concetti non coincidano, in quanto esiste una politica che non è potere, e come dall’altro il potere si esercita al livello delle relazioni, e non a prescindere da esse. 

La centralità del piano politico è la porta d’ingresso principale al secondo livello del volume, vale a dire quello della proposta teorica dell’autrice. Mi sembra che Castelli presenti in particolare due tesi fondamentali.

 

Due tesi sullo spazio pubblico

 

La prima tesi afferma che lo spazio pubblico è uno spazio contestato e contestabile. Questo non significa banalmente che esso va definito come il luogo che ospita le varie contestazioni verso ciò che non va nell’ordine delle cose esistenti. Piuttosto, ciò vuol dire anche e soprattutto che lo spazio pubblico stesso è oggetto di contestazione politica e teorica. La definizione di cosa sia pubblico e cosa no, di come vada gestito il pubblico, di cosa possa appartenere allo spazio pubblico oppure no: tutto questo non può essere stabilito una volta per tutte, se non si vuole venire meno a un tratto ineliminabile dello spazio pubblico, ossia la sua contestabilità. Di conseguenza, non esiste una formula che ci permetta di definire a priori il rapporto tra spazio e pubblico. Ciò che invece possiamo fare, è osservare le diverse articolazioni di questo rapporto nella storia e nelle diverse culture, senza peraltro scadere nell’illusione culturalista che in un singolo contesto storico-sociale vi sia in azione una sola modalità di relazione tra spazio e pubblico. Riprendendo le analisi di Bonnie Honig, Castelli ricorda come i confini che definiscono il pubblico siano “un segno sulla sabbia” (128): reali, dotati di effetti significativi nella vita di tutti i giorni, ma potenzialmente aperti a ridefinizioni e contestazioni.

La seconda tesi riafferma la natura concreta dello spazio pubblico in almeno due sensi. Primo, nel pensare lo spazio pubblico non si può fare a meno della sua dimensione fisica e materiale, del suo essere un luogo: una piazza, una via, una città. Secondo, lo spazio pubblico è percorso non solamente da idee, opinioni, argomentazioni, ma anche da corpi. Questi corpi non sono semplicemente un supporto fisico dei processi comunicativi, ma al contrario svolgono un ruolo centrale nelle diverse modalità in cui lo spazio pubblico viene vissuto, contestato e ridefinito. In polemica con Habermas, Castelli ritiene impossibile ridurre il pubblico alla sfera puramente discorsiva e comunicativa. I corpi ridefiniscono il pubblico dall'interno. 

 

Su questo punto è chiara l’influenza diretta del femminismo italiano della differenza. Un femminismo che, a differenza delle prospettive centrate sull’emancipazione, non vede nelle differenze di genere esclusivamente “un rischio di sessismo ed esclusione”, ma al contrario propone “un recupero delle specificità e qualità incarnate dalla differenza sessuale” (108). Ma attenzione: parlare di differenza sessuale non significa qui brandire le differenze biologiche e anatomiche come criteri di accesso al concetto di “donna” o al movimento femminista – come invece è accaduto in recenti dibattiti politici e mediatici. Al contrario, il femminismo della differenza intende politicizzare il corpo e il sesso, contestando le tendenze che invece vorrebbero considerare queste ultime categorie come irrilevanti a livello politico. A partire da questa politicizzazione, lo spazio pubblico non appare come il luogo della neutralità e dell’astrazione dalle singolarità, ma al contempo come uno spazio in cui i corpi fanno la differenza. Con le parole dell’autrice: “i corpi sono iscritti in una serie di significazioni sociali che li attraversano, li codificano, li rendono leggibili e contemporaneamente li ordinano, li modificano, li includono o escludono rispetto all’ambito sociale. Per l’analisi femminista, i corpi sono entità spaziali, situate e sessuate: per questo motivo l’esperienza individuale (e collettiva) viene sempre a legarsi al contesto in cui i corpi sono immersi in modo intimo e inaggirabile” (153-154).

 

 

Il virtuale e il pubblico

 

Eppure entrambe le tesi sembrano scontrarsi con un aspetto centrale della nostra epoca contemporanea, ossia la crescente importanza degli spazi virtuali delle piattaforme e dei social network. Essendo proprietà di multinazionali private, ed essendo appunto immateriali e disincarnati, gli spazi virtuali sembrano rendere sempre meno rilevanti gli spazi pubblici per come li intende Castelli. Il profilo Facebook, il like, la condivisione e il “parteciperò”, al posto della presenza fisica del proprio corpo; il conformismo e lo spacchettamento della propria identità in dati, la creazione di bolle in cui il simile incontra il simile, al posto del conflitto e della contestazione. In breve: tutto ciò significa che lo spazio pubblico per come lo intende Castelli sia un retaggio di un passato in cui i corpi e la politica contavano ancora qualcosa?

Su tale punto la posizione di Castelli è saggiamente lontana tanto da eccessi entusiastici – “finalmente è finita la politica!” – quanto da esagerazioni apocalittiche – “è finita per sempre la politica, quindi andiamo a morire di nostalgia guardando qualche documentario sugli anni '70”. Tanto le letture catastrofiste quanto quelle entusiastiche si lasciano infatti sfuggire un fatto: la digitalizzane delle relazioni sociali coesiste in vari contesti con nuovi movimenti politici che agiscono nei luoghi fisici delle città. L’elenco è lungo: da piazza Tahrir nel 2011 agli Indignados a Madrid, da Occupy americano e Occupy Gezi in Turchia, fino ai movimenti globali transfemministi (Ni Una Menos e la sua versione italiana Non Una di Meno), alle Sardine e agli accadimenti dei nostri giorni, ossia le manifestazioni di piazza in tutto il mondo a sostegno di Black lives matter. Esperienze impensabili al di fuori delle modalità di relazione e organizzazione rese possibili dai sociali network, e allo stesso tempo esperienze di occupazione fisica e politica dello spazio pubblico. 

 

Inoltre, un focus esclusivo sulla dimensione virtuale non permette di vedere come lo spazio sociale sia oggi profondamente eterogeneo e discontinuo. Quello che accade nelle grandi città-mondo non avviene nei piccoli centri spopolati e decentrati dai traffici e dai flussi che contano. E all’interno delle stesse città-mondo si riproducono feroci meccanismi di esclusione, di separazione tra zone cool e zone marginalizzate, dove quest'ultime diventano un ritrovo di varie infelicità arrabbiate le une con le altre. Nelle cartine delle città europee più appetibili (Berlino, Parigi, Barcellona) vetrine luccicanti e cool si alternano dunque a quartieri in cui coabitano le varie miserie di posizione analizzate da Bourdieu: non solo povertà economica in senso stretto, ma anche delusione morale, spaesamento, insoddisfazione per non potersi più permettere di vivere nelle zone della propria città in cui si è cresciuti. Su tutto questo, si innestano le profonde differenze economiche e le loro conseguenze: se i lavoratori mobili ricchi cercheranno quartieri murati, protetti, rispondenti alle proprie esigenze di tranquillità e di minima familiarità, i lavoratori mobili poveri verranno buttati dall’altro lato della barricata, spesso in convivenza forzata con chi in precedenza abitava i quartieri ormai divenuti appannaggio di possidenti locali e stranieri – i noti fenomeni di gentrificazione. Meccanismi spietati e lineari, tramite i quali le dinamiche neoliberali alimentano il consenso dei partiti populisti di estrema destra.

 

Eppure, Castelli mette bene in luce come ciò non coincida in nessun modo automaticamente con la morte degli spazi pubblici o con la loro totale desertificazione politica. Al contrario, ai processi di gentrificazione, segregazione e svuotamento di significato rispondono movimenti che rivendicano il diritto alla città come “spazio politico di incontro e conflitto, in opposizione alle dinamiche neoliberiste e agli interventi di riqualificazione urbana che, facendo leva sulle retoriche della comunità, producono gated communities, gentrificazione, disuguaglianze ed espulsioni” (146). Spesso queste mobilitazioni risultano difficilmente catalogabili attraverso le opposizioni standard della politica. È il caso della lotta per i commons urbani, i quali avanzano una pretesa di riconoscimento dello spazio urbano come bene comune che non può essere soddisfatta semplicemente e in linea di principio attraverso la semplice statalizzazione dei beni in questione. 

Nella lettura di Castelli i movimenti del decennio 2010-2020 vengono intesi come esperienze di riappropriazione dello spazio pubblico che passano per la riappropriazione degli spazi urbani. In queste esperienze piano ideale e piano concreto, collettività e singolarità, mezzi e fini, piano affettivo e piano dell’intelligenza appaiono come profondamente legati. Di conseguenza, esse vanno valutate su almeno due piani: l’apporto concreto e ideale allo spazio pubblico in cui hanno luogo; quello che accade tra le persone che partecipano a tali movimenti. 

 

Alcuni utili spunti sul presente, e una questione aperta

 

Lo spazio pubblico offre dunque sia una ricostruzione storica e teorica efficace, sia un punto di vista utile e interessante sul presente. Pensiamo semplicemente a quanto accade proprio in questi giorni: la deturpazione dei monumenti dedicati a personaggi storici ritenuti complici di politiche razziste. Tutto ciò non avviene in uno spazio gratuito e neutrale, in una dimensione astratta priva di reazioni e resistenze. Se vogliamo, un elemento di ulteriore scandalo nella drammatica uccisione di George Floyd è il fatto che sia avvenuta in uno spazio pubblico, davanti a tutti, come se fosse una cosa normale da riprendere con il cellulare, come una delle tante scemenze che si registrano e si condividono nei social. La scala e la potenza delle risposte a questa uccisione “in pubblico” sembrano ricordarci due cose: primo, che lo spazio pubblico nel senso in cui lo intende Castelli non è morto del tutto; secondo, che lo spazio pubblico è “smagliato, lacerato, attraversato da continui conflitti e tensioni” (151, corsivo dell’autrice). Questi conflitti non possono prescindere da chi e come scende in piazza. Fare cose insieme, porre e affrontare problemi insieme rappresentano occasioni di riarticolazione politica tanto dello spazio, quanto delle identità singolari e collettive di chi partecipa. Questa riarticolazione, al di là dei giudizi che diamo ai singoli episodi, è sempre allo stesso tempo simbolica e materiale: la risignificazione non può essere un atto puramente comunicativo e immateriale, che lascia intatta la configurazione fisica delle nostre città. Cambiare il significato dello spazio pubblico significa anche cambiare lo spazio pubblico per come esso è fatto materialmente. 

 

“La politica ha una dimensione spaziale” (163): questa in sunto è la tesi centrale del volume di Castelli. Il che significa almeno due cose: primo, che ciò che pensiamo e facciamo dello spazio e nello spazio ha delle conseguenze decisive a livello pubblico; secondo, che ciò che pensiamo e facciamo del pubblico ha delle conseguenze decisive a livello spaziale. È questo il profondo intreccio a partire dal quale va pensato lo spazio pubblico. Una prospettiva che offre numerosi spunti interessanti e produttivi. Ad esempio la riaffermazione dell'importanza della città è salutare in una discussione politica che oggi rischia di essere esclusivamente focalizzata sul livello statuale, extra-statuale e governativo, producendo dicotomie molto limitate come quelle tra sovranismo e cosmopolitismo, populismo e tecnocrazia. Dicotomie che risultano inservibili di fronte ai movimenti a cui assistiamo oggi, e che a causa di questa limitatezza sono costrette a negare il fenomeno, minimizzarlo, idealizzarlo, oppure interpretarlo con strumenti teorico-paranoidi – il celebre e sempreverde complotto.

 

In questo senso, forse meritava maggiore rilievo e discussione – magari anche critica – l’intuizione di Dewey, solo accennata nel testo di Castelli: il pubblico è sia il gruppo che si costituisce in risposta a qualcosa che tocca un gruppo di persone, sia le pratiche con cui tale gruppo prova a rispondere. Una definizione che tiene insieme e supera tutte le dicotomie giustamente messe in discussione in Lo spazio pubblico: concreto e ideale; corpo e mente; affettività e intelligenza; personale e collettivo; pensare e fare. Una prospettiva che inoltre permette di approfondire un punto menzionato da Castelli: l’esistenza del pubblico, inteso sia come soggetto che come attributo, è contingente. I pubblici nascono e i pubblici muoiono: l’imponente pubblico suscitato dall’uccisione di Floyd può scomparire tanto velocemente quanto velocemente è comparso; la pubblicizzazione dello spazio in senso anti-razziale può durare una settimana come dieci anni. Tutto ciò non avviene nel vuoto, ma al contrario è profondamente ancorato dei meccanismi di potere descritti da Castelli. 

 

Da ciò emerge una questione più concreta e specifica, che nel libro di Castelli resta aperta: la volatilità dei pubblici è un bene, è un male, oppure né uno né l’altro? Il fatto che le preoccupazioni e le premure singolari e collettive si infiammino su una questione per poi spegnersi e riaccendersi altrove in un breve lasso di tempo è un ulteriore fattore di rischio per un pubblico che già risulta messo a dura prova dai meccanismi di de-politicizzazione caratteristici del neo-liberismo? Oppure questa preoccupazione è il retaggio di una politica novecentesca, legata all’aspettativa che alcuni soggetti – movimenti o partiti – o alcune istituzioni siano in grado di introdurre un minimo di tutela e stabilità nel pubblico e in tutto ciò che lo concerne, compresi gli spazi pubblici? Se il significato e la definizione di ciò che è pubblico sono sempre in linea di principio contestabili, allo stesso tempo non dobbiamo continuare ad esigere che la democrazia garantisca la pubblicità di alcuni beni e alcuni spazi? Oppure questa contestabilità inevitabile ci ricorda come la tutela del pubblico spetti solo a noi stessi/e, e non possa mai essere delegata, o ancora peggio data per scontata?

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