Daniele Del Giudice: quando ti perdi nel vuoto

Qualcuno vi leggerà un disegno o un destino, nel lento scomparire di Daniele Del Giudice, perché la scomparsa, l’assenza, il silenzio sono sempre stati tra i suoi temi portanti. Fin dallo Stadio di Wimbledon che aveva al centro uno scrittore non scrittore, l’autore di Note senza testo, una gravitazione attorno al silenzio; poi in Staccando l’ombra da terra, dove il volo solitario faceva perdere le tracce sulla Terra; fino a Orizzonte mobile, esplorazione dei sovrumani silenzi dell’Antartide.

 

Qualcuno vi leggerà un disegno o un destino, nella descrizione della malattia di Nel museo di Reims, il cui protagonista, Barnaba, è condannato alla cecità:

 

«tutto mi appare dall'interno, come durante le visite dei miei amici all'epoca dei primi disturbi, quando non potevo dirmi in compagnia nemmeno con loro: dopo un po' se ne sarebbero andati e io sarei rimasto di nuovo per mio conto, [...] e finivo per essere solo anche mentre loro erano lì, separato e diviso da un cristallo che rimandava me a me stesso con la scritta: “Questa malattia è tutta per te, solo per te”».

 

A scoprirlo, nel 1983 fu Italo Calvino, ed è facile richiamare la leggerezza di cui parlava nelle Lezioni americane, ma è altrettanto facile scambiare quella leggerezza per superficiale levità anziché considerarla una visione prospettica, ampia, totalizzante. Ma Calvino non è solo e non è tutto. A 19 anni Del Giudice frequenta i laboratori teatrali di Jertzy Grotowski, il grande maestro del teatro povero, che insegna la sottrazione, insegna a levigare la materia fino al nocciolo: «Realizziamo - scrive Grotowski - un’opera di sfrondamento, ricercando la distillazione dei segni e la eliminazione di tutti quegli elementi di comportamento “naturale” che velano la purezza dell’impulso». Più che la leggerezza, o oltre la leggerezza, c’è nel teatro di Grotowski la sottrazione.

 

E non è la morte la più grande forma di sottrazione? Non è il lento, pluriennale, “sfrondamento” dell’io, un trasferire dalla pagina alla vita quel suo chiaro intento? Del resto il protagonista dello Stadio di Wimbledon, nel suo peregrinare, si imbatte in una libreria e la sua attenzione è attirata da un libro dal titolo emblematico: ll viaggio parallelo del libro e della vita

 

 

Ma sarebbe una tentazione troppo umana ricondurre il corso naturale del destino, della malattia e della morte alla volontà o al carattere. Una tentazione che era anche del Barnaba del Museo di Reims:

 

«All'inizio opponevo alla malattia la disciplina cui ero stato educato dalla mia famiglia, quando ancora pensavo che il destino fosse carattere». Invece non è carattere, non è volontà, non è un disegno di un autore invisibile. Al di sotto dello sfrondamento, al culmine del silenzio, nell’abitare il limite, Del Giudice trovava la “distillazione” di cui parla Grotowski, trovava - come in un quadro di Rothko - l’essenza dell’uomo e del suo mondo.

 

Come durante il primo volo raccontato in Staccando l’ombra da terra:

 

«Ci sono le cose da fare e queste cancellano ogni altro pensiero, e solo dopo le cose da fare, dopo che hai chiuso ciò che andava chiuso e aperto ciò che andava aperto e regolato ciò che andava regolato, adesso che l’aereo vola livellato nel cielo, adesso guardi il mare e l’orizzonte nella foschia leggera del mattino e per la prima volta li vedi non soltanto come punti di riferimento per controllare le virate o le salite e le discese, sono il paesaggio cui d’ora in poi potresti appartenere, così come a terra appartieni ai fiumi e alle montagne».

 

Vedere per la prima volta, appartenere al paesaggio. Nel 1983 quando Del Giudice esordiva, la televisione italiana mandava in onda con grande successo il programma Drive In: era l’epoca del godimento e del caos, di un dionisiaco turbinio postmoderno che travolgeva l’individuo. In quel contesto la sua letteratura cercava un silenzio funzionale a quelle che poi chiamò, in un festival letterario che concepì e organizzò, Fondamenta, giocando sulla topografia veneziana ma anche riferendosi a qualcosa di fondativo e di essenziale che cercava attraverso lo scavo, il silenzio, la solitudine. Gli oggetti in questa epoca esistono e scompaiono, la lingua è lisa, abusata e consunta, gli uomini deragliano nella società dello spettacolo. È quello che Tiziano Scarpa, introducendo la raccolta dei racconti, ha chiamato «sentimento epocale»: Del Giudice se ne assumeva la responsabilità diventando così un punto di riferimento.

A partire dalla lingua: «ci sono dei momenti in cui è necessario scardinare la lingua perché mostri le cose, le dica veramente», dice in un’intervista, e in In questa luce parla di «custodire la parte in ombra che ogni parola porta con sé», scrive in In questa luce. Del Giudice insegnò a risillabare il mondo con una lingua capace di dire una trasformazione. Insegnò a dire e vedere. Come afferma il fisico Wang al collega Brahe in Atlante occidentale: «Per vedere […] ci vogliono grande intenzione e grande energia, prima e dopo, perché ciò che è stato prodotto per poterlo vedere non lo si vede mentre accade: si vede prima come intenzione, si vede dopo come risultato». La letteratura di Del Giudice e il suo magistero sta in quello spazio di confine, rappresenta un nuovo modo di conoscere e di rappresentare un mondo che cambia. Scomparire non significa per lui non essere, significa vivere lo spazio che sussiste tra l’intenzione e il risultato e perciò vivere un confine prima dell’evanescenza.

In questo mondo gli oggetti non sono più oggetti, frantumati tanto dal consumismo quanto dalla fisica, le città non sono più città, sono insiemi di linee che perdono il senso, il contatto con la terra. Sono città altre, diverse, manomesse da una modernità che non si critica totalmente ma che giocoforza va compresa. I tunnel sotterranei del CERN di Ginevra descritti in Atlante occidentale, così come l’obiettivo militare di Dillon Bay sono spazi diversi che grazie alla letteratura di Del Giudice possiamo conoscere, comprendere, e riportare così l’ordine nel caos, mappare il presente.

 

Forse per questo amò Venezia che, lui romano, elesse a città dove vivere: perché Venezia è città evanescente, città ideale, assurda e viva, antica e straordinariamente moderna, una città del limite come i tanti limiti che ha voluto esplorare negli anni. Ma anche una città nella quale la mappatura è una sfida, ingombrante nel suo disordine, difficilmente razionalizzabile.

Ed è stato definito uno scrittore razionale, a volte, Del Giudice: sempre lucido, sempre oggettivo, sempre esatto. Ma, come nota Scarpa, una parola che ricorre molto nei suoi testi è sentimento. L’intelligenza razionale crea dei paradossi che generano meraviglia e stupore, e quello stupore non può essere che un sentimento. Basta saper guardare, sembra dirci, per sentirsi travolti da un sentimento di meraviglia e di orrore. Spesso si parla di quanto l’intelligenza sia determinata dal sentimento, dalla forza empatica, ma poco si dice di quanto il sentimento possa essere generato dall’intelligenza quando questa non indietreggia di fronte alla realtà.

 

Ci restano le sue opere, si dirà, e saranno intramontabili. Vero, ma nelle sue opere resta l’uomo, quasi in agguato. Dice ancora in un’intervista: «Da un certo punto di vista non ho una grande considerazione della pagina. Per me tutto quello che veramente conta nella comunicazione tra autore e lettore è quello che avviene fuori dalla pagina scritta che considero serva di un processo immaginativo che avviene in me come lettore». Pensava che la letteratura la costruissero insieme scrittori e lettori, dei quali aveva sempre un grande rispetto. Fondamenta Venezia città dei lettori chiamò il suo festival letterario, ponendo l’accento sui lettori non sugli scrittori ospiti, perché sono i lettori, per lui, che fanno la letteratura, e il romanzo non è che il medium. Lo ricordo in quelle discussioni letterarie, a Venezia, defilato, tra la gente, sorridente, silenziosamente orgoglioso di esserci, di essere l’artefice di quegli incontri fra pari, tra attori entrambi, lettori e scrittori, del mondo della letteratura.

 

Eppure a noi lettori, oggi, resta la domanda che si pone l’alter ego protagonista del primo racconto di Staccando l’ombra da terra: «Ti ha mai visto quando tincanti e ti perdi nel vuoto e te ne vai lasciando il tuo corpo come un giornale ad occupare un posto nel quale non sei più?». Oggi l’abbiamo visto andarsene e lasciare un libro a occupare quel posto nel quale non è più. Attraverso quel libro riconosceremo il suo volto, ritroveremo il contatto con l’autore, costruiremo ancora immaginari comuni mentre lui «si perde nel vuoto».

 

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