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Piero Fornasetti

Cent'anni di follia pratica

Se ornamento è delitto, allora Fornasetti è un serial killer. Questo mi veniva in mente reduce dall'inaugurazione Cent'anni di follia pratica (fino al 9 febbraio), la mostra che la Triennale dedica a Piero Fornasetti in occasione del centenario della nascita. È la prima grande mostra che Milano e l'Italia dedicano a un artista tanto amato all'estero quanto abbastanza negletto in patria. E bastavano i commenti raccolti il giorno del vernissage, mentre centinaia e centinaia di seguaci sciamavano per le sale benissimo allestite da Barnaba, il figlio che prosegue l'attività paterna, per farsi un'idea del rapporto forse non ancora risolto tra Piero e la città che gli ha dato i natali.

 

 

"Di-ver-teen-te”, così una signora in ghingheri all'amica, oppure, un'altra: "figurati che io ho in casa due piatti che mia madre aveva vinto a un torneo di burraco della parrocchia di San Marco. Chissà cosa valgono oggi". E un amico un po’ più intellettuale: "è il nostro Andy Warhol". O ancora, altri amici, in questo caso romani, estasiati da un fenomeno così milanese: "Siete fortunati voi milanesi.  Da noi nel salotto dei nonni c'era qualche al massimo qualche reperto archeologico, un busto, una collezione di monete. Il nostro Novecento comincia con Busiri Vici". Insomma ci sarebbe voluto il Gadda dell'Adalgisa per restituire i commenti, i motti di spirito e soprattutto l'inossidabile buon senso della borghesia milanese che, come dice qualcuno, uccide gli altri cinque.

 

 

Viene però in mente La cognizione del dolore quando si guarda, in apertura di mostra, la fotografia della casa in zona  Città Studi, che allora, siamo negli anni Venti, era una periferia cittadina che sfumava verso la campagna. In primo piano, col vestito della festa, i genitori di Piero: il padre ha una ditta di import-export e si definisce "uomo enciclopedico", la madre, d'origine tedesca, ama l'Italia, la terra dove del Bel Canto e dove fioriscono i limoni, i tre figli, affacciati al balcone, ci guardano con un'aria compunta. Piero, il maggiore, è destinato a succedere al padre, ma si ribella e frequenta l'Accademia di Brera. Dirà: "Sono nato in una famiglia di pessimo buon gusto e faccio del pessimo buon gusto la chiave della liberazione della fantasia". Fornasetti è figlio dello "stupido Ottocento", quello contro cui le prime Avanguardie storiche si ribellano e muoiono sulle trincee della Grande guerra. È nato nel 1913 e utilizza il XIX secolo, il credo nel progresso, il gusto per l'enciclopedia, per la raccolta di bizzarrie, come un immenso magazzino fantastico da cui attingere i materiali di lavoro (paragonabile, specie per il gusto per la grafica, a Leo Longanesi). Insomma, immaginiamo, ha letto Bouvard e Pécuchet e ha ritagliato, forse di nascosto, tutte le illustrazioni dei Manuali Hoepli della biblioteca paterna.

 

 

In mostra e nel catalogo (edito da Corraini, a cura di Barnaba Fornasetti, testi di Ginevra Quadrio Curzio , introduzione di Patrick Maures) si notano una serie di raccoglitori di cui è utile scorrere le etichette: "Costumi '800 maschili e femminili", "Pubblicità cataloghi Bocconi, disegni di bambini, paste alimentari", "Farfalle, coleotteri, pesci", "Calligrafia", "Marina e aviazione" e così via. Bisognerebbe trascriverli tutti per avere un esatto perimetro dell'universo creativo di Fornasetti, ma occorre dire che la decorazione è un punto d'arrivo dopo i tentativi come pittore, con buoni esiti (il punto di riferimento è Morandi), ma non da primo della classe. Decisivo, a me pare, è l'incontro, nel 1940, con Gio Ponti, con cui instaura un fecondo sodalizio e che lo instrada definitivamente verso la decorazione. Un altro incontro, di cui si vorrebbe sapere di più, è quello con Alberto Savinio di cui Fornasetti illustra le copertine dei volumi Bompiani degli anni Quaranta. Con Savinio, ancor più che con De Chirico, ha in comune il gusto del surrealismo quotidiano, dell'ars combinatoria che attinge al XIX secolo come alla tradizione artistica italiana, l'enciclopedismo come beffa all'epoca positiva. Savinio, molto più intellettuale e consapevole di Fornasetti (che comunque dichiara per lui decisiva la lettura del Piero della Francesca di Longhi e del Giotto di Carrà), ha anche in comune il fatto di essere un outsider, uno scrittore che verrà apprezzato negli anni Settanta, al declinare delle ideologie della modernità.

 

 

Il decennio d'oro di Fornasetti sembrano gli anni Cinquanta, prima dell'avvento della società dei consumi che non diventano per lui materiali di lavoro - ecco perché non c'entra Andy Warhol -, dopo le distruzioni e i patimenti della seconda guerra mondiale che hanno lasciato in molti una voglia di restaurazione (ad esempio nei libri di Giovanni Ansaldo che descrive i costumi di una borghesia che forse in Italia non è mai esistita). È allora che nelle liste di nozze delle famiglie 'bene' milanesi spuntano i servizi di piatti, i vassoi - le due più belle stanze della mostra sono interamente dedicate a questi oggetti convessi che, costringendolo a lavorare entro spazi dati, esaltano la creatività, il genio variantistico dell'artista, la possibilità di infrangere la geometria -  che si immaginano riciclati di matrimonio in matrimonio fino a raggiungere la parrocchia di San Marco (peraltro centralissima). Un simbolo del successo raggiunto può essere testimoniato dalla decorazione delle cabine di prima classe dell'Andrea Doria. Negli anni Cinquanta i transatlantici sono - insieme a La Rinascente e alle sfilate di Pitti- il luogo di coagulo e di invenzione del nostro made in Italy e Milano diventa il centro dove il buon gusto, lo stile, che arriva da Londra e Parigi, viene rideclinato in una variante locale, ma che diviene originale grazie al fertile humus culturale che non è il caso qui di indagare. Stanno qui le premesse dei successi internazionali della moda e del design ambrosiani.

 

 

La trasformazione dei costumi degli anni Sessanta allontana sempre più Fornasetti dallo spirito dei tempi. Comincia a scomparire quel mondo fatto di biglietti di auguri, di annunci di cambio di numeri di telefono, di souvenir della vita quotidiana dove il suo surrealismo si sfoga giorno dopo giorno. Quando si afferma il design scandinavo e la Bauhaus ha finalmente raggiunto la nostra middle class, diventa difficile la convivenza tra le mura domestiche con paraventi, portaombrelli, specchi bombati, comò curvi che sono il segno distintivo della produzione del nostro. Da buon artista/artigiano, per di più milanese, quindi naturaliter lontano dalle ideologie, Fornasetti diffida delle etichette, respinge anche quella che sembra più evidente di surrealista.

 

È divertente? Come commentavano quelle due sciure il giorno dell'inaugurazione. Non ne sarei sicuro. È come chiedersi se fa ridere Breton. Utilizza l'umorismo applicato delle seconde avanguardie, ma certo si prende molto sul serio.

 

Nemo propheta in patria: anche se a denti stretti, i quasi coetanei Sottsass, Zanuso, ne ammettono il talento, ma il fatto stesso che sia un decoratore - non un designer, almeno per i criteri 'puristi' dell’epoca- lo pone un gradino più in basso. Fornasetti ne avrà certo sofferto, ma non resta con le mani in mano. Anzi, il problema è proprio l'opposto; a un certo punto della mostra si ha la vertigine dell'horror vacui. Specie quando si guarda il bel filmato ambientato nella casa-studio-museo di Barnaba Fornasetti. A un certo punto un gatto scappa per le scale, si tira un sospiro di sollievo che almeno lui si sia sottratto al furore decorativo, ai soli, alle facce.

 

 

Oggi Fornasetti trionfa, i suoi oggetti sono ricercati in tutto il mondo e strappano altissime quotazioni nelle aste specializzate. Ci si può chiedere il perché. Provo a suggerire due risposte. La prima è che Fornasetti torna in Italia, reduce da un successo internazionale e questo in Italia fa sempre un grande effetto. Qualche  anno fa ci fu un’importante mostra al Victoria and Albert Museum, i suoi oggetti si trovano su tutte le riviste internazionali di settore. Patrick Maures, nell’introduzione, suggerisce un’internazionale dell’estetismo di cui fan parte, tra gli altri, i fratelli Sitwell, Cecil Beaton, i Noailles e, tra gli italiani, Fabrizio Clerici, Leonor Fini, Lila de Nobili e, si potrebbe aggiungere, Renzo Mongiardino e i suoi eredi ed eleggere a numi tutelari Mario Praz e Luchino Visconti e la cara ombra di Proust.

 

Noto, en passant, che in questa costellazione ci sono vari nomi cari a Leonardo Sciascia.
Un secondo motivo è che oggi Fornasetti sarebbe senza patemi definito un designer. Se si pensa a casi opposti come Philippe Starck e Fabio Novembre, per citare due nomi dello star system, diversissimi ma accomunati dal fatto che l’uso della decorazione è il pane quotidiano del loro lavoro. È la parola design ad essersi risemantizzata: da un lato corrisponde a modernità, innovazione, ricerca, dall’altro a estetica, prodotti per gli happy few e così via.

 

Per finire una scommessa: arriverà il momento che Adelphi, l’editore italiano di Adolf Loos, utilizzerà Fornasetti per le sue copertine? Per me non c’è molto da aspettare. O forse l’han fatto e non me ne sono accorto.

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