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Ernst Jünger, Primo Levi e gli eredi del pianeta

Tutto comincia con un regalo del padre. Ernst e il fratello Friedrich Georg ricevono nell’ordine: una rete, vari aghi, una bottiglia per contenere la preda, una cesta rivestita di torba sul fondo e foderata di carta lucida all’interno. Così potranno agire con maggior perizia e abilità nei dintorni della loro casa di famiglia a Rehburg, in Germania, posta all’interno di un distretto forestale. Da questo momento sono diventati dei “cacciatori sottili” e andranno inseguendo insetti e altri animali per boschi e prati. Sono aspiranti entomologi. Secondo quanto scriverà decenni dopo Ernst diventato sessantenne, essere cacciati, poiché chi osserva è a sua volta osservato. Nella caccia, scrive, la domanda sul senso dell’inseguimento è sempre d’obbligo. 

   

Ernst non è altro che Ernst Jünger. Sta raccontando la storia della sua passione per gli insetti in un libro, Cacce sottili, publicato in Germania nel 1980, magnificamente tradotto da Alessandra Iadicicco per Guanda nel 1997, oggi purtroppo introvabile. Jünger è il celeberrimo autore di Nelle tempeste d’acciaio (1920), uno dei testi fondamentali sulla Prima guerra mondiale, e della Mobilitazione totale (1930), una delle prime riflessioni sull’influsso che la guerra ha avuto sulle neonate democrazie occidentali, pubblicato alla vigilia della presa del potere di Adolf Hitler; poi dell’Operaio (1932), altro testo decisivo di quel decennio fatale per l’Europa e per il mondo. Lo scrittore e filosofo tedesco è un reazionario, critico feroce della democrazia borghese di Weimar, morto a 103 anni nel 1998, dopo aver attraversato come una cometa iridescente l’intero XX secolo. Cacce sottili è uno dei suoi libri più belli, per stile e tono, e anche per le cose che racconta: viaggi, luoghi (Sardegna, Giappone, Malacca, Angola, Brasile, deserti e foreste, case di campagna e spiagge), animali e soprattutto insetti. I protagonisti principali sono i coleotteri, Coleoptera, ordine fissato da Linneo, scienziato amato da Jünger, che comprende attualmente oltre 350.000 specie organizzate in 24 famiglie ampie e 235 famiglie ristrette: il più grande ordine tra gli organismi viventi, compresi anche i vegetali. 

  

Nel corso della sua lunga vita lo scrittore tedesco si è dedicato alla ricerca e alla scoperta di questi insetti cercandoli nei più diversi angoli del pianeta e scoprendone persino uno in Angola nel 1966, che ora reca il suo nome: cincidela juenger juengerorum, collocata come sotto-specie. Si trovano in tutte le terre emerse, fatto salvo l’Antartide, tuttavia con il cambiamento climatico in corso è probabile che colonizzeranno anche quel territorio ora inabitabile. Questi sono apparsi circa 280 milioni di anni e come altri insetti si apprestano a doppiare questa cifra temporale essendo, come sostengono molti scienziati, i futuri eredi del Pianeta. Volano e camminano sotto i nostri piedi, poggiandosi su erbe e alberi, muovendosi in terreni diversi della Terra. Sono dotati di elitre che gli permettono di volare, e che costituiscono la loro armatura protettiva. 

 

Jünger ha dedicato gran parte della sua vita a questa caccia, arrivando persino a catturare un coleottero (drypta blu) mentre si protegge nel corso di un mitragliamento aereo durante la Seconda guerra mondiale nel 1944: steso per terra lo risucchia munito di una cannuccia di vetro. Cacce sottili perché i coleotteri appaiono e scompaiono rapidamente – sottile è ovviamente lo sguardo del cacciatore. Occorre essere lesti per prenderli, muniti di strumenti sempre diversi, perché la loro apparizione su un fiore, in cima a un ramo o in mezzo all’erba, è improvvisa e rapida, tanto da chiedere al cacciatore il possesso di particolari doti, un dono degli dei, ripete spesso Jünger: è il kairos dell’atleta, il suo “giusto momento”. Il cacciatore deve essere come Argo, il mostro della mitologia greca, dotato di mille occhi.  

  

Il personaggio principale del libro è la cicidela, che gli appare all’inizio del XX secolo nei dintorni di Rehburg. A un tratto gli sembra di vedere qualcosa muoversi in volo, appare e scompare di colpo. Pensa che sia l’ombra d’una rondine, poi vede lampeggiare un bagliore di porpora e oro. Ernst non sa. Pensa a una mosca, a una vespa o a un maggiolino. Poi quell’“esplosione lieve di metallo” fluttua in aria e vola via. L’incontro fondamentale è avvenuto. Ora cercherà questo essere colorato e fluttuante per il mondo. Qualche tempo dopo cattura con la rete un coleottero: la sua bellezza l’abbacina e sconcerta: “non riuscivo a saziarmi di guardarlo”. Deve riconoscere l’insetto, cercare di classificarlo. Ricorre ai cinque volumi della Fauna germanica di Reitter, libro che poi ricomprerà varie volte a causa della frenetica e intensa consultazione cui lo sottopone logorandolo. Sulle pagine del libro gli appare la cincidela hybrida, registrata nel sistema naturale di Linneo a partire dal 1758.

 

La didascalia recita: “Compaiono numerosi in tutti gli ambienti faunistici, tanto in pianura quanto sui promontori, e soprattutto lungo le rive pietrose dei fiumi”. Ernst resta deluso: aveva creduto di aver catturato una rarità, e invece la cincidela si trova dappertutto. Anni dopo, a seguito di cacce condotte su rive marine, lo scrittore rifletterà sull’universo abitato da queste creature: chi percorre questi spazi durante l’estate sovente in zone particolari finisce per far levare in volo le cicindele, “creature di cui lui non sospetta l’esistenza, per non dire che non ne ha mai vista una”. Per Jünger sono un esempio della “pluralità dei mondi, e per pensarla non occorre fare riferimento alle lontananze delle stelle fisse, ma è sufficiente la prospettiva ristretta ed immediata del nostro mondo, del quale riusciamo a percepire una minuscola porzione”. I coleotteri rappresentano uno dei molti mondi che ci sono e che non vediamo. Le cicindelle, poi, sono “prodigiose quanto noi, dotate degli stessi organi, alati per giunta”, e noi, esseri superiori, padroni presuntuosi del mondo, “non sappiamo nulla della loro relazione con l’infinito”. 

   

 

Cacce sottili è un baule che contiene innumerevoli storie di incontri con animali – non solo coleotteri, anche lucertole, e persino un camaleonte –, e insieme uno scrigno di frasi e riflessioni preziose, perché il tema centrale del libro è il guardare e il descrivere, arte doppia in cui Jünger eccelle: “Il segreto sta nello sguardo particolare e non nell’oggetto dell’attenzione”. Da grande viaggiatore, che ha attraversato lande e terre diverse, lo scrittore riflette su cosa questo comporta dal punto di vista visivo: “Una caratteristica dei nostri viaggi è che, su superfici sempre più vaste, si riesce a vedere sempre meno”. Le cacce sottili, come l’entomologia in generale, affinando le unità di misura per vedere gli insetti, fanno sì che “il mondo si ingrandisce ed aumenta la sua varietà”. Come già Fabre, ammirato e citato in questo libro, anche per Jünger il mondo piccolo appare immenso. Riprendendo un motto di Plinio il Vecchio, Natura maxime miranda in minimis, lo scrittore ci mostra un universo affascinante dai colori e dalle forme straordinarie.

  

Cacce sottili non è un testo scientifico, bensì letterario, un quaderno d’appunti e ricordi in forma narrativa, che fluttua avanti e indietro nel tempo, dagli anni Venti del XX secolo ai Sessanta. Per quanto Jünger abbia frequentato brevemente lezioni di zoologia all’Università di Lipsia, respinto dal metodo quantitativo utilizzato in quelle aule, non è un semplice dilettante, ma molto di più. L’entomologia ha costituito un campo in cui anche una personalità poliedrica come quella di Jünger ha potuto raggiungere risultati notevoli dal punto di vista collezionistico. 

  

La tradizione naturalistica, a cui lo scrittore appartiene, rimonta a Alexander von Humboldt, a Goethe, a Schopenhauer e persino a Nietzsche, oltre che a Linneo, vero nume tutelare delle sue ricerche. Lo studioso svedese possiede, a detta di Jünger, il carattere del giardiniere, contrapposto a Darwin, che somiglia invece a un cacciatore. Con la comparsa sulla scena dell’evoluzionismo dello studioso inglese tutto è cambiato. Al centro del cosmo non vi è più una forza sovrana, ma una anonima, scrive. Le osservazioni di Linneo, creatore della prima grande tassonomia animale, “tengono conto in maniera perfettamente equilibrata delle forze che agiscono nella natura, quanto dell’impronta che dà forma al suo ordine”. Non a caso Darwin è stato un circumnavigatore del globo, mentre Linneo, come lo stesso Jünger, un viandante. Certamente Darwin è un grandissimo osservatore, dato che con lui comincia un nuovo modo di guardare il mondo. Sia che si occupi di fringuelli o vulcani, coralli o piante rampicanti, il padre dell’evoluzionismo fa emergere risposte chiarificatrici. Linneo è piuttosto attirato dai contorni delle forme, come Jünger stesso, che s’ispira al metodo goethiano. Per Linneo, chiosa lo scrittore, la creazione è un atto fuori del tempo, per Darwin invece tutto accade nel tempo. Lo scienziato inglese è orientato dal concetto di utilità. Il mondo cui appartiene Jünger, come mostrano anche i suoi romanzi e i saggi politici e sociali, è ancora quello percorribile a piedi, o al massimo a cavallo. Dopo la pubblicazione delle opere di Darwin comincia l’epoca in cui le navi a vapore riescono a raggiungere isole lontane e solitarie, e i continenti vengono esplorati in lungo e in largo. Insieme alla scienza avanza il commercio, che rende interconnesso il Pianeta. 

  

Cacce sottili ci mostra il mondo prima della globalizzazione in cui spiriti aristocratici e unici, non necessariamente ricchi o potenti, ma piuttosto eccentrici e inclassificabili, percorrevano le strade e le vie in solitarie ricerche. La figura del collezionista, cui Jünger accenna in più di una pagina, è collegata a quella dei cacciatori entomologici, anzi le due figure s’indentificano, e gli scienziati sono ancora anche scrittori e letterati. Perché i coleotteri affascinano Jünger? Perché sono belli, perché sono quasi invisibili, perché sono inafferrabili, perché hanno colonizzato ogni luogo della Terra. E anche perché non appaiono utili. L’utilità è una delle bestie nere dello scrittore tedesco, tanto che possiamo dire che questi insetti dalle forme strane, e a volte inquietanti, sono per lui i veri dandy del nostro Pianeta dominato dalla Tecnica, demone che condiziona ogni nostra azione. L’uomo ha solo una possibilità, scrive Jünger in un altro passo della sua opera, resistere ricorrendo alla propria coscienza. Parla di interiorità e di profondità, rifacendosi allo spirito del Romanticismo, grande matrice del suo pensiero. Gli insetti, e in particolare i coleotteri, sono per lui un tassello importante della propria visione, oltre che una passione intramontabile nel corso della sua lunga vita.

 

In questo non è l’unico entusiasta dei coleotteri. Un altro scrittore, molto lontano da lui per idee ed esperienze, Primo Levi, chimico, ebreo deportato ad Auschwitz e scrittore, ha sviluppato una grande predilezione per i coleotteri. C’è da dire che Jünger pur essendo un nazionalista e avendo pure vestito nel corso del Secondo conflitto mondiale la divisa della Wermacht (il suo diario di guerra è un libro straordinario per acutezza, vivacità e stile), non è stato mai un antisemita, e neppure un seguace di Hitler, tanto da essere coinvolto nel complotto fallito nel 1944 per uccidere il Fuhrer. L’articolo in cui Levi parla di questi insetti si intitola “Gli scarabei” (in L’altrui mestiere). Inizia citando una frase di famoso biologo inglese, che aveva aderito al marxismo, John Burdon Sanderson Haldane, noto per i suoi studi statistici sulla variazione del gene umano – la passione per i coleotteri non ha evidentemente confini politici: marxisti, nazionalisti, ebrei laici, e certo altri ancora. Rispondendo a un ecclesiastico che gli poneva domande sulla sua concezione di Dio, Haldane avrebbe detto: “Dio ha un entusiasmo inconsulto per gli scarabei”. Il termine inglese usato dal biologo, scrive Levi, è beetles, di significato generico, che fa supporre che si riferisse ai coleotteri vista la proliferazione straordinaria delle loro specie (si è detto: 350.000 contro le 5.000 dei mammiferi). L’articolo di Levi reca nel titolo la parola “scarabei”, una delle famiglie dell’odine dei coleotteri, tra le più belle per i loro colori metallici, come ad esempio la cetonia aurata, un magnifico verde smeraldo.

 

A Levi interessano gli aspetti riguardanti la forma – forma e funzione, si dovrebbe dire –, perché in qualche modo il chimico torinese è uno strutturalista, non dichiarato e probabilmente anche inconsapevole; e tuttavia pone attenzione agli aspetti formali e funzionali dei coleotteri; ad esempio, alla trasformazione evolutiva di un loro paio d’ali, quelle anteriori, in elitre. Scrive: “sono ispessite, robuste, e fungono unicamente da protezione per le ali posteriori”. Le ali non servono ai coleotteri per sfuggire ai propri nemici, ma come mezzo di trasporto. Levi fa l’esempio del decollo complesso e lungo delle coccinelle, che sembrano passeggeri in attesa del check-in o areoplani che attendono il via libera della torre di controllo per alzarsi in volo. Il punto che interessa a Levi riguarda la corazza dei coleotteri: capolavoro d’ingegneria naturale, simile alle armature di ferro dei guerrieri medievali. Levi è bravissimo nel formulare analogie, che è poi uno dei metodi usati dalla scienza, come mostra un testo importante di un eminente etologo, Konrad Lorenz (L’analogia come fonte di conoscenza del 1974), scritto all’epoca del suo Premio Nobel. La copertura dei coleotteri si presenta senza lacune; seppure non saldate, le parti della corazza formano infatti “un tozzo blocco pressoché invulnerabile”. Le tenui antenne retrattili e le articolazioni delle zampe “sono protette da risalti che ricordano gli schinieri dell’Iliade”.

 

Levi fa un paragone rimarchevole: lo scarabeo che avanza lentamente nell’erba per la sua possanza e per la velocità ricorda un carro armato: “l’insetto è un piccolo panzer, il panzer è un enorme insetto”. Che sia questa una delle ragioni della passione che Jünger nutre per i coleotteri? Levi, poi, vede nel dorso dello scarabeo un elemento araldico: “convesso o piatto, opaco o rilucente, è uno stemma nobiliare: anche se il suo aspetto non ha alcun rapporto con il “mestiere” del suo titolare, cioè col “suo modo di sfuggire agli aggressori, di riprodursi e di alimentarsi”. L’articolo dello scrittore torinese continua ancora con paragoni e analisi ulteriori, cita anche Gozzano e le sue “disperate cetonie capovolte”, quindi analizza il rapporto tra i coleotteri e il materiale di cui si nutrono, poi la loro forza e parla degli elateridi, un particolare tipo di insetto, e altre cose ulteriori. Insomma, i devoti e gli ammiratori di questi animali misteriosi, così diversi da noi, sono tanti e spesso imprevedibili. Per amarli però bisogna avere una particolare vocazione che nasce, come nel caso di Jünger e di Levi, ben presto, da ragazzi. Nasce dalla curiosità e da un innato senso estetico, che il Levi strutturalista possiede ampiamente. Nella conclusione del suo lungo articolo il chimico torinese ipotizza che per la loro capacità di scavarsi dei rifugi sotterranei profondi metri i coleotteri saranno i veri eredi del pianeta. Ma quando il pianeta sarà loro, “dovranno ancora passare molti milioni di anni prima che un beetle particolarmente amato da Dio, al termine dei propri calcoli, trovi scritto sul foglio, in lettere di fuoco, che l’energia è pari alla massa moltiplicata per il quadrato della velocità della luce”. L’umorismo è una qualità che Primo Levi possiede ampiamente, per quanto non esibita, cosa che pare mancare all’austero militare Ernst Jünger. 

 

Questo articolo è apparso in forma più breve sul quotidiano “La Repubblica” che ringraziamo per averne consentito la riproduzione.

 

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