Essere dispersi

«Là dove c’è il pericolo, cresce anche ciò che salva».

Forse sono i due versi di Friedrich Hölderlin più citati ed equivocati di sempre. Provengono da Patmos, un inno che l’amico nobile Federico V gli commissiona per celebrare l’isola greca dove l’evangelista Giovanni ha avuto le rivelazioni che lo condurranno a scrivere l’Apocalisse: è pane perfetto per i denti di Hölderlin, che porta a termine la lirica nel 1803. Come capita in altri casi virtuosi, il poemetto è così intenso e fitto di significati che ciascuno ci legge ciò che vuole. In un certo senso, a prenderlo e tirarlo per uno dei suoi fili, il libro di Santiago Zabala – Essere dispersi (Bollati Boringhieri, 2021) – si presenta come una spiegazione contemporanea e definitiva della citazione, che in effetti compare proprio a un passo dalla fine (pagina centocinquanta). 

 

La domanda che Zabala spalanca in testa al saggio è chiara, avvincente, e sembra c’entrare poco con Hölderlin: come mai viviamo in un mondo senza emergenze? O meglio: come mai viviamo in un mondo dove alcune emergenze fondamentali non rappresentano più il cuore del discorso politico? Dall’11 settembre 2001 fino al termine del mandato di Donald Trump, pare che le democrazie occidentali abbiano progressivamente invertito la rotta: se vent’anni fa l’allerta sorta dall’attentato alle Torri Gemelle aveva rappresentato per George W. Bush la giustificazione del suo incarico, la spinta, un elemento di coesione, ora l’era del trumpismo è stata caratterizzata da una sistematica rimozione dell’emergenza. Il fenomeno è particolarmente vistoso se si parla del clima, argomento di fronte al quale l’ex presidente degli USA ha sempre proceduto per grossolane induzioni, variazioni sul tema di: “qui fa più freddo, non più caldo”, smentendo in maniera via via più dura e raffazzonata qualsiasi evidenza scientifica complessa. Quello che sta dicendo Zabala è appunto che, in generale, sia che la tratti come un pungolo sia che la ignori completamente, il rapporto che una democrazia intrattiene con le emergenze è un buon indicatore della sua disposizione a fare i conti con la complessità, e quindi con la libertà. 

 

L’emergenza del tipo amico-contro-nemico privata di ogni dialettica interna mostra una relazione rudimentale con la complessità, così come l’emergenza rimossa rivela una disposizione scarsa a farci i conti. In entrambi i casi stiamo parlando di una visione semplicistica del mondo, e dunque autoritaria. In altri termini, si tratta di una versione più o meno annacquata di un populismo di destra. Un populismo che Carlo Rosselli avrebbe definito tecnicamente fascismo, cioè una politica orientata a negare la libertà di pensare altrimenti, riaprire il discorso, aumentare il numero delle variabili in campo. E tutto per soddisfare un’esigenza politica primaria di ordine. Nei sistemi contemporanei di questo tipo, allora, il potere costituito produce la verità passando per una crescente oggettivazione dei problemi, ignorando in maniera scrupolosa la strategia del pensiero astratto. È «l’epoca dei fatti alternativi», dove la consigliera di Donald Trump Kellyanne Conway può difendere una dichiarazione falsa riguardo al numero di partecipanti alla cerimonia di insediamento del presidente appellandosi a nuove informazioni in possesso della Casa Bianca. E chiudere così la discussione.

 

Nell’universo descritto da Zabala i mattoni da costruzione della verità sono oggettivi: non si tratta mai di versioni contrastanti di una storia, ma di dati di partenza divergenti, che per forza di cosa richiedono di revisionare la teoria precedente, di falsificarla. E se siamo finiti qui dove siamo finiti la colpa è soprattutto del nuovo realismo – Zabala lo dice senza troppi giri di parole. La responsabilità è di quel pensiero filosofico che «esige una totale sottomissione ai fatti, ai dati e alla realtà anziché ai loro interpreti». E la conseguenza di affidarsi a una concezione simile è la stessa che si ottiene se ci si scherma dietro alle certezze degli algoritmi per non cambiare la comunicazione di una azienda: non spostarsi di troppo per non perdere like, il rispecchiamento continuo di ciascuno in sé stesso, in un nauseabondo regresso all’infinito. Si perpetua il gioco del mondo senza sosta anziché provare a cambiarlo. Finché stiamo dentro a questa logica, ci troviamo in difesa piuttosto che in attacco, a preservare anziché inventare, a temere anziché sperare, a curarci senza essere più in grado di arrabbiarci. Siamo in balia di ciò che esiste già, in un atteggiamento adattivo, che è comodo da controllare, qualsiasi cosa significhi controllare.

 

L’aspetto interessante di questo libro, per chi non conosce Santiago Zabala e osserva per la prima volta i suoi interessi e i suoi ragionamenti qui, è la soluzione che propone per mitigare il realismo, il nuovo ordine globale bloccato e le sue ombre: di fatto, riprendere in mano Heidegger.

 

Se si pensa a che cos’è la verità per Heidegger, infatti, ci si sposta completamente altrove rispetto al nuovo realismo: la verità «non è ciò che corrisponde a una realtà oggettiva ed eterna, bensì ciò che ci avvolge in quanto esseri umani in uno spazio, un tempo e una tradizione dati». E allora «il nostro incontro con il mondo non è oggettivo, non è l’esperienza di uno spettatore che osserva il mondo, ma di qualcuno che è coinvolto nelle cose, intrise a loro volta di significati umani». È da queste premesse che nasce la pratica filosofica dell’ermeneutica. Solo l’esercizio interpretativo continuamente aperto e zampillante riporta a galla l’essere. Lo libera.

 

 

Tra le righe, Zabala sta dicendo che la politica, affidando in larga parte ai tecnici il mestiere di pronunciarsi sulla scelta migliore da fare, ha soppiantato la conversazione a favore della decisione, impoverendo il discorso pubblico, fino a renderlo inconferente con i reali problemi della vita, con le vere emergenze comunitarie appunto. In particolare, Zabala fa tre nomi: il cambiamento climatico e la perdita della biodiversità sul Pianeta, la scomparsa dei populismi di sinistra garanti della discussione pubblica sulla libertà, e la soppressione sistematica dei whistleblower, sarebbe a dire i segnalatori di illeciti in Rete. Sono queste le tre emergenze capitali che curiosamente non abitano a sufficienza i programmi elettorali e il discorso politico. 

 

Nella pancia del libro si risale il filone d’oro della tradizione ermeneutica, quello che secondo l’autore è più utile a correggere gli errori prospettici della contemporaneità: Zabala la chiama la «vena anarchica» dell’ermeneutica e la tratta in ordine piacevolmente sparso, accoppiando i suoi sei maestri a due a due. Prima “Interpretazione e resistenza” con Gianni Vattimo e Richard Rorty, poi “Interpretazione e trasgressione” con Sigmund Freud e Friedrich Nietzsche, infine “Interpretazione e alterazione” guest star Martin Lutero e Sant’Agostino. Sono capitoli densi e accademici, dove pezzo a pezzo si delinea il quadro composito di una disciplina, di uno stile filosofico che tutti loro hanno perseguito prima di ogni altro motivo per un profondo bisogno di senso, per recuperare un contatto autentico con la vita, nella gran parte dei casi nella forma di una lotta. Vattimo contro la globalizzazione, Rorty contro la filosofia analitica, Freud contro l’esaltazione della razionalità, Nietzsche dando scandalo per attribuire alla filologia lo statuto di un’arte, Lutero reinventando la Bibbia, Agostino affermando per primo che i testi non sono divini, perché non esiste un modo neutro di leggerli. 

 

Questa rapida cavalcata si conclude con alcuni brevi capitoli di grande interesse che riavvolgono il nastro e ritornano a noi. Allora Zabala mostra che cosa sta accadendo, e ci accompagna a comprendere perché senza esercizio ermeneutico, senza riaprire la faglia del pensiero sulle emergenze, ci troveremo ancora e ancora nella morsa di un ordine globale bloccato, in uno stato di crisi costante e posticcio che non va né avanti né indietro. Sono pagine in levare. Leggendole, tra le altre cose, ci si imbatte in una bella descrizione fulminea del neoliberismo progressista teorizzato da Nancy Fraser, che lega in una salda alleanza i movimenti sociali e le attività economiche dei comparti simbolici, il capitalismo e le forze progressiste, producendo una riflessione sempre più accorata sui diritti civili da parte dei suoi rappresentanti eminenti – Barack Obama e Hilary Clinton in cima alla classifica – ma impiegando un’attenzione discontinua sui temi del welfare e della disparità sociale. 

 

A guardare da fuori l’ordine mondiale, dopo aver attraversato di corsa le terre della «vena anarchica» dell’ermeneutica, Zabala ci porta a pensare che la condizione di esplorare diverse possibilità, di sostenere il peso di ciò che è complesso o indecidibile sia preferibile a quella del There’s No Alternative, e che la verità come una «svelatezza» mai compiuta sia preferibile a quella del dato inoppugnabile, esterno, violento.

 

In fondo l’intuizione dietro il libro è semplicemente che Essere dispersi coincide con la possibilità di essere liberi e che ce n’è un gran bisogno. È disperso chi vive l’avventura, chi va cioè incontro alle cose che verranno senza confidare, sperare o peggio desiderare che siano identiche a quelle che sono già avvenute. Anche di fronte alla riapertura del discorso politico sull’emergenza si è senza certezza, e il segnale scompare. Ma il peso da pagare per disinteressarsene è sicuramente più grande, non diversamente da ciò che capita in una casa di cui si ignorano a lungo infiltrazioni e crepe nelle fondamenta. 

 

Per questo il lavoro di Zabala è una perfetta nota a piè del distico di Hölderlin.

Solo guardando la ferita senza distogliere lo sguardo è possibile ricominciare a parlarne, ed eventualmente ricucirla. In una forma laica di meditazione e preghiera da fare insieme dentro al linguaggio: dove un tempo c’era Dio, ora si staglia quel che resta della città degli uomini e la nostra opportunità di ripararla. 

 

«Là dove c’è il pericolo, cresce anche ciò che salva».

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