Fenomenologia della mascherina

Quando pensiamo alla tecnologia, spesso tendiamo a identificarla con qualcosa di sofisticato e complesso, ad esempio con i nostri device digitali, dimenticando la natura tecnologica di molti altri oggetti con cui interagiamo quotidianamente. In tal modo, tuttavia, rischiamo di trascurare la loro complessità e di conseguenza i riflessi che essi, a diversi livelli, hanno nelle nostre esistenze. In questi giorni, una tecnologia inusuale ha fatto irruzione violenta nella nostra quotidianità, assumendo un ruolo totalmente diverso rispetto a quello che giocava in precedenza: la mascherina. Considerando l’importanza che questo oggetto ha assunto in questo delicato momento storico e il fatto che, come vorrei mostrare, è una tecnologia molto meno banale di quanto sembra, vale la pena provare ad articolare una breve riflessione tecnologica su di essa. 

 

La mascherina è una tecnologia che riduce la dispersione di germi di chi la indossa nell’ambiente o protegge (in misura diversa a seconda della tipologia, vedi ffp3 ecc.) dall’inalazione di sostanze pericolose o di germi, per esempio negli ospedali, nelle fabbriche, nei laboratori. In condizioni “normali”, la visione di una persona che indossa la mascherina al di fuori di tali contesti ci può allarmare, in quanto segnale di pericolo immediato al quale siamo esposti, arrivando a provocare sensazioni vicine al disgusto, per la paura di essere entrati a contatto con qualcosa o qualcuno di contaminato. La mascherina è il segnale di un potenziale pericolo invisibile e in quanto tale doppiamente pericoloso, da cui altri in quel momento si stanno difendendo, mentre noi no. Oppure può suscitare anche una certa ilarità, qualora si pensi che dietro di essa si nasconda solo un’eccessiva paura, se non un principio di paranoia. Pensiamo alle nostre emozioni di fronte alle prime mascherine apparse solo qualche settimane fa, è probabile che oscillassero tra questi due poli. Nel giro di poco la situazione si è rovesciata completamente e ciò che accade oggi è il contrario: durante quel che resta della nostra vita sociale ormai ridotta in briciole (che per la maggior parte di noi coincide con la spesa in un supermercato), siamo allarmati non dalla sua presenza bensì dalla sua assenza in chi ci sta vicino. E ciò anche perché il SarsCoV2 ci ha proiettato in una dimensione di allerta permanente, in cui percepiamo costantemente il mondo come potenzialmente ostile (tornerò su questo punto).

 

La mascherina è quindi una tecnologia di distanziazione che ha due funzioni diverse a seconda della tipologia: alcune, per esempio le ffp3, proteggono chi la indossa dall’ambiente esterno e da possibili contaminazioni, mentre altre, come la mascherina chirurgica, difendono prevalentemente gli altri, cioè chi sta attorno, dalle esalazioni chi la indossa. Dietro la singola etichetta “mascherina”, dunque, si nascondono due tecnologie apparentemente analoghe ma dalle funzioni abbastanza differenti. Purtroppo, un aspetto che non è chiaro a molti è che nella stragrande maggioranza delle mascherine oggi in circolazione queste funzioni si escludono a vicenda. Per esempio, le ffp3 non filtrano in modo efficace i germi emessi da chi la indossa, ma solo quella in entrata, riducendo quindi il rischio di contagio di chi la indossa ma non quello che egli o ella contagi gli altri. Viceversa, le mascherine chirurgiche e molte altre mascherine che sono oggi in circolazione impediscono ai nostri germi di disperdersi nell’aria ma non ci proteggono compleamente dall’inalazione di eventuali agenti patogeni. Di conseguenza, o ci proteggiamo dagli altri, o proteggiamo gli altri da noi stessi, ma l’uso promiscuo dei due tipi di mascherina rischierebbe di mettere a rischio chi non protegge se stesso, cioè chi usa quella chirurgica. Data la difficile reperibilità delle mascherine ffp3 e il fatto che esse sono indispensabili per il personale medico, cioè per chi è costantemente esposto al pericolo di contagio, non resterebbe che auspicarsi che tutti adottino la mascherina chirurgica nei luoghi pubblici. In questo caso, almeno, in linea teorica la copertura sarebbe comunque totale, dato che nessuno disperderebbe saliva nell’aria. Proteggi te stesso nella misura in cui tutti proteggono gli altri.

 

 

L’ambivalenza che caratterizza la mascherina sembra manifestarsi, in modo diverso, a numerosi livelli, anche al di là di quelle che rappresentano le sue funzioni principali. Per riuscire a proteggerci, ad esempio, la mascherina “ci maschera”, ovvero nasconde il nostro volto, che già Darwin (nel suo fondamentale L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli altri animali) aveva riconosciuto come il mezzo fondamentale (e transculturale) di espressione delle emozioni. Nel fare ciò, da un lato nasconde le nostre emozioni, le nostre paure, dall’altro lato ci preclude la possibilità di percepire le emozioni degli altri, trasformandoli in esseri privi di volto. In un certo senso, ci protegge estraniandoci dagli altri. Così facendo la mascherina rende anche la nostra voce e il nostro sguardo molto più saliente, perché è solo attraverso essi che possiamo esprimere le nostre emozioni, la nostra umanità. Pensiamo ai drammatici racconti dei medici costretti a interagire attraverso la mascherina con pazienti in fin di vita, distanti da tutti e da tutto, e al ruolo che soprattutto la loro voce ha giocato in quei terribili momenti. 

La mascherina può proteggerci anche da noi stessi, per esempio nel caso in cui inavvertitamente ci dimenticassimo, anche solo per un istante, del pericolo di contagio e ci portassimo le mani non ancora igienizzate al viso. Analogamente, dal punto di vista comunicativo porci agli altri come esseri dotati di mascherina funge anche da reminder del fatto che devono stare a distanza di sicurezza. Tuttavia, la protezione percepita talvolta può rivoltarsi contro di noi, come ricorda l’OMS : è possibile che l'uso delle mascherine possa addirittura aumentare il rischio di infezione a causa di un falso senso di sicurezza e di un maggiore contatto tra mani, bocca e occhi.

 

Si tratta di un problema intrinsecamente legato al nostro essere homini tecnologici che si adattano velocemente alla tecnologia, la quale, a sua volta, tende facilmente a divenire “trasparente” mano a mano che viene usata. Un paio di occhiali indossato per la prima volta viene inizialmente percepito come un corpo estraneo, qualcosa di cui sentiamo costantemente la presenza. In breve tempo, tuttavia, esso diventa in un certo senso parte di noi, qualcosa che non vediamo più direttamente ma attraverso cui leggiamo il mondo, senza accorgercene. Una simile abitudine alla mascherina, il suo tendere a diventare una parte di noi e della nostra corporeità nella vita quotidiana, rischia di attenuare la sua funzione distanziatrice, portandoci inconsciamente ad agire in modo troppo disinvolto. Un pericolo particolarmente delicato per chi lavora utilizzando costantemente questo dispositivo. 

 

Sui social, nelle scorse settimane qualcuno ha osservato che la mascherina indossata “a caso”, cioè non nei casi previsti dalle istituzioni sanitarie come potenzialmente pericolosi ma in contesti innocui, ci ricorda anche quanto il pensiero magico e irrazionale sia una prerogativa dell’essere umano in generale, e non solo degli strati sociali più bassi e meno istruiti. Effettivamente, alcuni comportamenti come quelli degli automobilisti che la indossano pur essendo da soli nel proprio veicolo, inizialmente sembravano guidati più dall’emotività che dalla ragione. Con il trascorrere del tempo è invece emerso  uno degli aspetti più ansiogeni di questo virus, che si sta manifestando con particolare intensità in questi giorni, cioè la sua natura ancora per molti versi poco conosciuta e controversa anche all'interno della comunità scientifica. Quanto rimane in sospensione nell’aria nei luoghi chiusi? Quali sono i dispositivi di protezione che si rivelano essere efficaci nel momento in cui dobbiamo interagire con questo – tutto ad un tratto estremamente ostile – spazio pubblico? Tutti dubbi che spingono inconsciamente, in un’ottica prettamente evoluzionista, a preferire un eccesso di protezione piuttosto che un rischio anche minimo, che in altri contesti sarebbe apparso come trascurabile.  

 

La grottesca scarsità di mascherine tutt’oggi in circolazione, oltre a scatenare un’affannosa rincorsa per accaparrarsele, ha messo anche in luce un comportamento tecnologico fondamentale del sapiens e del mondo biologico in generale, cioè la tendenza a ri-utilizzare (in caso di necessità) oggetti la cui funzione originaria era differente (il termine usato dai biologi è exaptation), in questo caso garze, sciarpe, pezzi di stoffa, divenuti tutto ad un tratto potenziali mascherine improvvisate. Anche in questo caso la situazione di emergenza e di pericolo percepito sembra favorire comportamenti difensivi di emergenza che sono ben riassunti nel detto veneto “piuttosto di niente, meglio piuttosto…”. Ancora una volta, però, il pericolo è ancora una volta quello di indurre un falso senso di protezione che ci porta ad assumere comportamenti sbagliati, ad esempio a non rispettare il metro di distanza degli altri, andando così, paradossalmente, ad aumentare e non diminuire il rischio di contagio. Di nuovo l’ambiguità e l’ambivalenza, la mascherina come vero e proprio Pharmakon, direbbero i greci, qualcosa che può essere cura e veleno allo stesso tempo. 

 

Fisicamente e psicologicamente, il potere attuale della mascherina risiede nel suo fornirci una protezione dal mondo esterno, distanziandoci da esso. Un mondo che era stato addomesticato e reso innocuo dalla tecnologia, civilizzato, ma che oggi attraverso questo virus è tornato a esserci ostile e che richiede – si spera per un tempo breve e limitato – di proteggerci da una minaccia invisibile e subdola. Paolo de Paolis, presidente della Società Italiana di Chirurgia, melle ultime settimane aveva dichiarato che la mascherina, se indossata in maniera massiccia e trasversale, può rappresentare “il più formidabile strumento per combattere il contagio e la pandemia”. Non resta che augurarci che ciò si avveri e che in pochi giorni la carenza di mascherine sia colmata in tutto il nostro territorio nazionale. Tuttavia, la diffusione massiccia e trasversale di questo dispositivo non è sufficiente se non vengono tenute bene a mente le proprietà e i suoi limiti, che si manifestano soprattutto nel potenziale falso senso di protezione che essa genera, che porta a non rispettare le altre misure di sicurezza, e nella pericolosità di un utilizzo misto si mascherine di tipo diverso (tipo ffp3 e chirurgiche) nello stesso ambiente. Una tecnologia apparentemente poco sofisticata come la mascherina attualmente sembra rappresentare l’arma più efficace che abbiamo a disposizione per combattere un’emergenza globale come questa (per ora, in barba alle nostre fantasie a proposito di soluzioni ipertecnologiche), ma ciò può accadere solo se ne riconosciamo la complessità, i pericoli, e se teniamo bene a mente che a renderla davvero smart siamo sempre e solo noi. 

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