Il male che viene

Porre la fine dei tempi come una certezza effettiva significa uscire dal circolo incantato di un’affermazione apocalittica che deve essere fatale, pur non essendolo in definitiva così tanto – e che mobilita una certezza per celia al servizio di un’angoscia che, per coronare il tutto, si supererà da sola per magia.

In realtà, la certezza in questione, nella sua piatta banalità, è proprio quella che è scongiurata dall’“euristica della paura”, dalla metafisica dell’“angoscia ontologica” o dall’etica del “dovere dell’angoscia”. Sono sicuro della fine dei tempi in un orizzonte storico, che non ho affatto bisogno di datare per definire la fine imminente. Quanto all’angoscia che provo, nemmeno essa ha caratteristiche trascendenti, poiché non concerne strettamente nulla che verta sull’essere o sul mondo, bensì sugli eventi concreti e sulle loro cause sociali e naturali. Stranamente, anzi, questa certezza suona a morto per l’angoscia come sentimento indefinito. Essa riapre infine la porta alla paura, il che è molto diverso. E l’avvenire ci fa sicuramente temere cose precise, e per ottime ragioni. Notate peraltro che, siccome questa certezza e queste paure non hanno niente di molto banale, non vedo perché non dovrei attribuire queste (o qualcosa di assai simile) agli uomini delle generazioni future, che sicuramente saranno più vicini di me alla fine dei tempi. Diciamo solo che essi saranno molto più sicuri della propria fine, e che le loro paure avranno oggetti molto meglio determinati delle nostre. L’importanza di questa osservazione apparirà presto.

 

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Difatti, perché scongiurare pertanto una simile certezza? Perché negarla a prezzo di tante contorsioni logiche ed emozionali?

Qui, il Male entra in scena. L’abolizione dell’umanità, secondo il giudizio comune, è infatti il male assoluto. È perfino un male insuperabile per due ragioni. La prima è che non ci sarà più alcun male dopo, né alcun male al di là di essa, poiché non sussisterà nessuno che potrebbe commetterlo, o fare peggio. Gli ultimi atti cattivi saranno, almeno in prima analisi, quelli degli uomini peggiori, e saranno anche i peggiori atti possibili. Il fatto merita un commento, poiché forse saranno per qualità o quantità atti apparentemente meno gravi di molti di quelli che li avranno preceduti (dopotutto, poiché non ci sarà più molta gente che può morire, forse l’ultimo atto umano sarà un semplice suicidio, niente di molto spettacolare!). Tuttavia, il loro status di atti terminali li trasformerà in essenza: infatti, con essi tutto sarà consumato, cioè reso definitivo, irrimediabile, imperdonabile. In fondo, la scena finale non sarà più soltanto una scena di crimine, ma una scena in cui, per di più, cala il sipario su tutte le scene di tutti i crimini, dando loro in qualche modo ragione. La seconda deriva dalla natura di un’apocalisse senza regno, in altri termini senza giudizio finale né aldilà né per i giusti né per i reprobi. Se una tale fine dovesse verificarsi, è chiaro che essa annullerebbe in modo retroattivo la totalità del bene compiuto dalla specie umana fin dalla sua origine. Ogni atto sarà stato dunque vano, e dovremmo rabbrividire in anticipo per la risata malinconica dell’ultimo uomo che si volta e contempla con un’amarezza corrosiva l’inanità di tutti i sacrifici, gli slanci morali e i successi della virtù, e delle cose belle e buone che ne saranno state, prima di lui, la giusta ricompensa. Infatti è essenziale che il Bene conservi il suo orizzonte di senso, e che possa, se oso dirlo, proiettarsi in avanti, là dove sarà pienamente giustificato, anche se in un’altra vita, o in una vita futura, o agli occhi delle generazioni che ancora devono nascere.

 

 

Se questo genere di speculazione sulla vanità retroattiva del bene pare troppo ardita, consultate le vostre intuizioni morali ordinarie. La maniera in cui le persone muoiono e le circostanze particolari in cui si parla di morti ammirevoli costituiscono un ingrediente fondamentale del senso che diamo alla vita. Sono sempre delle morti che danno senso alla vita. Ora, è proprio quell’orizzonte di senso ad essere annichilito dalla fine dei tempi. Infatti, a che cosa potrebbe somigliare una morte ammirevole, al tempo delle ultime morti, e nella disperazione in cui la gente morirà allora?

Il senso della vita, senza nemmeno parlare del senso del Bene, appare in questa luce come una farsa – e non dico una cattiva farsa, per evitare la tautologia. Ne deriva che l’ingiunzione assoluta, fatta all’umanità, di lottare contro la sua propria distruzione sembra, a prima vista, dare ragione ai filosofi tedeschi. Qualcosa ripugna al fatto che potremmo finire ad opera delle nostre stesse mani come specie vivente o come umanità. Un modo seducente per formulare questa idea è quello di Jonas.

 

Possiamo ben argomentare a favore del diritto di individui isolati di suicidarsi, lui dice. Tuttavia, pare che vi sia una sorta di contraddizione, logica o morale, a parlare di un suicidio collettivo dell’umanità – un suicidio a cui essa acconsentirebbe in maniera ponderata. In effetti, anche se si ammettesse che è permesso suicidarsi per preservare la propria dignità in quanto “persona”, cioè in quanto membro dell’umanità, l’umanità come tutto non può abolire la propria essenza e suicidarsi, perché non dispone per l’appunto dell’orizzonte di umanità più vasto che si offre all’individuo. Essa è questo orizzonte; non dispone di un orizzonte di giustificazione che la supera. Ora, non fare nulla contro l’estinzione del genere umano non è la stessa cosa che commettere un suicidio collettivo?

 

 

Dietro a queste formulazioni, affiora un’idea forte: c’è qualcosa di impossibile – o dal punto di vista logico, o perché l’avversione che l’idea suscita è un dato costitutivo delle nostre esistenze – nel fatto che il destino dell’umanità racchiuda una possibilità reale di autodistruzione. Sì, possiamo andare verso di essa, e forse la rischiamo, ma qualcosa in noi deve ribellarsi “assolutamente” o “essenzialmente” contro questa minaccia.

Per esempio, sembra far parte della nostra percezione dell’umanità che ciascuno di noi sia gravido dell’umanità futura che può far nascere. È così facile tacciare di pura superstizione alcune pratiche sicuramente esotiche per noi – pratiche che condannano un assassino non solo per la persona che ha assassinato, ma anche per i figli non nati della vittima, e per la discendenza infinita a cui egli ha negato il diritto di esistere? Senza dubbio, alla fine dei tempi, la morte cambierebbe dunque valore. La morte di ogni ultimo superstite sarebbe, per analogia, come la “seconda morte” dell’intera umanità – il che ci illumina a contrario, forse, su ciò che oggi la rende ancora relativamente sopportabile: ovvero, che la morte non sia per tutti la fine di tutto.

In questo spirito, il significato dell’amore, dei rapporti sessuali, della procreazione, ma più in generale di tutte le cose che proiettiamo al di là delle nostre esistenze particolari nella vita delle generazioni a venire – opere d’arte, messaggi di saggezza, vasti progetti collettivi – tutto ciò a quanto pare sarebbe negato alla radice. La vita sessuale si ridurrebbe a una convulsione pornografica, e partorire non sarebbe nient’altro che gettare un’ultima palata di carne umana nella fornace delle ultime disperazioni.

 

Ciò che è tuttavia buffo, da far morire dal ridere (peraltro una bella morte che, ahimè, rischia poco di essere collettiva, a tal punto la gente di oggi è di cattivo umore), in questi quadri assai vividi e assai drammatici di ciò che ci accadrebbe se mettessimo in dubbio l’essenza “indistruttibile” dell’umanità, è che essi riciclano, spingendoli fino al parossismo, ciò che osserviamo in questo stesso momento attorno a noi. Nessun bisogno di aspettare la fine dei tempi. Schell, da cui li prendo a prestito, li ha trovati osservando i suoi contemporanei; e in che modo li ha letti? se non come segni sicuri dei tempi della fine…

 

Ad ogni modo, esistono poche possibilità (e questa osservazione si applica a me come a chiunque) che ci si possa fare un’idea del Male diversamente – cioè diversamente che spingendo al parossismo ciò che troviamo detestabile nel mondo in cui viviamo. Tuttavia, ciò non dispensa dal tentare un’analisi del Male, un’analisi filosofica, s’intende, che ne afferri il concetto per la vita e (quand’anche fosse situata storicamente) cerchi di estrarne una forma generale e trasponibile che, contribuendo alla lettura del Male passato, funzioni anche come anticipazione del Male futuro. Naturalmente, questo passato e questo futuro sono i nostri, quelli che osserviamo (o crediamo di osservare) dal nostro piccolo balcone datato e transitorio. Poco importa – isolare la forma del Male al di là delle sue instanziazioni esemplari conserva tutto il suo valore.

 

Estratto di Pierre-Henri Castel, Il male che viene. Saggio incalzante sulla fine dei tempi, ed. Queriniana, 2020, p. 92. Pierre-Henri Castel sarà ospite domani a Philo il 01 Febbraio 2020, dalle 10:30 alle 17:00, in dialogo con Maria Nadotti.

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