Il respiro di Cattelan

Uno studente dell’Accademia Carrara anni fa propose per la mostra di fine anno un’operazione irrealizzabile, rifiutata la quale ripiegò su una t-shirt con la scritta “Prometto che non farò mai più opere provocatorie”. Volevo andare all’inaugurazione della mostra di Maurizio Cattelan all’Hangar Bicocca di Milano con quella t-shirt, ma poi sono troppo posato per ardire a tanto. Vista la mostra, mi rendo conto che forse avrei centrato un punto. In effetti, niente provocazioni, niente scandali, Cattelan gioca seriamente. A meno che…

Titolo bellissimo, una triade che prende subito e che ti accompagna per tutta la mostra e segna il tuo stato d’animo: Breath Ghosts Blind. Tre parole, tre opere, in successione ma anche insieme, come indica l’assenza di virgole.

 

 

Dunque, prima stazione – negli enormi spazi dell’hangar – una persona e un cane in marmo bianco, illuminati da uno spot nell’oscurità, sdraiati a terra, uno di fronte all’altro. Sono morti o vivi? Dormono? Qual è la differenza tra la vita e la morte? Il sogno? No, il respiro, asserisce il titolo. La persona – confesso che non ho capito se sia un uomo o una donna, la parte superiore pare di maschile, niente seno, il volto mi pare anche somigliante a Cattelan, mentre le gambe le direi femminili, ma… – è in posizione fetale, rinviando dunque alla vita intera, dalla nascita alla fine. Come si ricorderà “Respiro” fu una famosa risposta di Marcel Duchamp alla domanda su che cosa stesse facendo in quel momento (dopo aver dichiarato di aver smesso di fare arte, come ha fatto anche Cattelan).

Naturalmente tutti ricorderanno le figure di homeless e di cani che l’artista ha realizzato negli anni, che qui vengono rielaborati in maniera del tutto diversa: appunto, non per sorprendere o provocare, ma per far riflettere. Da questo momento ci parrà di sentire un respiro ritmare tutta la mostra lungo tutto il percorso. D’altro canto il candore luminescente delle due figure rima con il termine “fantasmi” che è il secondo del titolo.

 

Quali fantasmi dunque? Ma i piccioni naturalmente! Quelli che abbiamo già visto almeno con due altre titoli, come “turisti” alla Biennale di Venezia del 1997 e come “altri” in quella del 2011. Se ne è già interpretato molto, ora sono diventati “fantasmi”. Anch’essi immersi nella semioscurità – lo spazio non è diviso dal primo ma gira solo ad angolo, a L – ci sorprendono un’altra volta: all’inizio l’enorme stanzone sembra vuoto, ci guardiamo intorno cercando, poi li vediamo sulle cornici delle grandi vetrate che segnano tutto il lato destro dello spazio; poi li ritroviamo un po’ ovunque sulle travi, siamo circondati, paiono onnipresenti, per quanto lontani e fermi, insomma, è scontato ma non si può evitare di pensarci, come nell’impressionante scena di Uccelli di Hitchcock. Ci guardano? Attendono? Minacciano? Respirano?

 

 

Quanto ci sarebbe da dire sui “fantasmi”, anche e forse soprattutto in senso psicanalitico, comunque le dichiarazioni riportate dei curatori – che a proposito sono Vicente Todolì e Roberta Tenconi, direttore artistico e curatrice di Pirelli Hangar Bicocca – che il rimando sia alle nostre inquietudini, ai nostri timori. Fantasmi in quel senso lì. Ma quali? Forse ce lo dirà la terza stazione, intanto mettiamo in conto che quella del fantasma è una condizione intermedia tra la vita e la morte, sospesa, irrisolta, non ontologica, se posso dire così; e viene dopo la morte, è una strana forma di vita dopo la morte; insomma è come l’arte – lo dice lo stesso Cattelan nella sua dichiarazione: “l’ambizione dell’artista di divenire immortale attraverso il proprio lavoro”, con l’aggiunta non secondaria e che chiarisce molte interpretazioni che si sono date sulla sua figura: “Ogni artista deve confrontarsi con entrambi i lati della medaglia: un senso di onnipotenza e di fallimento”. I fantasmi nascono da questo doppio sentimento, sempre doppio. Lo stesso che rende Cattelan stesso una sorta di “fantasma”, con i suoi giochi di assenze, fughe, alter ego e altre strategie di evanescenza e disseminazione.

 

Proseguiamo. All’estremità il grande stanzone ha un passaggio che porta in un’altra grande stanza. Questa è illuminata e la si vede attraverso la grande apertura senza porta né tende. Lì sul cornicione di entrata alcuni piccioni si vedono ora in controluce, come ombre, ma nessuno la oltrepassa. Cosa c’è nell’ultima stanza? Fin da lontano si vede una enorme sagoma rettangolare nera che sopravanza in altezza quella dell’entrata; più ci si avvicina e più viene da pensare al famoso “monolite” di 2001 Odissea nello spazio. Così almeno a me; così, prima di entrare, mi sono sentito, e ho sentito i visitatori raccolti intorno ad esso, come le scimmie del film, all’origine del passaggio da animale ad uomo – o forse è la suggestione dovuta alla prima opera, donna e cane distesi l’uno di fronte all’altro?

 

Comunque sia, quando si entra si scopre che il gigantesco monolite nero – sarà alto più di dieci metri – è trapassato in alto nientemeno che da un aereo, esso pure nero, dello stesso materiale, dalle forme stilizzate. Il rimando all’11 settembre non può essere evitato – ed essendo a Milano anche l’aereo entrato nel grattacielo Pirelli –, ma lascia perplessi: l’aereo non sfonda, non spezza il parallelepipedo-grattacielo, ne è anzi integrato, come fosse uno sviluppo di quella forma. Molto strano, di quell’effetto straniante che Cattelan riesce sempre a ottenere, e che per me è il segno della sua forza, proprio attraverso uno scarto dal rimando diretto. E in effetti a quali rimandi possiamo pensare per decifrare, o meglio per far “lavorare” questa opera? E perché il titolo Blind? L’aereo in effetti non ha occhi, il parabrezza e i finestrini sono neri come tutto il resto – non oso chiamare in causa ancora Duchamp, ma la sua finestra intitolata Fresh Widow (1920) si ricorderà che ha i vetri neri – ma cieco è anche il monolite, soprattutto se lo si considera la stilizzazione di un grattacielo. Esso rimanda anche e soprattutto, nelle dichiarazioni, al parallelepipedo nero di Tony Smith significativamente intitolato Die (1962), e dunque è esplicitamente riferito alla morte. Credo che l’aereo si rifaccia al Missile (1965) di Pino Pascali, non senza un curioso – non so se voluto o meno – ironico effetto di Italia vs America.

 

 

Se si sta al rimando all’attentato alle Torri gemelle, viene in mente anche la famosa copertina del “NewYorker” di Art Spiegelman con le Torri completamente nere. Il monumento di Cattelan pare proprio un’ombra tridimensionale, un buco nel mondo, una macchia cieca nello sguardo. In realtà così stilizzato e tutto ugualmente nero appare anche un po’ Pop, se così posso dire, ma insomma sono questioni formali, si dirà, e il tema è un altro, cioè la cecità della morte, che è cieca di fronte a tutti, che rende ciechi, è buia, l’opposto della nascita, di Breath, che appare come sagome bianchissime immerse nell’oscurità. La morte è dunque la fine del respiro, ma, anche qui, l’arte è un resto di respiro dopo la morte.

Come si vede la mostra è orchestrata molto bene e nei minimi dettagli, come una drammaturgia in tre parti, dicono i curatori. I temi sono al tempo stesso personali e universali, locali e globali, esistenziali e storico-sociali. Cattelan è a questo punto, è questo il Cattelan degli anni 2020? Un artista “maturo” che, non senza mantenere tutti i suoi ingredienti e aspetti, e anzi rimettendoli in gioco in intrecci diversi, invita alla riflessione.

 

Vi dispiace che non ci sia più tanto il suo aspetto giocoso e istrionico? Non è così, c’è una quarta immagine, quella della comunicazione della mostra, come una sorta di “quarta opera”: è una fotografia di un uomo, forse Cattelan stesso, anche lui in pantaloncini e t-shirt, che copre petto e viso con una enorme foglia che tiene in mano. È l’artista che sta dietro l’opera, che “sfugge”, al tempo stesso si sottrae e si rivela; è la chiamata in causa della natura, tema che non poteva mancare in questo momento; è un’unità ibrida, come Blind, e del resto è Respiro Fantasma Cieco tutti insieme, in forma di immagine semplice che circola, come piace al Cattelan delle riviste e del Web. E a noi piace che a lui piaccia ribadire che anche quelli vadano considerati con attenzione, che anche lì c’è respiro, che ci sono fantasmi e che la cecità non è solo un rischio bensì una componente insopprimibile, stavo per dire una forma, e come tale una modalità attiva, che si tratti di arte o di grandi temi della vita e della società.

 

Maurizio Cattelan Breath Ghosts Blind, dal 15 luglio 2012 al 20 febbraio 2022

presso Pirelli Hangar Bicocca a Milano. Ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria

https://pirellihangarbicocca.org/mostra/maurizio-cattelan/#

 

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