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Venezia danza per tre anni con Sieni

Virgilio Sieni è il nuovo direttore artistico della Biennale Danza di Venezia. La nomina, arrivata qualche giorno fa, per la prima volta a un italiano, riconosce al coreografo fiorentino la statura di artista completo, capace di invenzioni estetiche sorprendenti, tese tra la bellezza e la ferita dei corpi, autore di ricerche che rompono i confini professionali della danza per indagare il movimento insieme a bambini, anziani, cittadini.

 

Sieni si è ispirato alle favole, ha condotto gli spettatori in percorsi nella natura, in case e orti, davanti ai Cenacoli rinascimentali fiorentini, sui palcoscenici dei teatri. Con Osso ha trasposto in scena in modo essenziale il rapporto con l’anziano padre.Con la sua compagnia, con sede negli spazi di CANGO Cantieri Goldonetta di Firenze, ha esplorato immaginari teatrali e filosofici, ultimamente in collaborazione con Giorgio Agamben, e si dedicato alla trasmissione pedagogica fondando l’Accademia sull’arte del gesto. Ha messo in danza il De rerum natura di Lucrezio, ha fatto ballare performer non vedenti, ha elevato a segno artistico i gesti quotidiani di vecchie signore, il premere un interruttore per accendere la luce, il sedersi, il guardare, l’addormentarsi. Sempre con attenzione minuziosa e slancio poetico, con precisione e invenzione emozionale (vedi il ritratto che ne ha fatto Lucia Oliva su doppiozero).

 

Dirigerà la Biennale Danza fino al 2015, succedendo a Carolyn Carlson, Karole Armitage, Frédéric Flamand, Ismael Ivo. “Spero di condividere un percorso fondato sulle pratiche intese come viatico alla creazione e alla fruizione, portando l’attenzione al senso dello spettacolo come forma del vivente che ci richiama all’ascolto, aprendo le porte allo sconosciuto” ha dichiarato nell’accettare l’incarico. Concludendo con una netta dichiarazione di poetica: “La Biennale rappresenta per me quella radura che si arricchisce di accoglienze porgendo con intensità uno sguardo al corpo quale misura e nutrimento poetico dell’uomo”.

 



 

Le motivazioni della nomina parlano oltre che della tua qualità di coreografo, di impegno e dedizione nelle attività formative e di spirito di ricerca ricco di interessi verso altre discipline. Ti riconosci in questo ritratto?

 

“Sembra un ritratto soddisfacente. Rispetto all’andamento della danza in Italia, mi sembra significativo che venga chiamato a Venezia perché faccio un lavoro di condivisione, considerando lo spettacolo un progetto che vede intrecciarsi soprattutto percorsi di durata legati alla formazione, che poi rifluiscono in percorsi di creazione”.

 

 

È stata riconosciuta una tua capacità di usare la danza oltre la danza, oltre i limiti canonici della danza?

 

“Mi sembra che le motivazioni della scelta esprimano il desiderio di coinvolgere quella che è una dimensione dell’arte a tutto tondo, quindi un pensiero forte sullo spazio, sulla musica, sull’architettura e l’urbanistica, che pure non concede nulla al patchwork. E forse è stato riconosciuto anche tutto il lavoro legato ai luoghi, ai territori, alle geografie…”

 

I giardinieri e le fatine, Inequilibrio, 2012. Foto Sieni.

 

E anche alle persone, come gli anziani, i partigiani?

 

“Ma io partirei proprio di lì, proprio dalle persone, quindi dal ciclo delle Età dell’uomo: sono loro, alla fine, che vanno a stimolare l’identità dei luoghi e a indicarmi quella che è la giusta dimensione, il formato degli spazi”.

 

 

Hai già qualche idea di programma per la Biennale?

 

“La Biennale è una manifestazione internazionale: la prima cosa a cui ho pensato è un incontro tra i popoli, tra culture del corpo dei popoli, e quindi mettersi sì in una dimensione di contemporaneo, ma considerare anche come tutto lo sbriciolamento delle antichità possa riversarsi in un’idea di contemporaneo”.

 

Cinque nonne, Inequilibrio, 2011. Foto Virgilio Sieni.

 

Cosa intendi per sbriciolamento delle antichità?

 

“Io parlo di quella che è stata l’origine di alcune esperienze del corpo e della danza, in altri paesi, non solo in quelli occidentali. Parlo ovviamente di una dimensione extraeuropea e extraoccidentale, dall’Asia all’America del Sud, per riflettere su elementi che potrebbero costituire un’agorà legata a un’esplorazione del contemporaneo attraverso tutto quello che è stato l’origine della danza in certi paesi. E comunque il mio triennio sarà molto incentrato su un’idea di formazione, anzi, più precisamente, su un’idea di durata legata alla trasmissione, con il coinvolgimento di danzatori ma anche di neofiti. L’intenzione è quella di rivolgermi anche a chi sta fuori dal mondo della danza”.

 

 

A chi pensi?

 

“L’esperienza della danza, anche per i percorsi che ho seguito fino a ora – lo ribadisco – ha la necessità di aprirsi a tutto un popolo, a tutte le persone che nutrono un senso di distacco nei confronti dello spettacolo, e in particolar modo dello spettacolo di danza. La mia intenzione è di estendere queste pratiche alle persone comuni, non solo ai professionisti. Quindi sì spettacoli, sì percorsi di creazione, ma con una grande attenzione alla trasmissione”.

 

Kore, La ragazza indicibile. Foto Virgilio Sieni.

 

Quindi la tua Biennale Danza sarà caratterizzata da produzioni internazionali ma anche da laboratori aperti, da processi che si sviluppano attraverso varie tappe?

 

“Esattamente. Che richiedono durata, che richiedono costanza e condivisioni anche tra vari paesi”.

 

 

Andrai a osservare qualche realtà che ti interessa particolarmente, oltre a queste danze antiche di cui parlavi?

 

“Per forza di cose ci sarà una perlustrazione di tutto quello che riguarda l’espressione del contemporaneo attraverso la danza per come la intendo io, la danza che fa del corpo un manifesto, quindi quelle esperienze che in occidente per me rappresentano un segno importante a tutt’oggi”.

 

De Anima. Foto di Akiko Miyake.

 

Qualche nome, solo a titolo di esempio?

 

“Evidentemente in questa fase non posso fare nomi. Ma se osservate il mio percorso, qualche linea si può dedurre, e riguarda tutte le esperienze che attraversano il corpo secondo una linea che va da Merce Cunningham a Trisha Brown, per arrivare a un discorso legato a un’appropriazione di una teatralità, di una gestualità minuta. Tutto questo mi appartiene: sì, l’artigiano può danzare, ma allo stesso tempo ho bisogno di capire come tutte le altre esperienze si riversano nella tecnica di danza”.

 

 

Come vedi il panorama italiano e come ti inserirai in esso con questo prestigioso incarico?

 

“Io spero che la mia azione serva a dare slancio. Mi piacerebbe che questo incarico alla Biennale riuscisse a creare uno spostamento, per indicare nuove strade o per sostenere esperienze già in atto. La danza in Italia è in una situazione abbastanza critica proprio perché c’è una separazione, un irrigidimento di tutto il settore. Spero che ci sia la possibilità di dare una grande apertura, anche rispetto a altre esperienze, e quindi di sostenere dei progetti e dei percorsi”.

 

Oro, Virgilio Sieni.

 

Per irrigidimento del settore che cosa intendi?

 

“La danza come tante altre arti delle volte è autoreferenziale. Siamo andati sempre più a osservare la danza negli ultimi tempi esclusivamente come spettacolo chiuso in sé, perdendo di vista tutto quello che è il processo, il percorso e quindi la pratica. Quindi, in forma monacale, bisognerebbe tornare a rivedere le durate, a capire che arrivare allo spettacolo significa non solo un percorso di pratiche interne chiuse ai danzatori stessi, ma anche un’opportunità che si apre al danzatore e al coreografo per coinvolgere l’ambiente intorno, tutto un luogo, un territorio, e le persone che lo vivono. I danzatori devono trasformarsi in trasmettitori”.

 

 

Nell’ultima edizione del festival Inequilibrio di Castiglioncello hai composto un lavoro in un giardino simile a bosco con bambine in tutù e anziani giardinieri del Comune. Al festival di Santarcangelo hai fatto danzare i sogni di un gruppo di cittadini. A Bologna, davanti al Museo che ricorda la strage di Ustica, hai mosso in scena i corpi di vecchi partigiani. Cosa produce una tale apertura dei recinti della danza?

 

“A Modena ultimamente c’erano sei partigiani di cui due donne, la Gina e la Rina. La Gina era alla seconda esperienza con me, perché aveva partecipato anche a Bologna. Alla fine dello spettacolo mi si è avvicinata e mi ha detto: ‘Virgilio, guarda, sono commossa. Ho pianto tutto lo spettacolo. Hai interpretato tutte le figure dei partigiani. Però te lo devo dire, ora ho capito tutto: la prossima volta ti muovo io’. Per me questa è stata la cosa più geniale: sono bastati due incontri e ha capito cosa faccio e vuole farlo anche lei. Questo intendo per trasmissione. Aprire all’altro la danza è un atto necessario, oggi. Perché così si possono portare le persone a osservarla”.

 

Cenacolo, Ela Bialkowska.

 

E quindi a capirla, a entrarvi meglio?

 

“Sì, a avere uno sguardo consapevole e a interpretarla secondo quelle che sono le proprie traiettorie e ovviamente le proprie esperienze. È secondo me la grande opportunità di una danza che si apre”.

 

 

L’impegno alla Biennale ti consentirà di continuare gli altri tuoi progetti, per esempio quello di Marsiglia 2013?

 

“Tassativamente. A Marsiglia aprirò tre agorà nella città, in tre luoghi diversi: vi porterò un centinaio di azioni che ho elaborato in questi quattro anni del progetto Arte del gesto del Mediterraneo. Sono non professionisti e anche professionisti, tutti insieme. Vengono Istanbul, da Barcellona, molti dall’Italia, africani. Si incontreranno a Marsiglia”.

 

Sogni, Santarcangelo 2012. Foto Ilaria Scarpa.

 

Nel gesto le diverse culture si ritrovano o conservano le differenze? E che cosa succede?

 

“Per l’esperienza che ho avuto, nel gesto le culture trovano una forma di sospensione e di comprensione veramente emozionante e commovente. Sembra che i linguaggi a volte vengano azzerati e si ricostruiscano lì sul momento. In questo senso parlo anche di atto di creazione: le persone riescono veramente a stimolarsi, a trasmettersi delle cose in un momento, come se avessero fatto insieme percorsi decennali, epocali, e invece magari hanno fatto un’esperienza di pochi mesi”.

 

 

Con questo incarico veneziano sembri arrivato al culmine di una carriera lunga e piena di onori, iniziata nei primi anni ottanta. Hai ancora qualche sogno da realizzare?

 

“Al culmine no, perché sai benissimo che si tratta di avventure, e anche di capacità di condividere queste avventure. Basta guardarsi intorno. Se la situazione della danza non si muove, non importa essere arrivati al massimo. Bisogna avere la capacità di incidere. Il mio desiderio è arrivare a realizzare concretamente quello che ci stiamo dicendo, che non mi sembra poco. Arrivare a far danzare un po’, perché no, anche i parlamentari prima di entrare in aula. Non sarebbe male”.

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OSSO. Foto Philippe Laurent.