John Lennon, ritratto dell’artista da uomo

Liverpool non sarà Dublino, ma nello sfogliare due libri dedicati a John Lennon pubblicati da poco mi è venuta la voglia di rileggere Dedalus di James Joyce. Una cosa che non ricordavo è quanto si canta nel libro di Joyce. Fra le sue pagine c’è sempre qualcuno disposto a canticchiare una vecchia melodia:

 

Pazzia e gioventù

Fan sposi i giovanotti,

dunque, tesoro mio,

io non ne posso più.

 

Questi alcuni dei titoli in cui ci si imbatte cammin facendo: Brigid’s Song; Oft in the stilly night; Sweet Rose O’Grady; The Groves of Blarney; Killarney; Lilly Dale; O twine me a bower; Strawberry Fields Forever (d’accordo, quest’ultima non c’è, ma l’avessi incontrata non l’avrei considerata un corpo estraneo).

 

Le canzoni sono lo strumento attraverso cui Stephen, il protagonista del romanzo, si fa sorprendere dall’essenza delle cose. Attraverso le canzoni schiude le sue emozioni, dando loro una forma armoniosa e pertinente con l’ordine del cosmo:

 

Dietro una siepe di lauri traspariva una luce alla finestra di una cucina e si sentiva la voce di una serva cantare, mentre affilava i coltelli. Cantava, a brevi riprese staccate, “Rosie O’Grady”…

Crandy si fermò ad ascoltare e disse:

– Mulier cantat.

 

 

Per John Lennon, nato a Liverpool, non a Dublino, e diventato una rock star, non uno scrittore, la musica ha svolto una funzione analoga. Attraverso di essa ha fatto esperienza del mondo, e grazie ad essa ha trovato il modo di rapportarsi agli altri. Scrivere di John Lennon, lo confesso, è impresa non facile. Da quella tragica sera di dicembre del 1980, quando fu ucciso di fronte al Dakota Building di New York, la sua vita e la sua opera sono state oggetto di indagini incessanti, minuziose, asfissianti, a tratti morbose. Si direbbe che tutto sia stato scritto, e probabilmente è così. Quello che ancora è possibile fare però, è scrivere di Lennon calibrando diversamente la mira, usandolo ad esempio come si usa la sponda nel gioco del biliardo, per colpire, attraverso di lui, un bersaglio che altrimenti non sapremmo come raggiungere. In John Lennon, la biografia definitiva pubblicata di recente da Sperling & Kupfer (421 pp.; € 18,90), Lesley-Ann Jones, l’autrice, scrive: ci sono tante versioni della storia di Lennon quante sono le persone che la raccontano. Che è più o meno quanto si può dire di ognuno di noi. È anche vero però che Lennon è un diamante che splende di una luce particolare, una luce simile a quella che accende Lucy in the sky with diamonds, gioiello che sfida le leggi dell’armonia e che ogni volta che lo guardiamo rivela un taglio diverso.

 

Leggendo un secondo libro dedicato a Lennon pubblicato di recente, John Lennon, le storie dietro le sue canzoni di Paul Du Noyer (Mondadori, 192 pp; € 24,90), e incentrato sugli ultimi dieci anni della sua vita, la vita dopo i Beatles, mi sono scoperto a pensare qualcosa che non avevo mai pensato in questi termini, e cioè che la seconda vita di Lennon, infinitamente più complicata e difficile della prima, meno esuberante sul piano artistico, meno ricca di successi e lontana anni luce dalla stagione degli yeah yeah, ci presenta, prima ancora che l’artista nel pieno dell’atto creativo, un uomo all’incessante ricerca di sé stesso. Accanto ai primi successi da non membro dei Beatles (Give peace a chance, Power to the people, Instant Karma, Imagine), e mentre pubblicava, un po’ a fatica e un po’ controvoglia, dei dischi considerati minori, e forse proprio grazie ai dischi minori piuttosto che in virtù degli inni planetari, è possibile cogliere la natura più interiormente problematica di Lennon. Colui che nella prima vita fu, per sua ironica e compiaciuta ammissione, Re John d’Inghilterra, nella seconda vita si trovò a fare i conti, proprio come gli altri tre, con quella che appare come un’eredità abnorme: la vita dopo i Beatles. Come diavolo s’affronta una cosa del genere?

 

 

Paul McCartney si ritirò in una fattoria in Scozia (a chi scrive le cornamuse fanno venire il mal di testa, ma Mull of Kyntire fu anche il tentativo di abbracciare un’idea di vita in comune che andasse oltre quella adolescenziale del gruppo di amici), e John Lennon emigrò negli Stati Uniti a fare il rivoluzionario, o qualcosa del genere (Working Class Hero provoca sempre lo stesso tuffo al cuore). Tutti loro, George e Ringo compresi, dovettero portare avanti quel processo di identificazione che negli ultimi anni di vita dei Beatles s’era andato imponendosi in modo sempre più vistoso sulla massima tutti per uno, uno per tutti, vero mot d’ordre dell’avventura beatlesiana. Un tradimento che un po’ s’imputava a John e un po’ a Paul, ma soprattutto, e su questo ahimé l’unanimità è sempre stata flagrante, alla povera Yoko Ono, donna, vicina alle avanguardie e cittadina giapponese – altro da dichiarare, signorina? – che, a detta dei fan, aveva sapientemente sabotato il sogno di tutti. La seconda vita di Lennon, in modo forse più manifesto rispetto a quanto avvenne per gli altri tre, ci parla della difficoltà e dell’intensità con cui John affrontò questo processo di messa a fuoco. Nelle canzoni e nei dischi, certo, ma soprattutto nell’incessante tentativo di trovare un equilibrio fra l’enormità delle aspettative del pubblico e l’inevitabile ingombro del dubbio, il demone della competizione a distanza con Paul, e fors’anche il disorientamento di non poter più contare sulla forza del gruppo, oltre alla difficoltà di coniugare la ricerca spirituale con il ruolo di sabotatore sociale di cui John s’era fatto carico.

 

 

Nelle ultime pagine di Dedalus, Joyce mette in bocca a Cranly, uno degli amici fidati di Stephen, il finale del ritornello di Rosie O’Grady:

 

E quando saremo sposati,

sarò ben felice con te.

Amo tanto la mia Rosie O’Grady

E la mia Rosie O’Grady ama me.

 

Ecco la vera poesia che ci vuole per te – disse (Cranly, ndr). – Ecco l’amore vero. (…) Aveva parlato dell’amore di una madre. Dunque sentiva le sofferenze delle donne, la debolezza dei loro corpi e la debolezza delle loro anime: e avrebbe saputo difenderle con un braccio forte e risoluto e piegare la mente innanzi a loro.

 

 

Non c’è libro dedicato a John Lennon che non dia ampio risalto alla figura di mamma Julia. Una madre che, come Lennon amava ripetere, perse due volte. La prima, quando bambino fu affidato alla zia Mimi, e la seconda, ormai diciassettenne, quando Julia fu travolta e uccisa da un’automobile. All’abbandono della madre si sommò anche quello di papà Alfred. Non è probabilmente un caso se il brano che apriva il primo disco di Lennon dopo lo scioglimento ufficiale dei Beatles, il disco in cui John si presentava con la sua nuova identità di Lennon/Plastic Ono Band, era la straziante Mother:

 

Mother, you had me

But I never had you

I wanted you

You didn’t want me

 

Father, you left me

But I never left you

I needed you

You didn’t need me

 

Mama don’t go

Daddy come home…

 

(Madre, mi hai avuto / Ma io non ho mai avuto te / Ti volevo / Tu non volevi me. / Padre, mi hai lasciato / Ma io non ti ho mai lasciato / Avevo bisogno di te / Tu non avevi bisogno di me / Mamma, non andartene / Papà, torna a casa…)

 

Nel 1969, parlando di Yoko Ono, Lennon dichiarò: “è come avere una madre. Prima non mi rilassavo mai, ero sempre in uno stato di agitazione, è così che è nato il Lennon cinico”.

 

 

L’onestà di Lennon, e soprattutto la schiettezza di sguardo che riservava a sé stesso, non conoscevano mezze misure. Anche in questo i pareri concordano. George Harrison dichiarò: “non ti prendeva mai per il culo. Io voglio la verità, e John era bravo in questo”. Yoko Ono, da par suo, disse una cosa bellissima: “si dice che i ciechi abbiano un volto onesto, perché non hanno mai dovuto imparare a usare le espressioni per mentire”. Se le canzoni di John Lennon ci colpiscono per la loro schiettezza e anche, a volte, per la loro ingenuità, è perché Lennon si affidava al processo creativo senza calcolo. Anche quando con un doppio salto mortale catapultò i Beatles dalla dimensione del pop da classifica alla sperimentazione che sconfinava con l’avanguardia (Revolution 9), la premessa era pur sempre ludica, lontana dalla seriosità e dall’intellettualismo esasperato di molte avanguardie. La sperimentazione in Lennon fu in buona parte gioco, attuazione creativa di un impulso infantile, provocazione, reale desiderio di rompere le regole per scoprire un’altra faccia delle cose, fino addirittura a ipotizzare che il gioco in quanto tale avesse facoltà di cambiare il mondo (Dear Prudence, won’t you come out to play?). “Siamo tutti gelatine surgelate” dichiarò altrove, “c’è solo bisogno di spegnere il frigorifero”.

 

La madre, la donna, si diceva. Ecco la vera poesia che ci vuole per te, scriveva Joyce in Dedalus, ecco l’amore vero. (…) Avrebbe saputo difenderle con un braccio forte e risoluto e piegare la mente innanzi a loro. Per John non era sempre stato così. Yoko Ono a questo proposito dichiarò: “i Beatles avevano portato una nuova sensibilità nella musica pop, ma nella vita privata rimanevano quattro liverpooliani vecchio stampo”, e ricordava come John avanzasse sempre la pretesa di leggere il giornale prima di lei. Quando, nel corso di una serata alcolica a Los Angeles, Lennon sferrò un pugno a una cameriera, lei commentò: “non è tanto il colpo a fare male, quanto scoprire che uno dei tuoi idoli è un vero stronzo”. Il passaggio dal John vecchio stampo al John femminista della seconda metà degli anni ’70 è uno degli aspetti più rilevanti della sua biografia, al punto che tutta la sua produzione solista potrebbe essere letta in questa chiave. Dalle innumerevoli canzoni ispirate o dedicate a Yoko, a quelle in cui dichiarava con la consueta schiettezza i suoi limiti di uomo (Aisumasen; Jealous Guy), passando per il femminismo da barricata (Woman is the nigger of the world; Angela, dedicata all’attivista afro-americana Angela Davis), arrivando infine, dopo la seconda paternità e l’essersi scoperto uomo casalingo atto a cambiare pannolini, senz’altro desiderio che dreaming my life away come cantava in Watching the wheels, arrivando, dicevo, alla sublime Woman, il punto d’approdo finale, l’ultima stazione, una canzone da cui emana il senso della compiutezza infine raggiunta, l’uomo Lennon colto in un momento di serenità che sarebbe anche stato il suo ultimo dono in musica. Con quella canzone, tornando ancora a Dedalus, gli riuscì infine l’atto così difficile per un uomo di piegare la mente innanzi a loro.

 

 

Nel romanzo di Joyce, nelle ultime pagine, a un certo punto si legge:

 

Una voce parlò sommessa nel cuore solitario di Stephen e gli ordinava di andare, gli diceva che quell’amicizia volgeva alla fine. Sì, sarebbe andato. Non poteva contendere con un altro. Sapeva la sua parte.

– Probabilmente me ne andrò – disse.

– Dove? – domandò Cranly.

– Dove posso – disse Stephen.

 

E, più avanti:

 

Mi hai domandato quel che farei e quel che non farei. Ti voglio dire quello che farò e quello che non sarò. Non servirò ciò in cui non credo più, si chiami questo la casa, la patria o la Chiesa: e tenterò di esprimere me stesso in un qualche modo di vita o di arte quanto più potrò liberamente e integralmente, adoperando per difendermi le sole armi che mi concedo di usare: il silenzio, l’esilio e l’astuzia.

 

Esprimere me stesso in un qualche modo di vita o di arte. Per John, travolto da un successo di proporzioni inimmaginabili poco più che ventenne, esprimere sé stesso in questa vita si era rivelato un compito davvero arduo. Nell’arte, apparentemente, c’era riuscito senza grande sforzo. Alla fine ne uscì con intelligenza e discrezione, ricorrendo al silenzio, all’esilio e all’astuzia, restandosene lontano dalle scene per cinque anni. In Beautiful Boy, dedicata al figlio Sean nato dalla relazione con Yoko Ono, è contenuto il celebre verso poi fattosi aforisma: Life is what happens to you while you’re busy making other plans (la vita è ciò che ti accade quando sei intento a pianificare altro). È solo un motto, d’accordo. Però è anche un bel suggerimento. Astuzia, ci vuole. Il silenzio, l’esilio, e l’astuzia…

 

John Lennon, Woman

 

(Estratti da Dedalus nella traduzione di Cesare Pavese, edizioni Adelphi).

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