Ken Loach. Working class

C'è ancora un gran bisogno di autori come Ken Loach, con la sempre più rara dote d'immergere lo sguardo tra gli strati sociali più umili, e di non perdere il contatto con una realtà che per il regista britannico ha il sapore famigliare. C'è ancora un gran bisogno che un ottantenne socialista figlio della working class ci racconti la storia di un operaio, perché a dispetto del senso comune imperante, la classe operaia non è andata in Paradiso, per citare Petri, ma è rimasta appesa in un limbo avvilente e pernicioso, indebolita da una sequela di provvedimenti politici che la stanno spogliando di molti di quei diritti che non assicurano agio e ricchezza, soltanto dignità.

 

Daniel Blake è inglese ma la sua storia potrebbe essere quella di qualsiasi esodato nostrano, persone che vivono ostaggio della burocrazia, il vero volto dello Stato dietro la maschera sempre più esile del welfare. La presunta efficienza della macchina statale mostra tutta la sua inettitudine proprio quando dei problemi di salute costringono Daniel, dopo una vita da lavoratore inappuntabile, a richiedere la pensione. Egli non può più svolgere il suo lavoro di intagliatore, ma al tempo stesso non può percepire il sussidio d'invalidità. Lo Stato non lo aiuta, anzi, lo costringe ancora a pagare la bedroom tax, eredità del governo tory di Cameron. A cinquantanove anni Daniel Blake è dunque costretto a rimettersi in gioco, frequentando corsi che gli insegnano a compilare un CV e ad apprendere l'utilizzo del computer. È interessante, nel dipanarsi di queste scene, la critica che traspare tra le righe, l'attacco fiero e deciso contro una cultura dell'omologazione. In questo senso, Loach va ben oltre le lotte operaie degli anni Settanta, e rinvia fin dal titolo, Io, Daniel Blake, a una rivendicazione dell'identità individuale. Non può esserci solo un modo, calato dall'alto, per rapportarsi con il mondo del lavoro.

 

 

Lo scenario kafkiano della vicenda aiuta a stemperare i classici temi socialisti tanto cari a Loach. Il nemico è invisibile, ma ben presente. L'inumanità non traspare soltanto dai meccanismi e dalle procedure, ma anche dai meri esecutori, fin troppo ligi al dovere, il contraltare offerto a un cast di gente comune con cui il regista ci aiuta a empatizzare, come l'impiegata Ann, che tenta ingenuamente, e con esiti sfavorevoli, di aiutarlo di nascosto. La battaglia di Daniel è solitaria, ma non priva della solidarietà dei numerosi comprimari che s'imbattono nel suo cammino, prima fra tutti la giovane madre single Katie, un'altra vittima del sistema burocratico inglese. Il cammino di Katie è parallelo a quello di Daniel, i due s'incontrano nei grigi uffici governativi, ma per la donna è più difficile restare aggrappata ai suoi sogni e alla dignità, con due figli a carico.

 

La critica di Loach si estende poi al mondo globalizzato di oggi, ricco di elementi contraddittori e reso nudo dall'agonia del welfare. Il regista esplicita il messaggio introducendo il personaggio di “China”, il giovane vicino di Daniel che, stufo e disilluso dalle istituzioni sociali, per sbarcare il lunario contrabbanda scarpe da ginnastica prodotte in Asia alle condizioni che, purtroppo, più o meno tutti conosciamo. È la dimostrazione definitiva di un duplice sfruttamento, oppure un meta-sfruttamento, con il sistema globalizzato che, escludendo gli esclusi, li costringe a sfruttare altri esclusi sotto di loro, in una scala sociale sempre più allungata verso il basso, e da cui sono in pochi (pochissimi) ad emergere. 

 

Il regista è stato abile a non cadere nel patetismo, presentandoci personaggi asciutti e lineari, reali come solo le esperienze di chi ha passato del tempo in mezzo ai banchi alimentari possono essere. Tuttavia, è difficile non stare dalla loro parte e, comunque, commuoversi. In questo senso Loach non tradisce la sua storia e la sua poetica, non disegna punti oscuri nella working class, non sono più i tempi del già citato Petri e del suo Lulù Massa. I lavoratori dei giorni nostri sono talmente alla mercé del mercato da non avere scelta, o di essere costretti a farne di estreme, come Katie. 

 

Kafkiano nella struttura, il film si rivela positivo e propositivo nello sviluppo. Daniel Blake non è uno sconfitto predestinato come Josef K., non si lascia avviluppare e schiacciare dagli intoppi o dagli ingranaggi, ma li affronta sempre a testa alta e lasciando trasparire una speranza per il futuro. Il messaggio della pellicola è piuttosto chiaro, ci sarà sempre da lottare e si continuerà a farlo, finché sopravvivrà l'esigenza di far rispettare la propria individualità, i propri diritti. Le accuse di veteroideologismo strisciante lasciano il tempo che trovano. Chi, se non i “vecchi” che hanno avuto e si sono guadagnati certi diritti, può insegnare alle nuove generazioni a non svenderli, dal primo all'ultimo? 

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