La complicata intimità degli adulti

Un neonato piange. Il genitore lo tira su dalla culla, lo tiene in braccio, lo dondola e canta una ninna nanna, gli va incontro con la voce, le carezze, lo trova, lo calma. Si chiede cos’ha? Ha sete? Ha fame? O ha fatto un brutto sogno?

Il neonato si calma, forse voleva solo essere preso in braccio, si riaddormenta, lo si può posare con attenzione di nuovo nel suo giaciglio, riconciliato con il proprio riposo.

Da adulti l’intimità è più complicata. Colui che piange, ha fame, sete, sonno, desiderio di essere trovato e carezzato, è uno straniero interno che ci si mostra per la fame della sua anima. Si risveglia improvviso una sera al ristorante, mentre stiamo parlando con qualcuno e la sua voce, il suo sguardo ci trovano. Eravamo perduti in una conversazione superficiale, qualunque, e invece si è aperto un percorso che ci porta l’uno verso l’altro, riaffiorano tanti discorsi interrotti, abbiamo da raccontare, si riaprono le ferite e solo lui o lei potrebbe calmarci.

 

Cerchiamo di accompagnarlo o di farci riaccompagnare a casa, la voce tira fuori da chissà dove la fame e il buio dell’anima, vorremmo fare l’amore e speriamo che così il desiderio si plachi, ritorni a casa. Cosa c’è di più intimo di due corpi nudi che si carezzano, si cercano, si amano? Speriamo che alla fine si riesca a dormire, finalmente, dopo tanti tormenti. E magari succede, ma non è mai per sempre, saremo di nuovo soli, abbandonati, non sappiamo neppure da chi. Inconsolabili. Incompresi e forse incomprensibili.

 

L’intimità degli attimi in cui si è placato il pianto che parlava di fame, di sete, di essere amati e compresi, resta l’orizzonte della vita intera. Se a piangere sia il nostro straniero interno, come lo chiama Freud, forse spiegherebbe perché non c’è meditazione che possa davvero calmare. Ma forse è un Dio che si è perduto tra noi mortali, o forse chi lo sa, non è nulla, o comunque non si è capito, è passato senza lasciarsi conoscere, o piuttosto è troppo per noi, ci distraiamo, torniamo nell’ordinario trascorrere di eventi in superficie. Nel buio interiore c’è tutto, quei primi pianti infantili e la gelosia, la fame e la nostalgia, la sete e l’impossibilità di amare e di essere amati per sempre, la morte futura e presente e passata, il nostro e l’altro, l’essere nel proprio, come lo chiama magnificamente Giorgio Agamben nell’ultimo suo libro su Hölderlin, e l’altro. La nostra lingua e l’altra. La traduzione, l’intraducibilità. L’abitudine, la nostalgia dell’abitudine, del quieto, e l’inevitabile, irripetibile susseguirsi di ogni istante, che sempre ci tiene lontani dal semplice essere quello che siamo e ci si mostra come una straziante separazione. 

 

Nel cercare l’altro, nel telefonargli o allungare una mano, volerci spogliare, baciare, abbracciarci e sfregarci l’uno con l’altro fino all’orgasmo, speriamo di poterci abbandonare spossati di noi e dell’altro su un letto o su un prato, vorremmo dimenticare la separazione, la distanza. Ma presto, se non subito, basta uno sguardo e ci siamo già lasciati, cerchiamo di volerci bene, tenerci vicini, ma l’intimità è inabitabile. Forse solo nel sonno, quando assomigliamo alla morte, riusciamo come il neonato addormentato a confondere i sentimenti, le fantasie, lo spazio interno con un’unione ma anche lì, se sogniamo di correre o di prendere un taxi, ci accorgiamo che il corpo al contrario non si muove. E ora che siamo all’interno, nell’intimità del sogno, ci manca l’esterno dove le cose avvengono.

 

Tutto questo è vivere ed è molto bello, nel sogno e nella veglia, e riusciamo a dircelo, capirlo, scambiarlo, e ci risveglia da sonni agitati e attraverso l’altro all’oblio ci riconsegna ogni giorno, anche quando ci pare di esser soli. Basta un momento e siamo lì, nell’intimità di uno sguardo dove così spesso sappiamo di doverci fermare, davanti agli abissi nostri e degli altri che si spalancano in un percorso intenso, pericoloso, bellissimo, terribile. 

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Opera di Henri de Toulouse-Lautrec.