La scienza va a teatro

In questa raccolta di pièce teatrali, Giuseppe O. Longo si fa portavoce di un’eredità antica quanto il teatro, a partire dal Prometeo di Eschilo, nel quale per la prima volta la scienza varca le soglie del teatro, si impossessa del palco e vaticina all’uomo quello che sarà il suo futuro.

Prometeo era l’amico dell’uomo. Era il progresso da sempre ricercato e inseguito, la ribellione al dominio divino. Prometeo portò agli uomini la sete di potere, la brama di un progresso al contempo dono e maledizione, che avrebbe accompagnato il genere umano attraverso i secoli, conducendolo dritto verso la propria probabile distruzione. Prometeo ci portò il fuoco, e con esso il nostro peccato originale.

Il titolo stesso dell’opera, La scienza va a teatro (Trieste, EUT edizioni, 2017), implica una dicotomia, che Longo ha tutta l’intenzione di superare, tra quelle che sono due parti fondamentali dell’essere umano. Da che il teatro esiste ha sempre avuto come scopo quello di raccontare l’individuo, di estremizzarne l’esistenza dalle più grottesche facezie del comico ai più alti eroismi del tragico. E questa dicotomia appartiene al genere umano, e in essa inevitabilmente vive la propria tragedia. 

 

Tragedia che colpisce il lettore nella prima tetralogia composta dall’autore. Quattro pièce, ciascuna delle quali dà voce a personaggi che trascendono le motivazioni per cui sono passati alla storia. Lucrezio, Pascal, Ada Byron, meglio nota come Ada Lovelace, e Einstein sono diventati immortali grazie alla lucidità con cui hanno guardato il mondo e fatto scoperte che talvolta, come un battito di ali dall’altra parte del mondo, hanno provocato conseguenze inimmaginabili ai loro stessi autori secoli dopo la loro rispettiva ideazione. Proprio per questo sentono, tutti, il peso di Prometeo che grava sulle loro spalle, quanto pericoloso sia il concetto di progresso, in continua tensione tra la razionalità e la follia creatrice, completamente libera e imprevedibile. 

 

Prima di essere scienziato l’uomo era soltanto un essere che si aggirava tra le pianure del buon senso, di una saggezza semplice il cui scopo era sopravvivere. Tuttavia assaggiò l’abisso della follia della conoscenza, spaventoso ai più, terrorizzati all’idea di precipitare nel baratro, ma è proprio quella follia l’ingrediente fondamentale per comprendere il mondo, mentre è solo la paura a permetterci di riconoscere il limite, e da una parte a concederci il desiderio di superarlo e dall’altra a riconoscere la necessità non sempre rispettata, di porvi un freno.  

Nel primo dialogo della tetralogia, la voce narrante interroga Tito Lucrezio Caro. Il fedele di Epicuro è rappresentato nella fase calante della sua vita: cerca pace dalla sua follia nella scienza, unica piccola certezza in un mondo ancora avvolto dal mistero. La conoscenza di Epicuro smantella la fede, la precipita insieme ai suoi atomi in un mondo caotico, privo di ordine. E se un profeta tra i tanti annunciasse la totale imprevedibilità della nostra esistenza, non avremmo anche noi, oggi, bisogno di quel nettare divino per mandare giù l’amara medicina? 

Seguendo le orme del sapere, Longo racconta il tormento dell’essere umano, alternando la voce del profano a quella dello scienziato, percorrendo attraverso i suoi personaggi il cammino della scienza nella storia. 

 

 

Einstein voleva il mondo imbrigliato dal rassicurante binomio causa-effetto: il dio di Einstein non giocava a dadi, ma con terribile lucidità tirava le fila di questo mondo, del suo mondo, dall’interno. Un dio immanente spingeva l’uomo a eliminare il concetto di caso, a gettar luce su ogni ombra: tuttavia è proprio in quell’ombra, in quel mistero che l’uomo trova la sorgente di tutta la vera arte e la vera scienza. Chi non è più capace di provare stupore e sorpresa di fronte al mistero è come morto, i suoi occhi sono spenti, incapaci di cogliere le profondità della notte. Ma come può un mondo dominato dalla causalità scientifica permettere al furor creativo di esistere? Eliminando il mistero dall’equazione, releghiamo in un angolo il dono sacro della mente intuitiva, e divinizziamo la mente razionale che priva della prima è zoppa, limitata e costretta a vagare in cerchio senza una direzione folle da seguire, senza un obiettivo irraggiungibile cui tendere. Se l’uomo è solo cellule, allora cosa trovò quel medico legale nel cervello del professore? Cosa c’era di diverso in quella mente rispetto a quella di tutti gli altri grandi uomini che hanno poggiato il piede su questa terra? 

Senza la mente intuitiva verremmo ridotti ad atomi, cellule e impulsi elettrici; abbiamo bisogno di osservare il mondo e noi stessi andando oltre il velo di Maya, utilizzando gli occhi della mente più che quelli del corpo, perché solo con l’immaginazione possiamo cogliere l’essenza nascosta dietro ciò che è sensibile.

 

Dove saremmo ora se Charles Babbage non avesse avuto al fianco Lady Lovelace? Che cosa ne sarebbe di noi se la poesia non avesse infettato con il suo filtro magico la freddezza del mero calcolo matematico? Saremmo zoppi e ciechi, incapaci di cogliere il segno degli dei tra le pieghe di questa realtà. 

Longo ci racconta attraverso la terza pièce il bisogno di combattere di Ada Byron in questo universo meccanico, ammanettato dalla combinazione di causa-effetto, poiché quando le macchine soffriranno e ameranno, quando saranno in grado di sostituirci sanando tutte le nostre più profonde imperfezioni, precipiteranno nell’abisso di un’imitazione insensata, di terza mano, sempre più priva di quell’originalità divina. Stiamo gettando le basi di una nuova stirpe, che l’uomo agogna e teme, e che dagli anni ’80 a oggi è diventata sempre più tangibile e concreta. Attraverso le parole e la stessa essenza del personaggio di Ada Byron, l’autore ci regala la sintesi più perfetta di scienza e poesia: in lei si incarna l’istinto del padre, l’amore per l’essere umano in tutte le sue più varie sfaccettature, ma al contempo anche la determinazione della madre, la sua freddezza. Ada Byron diviene così sintesi dell’anima umana, in tutta la sua completezza e complessità.

 

Il cinema e la televisione sono i teatri più sensibili ai cambiamenti umani: le fiabe sono verità profonde che si rivestono da racconti fantastici per rivelarsi senza farsi censurare dalla nostra vigile coscienza, e così nel romanzo di Mary Shelley il Dr. Frankestein riassume in sé la più intima essenza dell’uomo, che nella sua ricerca dell’immortalità finisce per condannare la propria esistenza. L’uomo ha disubbidito a Dio così come la Creatura si è ribellata al suo creatore, Prometeo continua la sua fuga, e Odisseo ha sempre nuove Colonne d’Ercole da attraversare. Tuttavia la gara è stata lunga e l’uomo è stanco: troppo ha vissuto e sofferto, troppo ha pensato e costruito, e senza più un nemico con cui misurarsi non resta che l’inerzia.

 

Preso tra volere e non potere, l’uomo si è evoluto cercando la certezza, ma ritrovandosi tra le mani solo disordine e dubbi. L’uomo è una contraddizione vivente, in balia di una relatività totalizzante che lo getta tra le ombre dell’ignoto, tuttavia è proprio quel dubbio cartesiano a fornirgli l’appiglio cui aggrapparsi per salvarsi dal baratro. Nel dubbio l’uomo riscopre la propria consapevolezza, la propria raison d’être, e ottiene la sua peculiare dignità: quand’anche l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe pur sempre più nobile di ciò che l’uccide perché sa di morire. Ed è in questo modo che viene raccontato Pascal, schiacciato dalla vita e dalla sua malattia, mentre osserva sé stesso e il suo riflesso nel genere umano che, pur nascendo dal nulla, non può fare a meno di protendersi alla ricerca del suo tutto.

L’Uomo Vitruviano in perfetto equilibrio tra mondo materiale e mondo immateriale è stato infine strappato via dal suo centro, da quelle certezze incise indelebilmente da secoli di storia, di evoluzione e di eredità delle generazioni che ci hanno preceduti. E così gli eroi di La scienza va a teatro hanno combattuto per decifrare i misteri della nostra esistenza, per esorcizzare il caos e ricondurlo all’ordine della ragione, ma, sconfitti, si sono dovuti arrendere alla forza del mistero, del disordine, della morte. 

Gli dei sono diventati eroi, gli eroi sono diventati uomini, e infine, dopo secoli trascorsi a temere il furor di Lucifero, quegli stessi uomini si sono scoperti a sua immagine: l’umanità si è sporta sull’abisso e in quell’abisso è precipitata.

 

In questa raccolta Giuseppe O. Longo, professore emerito di Teoria dell’informazione presso l’Università degli studi di Trieste, segue le orme dei personaggi che egli stesso rappresenta, si interroga con loro sulle conseguenze della scienza, della morale, e dei limiti che la seconda ha sempre imposto sulla prima. Sulle orme di Bertolt Brecht con il suo Vita di Galileo, la scienza viene raccontata dal teatro, e con esso dialoga affrontando le tante sfaccettature e contraddizioni dell’essere umano. 

Lucrezio, Pascal, Ada Byron e Einstein, e via proseguendo fino a futuri distopici dominati da androidi e macchine, non sono altro che le orme del sapere che l’uomo da sempre è spinto a seguire, giganti dalle cui spalle si deve osservare il mondo. Ma il nostro mondo, il mondo degli esseri umani non può essere fatto di sola scienza, ma di un dialogo costante che permetta alla nostra molteplice natura di esprimersi, ed è così che emblematicamente la scienza di Longo va a teatro, per raccontarsi attraverso gli occhi del genere umano. 

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