La Sicilia fra lutto e luce

Raccontare in Germania la Sicilia è un compito arduo. Forse nessuna parte d’Italia è stata mitizzata più di questa nell’immaginario classico e romantico tedesco: per antonomasia paese dove fioriscono i limoni, nel quale Goethe sperava di trovare la pianta madre di tutte le altre, la Urpflanze, oggetto di fantasia e di desiderio, la Sicilia fino a oggi rimane depositaria di quella nostalgia che la lingua tedesca chiama Sehnsucht, struggimento di tutto ciò che si è smarrito con il passare del tempo, oppure, semplicemente, si è sognato. 

 

Intitolando il suo libro sulla letteratura siciliana Lutto e luce (Trauer und Licht, Lampedusa, Sciascia, Camilleri und die Literatur Siziliens, Berenberg Verlag, Berlin 2019) Maike Albath decide di affrontare di petto questi miti: il lutto appunto, che pertiene al senso di perdita, e la luce, che rimanda alla luminosità della grande cultura classica e mediterranea, alla “dolce luce” in cui era immersa la Grecia immaginata da Hölderlin. Ma il titolo rinvia anche a un binomio che, con eloquente simmetria, ritroviamo nel vocabolario degli stessi autori siciliani: da Quasimodo a Tomasi di Lampedusa fino a Bufalino, al senso di morte, alla decadenza e al lutto viene opposta regolarmente la luce di Sicilia.

 

 

Maike Albath, che è giornalista e critica specialista di letteratura italiana, scrive sulle pagine culturali di molti importanti giornali tedeschi (Süddeutsche Zeitung, Frankfurter Rundschau, Die Zeit) e lavora per il programma letterario radiofonico di Deutschlandfunk e Deutschlandfunkkultur. Ha alle sue spalle già varie pubblicazioni sulla letteratura e cultura italiana: uno studio sulla poesia di Zanzotto (Zanzottos Triptychon. Eine Studie der Sammlungen "Il Galateo in Bosco", "Fosfeni" und "Idioma". Narr, Tübingen 1998) e due volumi che partendo da due epoche, gli anni Trenta-Quaranta per Torino, e gli anni Cinquanta-Sessanta per Roma, intrecciano ritratti di autori come Pavese, Ginzburg, Moravia, Pasolini e Gadda alla realtà geopolitica delle città che li hanno visti protagonisti di decisive stagioni della nostra storia culturale. (Der Geist von Turin. Pavese, Ginzburg, Einaudi und die Wiedergeburt Italiens nach 1943. Berenberg Verlag, Berlin 2010 e Rom, Träume. Moravia, Pasolini, Gadda und die Zeit der Dolce Vita. Berenberg Verlag, Berlin).

 

Per il suo racconto della letteratura siciliana del Novecento Albath ha scelto una formula simile a quella dei due libri precedenti, una sorta di reportage letterario che le permette sia di muoversi nel solco della grande tradizione del viaggio in Italia (Goethe la accompagna fin dal rituale imbarco sulla nave traghetto), sia di inserire in questo suo percorso materiali eterogenei: interviste, ricostruzioni biografiche, informazioni e panoramiche storico letterarie indispensabili per i lettori tedeschi, esperienze dirette e incontri con testimoni, perlustrazioni dei luoghi e approfondimenti da giornalismo di inchiesta.

Ma se Albath non punta a una esclusiva critica del testo, non si limita nemmeno a una sorta di affresco epico letterario, come potrebbe far supporre il trittico di autori presenti nel titolo, Lampedusa, Sciascia e Camilleri, in copertina senz’altro anche per motivi strategici, in quanto nomi ben noti ai lettori tedeschi. Quello che Albath segue è piuttosto un tracciato geopoetico, nel senso che la geopoetica ha concretamente acquisito anche in Italia da Moretti a Pedullà, che disegni una cartografia letteraria con spazi di contiguità e intersezione fra immaginario e realtà, tra reale e finzione, secondo la definizione di Bertrand Westphal (Geocritica. Lo spazio tra reale e finzione, Armando Editore 2009). È una mappatura che coniugando vita e letteratura rivela quanto proprio lo spazio concreto sia serbatoio di senso e di memoria, sulla base del quale è possibile costruire un’alternativa di metodo alle periodizzazioni storiche e soprattutto alla elaborazione di un canone, comunque improponibili in un libro indirizzato a un pubblico di lingua e cultura tedesca. 

 

Questa geografia letteraria permette inoltre ad Albath di narrare la letteratura siciliana senza chiuderla nel recinto del regionalismo. Il legame con la realtà particolare e con il paesaggio è letto invece come segno di un’appartenenza universale, laddove nella specificità locale si riconoscono quelle che Kenneth White, capostipite delle teorie geopoetiche, chiama le tracce e le linee del mondo. Tanto che sono proprio il particolarismo e l’essere costantemente immersi nel paesaggio originario a sancire l’universalità della letteratura siciliana e a decretarne, come afferma giustamente Albath, la grande fortuna oltre i confini dell’Italia.

 

Non è un caso che nel libro di Albath i temi canonici della ‘sicilitudine’, compresa sia l’ossessiva presenza dell’isola (riflessa anche nella claustrofobica vita familiare e nel legame castrante madre-figlio) che lo speculare patimento della sua assenza, della sua perdita e del suo tramonto, confluiscano nel tema del ritorno, vero leitmotiv che accompagna le biografie e le opere degli autori siciliani. Tanto che la narrazione di Albath si apre con la citazione di due fra i più famosi ritorni della letteratura siciliana del Novecento, ovvero quelli dei due protagonisti di Conversazione in Sicilia di Elio Vittorini e di Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo. Ma si tratta di mancati ritorni: infatti, pur se necessario, se non persino obbligato in quanto pegno di fedeltà al paesaggio delle origini, il ritorno è alla fine fallimentare, perché quell’origine stessa si rivela più accessibile, ma bisognerebbe forse dire più sopportabile, nella e dalla lontananza, secondo una frattura che caratterizza del resto generalmente lo spazio letterario moderno e contemporaneo. 

 

È una grande fortuna che Albath abbia potuto includere Horcynus Orca nella sua geografia letteraria e vale la pena raccontare di questo miracolo editoriale, dovuto soprattutto all’appassionata battaglia condotta a suo favore da Moshe Kahn, uno dei più affermati traduttori di letteratura italiana in Germania. Come l’autrice racconta in una intervista, Kahn, che conosceva D’Arrigo anche personalmente, si è battuto per la traduzione e pubblicazione di questo romanzo per molti anni, riuscendo alla fine a trovare un piccolo e raffinatissimo editore svizzero, Egon Ammann, con cui ha cominciato a realizzare la traduzione. Poi Ammann ha dovuto chiudere (nel 2010) e i suoi autori sono passati alla grande casa editrice Fischer, il cui editor ha accettato di continuare il progetto. “Credo che Kahn, che poi per questo lavoro ha ottenuto vari premi, abbia rivisto sette volte la traduzione finché non gliel’hanno strappata di mano”, racconta Albath. Il libro è uscito nel 2014, ottenendo ottime recensioni su tutte le testate più importanti e un successo di pubblico veramente inaspettato: circa 9000 copie vendute in cartaceo più alcune centinaia come ebook (dati forniti da Kahn ad Albath).

 

Come già i volumi su Torino e Roma, dunque anche questo sulla Sicilia contribuisce a disegnare per i lettori tedeschi una cartina d’Italia che non solo ripercorre il tracciato delle opere e degli avvenimenti attorno ad esse, ma intreccia una rete di coincidenze e legami, di costanti e di nessi tra i luoghi e le loro storie. Tuttavia qui più che altrove Albath presenta i luoghi, e privilegiatamente il luogo-isola, la Sicilia tutta, come grande cronotopo letterario in cui si riflette un rapporto osmotico di costante relazione tra le opere e il mondo che queste raffigurano. In questo senso vanno lette anche le ricostruzioni storiche e le minuziose cronache culturali e politiche, dalla vicenda romanzesca della (non) pubblicazione del Gattopardo al resoconto sul maxiprocesso e sui movimenti antimafia e di solidarietà civile: tutta una topografia disegnata dalle folte testimonianze di cui si compone il testo, per cui i luoghi concreti, le piazze, le case, i mercati, si affermano innanzitutto come luoghi della memoria, che portano anche il lettore italiano a scoperte e riscoperte, non solo di dettagli o ‘curiosità’, ma anche di capolavori dimenticati, come, esempio che valga per tutti, il piccolo, stupendo documentario Li mali mistieri, girato a Palermo nel 1963 da Franco Mingozzi, che, con il commento poetico di Ignazio Butitta, presenta un catalogo dei cento mestieri che si inventavano i Palermitani per sopravvivere.

 

https://www.youtube.com/watch?v=KdpuvrRva-w

 

Il libro di Albath si chiude molto giustamente con i ritratti di due grandi signore siciliane: l’editrice Elvira Sellerio e la fotografa Letizia Battaglia, così da consegnare al lettore tedesco i ritratti di due donne in evidente contrasto con le figure femminili, grottescamente deboli o paradossalmente potenti, presenti nella letteratura maschile. Ma si chiude anche tornando agli autori a cui l’autrice si è dedicata, da Pirandello a Sciascia, da De Roberto a Bufalino, da Verga a Vittorini: nel carattere classico ma innovativo della loro letteratura Albath riconosce in conclusione la loro ‘sicilianità’, incarnata esemplarmente da D’Arrigo, che ha amalgamato tradizione e avanguardia, mito e sperimentazione, trasponendo in Horcynus Orca una complessa linea memoriale in qualcosa di completamente nuovo. A questa visione della letteratura siciliana corrisponde la descrizione della Sicilia in quanto luogo privilegiato di contaminazione tra realtà e immaginazione, territorio liminare, ma anche centro radiante, realtà transculturale e spazio diacronicamente, storicamente profondo, a cui anche fuori dell’Italia si continua a guardare perché, suggerisce Albath con il suo libro, conserva qualcosa di indistintamente prezioso che ci sembra però, con dolorosa chiarezza, di avere perduto.

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