Il mercato della scelta scolastica
Dal 13 gennaio al 14 febbraio si aprono sulla piattaforma online dedicata le iscrizioni all’anno scolastico 2026/27. L’operazione conclude mesi di open day in cui ogni istituto si è cucito un vestito su misura per promuoversi e mesi di passaparola tra le famiglie impegnate nell’integrare le informazioni reperibili nei circuiti istituzionali (siti internet, brochure informative, Scuola in Chiaro, Eduscopio). Lasciando da parte la questione della denatalità che già impatta sulle iscrizioni e sulla riduzione\ridefinizione di interi plessi scolastici, il tema delle iscrizioni è stato studiato prevalentemente per capire i fattori che incidono sulle scelte compiute al termine del primo ciclo di istruzione, quando la suddivisione dell’offerta scolastica in indirizzi diversi (licei, istituti tecnici, formazione e istruzione professionale) può tradursi in riproduzione delle disuguaglianze sociali e il percorso scelto costituisce un predittore di prestazioni scolastiche, di dispersione scolastica esplicita e implicita, di propensione a proseguire gli studi a livello universitario e, più tardi, di esiti occupazionali. Minore attenzione è stata posta, fino a tempi recenti, alle scelte scolastiche operate nel primo ciclo di istruzione, dato il carattere ‘comprensivo’ della scuola primaria e secondaria di I grado. A colmare tale lacuna interviene Scuole e territori. La segregazione scolastica a Milano firmata da Marta Cordini e Andrea Parma sulla scuola primaria e secondaria di primo grado.
Il libro è organizzato in sei capitoli. Dopo una ricognizione teorica sulla letteratura esistente, il volume studia i meccanismi attraverso i quali si produce la segregazione scolastica nella geografia urbana milanese (capitoli 2-4), gli effetti che questa ha sugli apprendimenti (capitolo 5), le politiche di contrasto attuate (capitolo 6).
L’espressione segregazione scolastica indica la concentrazione di un gruppo definito da alcune caratteristiche, come per esempio lo status socioeconomico o l’appartenenza etnica, in alcune specifiche scuole e\o classi. Spesso oggetto di una retorica emergenziale giocata su espressione quali ‘classi ghetto’, essa è ormai un fenomeno strutturale nei principali centri urbani esito di due processi distinti: i massicci fenomeni migratori di cui l’Italia è stata oggetto dalla fine degli anni Novanta e l’abolizione del vincolo di residenza che ha liberalizzato le iscrizioni al primo ciclo d’istruzione.
Il libro presenta numerosi elementi di interessi. Mi limito a rilevarne alcuni.
Il white flight. Il contesto urbano milanese è caratterizzato da una concentrazione delle ricchezze secondo l’asse centro-periferia. I tassi di segregazione residenziali (per gli stranieri) non sono particolarmente alti, se paragonati ad altre città europee comparabili per densità demografica ed estensione. Tuttavia – osservano gli autori – la segregazione scolastica è più alta di quella territoriale.
Se la diseguale distribuzione della popolazione straniera emerge dall'analisi della sua distribuzione residenziale, questa diventa ancora più marcata se si analizzano le scuole statali per quota di studenti stranieri iscritti (p. 54).
Alla base di tale fenomeno c’è quello che in sociologia dell’educazione si chiama white flight o strategie di evitamento attuate dalle famiglie italiane nei confronti di istituti ad alta densità di stranieri. Una forte mobilità, infatti, caratterizza le iscrizioni: il 40% delle famiglie italiane sceglie scuole statali collocate in bacini limitrofi al proprio secondo una traiettoria periferia-centro. Un ulteriore flusso di studenti italiani, il 20%, appartenenti alle famiglie benestanti frequenta le scuole private che sono relativamente accessibili come costi a un’ampia fascia di popolazione italiana. Il privato, collocato per lo più nel centro cittadino, 'libera' posti per studenti italiani in fuga dalle periferie finendo per aumentare il livello di segregazione del sistema educativo nel suo complesso.
Le stesse famiglie con backgrounds migratori (50%) sono protagoniste di una forte mobilità ma hanno preferenze “più a macchia di leopardo" prediligendo anche scuole periferiche ed evitando istituti collocati in bacini centrali molto attrattivi per gli italiani. Prevale “la ricerca di persone come noi” così come abbondantemente segnalato negli studi sul tema. (p. 72).
Si profila, quindi, una nuova forma di distinzione che integra quanto abbondantemente evidenziato dall’approccio bourdesiano sulla riproduzione sociale e culturale: tra chi è dotato di un certo ‘capitale spaziale’ e chi no.

La scelta scolastica. La retorica neoliberale presenta la scelta come l’esito di una strategia razionale attuata in un contesto di trasparenza informativa. Utilizzando i dati dell’indagine Quale scuola?, condotta nel 2021 sui genitori in procinto di scegliere la scuola primaria (1254 famiglie) e secondaria di primo grado (850), viene documentato, invece, quanto tale prospettiva sia fuorviante a causa dei numerosi vincoli che, seppur in un contesto di libero mercato, strutturano l’agency delle famiglie. La presa in considerazione di scuole più lontane rispetto a quella più prossima alla propria residenza dipende, infatti, dal profilo delle scuole e dei territori limitrofi, che per essere attrattivi devono offrire qualcosa di diverso dalla scuola locale, ma anche dalla possibilità per le famiglie di sostenere i costi finanziari e organizzativi. “L’idea di prossimità, o meglio di distanza accettabile non è oggettiva e cambia in base alle risorse delle famiglie e del territorio" (p. 106). Nello scenario milanese maggiore è il livello del binomio educazione-ricchezza maggiore è la propensione ad uscire dal bacino di residenza (45%). Reti di conoscenza, capacità di muoversi nei codici linguistici e simbolici del sistema scolastico aumentano il ventaglio delle possibilità.
Nella scelta del privato – per lo più paritario cattolico – scarso peso ha l’elemento propriamente religioso. Altri sono i criteri di valutazione: la prossimità, l’offerta didattica, le dotazioni strutturali della scuola (laboratori, palestre, spazi all’aperto).
Gli apprendimenti. I risultati scolastici rappresentano tra le banche dati più utilizzate per valutare la capacità dei sistemi educativi di promuovere mobilità sociale. L’idea è quella di capire come la composizione della scuola impatti sugli studenti attraverso l’influenza esercitata dal gruppo dei pari, le pratiche d’insegnamento attuate e i processi gestionali legati all’organizzazione scolastica. Come è sottolineato nel testo la “maggior parte delle indagini suggerisce che i divari di rendimento tra nativi e immigrati siano dovuti a divari socioeconomici piuttosto che alla segregazione in sé” (p. 131). L’elemento che attiva le strategie di evitamento dalle famiglie italiane è la convinzione che una forte concentrazione di studenti stranieri abbia effetti negativi sulla carriera scolastica. Ma è così? L’analisi dei dati INVALSI per le classi 5^ della primaria e 3^ della secondaria di primo grado mostra che l’effetto composizionale (basso livello socioeconomico e segregazione etnica) è praticamento nullo nella primaria mentre è significativo nella secondaria di primo grado sugli studenti stranieri rispetto a quelli italiani. Con alcune precisazioni. Le basse performance sono legate al basso status socioeconomico e culturale non necessariamente a quello migratorio anche se – per via della composizione del mercato del lavoro – bassi redditi e background migratorio spesso coincidono. Inoltre “quando alunni nativi e ragazzi provenienti da famiglie con livelli socioeconomici alti risultano penalizzati rispetto a simili in altri contesti, fanno comunque registrare punteggi nelle prove INVALSI superiori alla media cittadina (e nazionale).” (p. 147).
Riflessioni conclusive. La segregazione scolastica è espressione delle disuguaglianze educative esistenti ed è causa delle dinamiche di riproduzione delle stratificazioni sociali, dei vantaggi e svantaggi di classe e territoriali. Il libro suggerisce che, allo stato attuale, si fa poco e male. Per diverse ragioni.
In primo luogo, perché la questione è ritenuta prevalentemente educativa e, come tale, affrontata con misure volte all’inclusione sociale, più raramente è integrata con politiche urbane, abitative e sociali. Tale aspetto è coerente con l’attuale rimozione del tema delle disuguaglianze economiche e sociali: molto si discute e nulla si fa, spacciando interventi spot per azioni lungimiranti.
Inoltre, la frammentazione di competenze, l’assenza di una regia territoriale unica rende estremamente difficili azioni cooperative tra scuole collocate negli stessi territori, finalizzate a superare le dinamiche competitive tra le stesse per promuovere un riequilibrio territoriale nella distribuzione della popolazione scolastica.
È certamente vero che andare a scuola in Italia non ha mai avuto lo stesso significato per tutti date le disomogeneità territoriali. Tuttavia sembra evidente che l’autonomia scolastica (nata alla fine anni ‘90) più la riformulazione del concetto di parità scolastica abbiano agito da moltiplicatore e non riduttore delle disuguaglianze educative, al di là delle intenzioni di coloro che quelle riforme le hanno volute.