Zagrebelsky: fare memoria
Ricordare è un atto tutt’altro che neutro o meccanico. Quando si ripercorrono gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza, se non si vuole cedere alla semplificazione e a un talvolta inconscio desiderio di fermare il passato, bisogna sapere che l’operazione in corso è parziale, soggettiva, in certi casi menzognera. Ricordare significa piegare un tempo che è stato: lo sa bene Gustavo Zagrebelsky, che nelle prime pagine di Memoria di casa (Einaudi, 2025) afferma che “fare memoria” significa “ricreare sé stessi confrontandosi con cose animate di nuovo nell’unico modo che ci è concesso”. Ancora meglio, poi, descrive le difficoltà del ricordare: bisogna cercare di svellere “un groviglio che è diventato quasi un’ossessione”. In questo libro, dunque, l’autore si propone di passare al vaglio, a favore di figli e nipoti, la storia dei suoi fratelli, della madre e del padre, della famiglia. Ma c’è molto di più.
La famiglia Zagrebelsky-Vinçon nasce da due minoranze: Jean è figlio di nobili russi che hanno perso patria e buona parte delle fortune in seguito alla Rivoluzione d’ottobre; Lisìn è figlia di Gustavo Vinçon, direttore della Riv di Villar Perosa, valdese. Due minoranze che s’impegnano nel tempo a trovare una nuova realtà del presente, ma con tempi, mezzi e volontà diversissime. Ai figli rimane un’eredità ancipite: il “ramo russo” ha conosciuto tempi felici e coltiva un senso di superiorità e nobiltà, il “ramo valdese” consiste di perseguitati che sono sopravvissuti a tempi infelici e mirano, invece, all’uguaglianza. Due spinte uguali e contrarie, tutt’altro che bilanciate, che costituiscono il cappotto dalla cui manica escono Pierpaolo, Vladimiro e Gustavo. Persino sulla scelta dei nomi, due di matrice chiaramente russa e uno che rimanda a un nonno e a uno zio della madre, si potrebbe dire – e si dice – molto.
Anzitutto, però, ci sono le betulle e c’è il padre. In una delle due case storiche della famiglia Zagrebelsky, Jean, esule russo, fa piantare delle betulle bianche “simbolo di quella sua Russia solo sfiorata”, abbandonata a cinque anni, ai tempi dello scoppio della Prima guerra mondiale. In un tempo passato, dunque, le betulle furono simbolo di un esilio: piante che richiamavano una terra altra a un uomo che si sentirà, scopriremo, sempre legato alla sua patria, ossessionato quasi dalla ricostruzione di un ramo familiare disperso; e così, potremmo dire, il compito che il figlio Gustavo si assegna è quello di finire qualcosa di già cominciato, attraverso il diverso mezzo della scrittura d’invenzione. Oggi, ai tempi del romanzo, le betulle non ci sono più, sono state decimate e piegate da una malattia. Segno del tempo che passa, simbolo forse di una terra che non accoglie pienamente, meglio ancora di una pianta che non ha trovato le condizioni necessarie alla sopravvivenza.

Predomina, in Memoria di casa, la figura del padre. Non a caso a lui è dedicata la prima riflessione, ma poi: intorno alla sua figura si animano la maggior parte delle pagine (basti pensare che il capitolo che si rivolge direttamente al “ramo russo” conta più di settanta pagine, mentre quello relativo al “ramo valdese”, quello della madre, si ferma a meno di venticinque) e d’altronde, come già sottolineato, Gustavo in qualche modo – e con obiettivi molto diversi – riprende il testimone di Jean, che ai tre figli lasciò un documento intitolato L’origine russa di Pierpaolo, Vladimiro e Gustavo Zagrebelsky. C’è questo padre, quindi, che è sfuggente, spesso silenzioso, distante, seppur amato. E il romanzo prende un altro passo quando tra le pieghe del ricordo passa un sussulto doloroso, quasi il momento in cui viene afferrata una verità spiacevole: “quell’uomo, l’abbiamo mai capito? È mai riuscito a farsi capire?”. Forse anche per questo il libro indulge tanto su Jean, che è a suo modo una sfinge, un enigma abbandonato a sé stesso. Un uomo che non ha più radici e non riesce a trasmettere il ricordo di una grande tradizione ai suoi figli. Da qui l’ossessione per la memoria. Jean, va detto, è un personaggio stupendo e difficile da afferrare, a un tempo severo nella veste di padre e vivace in età giovane, austero e pur complicato e bizzoso. Insomma, in certo senso: russo. Su cosa significhi essere russi, Zagrebelsky spende lunghe e ispirate pagine, che restituiscono sia la storia della sua famiglia, che è agli occhi di chi viene da un passato contadino e poco incline a fare memoria (il recensore) impressionante, sia quella di un’epoca, di un popolo e di una lunga tradizione che crolla e capitola di fronte a un movimento sociale e politico che vuole distruggere il passato per creare un nuovo futuro.
Distruggere il passato per creare un nuovo futuro: oltre a costruire un meccanismo romanzesco notevole che s’impernia sulla memoria personale, Zagrebelsky imbastisce una riflessione profonda sul tema dell’eredità. Cosa lascia un padre a un figlio? Cosa lascia un uomo del suo lavoro e delle sue passioni? Cosa lascia un tempo, un’epoca a chi viene dopo? Non è facile ragionare di un argomento universale simile a quando si ha avuto un genitore che dalla Storia è stato scottato, che ha perso ricchezze, proprietà, ma ancor più un sistema valoriale millenario. Tra i maggiori rivolgimenti del Novecento, la Rivoluzione russa è un evento storico che fa esplodere un intero sistema di funzionamento e visione del mondo. Dice l’autore, il cui ramo familiare rimanda alla famiglia dei Satin – quindicesima discendenza dal ceppo di Rjurik, il fondatore dello Stato russo – descrivendo la società pre-rivoluzione: “non aveva idea di cosa fosse l’uguaglianza come ideale politico e sociale, una società che considerava la stratificazione un’ovvietà”. C’è un fossato (termine tratto dal romanzo e importante) tra il fare memoria di Jean e quello di Gustavo: il primo è rivolto ai figli e alla volontà ferrea di cristallizzare un passato che non è più; il secondo è fluido, procede per illuminazioni e strattoni, e punta a lasciare non un’impronta, una fotografia, non soltanto perlomeno, ma uno spirito, una piccola filosofia. Il punto è che Zagrebelsky assume il trauma storico del padre trattenendo come un cercatore d’oro le pepite di un’epoca tanto crudele quanto affascinante, cercando poi una prospettiva che possa ispirare la vita dei figli/nipoti a cui si rivolge – ma si rivolge a noi lettori, è chiaro il pretesto vagamente manzoniano, e questo modo di fare memoria ha un valore letterario e social-politico. Specie in quest’epoca: “le sorprese sono tali solo per chi non è attento alla filogenesi della storia, per chi non vuol vederle”.
Ci sono, in Memoria di casa, piccole reticenze familiari (in alcuni punti sembra emergere con più forza il contrasto tra Jean e Lisìn, ma in generale ci sono punti in cui il tratteggio pare volutamente più appannato e i toni si fanno più vaghi e edulcorati) e momenti meno incisivi (troppo brillante è il libro perché si dia attenzione ai cenni ai nipoti “dell’età della tecnologia informatica, appesantiti dai relativi aggeggi” o all’augurio – giustificato ma inserito ex abrupto – che in futuro si possa non “tralasciare di studiare un poco di latino”) che bisogna pur segnalare. Ma Gustavo Zagrebelsky, con un’operazione dolorosa, ispirata e letterariamente importante, ricorda attraverso la sua storia familiare come si debba affrontare il passato con serietà e sguardo critico. È un discorso che vale: sia per la memoria familiare, sia per un popolo intero.