Leonardo Sciascia, Il metodo di Maigret

«Io vagheggio da sempre uno stato che abbia una polizia come quella guidata da Maigret, intelligente e umana al tempo stesso». Parole di Leonardo Sciascia, lettore fedele dei libri di Georges Simenon ma, ancor più, scrittore che vigilava sull’andamento della cosa pubblica, sul rispetto dei diritti civili, sull’equilibrio tra i poteri. Parole, affidate da Sciascia a un’intervista del 1982, che bene illustrano il senso complessivo (squisitamente, intrinsecamente politico) dei suoi interventi dedicati al romanzo poliziesco, ora raccolti da Paolo Squillacioti – con la perizia filologica che i lettori dei libri adelphiani di Sciascia ben conoscono – nel volumetto Il metodo di Maigret e altri scritti sul giallo (Adelphi, 2018, 191 pp., € 13). 

Al commissario creato da Simenon e, più in generale, alla storia, al ‘funzionamento’ e agli stereotipi del romanzo poliziesco Sciascia ha dedicato un’attenzione ben più che trentennale, se consideriamo il lungo apprendistato da lettore vorace di ‘gialli’ e poi le scritture saggistiche, più o meno brevi, qui raccolte: che vanno dal 1953 fino alla morte, considerando che l’ultima, una Nota al bellissimo romanzo di Geoffrey Holiday Hall La fine è nota, uscirà nel 1990 ma è datata luglio ’89 (lo scrittore morirà quattro mesi dopo).

 

Quest’attenzione così prolungata va conosciuta e valorizzata di per sé, come l’apparizione di questo volume consente adesso di fare perché fornisce al lettore l’accesso a scritti che erano in gran parte dimenticati o misconosciuti, al di fuori di una ristretta cerchia di studiosi; e si tratta di scritti molto difficili da reperire, al di fuori delle emeroteche più fornite, e in un caso, il saggio su sir Arthur Conan Doyle, di un inedito del 1957 recuperato dagli eredi dello scrittore sulla copia a carta carbone di un dattiloscritto inviato al settimanale della CGIL “Lavoro” e non pubblicato, forse (sostiene verosimilmente Squillacioti) per la coincidenza con la morte inattesa di Giuseppe Di Vittorio, la commemorazione del quale occupò due interi numeri del giornale, a scapito di altri scritti, tra i quali la rubrica per la quale Sciascia aveva inviato il testo su Doyle: che si rivela, adesso, interessantissimo per il paragone, ardito ma molto convincente, fra la coppia Don Chisciotte-Sancio Panza e quella Holmes-Watson. 

La lettura del volumetto consente di mettere in relazione questi scritti con le caratteristiche precipue dei romanzi politico-polizieschi che Sciascia ha scritto: da Il giorno della civetta ad A ciascuno il suo, da Il contesto a Todo modo, da Il cavaliere e la morte a Una storia semplice – ma nella sua ricca Nota al testo Squillacioti ricorda opportunamente che, per Claude Ambroise e per altri studiosi di Sciascia, molti suoi libri non romanzeschi comportano un’attitudine propriamente investigativa, che finisce dunque per essere basilare nella sua forma mentis e nel suo assetto di scrittura. Ed ecco che, soprattutto dai quattro notevoli scritti dedicati a Maigret e al mondo di Simenon (che Sciascia dimostra di conoscere a menadito, e fin da anni remoti, in cui ben pochi erano disposti a riconoscere il belga come uno scrittore di rilievo europeo, nonostante gli apprezzamenti pubblici di uno scrittore influente come Gide), emerge la notevole somiglianza del metodo (poco metodico) di investigazione che Maigret ha in comune con molti personaggi di Sciascia, in primis l’ispettore Rogas del Contesto ma senza trascurare il Vice del Cavaliere e la morte (e per certi aspetti anche il cocciuto, onestissimo capitano Bellodi del Giorno della civetta). 

 

 

La lettura di Il metodo di Maigret consente, inoltre, di conoscere preferenze e idiosincrasie di Sciascia come lettore di romanzi polizieschi; ovvero, al lettore che già abbia letto la sua Breve storia del romanzo poliziesco ospitata nel libro Cruciverba, di ritrovarle, con motivazioni ulteriori e affondi più precisi, ma anche con qualche sorpresa. Ecco dunque la sua personale antipatia per l’approccio freddamente scientifico all’indagine di uno Sherlock Holmes e la sua simpatia per tutti quei detectives che invece hanno più sviluppato il dato ‘umano’ nell’indagine e la capacità di assorbire «come una spugna gli elementi psicologici e ambientali da cui sono scattati i delitti»: ho citato dal saggio che Sciascia dedica ad Augusto De Angelis, apprezzato maestro del ‘giallo’ italiano tra le due guerre, ma lo stesso discorso potrebbe valere non soltanto per l’inarrivabile Jules Maigret ma anche per Miss Marple, Hercule Poirot, Padre Brown. 

 

Quando Sciascia si occupa del ‘giallo’ nordamericano esprime una palese antipatia per i troppo meccanici romanzi di Edgar Wallace o per il detective maccartista Mickey Spillane, e, d’altra parte, l’ammirazione per certi robusti narratori americani che Sciascia leggeva prima ancora che venissero etichettati come maestri dell’hard boiled school: Chandler, sì, ma ancor più Hammett e il meno noto W. C. Burnett, al quale Sciascia dedica un notevolissimo scritto in cui istituisce, con raffinato intuito critico e salutare sprezzo per le gerarchie dei vecchi e nuovi ‘canoni’ letterari, un singolare parallelismo tra Piccolo Cesare e I Malavoglia

E poi, per uscire dagli States, l’amore per i ‘gialli’ atipici prodotti da grandi scrittori come Gadda, Dürrenmatt e il più amato di tutti: Jorge Luis Borges. Va sottolineato, come fa opportunamente lo stesso Squillacioti, che Sciascia si abbandonava alle sue intuizioni critiche e saggistiche sul ‘giallo’ malgrado le ‘scomuniche’ che contro il romanzo poliziesco come genere letterario avevano lanciato due scrittori come Brancati e Savinio, che per Sciascia furono di un’importanza assolutamente cruciale, non solo nella sua formazione culturale giovanile ma soprattutto nella sua meditazione sul ruolo dell’intellettuale, e innanzitutto di lui come intellettuale, nella società contemporanea. Se mai ce ne fosse stato bisogno, è la conferma di quell’atteggiamento giustamente molto consapevole di sé con il quale Sciascia sapeva risolvere la sua personale ‘angoscia dell’influenza’ pur rimanendo intrinsecamente fedele ai suoi maestri, ai suoi più grandi amori letterari. 

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