L’ultima indagine di Italo Svevo

Una tempestosa mattina di febbraio Ettore Schmitz s’imbarca sulla nave a vapore Venus. Da Trieste è diretto a Murano per affari. Si gela, piove, tira vento. Eppure l’elegante bionda che dal parapetto scruta l’orizzonte è indifferente alla furia degli elementi. Non ha freddo? Cosa guarda? E perché gli ricorda tanto qualcuno? Si apre così il nuovo romanzo di Alessandro Mezzena Lona, L’amore danza sull’abisso (Castelvecchi, 184 pp.) che segna il ritorno del detective più letterario che si può desiderare – Ettore Schmitz, in arte Italo Svevo. 

Già protagonista di La morte danza in salita. Ettore Schmitz e il caso Bottecchia, in cui indagava sulla sorte del ciclista vincitore di due Tour de France, lo scrittore ci conduce questa volta sulle tracce di un omicidio. È un viaggio inquietante fra passato e presente, in cui la psicanalisi gioca un ruolo di primo piano, sullo sfondo di una Murano cupa e nebbiosa dove compare, fragile e invecchiata, l’indimenticabile protagonista di Senilità, la bellissima Angiolina o meglio la donna che quel personaggio aveva ispirato, Giuseppina Zergol. Colei che era stata “l’amore, il tormento, la felicità, la discesa all’inferno e l’improvvisa inaspettata beatitudine”.

 

Mentre i colpi di scena si susseguono, prende forma un mondo in cui fatti e fiction si mescolano in un gioco di specchi esilarante. Sono pagine in cui ogni dettaglio è falso, mette in guardia Mezzena Lona nella postfazione. Se ne esce però con l’impressione di avere fatto un altro passo in direzione del probabile ed è il dono che solo l’empatia della letteratura, con la sua capacità di ricreare emozioni e flussi di pensiero, è capace di confezionare. 

Più che la bionda a bordo del Venus, il vero enigma del libro riguarda infatti il suo protagonista. Chi è Ettore Schmitz, scrittore incompreso e imprenditore suo malgrado? Che cosa pensa, sogna e desidera l’uomo, marito e padre che il libro coglie a pochi mesi dalla morte nel settembre 1928? 

Se c’è un mistero che la storia letteraria ci consegna è forse questo. Dell’autore di romanzi magnifici come Una vita, Senilità e La coscienza di Zeno si è detto tutto e il contrario di tutto. “Non aveva che genio. Per il resto era stupido, egoista, opportunista, calcolatore e senza tatto. Non aveva che genio, ed è questo che lo rende più affascinante”, scrive dopo la sua morte Bobi Bazlen, il rabdomante letterario che ha fatto scoprire l’autore triestino a Eugenio Montale e all’Italia.

Al contrario il critico d’arte Gillo Dorfles, che lo conosce giovanissimo, lo descrive come una persona deliziosa. “Un uomo alla mano, cordiale, spiritoso e autoironico. Abituato da sempre a non prendersi sul serio, dovendo convivere con quell’ambiente borghese assolutamente indifferente alla sua attività letteraria. Parlo della famiglia della moglie”. 

 

Benché l’equazione libro-autore ormai governi tanta editoria, a raccontare uno scrittore bastano i suoi scritti – i romanzi, i saggi, le lettere. Perfino quando il rimando tra pagine e realtà è evidente, come nel caso di Italo Svevo, travolgere il fragile schermo che separa le due dimensioni è un’operazione delicata. Come in una folgorante battuta sintetizza Philip Roth, campione dell’arte di cannibalizzare la vita a fini letterari, a scavare troppo nel personale si rischia di ritrovarsi a mani vuote.

“E così intendi riscattare la reputazione di Lonoff come scrittore rovinando quella umana. Rimpiazzi il genio del genio con il segreto del genio”, dice il suo alter ego Nathan Zuckerman al biografo Lonoff, deciso a svelare un’ombra del suo passato in Il fantasma esce di scena. È stato uno dei passaggi più citati dopo l’uscita della monumentale e discussa biografia di Roth firmata da Blake Bailey ed è inevitabile cogliervi il senso di una premonizione.

 

Nel caso di Aron Ettore Schmitz, per sfiorare il tratto umano più del biografo serve però un radicale atto di fantasia. Un insieme di fattori, fra cui il tardivo riconoscimento letterario e un’identità contrastata e di frontiera richiamata fin dallo pseudonimo Italo Svevo, ha finito per sospenderlo in un limbo dell’immaginario.

Per i triestini, come Alessandro Mezzena Lona che a lungo è stato giornalista al Piccolo e la sottoscritta, è una figura di casa al pari di Umberto Saba o James Joyce. Sono le glorie locali, ragione d’orgoglio e richiamo turistico.

 

 

Non a caso, quando anni fa le statue dei tre autori sono spuntate nelle vie della città (Schmitz con la paglietta di uno dei suoi ritratti più famosi a pochi passi dalla Biblioteca civica), una volta esaurite le polemiche che a Trieste non mancano mai, sono diventate alla svelta un punto fermo nel paesaggio degli affetti.

Se è facile figurarsi Umberto Saba chino su un volume nella sua cavernosa Libreria antiquaria o James Joyce a bazzicare i bordelli di Cavana, il personaggio di Ettore Schmitz stenta però a prendere il volo. Vero, bastano i suoi libri. Ma la fantasia ha fame di altri appigli e Mezzena Lona ce li schiera con garbo sotto gli occhi. 

 

“Desideravo immaginare il signor Ettore calato nella vita quotidiana. Lo vedevo affannarsi in una realtà che, malgré lui, lo portava a occuparsi di vernici sottomarine per la fabbrica di famiglia. Pur senza smettere di sognare che, un giorno, la letteratura lo avrebbe riconosciuto come uno dei suoi figli migliori”, scrive. 

Sul filo di una meticolosa ricerca, prende così vita un personaggio a cui è impossibile non affezionarsi. Un “vecchio signore con il vizio della letteratura”, assorto in un monologo interiore spesso venato d’ansie e umori storti. Uno scrittore incompreso che non si dà per vinto ed è l’unico in grado – lui che incontrato Wilhelm Stekel, l’allievo eretico di Freud – di cogliere le ragioni profonde dell’intrigo che attorno a lui si dipana. Un anziano che sente la fine vicina (“Nessuno capisce quanto sia difficile svegliarsi ogni mattina con il pensiero che, davanti a te, non c’è più futuro”). Un uomo che mangia e beve di gusto, apprezza le belle donne e non ha mai smesso di ridere di sé e del mondo.

 

Il disincanto e la joie de vivre che lo abitano sono figlie della dimensione più autentica dell’anima triestina dove un versante mitteleuropeo incline alla malinconia e al dubbio esistenziale – non a caso vale la pena ricordare che Trieste è stata la porta d’ingresso in Italia della psicanalisi – coabita con una fisiologica irriverenza e un lato godereccio e dionisiaco di cui l’aspetto più vistoso è un culto del corpo che poco ha da invidiare alla California. Un tema, questo, a cui Mauro Covacich ha dedicato belle pagine.

È l’intercalare del dialetto, che Mezzena Lona dosa con misura, a esprimere quest’intreccio di umori. E mentre il racconto scorre, la tensione cresce e i personaggi veri e inventati si moltiplicano, più che al celebre commissario Montalbano il pensiero corre a Lessico famigliare di Natalia Ginzburg in cui il triestino – così spesso greve e sgraziato – dà voce al territorio dell’interiorità (“non fate sbrodeghezzi”, “non siate dei negri, non fate delle negrigure”, tuona il padre e non si può fare a meno di pensare che in questi tempi politically correct un libro così non arriverebbe mai sugli scaffali delle librerie). 

D’altronde, non era proprio Svevo a scrivere che “con ogni nostra parola toscana noi mentiamo”? Il triestino è la madrelingua, quella dell’anima e della coscienza. Il resto, come si dice a Trieste, è “parlare in lingua”.

 

L’amore danza sull’abisso coglie il detective Ettore Schmitz a pochi mesi dalla morte, realmente avvenuta, nell’ospedale di Motta di Livenza a seguito di un incidente d’auto. In un ultimo magistrale guizzo di humor nero, è lui stesso a scrivere la definitiva parola fine. “E se stai leggendo le mie parole vuol dire che in questo momento il signor Ettore sta guardando il mondo da sotto un bel mucchio di terra”, dice nella lettera che raggiunge postuma un amico. “Non è poi tanto difficile morire [...]. Sai come dicono a Trieste? Son qua soto a sburtàr radicio. Non pensi che sia una geniale buffonata? Toglie alla morte tutto lo spavento che si porta appresso. E poi, a chi non piace il radicchio?”. 

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