"Maledetta sfortuna". La violenza di genere

Negli ultimi anni i femminicidi sono stati: 132 nel 2017, 141 nel 2018, 111 nel 2019, 112 nel 2020 e nei primissimi mesi del 2021 erano già 38. Sono dati ufficiali riportati dall’interessantissimo libro di Carlotta Vagnoli, Maledetta sfortuna, Fabbri editori, [agosto] 2021, ma ristampato più volte, e ne ricavo che negli ultimi tre anni i femminicidi hanno avuto una leggera flessione. Eh, no! Le cronache riportano che, in coincidenza con l’epidemia di Covid 19, sono aumentate di molto le violenze domestiche, certamente a causa della maggiore durata della convivenza di coppia sotto lo stesso tetto. Una domanda che l’autrice si fa: e i maschicidi? E constata che la parola “maschicidio” non esiste. Perché? Esistono certamente, come riportano le cronache, degli omicidi compiuti da donne, ma certo alcuni sono per legittima difesa, e comunque il loro numero è di gran lunga inferiore al numero dei primi. Mi chiedo: ma nel numero dei femminicidi sono compresi gli omicidi-suicidi? Certamente no, e altrettanto certamente, qualunque ne siano le ragioni, in questi casi suppongo che sia maggiore il numero di quelli compiuti da uomini che non da donne.

 

Sono riflessioni queste che, come ho detto, faccio in margine all’osservazione della Vagnoli circa l’inesistenza nel nostro linguaggio comune e mediatico della parola “maschicidio”. E il libro è talmente stimolante che affronta tutti i problemi possibili relativi alla violenza di genere, dà risposte precise e chiare e conseguentemente stimola i lettori a porsi continui problemi.

Il libro è scritto da una donna poco più che trentenne, e si vede. È scritto con una lingua chiara e moderna, che coniuga la scrittura saggistica con le osservazioni dei fatti quotidiani. Non c’è la forzatura che si sente nei libri scritti da scrittori che si sforzano di essere abbordabili scrivendo in un linguaggio “per tutti”; è invece un libro veramente per tutti con una lingua saggistica che per me, ultraottantenne, risulta molto nuova, e mi ha fatto dire: “scrivessero così tanti colleghi nei loro saggi specialistici!”. Nuovo è anche il montaggio della pagina. Ci sono statistiche, dati, citazioni da fonti ufficiali o da libri di femministe, che non appesantiscono il testo in quanto vengono utilizzate solo se servono per il discorso che l’autrice fa in proprio. Nessuna esibizione. E il tutto tipograficamente montato in modo gradevole, con parti evidenziate scritte in rosso.

 

È un libro saggistico in cui talora si affaccia l’esperienza dell’autrice per una violenza di coppia da lei stessa subita, i cui episodi però non sono richiamati per aggiungere un sapore di vissuto sotto forma di autocompatimento, ma solo come documentazione oggettiva di forme di prevaricazione del maschio sulla donna. Tendenza non solo a sottomettere, ma anche ad annullare e a portare, se la partner non reagisce, all’autosvalutazione sempre più marcata e magari anche peggio. Mi ha colpito per esempio il meccanismo che un maschio instaura per distruggere le certezze della partner: non solo tu sbagli in questo e in quello (e non c’è volta che non le faccia notare quelle che lui cerca di dimostrarle come sciocchezze o errori), ma non ricordi che quello l’hai fatto tu, che questa cosa l’hai detta tu, che quell’oggetto lo hai messo lì tu. In sostanza questa tendenza a convincere la partner che sbaglia di continuo con l’intenzione precisa di farle credere di essere pazza, dimostra che il maschio in alcuni casi non è solo prepotente ma è lui il pazzo. E non occorre essere uno psicanalista per capire che in questo caso il maschio opera in tal modo perché avverte che l’intelligenza della compagna è superiore alla propria e quindi tende a demolire quel suo punto di forza.

 

Il libro lo si riassume male perché è pieno di considerazioni precise. Ha però una sua struttura chiara: comincia con gli stereotipi di genere e finisce con l’elenco dei CAV (Centro AntiViolenza) esistenti in tutta Italia; come a dire: io disegno sinteticamente le varie tipologie di violenza degli uomini e finisco col consigliare le vittime di denunciare la propria situazione anche agli istituti creati appositamente per risolvere i loro casi. Da questo breve ma denso percorso del libro si possono estrarre temi e problemi che ci interessano di più. Io ne prendo uno e lo discuto coi miei 24 lettori. Mi chiedo: ma le donne sono uguali agli uomini? La risposta è certamente no; quindi la differenza di genere esiste. Aggiungo: ma gli uomini sono tutti uguali fra loro? La risposta è nota: No, come dimostra il DNA di ognuno. Però la differenza di genere esiste. La violenza nasce dal fatto che il genere femminile è considerato, per motivi storici, inferiore, e questo è dovuto al fatto che per millenni, in un’economia basata sulla caccia, il più forte fisicamente era il cacciatore. Non solo, ma nelle società non più di cacciatori le guerre erano combattute dagli uomini, fino al più grande macello proletario della prima guerra mondiale.

 

Ph Pietro Baroni.


Sulla forza fisica si è dunque basata l’evoluzione della nostra civiltà e si è consolidata la convinzione che le donne siano inferiori agli uomini; in questo caso le caratteristiche fisiche sono diventate i fondamenti delle culture anche occidentali: con le conseguenze sociopolitiche che conosciamo. Questa inferiorità è un’idea primitiva che certamente ha una radice naturale che si basa sulla forza fisica tout court. La diversità fra uomo e donna che ancora si registra nelle società più evolute è un residuo del nostro primitivismo. 

Facciamo altre considerazioni: i lavori più pesanti come lo scarico e il carico di oggetti oggi li fanno gli uomini. Insomma: chi solleva più peso è un uomo. Asafa Powell, il grande centometrista, è un uomo; Usain Bolt, che ha corso ancora più veloce di lui, è anch’egli un uomo…ma davvero vogliamo dedurre da questi ed altri parametri simili un’inferiorità genetica e quindi sociale della donna? Chiaramente no. Eppure sì! Perché nella società italiana, che è più evoluta di altre, le donne guadagnano meno degli uomini, occupano posti di responsabilità in percentuale inferiore rispetto agli stessi, e così via. Il 13 ottobre scorso è passata al Senato una proposta di legge sulla parità di stipendio fra uomini e donne. Ci voleva una legge per stabilire questo principio!

 

Quindi l’uomo è più forte. Ma ne siamo proprio sicuri? mi si permetta una considerazione che mi urge, ancora a margine di questo bel libro della Vagnoli: nelle società arcaiche la donna faceva (e fa ancora, perché le società arcaiche ancora esistono, eccome!) molti figli, ma davvero il concepimento di un figlio, la gravidanza e l’allattamento sono manifestazioni di un’inferiorità di genere? E la cura di una famiglia numerosa non è un indizio di forza e di resistenza fisica senza pari? E la capacità di sopportare, molto più eroicamente o solo pazientemente dell’uomo, una propria eventuale malattia? Io credo che questo dia alla donna la consapevolezza che la continuità della razza umana sia biologicamente affidata a lei e non all’uomo. Sappiamo quanto poco, da un punto di vista esclusivamente biologico e chimico, metta l’uomo nella semplice riproduzione. Ma l’uomo lo sa che la vita gli viene dalla madre, o forse sbaglia se lo pensa? Sa che è così. È un’affermazione ideologica la mia? Come lettore di memorie e lettere dai vari fronti di guerra, da quelle della nostra Indipendenza alla seconda guerra mondiale, so che il soldato ferito a morte chiama la “mamma” e non il padre. Chissà perché. Forse è il mammismo italiano? No, perché gli intrepidi tedeschi e austriaci invocavano la “Mutter”.

 

Tutte queste considerazioni eccentriche mi sono sollecitate da questo libro, che è ben strutturato e disegna un percorso fra i vari gradi di prepotenza (chiamiamola così) di genere. Un percorso vero, perché si procede per tappe, e tutte definite da termini del gergo tecnico che è inglese, a dimostrazione di quanto altri paesi siano avanti al nostro proprio negli studi di genere. Faccio un solo esempio per non annoiare chi mi legge: il Catcalling (un dizionario di questi termini è in appendice al libro: non ci manca proprio nulla!). Se uno deve chiamare il gatto per attirarlo a sé, con cibo o altro, usa le espressioni che richiede più adatte, e che magari sono regionali: in Toscana: “miiicio, miiicio, miiicio”, accompagnando le parole con dei gesti. Una ragazza che cammina per strada da sola, magari di notte, è sottoposta a questi “allettamenti”: “suoni, fischi, commenti indesiderati e allusioni sessuali ad avance, clacson suonati al passaggio sul marciapiede, palpeggiamenti sui mezzi o per strada fino all’accerchiamento in gruppo della persona e al pedinamento” (pp.59-60). Non manca il riferimento allo psichiatra di turno, in tal caso Raffaele Morelli, che spiega che “Se una donna esce di casa e gli uomini non le mettono gli occhi addosso deve preoccuparsi […] il femminile è il luogo che trasmette il desiderio […] la donna è la regina della forma, la donna suscita il desiderio: guai se non fosse così…”.

 

Quindi le donne non dovrebbero essere infastidite, se ne deduce, dal Catcalling, ma piacevolmente impressionate. Ma forse non è proprio così. Nessuno di noi si veste in modo da non piacersi o da dispiacere agli altri, ma piacere non comprende nella donna quello di essere infastidita, altrimenti si giustifica, passaggio dopo passaggio, anche lo stupro. Una corte giudicante italiana dovendosi pronunciare su una violenza cui fu sottoposta una ragazza che portava i jeans sentenziò che, siccome i jeans erano stretti, il violentatore non poteva averglieli tolti da solo, e quindi in questa presunta violenza bisognava ammettere che la ragazza aveva acconsentito a far sesso perché solo lei poteva intervenire per toglierseli davvero. Quando Manzoni scrisse: “A questo mondo c’è giustizia, finalmente!” prevedeva una sentenza così.

Mentre sto chiudendo l’articolo leggo che nel bresciano un 59enne ha ucciso a martellate una donna che da un anno aveva chiuso un rapporto amoroso con lui. Ma come si permetteva, questa, di non volerlo più vedere? Comunque lui, per essere sicuro di riuscire nell’impresa, ha usato il martello. Intelligente, no? E poi un vero uomo e signore: non si è dato alla fuga ma si è assunto tutta la sua responsabilità aspettando l’arrivo dei carabinieri. Insomma: uno responsabile delle proprie azioni. Donne, non raggiungerete mai la parità con noi! 

 

Il giorno prima ho letto di un tale arrestato per aver commesso stalking nei confronti della sua ex- convivente, la quale era evidentemente sbadata e maldestra perché si procurava fratture da sola: una prima volta era andata al pronto soccorso con un polso fratturato dichiarando di essere caduta, una seconda volta con una caviglia ugualmente fratturata, una terza aveva avuto costole rotte ma non si era fatta curare. E poi non gestiva il proprio stipendio ma lo dava a lui, si era autoaccusata di un incidente stradale senza essere alla guida dell’auto… una così si merita di tutto. Mentre l’uomo invece potrebbe correre il rischio di prendersi 30 anni per omicidio. Ma applichiamo a questo caso le considerazioni di Pier Camillo Davigo, giudice molto famoso: l’uomo è reo confesso e quindi sconto di pena, non può reiterare il reato perché non ha un’altra moglie, non può fuggire all’estero perché altrimenti non avrebbe fatto chiamare i carabinieri lui stesso. Altri sconti di pena. Forse non lo può dimostrare, ma può tentare di sollecitare l’attenzione dei giudici: la moglie lo provocava, come fanno sempre le donne. Con una condanna minima se la cava. In parallelo: la donna si veste obbedendo a quello che voglio chiamare il principio-Morelli: vuol piacere, e allora si veste con una bella minigonna; le fanno il Catcalling o magari la stuprano?  E allora, come scrive la Vagnoli, “Se esci di sera in minigonna te la vai a cercare” (p.185). Meglio chiuderla ora, perché ci resta tanto su cui meditare: le pagine di questo libro di cui non si è potuto dar conto qui.

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