Mark Fisher postumo: uno sguardo senza futuro

Mark Fisher si è suicidato il 17 gennaio 2017: la sua scelta di non vivere pertiene ovviamente alla sua sfera intima e privata, ma negli scritti onesti e sinceri, febbrili e lucidissimi di questo critico culturale britannico torna spesso il tema della sua sindrome maniaco-depressiva, e il suo lucido e implacabile pessimismo sul nostro tempo era privo di prospettiva e speranza anche in due suoi lavori ora disponibili in traduzione italiana: Realismo capitalista (Non c’è nessuna alternativa? Il sottotitolo originale) uscì nel 2009 ed è stato tradotto per le edizioni Nero da Valerio Mattioli, che firma anche la prefazione; The Weird and the eerie: lo strano e l’inquietante nel mondo contemporaneo, è di fatto l’ultima pubblicazione di Fisher in vita, ed è appena uscito da minimum fax con la postfazione di Gianluca Didino e l’ottima traduzione di Vincenzo Perna, protagonista dei cultural studies italiani, che regala molte note del traduttore che permettono una completa contestualizzazione del testo di Fisher.

 

Prefatori e postfatori italiani testimoniano in modo non rituale quanto il brillante docente del Department of Visual Cultures alla Goldsmiths University di Londra fosse rapidamente divenuto nei primi anni del terzo millennio l’esponente di riferimento del mondo intellettuale che resta anti-capitalista, e quanto la sua perdita ci abbia davvero privato del suo ulteriore pensiero sul nostro mondo. Se fosse vissuto ancora, se le sue stagioni depressive non lo avessero determinato a togliersi la vita, probabilmente avremmo avuto, dopo la sua stagione destruens, una successiva fase construens, dove alla lista di vie senza uscita cui ci ha consegnato il tardo capitalismo selvaggio, deprimente e polverizzante, avremmo potuto agganciare un qualche progetto di ricostruzione pragmatica, letteralmente politica.

 

 

 

In Realismo capitalista Fisher annota in poche pagine tutto ciò che viviamo quotidianamente: il connubio ferale tra opprimente burocratizzazione di uno Stato impotente e il totale cinismo di profitto di corporation sempre più multinazionali e multilaterali, che non ci permettono neanche più di indentificare un Padrone antagonista; le grandi compagnie si nascondono dietro call center surreali, dove i giovani operatori vengono quasi fatti impazzire in una sequenza di martellamenti di offerte commerciali che sono strategicamente indifferenti a uno, cinque, dieci nostri rifiuti, spesso cortesi se ci dotiamo di una empatia verso gli operatori di cui loro stessi non hanno più tempo di beneficiare. Il lavoro è a tempo determinato sin dalla fine della scolarizzazione, e toglie alle nuove generazioni la possibilità di programmare la propria vita privata, la propria indipendenza, la propria parabola di vita personale. La scuola è diventata un gigantesco parcheggio dove i giovani sanno di dover restare e da cui non potere sostanzialmente essere buttati fuori, perché senza la loro presenza i budget delle scuole crollerebbero portando all’estinzione di un altro luogo di lavoro; in classe se ne stanno con gli auricolari alle orecchie, catatonici, frammentati dai social network e da infinitesimali momenti di compiacimento narcisistico quando il like arriva.

 

Il rock non progetta più di ribaltare la dittatura dei genitori e delle istituzioni opprimenti, ma produce per il mercato digitale, e gli stessi rapper idoli di una gioventù poco arrabbiata hanno importato i peggiori capitoli del tardo capitalismo facendone idoli delinquenziali: il denaro facile con rapine, il disprezzo della donna-puttana, i catenoni d’oro al collo e ai polsi e alle dita, l’odio per i bianchi ricchi ribaltato come specchio volgare della loro fragile influenza. La stessa epidemia mondiale di depressione, in particolare adolescenziale e giovanile, per Fisher è prima procurata da un sistema sociale senza via di uscita, senza alternativa (Fisher ci ricorda molte volte l’agghiacciante mantra di Margaret Thatcher mentre demoliva l’ultimo baluardo di coscienza e dignità operaia sgominando il grande sciopero dei minatori britannici nel 1984/1985: «There is no alternative»), e poi sfruttato dalle multinazionali farmaceutiche per intontire di psicofarmaci il dolore individuale, colpevolizzando i singoli malati-consumatori e stroncando ogni logica e ragionevole dimostrazione di reattività individuale a un contesto deprimente.

 

I genitori si lasciano derubare della loro influenza sui loro figli, sin dai primi anni di vita trasformati in consumatori insoddisfatti di cibi, abiti, giochi, app che hanno il loro prezzo; i genitori abdicano, sfiniti o incompetenti a un orientamento educativo perché loro stessi hanno un orizzonte valoriale sempre più nebuloso e impalpabile, mentre agli insegnanti si chiede a muso duro di fare tutto ciò che non fa più nessuno: educare, disciplinare, reprimere, invogliare, felicitare, non infelicitare, comprendere, indulgere e insieme allertare sulle conseguenze delle proprie azioni.

Dopo la visione catastrofica di Realismo capitalista, che lascia con un groppo in gola tremendo perché è tutto vero, The weird and the eerie ci restituisce il miglior Mark Fisher: il critico che ama profondamente le opere che indaga e svela, in particolare il sensibilissimo, intelligentissimo critico musicale, lui che proprio nella immaterialità delle nuove musiche aveva avvertito gli stupori più rivitalizzanti, in particolare di fronte allo sbocciare del suono jungle a Londra, del dubstep, di sonorità e quindi mondi sensoriali mai uditi prima e sicuramente strani, e affascinanti come un oppio leggero che per qualche minuto o ora ti permette di mettere in sordina il tuo disperato raziocinio: il suo autore-modello è Burial, e uno dei saggi di The weird and the eerie è centrato su uno dei gruppi post-punk più spiazzanti e monotoni, i Fall di Mark E. Smith che hanno suonato in Inghilterra dal 1976 al 2010. E ha un ruolo rilevante l’ambient music di Brian Eno, con le sue pitture sonore senza orizzonti.

 

 

 

 

La galleria di opere strane o inquietanti cui si è applicato Fisher mi rivela nell’Indice, con sorpresa e nostalgia, la mia stessa galleria di predilezioni stupefacenti e stranianti e perturbanti che hanno costellato la mia stessa biografia di cultore di cinema, letteratura, musica: da Lovecraft a Wells, da Fassbinder a Dick, da Lynch (l’autore che ha più impastato di strano e inquietante tutta la sua prodigiosa carriera) a Daphne du Maurier, narratrice che ha ispirato ben due capolavori di Hitchcock, Gli uccelli e Rebecca la prima moglie.

E poi Stanley Kubrick (Shining e 2001: Odissea nello spazio), Margaret Atwood (Fisher non arriva alla fortunata e disperante serie tv tratta da The Handmaid’s Tale), il freschissimo Jonathan Glazer regista cinematografico di Sotto la pelle, il romanzo “fantascientifico” di Michel Faber tradotto da Einaudi nel 2004, incarnato nel 2013 da una magistrale e fatale Scarlett Johansson, Andrej Tarkovskij con The Stalker e Solaris, Cuarón con I figli degli uomini, Christopher Nolan con Interstellar e i suoi buchi neri di tempo e spazio…

 

 

 

 

The weird and the eerie si conclude con un ritorno recente sugli schermi delle serie tv: Picnic a Hanging Rock scritto dall’australiana Joan Lindsay nel 1967, e portato al cinema da Peter Weir nel 1975; anche in questo caso il saggio di Fisher invecchia per un soffio, perché (a conferma del weird e dell’eerie che continuano a consolarci in questa apocalisse-in-corso tardo capitalistica) a quel soggetto così profondo e indecifrabile ci ha riportato il linguaggio cinema per la televisione di una nuova mini-serie del 2017, trasmesso in Italia da Sky Atlantic nello scorso mese di giugno. Come per il recente, delicato e pensante film Mary Shelley, anche in questa produzione lo staff era quasi interamente femminile; autrici femminili per un soggetto femminile, così flou e sensuale e irrazionale e indecifrabile: le registe Laysa Kondraki e Amanda Brotchie accanto a Michael Rymer, le sceneggiatrici Beatrix Christian e Alice Addison. Fisher ha avuto modo di allineare ancora vivo il suo indice, e dobbiamo credere che non sia casuale che ancora una volta lui non abbia voluto darci progetti o ipotesi o speranze, ma semplicemente confermare che anche nella nostra contemporaneità non è il reale quotidiano a poterci incantare, o consolare, ma soltanto la meno dannosa delle droghe oppiacee: il lasciarci andare a una narrazione ellittica e ammaliante, senza una morale della favola, ma con la ricchezza morale di una favola, con le sue nebbie profumate; perché quelle sensuali adolescenti hanno deciso di salire sulla roccia sacra per gli aborigeni che la temevano? Perché sono scomparse nel nulla? Cosa le ha attratte? Cosa le ha dissolte?


 

 

«Quando i personaggi cadono sotto l’influsso della Roccia, sembrano denudati delle loro passioni. Eppure queste passioni, tra cui vi è di certo anche la paura, sono elementi del mondo quotidiano. È la paura di Irma, la sua incapacità d’ignorare tali elementi quotidiani (l’ultima descrizione di Irma fornita dall’autrice parla della sua abilità nel ricamo) che alla fine le impedisce di compiere il passaggio. È incapace di portare a termine quanto le donne avevano promesso nell’atto di liberarsi dai corsetti. Marion e Miranda invece sono pronte al salto nell’ignoto. Sono pervase della stessa calma eerie che insorge ogniqualvolta riusciamo a superare delle passioni familiari. Sono scomparse, e la loro scomparsa lascerà dei vuoti minacciosi, dei presagi eerie dell’esterno».

 

Mark Fisher ha scelto di non vivere più con le minacce delle passioni, mentre noi continueremo a nutrircene consumando il genio di quelli che hanno incantato lui, e di quelli che ci incanteranno, così come quelle ragazze, in cima a Hanging Rock, si erano fermate sul ciglio dell’abisso, ondeggiando nel vento (hanging significa sospeso, senza i piedi a terra), nel sole, tra le strida degli uccelli, a piedi nudi sull’erba e sulle rocce, strappandosi i rigidi corsetti vittoriani e gettandoli nel vuoto, forse libere per sempre con i loro corpi, forse liberate per sempre dai loro corpi. Laggiù in basso le ragazze vedono le altre compagne come piccole formiche, “senza uno scopo, ignote a se stesse”; una di loro dice «ogni cosa comincia, e finisce… esattamente al momento e al posto giusti» … poi cadono addormentate, nel loro inquietante incantesimo.

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