Napoleone: da scrittore a imperatore

“La vita è un sogno breve che si sfarina”. Resta impigliato nei foglietti volanti finiti nei cassetti delle prove non riuscite, questo pensiero degno di Shakespeare o di un poeta novecentesco. Ne è autore un giovane artigliere corso che era stato spedito in continente a studiare in un severo collegio militare, e fiutava il vento, cercava la strada, il varco in cui infilarsi. Acceso repubblicano, seguace di Robespierre, redige dei pamphlets politici in cui spiega con logica stringente a quattro commercianti perché i tentativi di chi ha preso le armi contro la Repubblica non avranno fortuna. Poi tenta un racconto che nella sua ingenuità ha il pregio di prefigurare almeno in parte il destino che attende l’autore. 

Pochi foglietti anche quelli, dal titolo Clisson et Eugènie. Clisson è un giovane ufficiale che si ritiene “nato per la guerra”, e si è formato leggendo le vite dei grandi condottieri. Ottiene vittorie che gli vengono avvelenate dall’invidia e dalla calunnia. Disgustato, si ritira in campagna, dove incontra la timida e modesta Eugénie, sorriso incantatore e mani bellissime. Nasce un’unione ardente, perfetta, allietata dalla nascita di tre bambini. In una delle missioni cui è richiamato, viene ferito e manda alla moglie uno dei suoi migliori ufficiali per confortarla. Costui prende l’incarico talmente sul serio che tra i due divampa una passione incontenibile. Clisson non può sopravvivere a tanta infelicità, e si lancia a cercare la morte in battaglia.

 

Finisce con questa prova un po’ goffa la carriera del Napoleone scrittore. L’uomo è troppo acuto interprete e lettore di sé medesimo e dei suoi simili per capire che non sarà la letteratura ad aprirgli le porte della primazia assoluta cui aspira. Probabilmente aveva ragione Leonardo Sciascia, quando sosteneva che il giovane artigliere è diventato Napoleone nel momento in cui ha dismesso le sue ambizioni scrittorie. Gli è tuttavia rimasto il gusto dell’espressione sobria, secca, essenziale, ridotta alla sua essenza più profonda. È l’espressività di chi sa che il tempo e le parole vanno economizzate. Dunque occorre eliminare tutto quello che non rende funzionale ed efficace il messaggio: i troppi aggettivi, le pose della retorica, i compiacimenti dello stile che si vuole elegante ed è solo inutilmente paludato: che è poi l’eterna inclinazione francese allo stile salotto-buono, che tanto faceva infuriare Céline. 

 

Napoleone parla e scrive da soldato, ma ha come modello Cesare. Va per le spicce, condensa, concentra. Ha un vero talento per la forma breve. Nella sua strategia di comunicazione, che sa perfettamente adattarsi ai vari tipi di interlocutori cui si rivolge, uno strumento di grande efficacia sono i detti e motti sapienziali che gli vengono spontanei, come se li avesse lungamente meditati e affinati con pazienza artigianale. La rapidità di elaborazione dei suoi circuiti neuronali, che tanto colpiva i contemporanei, si manifesta anche e proprio nella fulminea assertività di un aforisma. Una sentenziosità ricalcata anche quella sui grandi modelli classici, in cui vengono fissati con totale disincanto e lucida freddezza le tipologie umane e i precetti politici, e come gestire gli uomini e il potere. Balzac ne ha raccolti da solo 525, altri riempiono interi volumi. Ne cito solo due: “Si governano più facilmente gli uomini facendo leva sui loro vizi che sulle loro virtù”; “Il difficile non è scegliere gli uomini, ma dare a quelli che si sono scelti il valore che possono avere”.

 

 

Napoleone sa bene che accanto a lui c’è sempre qualcuno che li raccoglie e li propaga. I mirabili aforismi in cui sta concentrata una conoscenza perfetta degli uomini solo dunque mirati a costruire e consolidare il consenso, a dimostrare la superiorità del capo carismatico, che sembra aver capito tutto, sapere tutto, controllare tutto. Lettore disordinato e onnivoro, Napoleone mette a frutto una memoria prodigiosa per estensione e affidabilità. Racconta egli stesso che sistemava i vari argomenti del suo sapere in altrettanti cassetti da cui li poteva prelevare a piacimento, come oggi noi facciamo con i nostri files.

L’acuminata essenzialità dei suoi detti si nutre di letture ben assimilate. Abbiamo una documentazione abbondante delle sue preferenze, anche attraverso i volumi che sceglie personalmente a Fontainebleau, prima di partire per l’Elba. Ci troviamo Omero (è un grande enciclopedista, dice), Plutarco, Cesare, Seneca, Senofonte, Virgilio, Pausania. Anche Tacito, ma a lui sembra uno che vuole scrivere romanzi a effetto, ha troppa attenzione per gli intrighi di palazzo e poca considerazione per il lato creativo dei suoi imperatori. Poi i francesi, naturalmente: Diderot, Madame de la Fayette, Voltaire, Racine, Corneille, particolarmente amato (fosse stato ancora in vita, lo avrebbe fatto principe). Crede fermamente nel valore pedagogico della tragedia, che tonifica, fortifica. Ma si porta dietro anche trattati di chimica, botanica, mineralogia, apicultura, floricultura, astronomia.

 

Non stupisce che avesse fatto attrezzare una carrozza a biblioteca viaggiante, che lo accompagnava sempre nelle campagne militari, con una accurata scelta di titoli in formato speciale. Il libro era per prima cosa un fondamentale strumento di lavoro di conoscenza. 

La grande letteratura nelle sue mani diventa anche uno strumento politico, come quando a Erfurt, dove sono convenute tutte le teste coronate d’Europa, di cui si discutono i futuri assetti, stupisce i suoi interlocutori offrendo una settimana di grandi spettacoli teatrali portati in scena dall’amico regista e attore Talma, fatto venire da Parigi. Goethe, che è presente, rimane letteralmente abbacinato, e resterà fedele alla memoria del grand’uomo anche dopo la caduta: “Di lui si potrebbe dire che si trovava in uno stato di perpetua illuminazione”. Napoleone si era permesso di dare dei consigli anche a lui: “Dovreste scrivere una Morte di Cesare in modo più degno e grandioso di quanto abbia fatto Voltaire. Bisognerebbe mostrare come Cesare avrebbe potuto fare la felicità dell’umanità se gli fosse stato lasciato il tempo di realizzare i suoi ampi progetti”. Stava evidentemente parlando di sé, ossessionato com’era dall’idea di attentati e complotti.

 

Il generale ha idee innovative anche in fatto di editoria. Sulle orme di Aldo Manuzio, pensa a edizioni commentate di autori classici, a cominciare da Strabone. Quando era a Sant’Elena spiegava che gli sarebbe piaciuto fare storia seriamente, sui documenti, sui fatti, fuori da ogni retorica o ideologia, come di solito si faceva. Ne avesse avuto il tempo, avrebbe voluto togliere dalle pagine degli storici suoi contemporanei tutti gli aggettivi inutili: sempre tanti, troppi. Possiamo stare sicuri che con il suo occhio di falco, che sapeva scovare l’ammanco di un franco nel più complicato dei budget, sarebbe stato un editor di eccezionali qualità. Intanto è proprio con un libro che ha giocato e vinto la sua battaglia finale: il Memoriale di Sant’Elena (1823, primo best-seller dell’età moderna), breviario di energia, Bibbia della borghesia emergente, ha suggellato il trionfo di una leggenda puntigliosamente costruita tutta la vita, giorno per giorno, minuto per minuto, in cui la parola ha sempre avuto la parte principale. Perché, come amava dire, è stupefacente il potere delle parole sugli uomini.

 

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