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Narcisismo: perdita e speranza

Molteplici, trasversali e iridescenti sono state le epifanie del mito di Narciso lungo tutta la cultura del Novecento, dalle prime teorizzazioni di Freud fino ai nostri giorni. Alla generatività simbolica di questa intramontabile figura della vita psichica si aggiunge la sua odierna popolarità: il termine “narcisismo” è penetrato nel lessico mediatico e quotidiano per denunciare “caratteri” egotici e derive relazionali, nel campo amoroso come in quello lavorativo e politico. 

A una tale stratificazione di rimandi culturali, elaborazioni cliniche ed eccessive semplificazioni del senso comune l’ultimo testo di Fabio Madeddu I mille volti di Narciso. Fragilità e arroganza tra normalità e patologia (Raffaello Cortina Editore, 2020) offre una preziosa occasione di studio e approfondimento clinico. L’impianto vasto dell’opera mette in dialogo la dimensione culturale del narcisismo con la sua lunga storia nell’ambito della psicologia: dalle versioni del mito antico alle narrazioni letterarie e cinematografiche; da Freud alle più recenti concettualizzazioni del narcisismo patologico; dall’esplorazione del sentimento narcisistico per eccellenza, la vergogna, al rilievo delle polarità “arrogante” e “fragile” al confine “tra normalità e patologia”. Cuore della ricerca, con il contributo di altri autori, sono le correlazioni tra il narcisismo e quegli specifici scenari cui Madeddu dedica la sua ricerca scientifica da molti anni: il ciclo di vita (età evolutiva, adolescenza, età dell’invecchiamento), le relazioni sentimentali, la salute. L’ultima parte del volume, tesa a restituire la dimensione plurale del trattamento, rivisita gli orientamenti tradizionali, le terapie evidence based e la psicoterapia di area psicodinamica, con un particolare focus sul lavoro clinico di Kernberg e Kohut. Sono, dunque, davvero molteplici “i volti” di Narciso che il libro di Madeddu dischiude al lettore, pagina dopo pagina, in una profusione organizzata di sintesi e connessioni tra differenti approcci teorici. 

 

Intrecciando alcuni spunti tematici che il testo evoca a più livelli si possono cogliere, rispetto al narcisismo come “condizione umana”, alcune criticità e sfide che sempre interrogano la coscienza individuale e collettiva e, in modo particolare, lo spirito del nostro tempo.

Un primo argomento, che agglomera diversi sguardi interdisciplinari sul narcisismo, riguarda l’opus incertum dell’identità, un compito che la nascita biologica non esaurisce e che l’essere umano è vertiginosamente chiamato a tessere tra vincoli storici e biografici, esperienza della crescita e della perdita, confronto con i propri limiti e apertura verso il mondo. E certo il mito ovidiano pone, come prologo enigmatico, il dubbio radicale che incombe sulla “nascita psicologica” di Narciso quando l’indovino Tiresia, interrogato da Liriope, profetizza che suo figlio vivrà a lungo “se non conoscerà se stesso”. 

 

“Un capovolgimento drammatico della massima dell’oracolo di Delfi ‘Conosci te stesso’ e paradossale negazione dell’indicazione di fondo delle esplorazioni cliniche e terapeutiche” (Madeddu, p. 23). 

Un capovolgimento e un paradosso che, se da un lato richiamano la necessaria cautela terapeutica di fronte al rischio di “consapevolezze troppo rapide e radicali” rispetto alla tenuta psichica del paziente (“discussione ancora attuale su ‘come e quando’ aiutarlo a guardare dentro di sé”), dall’altro lato alludono, attraverso la potenza evocativa del mito, alla morte simbolica implicata in ogni processo di introspezione volto alla trasformazione e alla rinascita. Potremmo dire, allora, che il vaticinio di Tiresia irrompe con la sua ambiguità esigendo una crisi necessaria, un confronto lavorato, avveduto e non retorico con il valore etico della conoscenza di se stessi, del guardar-si. In questa lente possiamo leggere anche le parole di Plotino quando, denunciando “l’avventarsi” degli umani sui simulacri come se fossero cose reali, porta ad emblema Narciso, colui che voleva “afferrare la sua immagine bella che vagava a fior d’onda” (Plotino, Enneadi I, 6, VII) e che, così facendo, svanì. Insufficienza della riflessività superficiale, allora, e necessità di una ulteriore “opera del cuore” come Rainer Maria Rilke esprime liricamente nella poesia Wendung (Svolta): 

 

«(…) Perché, ecco, c’è un limite al guardare, 

e il mondo lungamente misurato dallo sguardo

vuol prosperare nell’amore. 

 

Opera della vista è compiuta, 

compi ora l’opera del cuore 

sulle immagini prigioniere in te, perché tu 

le hai sopraffatte ma non le conosci ancora (…)» 

 

(Rilke R. M., Poesie II (1908-1926), a cura di G. Baioni e A. Lavagetto, Einaudi, Torino, 1995, p. 231-235).

 

Una “svolta” che il narcisista fatica a concepire e a compiere perché “Narciso spregia Eros, la divinità dei legami amorosi di cui sembra non avere necessità” e fonda la sua illusione di magnificenza sul “bastare a se stesso”. Si manifesta, così, per un verso, il suo lato puer che dalla avventura della conoscenza vorrebbe escludere l’entrata nel tempo, la responsabilità verso l’altro e la realtà del limite. Ma lo spregio dell’Eros comporta anche, nelle forme patologiche più gravi, “il piacere di esercitare potere sull’altro, trasformato in oggetto e privato di umanità. Nelle classificazioni contemporanee il ben noto criterio di ‘mancanza di empatia’ acquista più risalto, insieme a quello dello sfruttamento interpersonale” (Madeddu, p.33). Fino al “trionfo sadico” del narcisista maligno che presuppone, osserva Madeddu commentando il lavoro di Kernberg, il disperato tentativo di evitare “i rischi dell’amare un oggetto indipendente” e dunque minaccioso, fonte di invidia per la sua vitalità e di terrore per il rischio di venirne abbandonati. Di impressionante eloquenza, per illustrare una tale dinamica, è la citazione che l’autore trae dai saggi di Auden (La mano del tintore, Adelphi): “La contemplazione della propria immagine non muta Narciso in Priapo: l’incanto che lo avvince non è il desiderio di sé, ma la soddisfazione di non desiderare le ninfe”.

Accediamo, per questa via, allo strato più fondo del narcisismo per come lo ha pensato la psicoanalisi, quello che si organizza attorno alla esperienza della “perdita”: non solo negli snodi obbligati della vita – dalla separazione della nascita fino al congedo ultimo del morire – ma anche, più pervicacemente e insidiosamente, negli “incidenti” relazionali tipicamente umani che sin dalla prima infanzia possono avere luogo.

 

A monte della profezia di Tiresia, del resto, Ovidio non ha mancato di informarci sui natali traumatici del bambino Narciso: egli è il frutto di “Lirìope l’azzurra, che un giorno Cèfiso intrappola dentro il suo corso tortuoso e, tenendola stretta nell’acqua, la violenta” (Ovidio, Le Metamorfosi, a cura di Vittorio Sermonti, Rizzoli, Milano, 2017). Colui dei cui comportamenti superbi e crudeli continuiamo a scandalizzarci è, dunque, figlio di uno stupro. Questa esplicita “anamnesi” familiare del mito, se non obliata, corrobora le letture psicologiche che collocano la “ferita narcisistica” e la sua sindrome nel più ampio e remoto orizzonte dei traumi infantili e transgenerazionali per cui i pazienti narcisisti

 

 

“potrebbero essere stati i figli di genitori deprivati e svalutanti, cresciuti in un deserto emozionale o persino in un ambiente violento. Questi bambini hanno utilizzato le difese dei propri genitori per proteggersi e distanziarsi dalle frustrazioni che l’altro ha inflitto loro, così da dover gonfiare la propria autostima e svalutare gli altri” (C. Mucci, Corpi borderline. Regolazione affettiva e clinica dei disturbi di personalità, Raffaello Cortina Editore, 2020, pag. 247).

 

A uno sguardo antropologico e filosofico il mito di Narciso svela, allora, come altri della tradizione antica, la scaturigine della violenza più propriamente umana: è fondamentalmente il delirio di una psiche “male accolta”, con le sue agonie e difese primitive, a perpetuare, da una generazione all’altra, la catena dell’indifferenza narcisistica dell’Io e della distruttività, una sofferenza “extra” rispetto alla caducità biologica e costitutiva del vivente. Giacché solo la “competenza” umana vi immette il capogiro dell’invidia, il tormento della rivalità e la ferocia del disconoscimento. 

 

Guardando più da vicino i comportamenti sintomatici di Narciso in Le Metamorfosi apprendiamo che a soli sedici anni egli ha già suscitato attrazione, desiderio, disperazione, rabbia e vendetta. Non solo la ninfa Eco è stata disprezzata e respinta ma anche molti altri spasimanti hanno subìto la mortificazione del non esser visti. Finché l’ennesimo giovane bistrattato non leva le braccia al cielo e invoca vendetta: “Che ami anche lui, che anche lui non possa godersi chi ama”. Seguono, per intervento di Nèmesi, l’esaudimento della maledizione e la consunzione tragica del fanciullo alla “fonte purissima”. Sono presenti, dunque, nel mito, le coordinate fondamentali con cui riassumiamo tipicamente il “copione anaffettivo” del narcisista: 

“l’essere innamorati di se stessi, l’arroganza, l’egocentrismo, la grandiosità, l’assenza di empatia, l’assenza di legami duraturi” (Madeddu, p. 19). 

Un tipo di ostentata sicurezza di sé cui fa da eco, in termini di “doppio” intrapsichico e interpersonale, il copione più introverso del narcisismo di cui diversi autori rilevano, come temi clinici e articolazioni relazionali, il “bisogno di suscitare empatia e validazione”, la “tendenza a provare vergogna e umiliazione”, l’“idealizzazione dell’altro”, il “vittimismo”(Madeddu p.102).

Si delineano, dunque, le polarità “arrogante” e “fragile” del narcisista, altrimenti dette, a seconda degli autori, overt e covert, “a pelle spessa” e “a pelle sottile”, esibizionista e introversa. E che la poesia, ancora Rilke, aveva già individuato nel Narciso “appagato” (“che senza tregua si accarezza”) e nel Narciso “cedevole” (“nocciolo debole che non trattiene la sua polpa”). 

 

Polarità che possono altresì trarre linfa e incistarsi nelle dimensioni interpersonali gerarchicamente irrigidite: leader d’azienda, capi-ufficio, guru, insegnanti e genitori rischiano di identificarsi narcisisticamente nella posizione “grandiosa” alimentando, in contrappunto e dirimpetto, il versante in ombra, il doppio torvo e risentito, del medesimo dramma dell’Io. Di particolare interesse, a tale proposito, sono le pagine che Madeddu dedica ai retaggi socio-culturali del “narcisismo in ambito sanitario” con il “focus sui curanti”: vengono qui prese in esame la visione idealizzata e mitizzata dei medici all’interno della cultura popolare assieme alla radice patriarcale di un rapporto asimmetrico che tende a enfatizzare l’onnipotenza del curante e a schiacciare in una modalità distanziante, ancorché spersonalizzante, la dignità e l’autonomia degli assistiti (pp. 343-348). 

 

Si tratta di temi di grande complessità che l’indagine clinica ha esaminato in lungo e in largo, sul piano teorico, diagnostico e terapeutico “in modo estremamente diffuso e forse, a tratti, anche confuso” (p.37) , dovendo tenere conto di molteplici fattori e combinazioni complesse: il confronto tra la dimensione “sana” del narcisismo e le sue derive patologiche; lo spettro di gravità fino alla antisocialità e alla psicopatia; la corrispondenza del disturbo con le organizzazioni di personalità (nevrotica, borderline e psicotica).

Certamente il riverbero tra “stili” narcisistici più e meno gravi e disagio della società contemporanea risalta nella sua pervasività e nei suoi effetti anticomunitari. Mai come oggi si era giunti a esaltare il principio di auto-sufficienza in modo così idolatrico e mai la squalifica dell’alterità era stata eletta tanto subdolamente a vetrina di prestigio e a merito produttivo: “il Narciso che dunque siamo”! Basta confrontare le qualità del “carattere fallico-narcisistico” già descritte da Wilhelm Reich nei primi anni Trena (Madeddu, pp.54-55) – fiducia in se stessi, arroganza, superbia, freddezza, aggressività – e le competenze comunicativo-relazionali attese nella selezione manageriale a partire dagli anni Ottanta – prima fra tutte la capacità di essere aggressivi – per renderci conto che una intera epoca si è lasciata orientare dal principio di prestazione fondato sulla onnipotenza individualista e sulla squalifica sprezzante della vulnerabilità. In questo senso restano illuminanti le riflessioni di Alain Ehrenberg (La fatica di essere se stessi. Depressione e società, Piccola Biblioteca Einaudi, Torino, 1999) sulla diffusione del fenomeno depressivo per scorgere in esso il contraltare, ma meglio potremmo dire il fallimento, dell’istanza narcisistica promulgata dal discorso sociale: “In una cultura della performance e dell’azione, in cui le pannes dell’iniziativa individuale possono costare molto care (guai a non essere in ogni momento all’altezza), l’inibizione è una pura disfunzione, un’insufficienza. L’individuo è istituzionalmente chiamato ad agire ad ogni costo, sul filo delle proprie risorse interne” e “il depresso è l’esatto contrario delle nostre norme di socializzazione” (pp.299-300, 320). 

 

In questa coesione narcisistica globale la pandemia del 2020 ha certamente aperto una crepa inaudita e ha riabilitato, in un sussulto grave, il diritto alla tristezza come sentimento intelligente dell’umanità. Assieme al sogno di reciprocità e di inchino solidale alla realtà della perdita e alla fragilità della vita. È attraverso la piccola luce liberata da questa crepa che vorrei concludere nominando una parola desueta nella cultura egemonica della “forza”: speranza. Una parola estranea anche al gergo psicologico, salvo rare eccezioni, per esempio Winnicott, che nei sintomi di antisocialità cercava sempre le tracce della speranza per poter ipotizzare una buona prognosi. Una dimensione che nella lezione del mito brilla per la sua inconsistenza – “spem sine corpore” recita Ovidio per dire dell’anelito auto-ipnotico di Narciso – ma che può, invero, giungere a incarnarsi, nonostante il dolore, nel sentore caldo dell’alterità che ogni incontro di riconoscimento e di cura degno di questo nome può sprigionare oltre l’Io. Oltre i presunti vantaggi dell’“Iocrazia”. Visione utopica e disomogenea alla storia? Certamente. Ma ciò non la rende meno efficace nella sua funzione di riorientamento della coscienza verso il bene, cioè, verso l’altro. Nelle parole di un filosofo, Romano Màdera, che al paradosso fecondo dell’utopia ha dedicato la sua vita: “In realtà, in miriadi di forme, tutto ciò è già in cammino e da gran tempo. Uno sguardo dall’alto farebbe scorgere uno stretto sentiero di luce che percorre i secoli, in mezzo a immani ecatombi di uomini e cose: qualcosa come il progresso morale dell’umanità è visibile allo sguardo della speranza” (La carta del senso. Psicologia del profondo e vita filosofica, Raffaello Cortina, Milano, 2012, p.189). 

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