Nino Bixio, una vita da romanzo

Cominciata a Genova il 2 ottobre di duecento anni fa la vita di Giuseppe Bixio è stata, come si soleva dire, un romanzo. E la racconta gustosamente nel 1875, due anni dopo la morte, il suo primo biografo Giuseppe Guerzoni, a partire dai contrasti con l'istituzione scolastica e familiare: espulso più volte da entrambe, in particolare ad opera della matrigna cattiva che lo fece arrestare perché non voleva sostituire il fratello, in carriera ecclesiastica, sotto le armi. Poi si arrese e annodò su una nave militare i due filoni decisivi della sua esistenza: il mare e la guerra. Il primo lo aveva già incontrato a tredici anni come mozzo per le Americhe e gli donò, tramite i più maturi compagni, l'eterno nome di Nino. Il Risorgimento lo fece per intero dal Quarantotto, come adepto di Mazzini conosciuto a Parigi, fino alla presa di Roma in qualità di generale dell'esercito regio, ferito e decorato un'infinità di volte. L'essere stato marinaio e combattente lo mette di diritto sotto l'egida di chi ugualmente condivideva quelle passioni, Giuseppe Garibaldi, l'uomo del suo destino. E anche per lui l'impresa dei Mille fu L'Impresa, ampiamente testimoniata dai memorialisti garibaldini, dato che per proprio conto non toccò penna.

 

Cesare Abba, Giuseppe Banti e altri hanno tracciato nelle loro opere un ritratto dell'ideale umano perseguito dai giovani durante l'avventura formativa nel Mezzogiorno, capace di contemperare il comando, il giudizio, la guida illuminata del senex, con la spinta, l'anticonformismo e la purezza del puer. Questi è Garibaldi che s'impone attraverso un carisma posseduto con spontaneità mai ostentata, in modo sorridente e paterno, e attraverso un desiderio che viceversa si bilancia con l'accettazione della realtà, con il riconoscimento e la sottomissione, seppur talvolta forzata, all'autorità dei senex per così dire autorizzati all'esercizio del potere. La figura di Bixio viene sbalzata invece come estremizzazione del lato puer, esattamente speculare e contraria a quella dei politici e dei militari piemontesi. È spesso accostato a Garibaldi, di cui pare essere, oltre che il braccio destro, anche l'alter ego. Già ricco, nonostante l'età, d'un fascinoso passato che, stando all'Abba, non manca mai di vantare direttamente al fine di affermare sul «Lombardo» il suo potere: “Io sono giovane, ho trentasette anni ed ho fatto il giro del mondo. Sono stato naufrago e prigioniero, ma sono qui.”

 

 

A differenza del Generale, sempre modesto e reticente sulle antiche imprese, Bixio incarna al massimo grado le doti dell'intero corpo di ragazzi in camicia rossa per ciò che concerne il desiderio; e non a caso è lui, insieme all'esule Crispi, a far di tutto per convincere Garibaldi a partire alla volta della Sicilia, forse anche cercando di ingannarlo sulla reale situazione di fermento nell'isola. E di conseguenza anche l'impeto travolgente reso da Abba nelle similitudini dinamiche: “Come un razzo Bixio fu sul castello gridando”; “Ma se nel forte del combattere arrivasse da Girgenti Bixio, come un uragano?” Ancor più, rispetto al Generale, unico peraltro a cui soggiacesse remissivo, egli è attraversato da quegli impulsi che non riesce a dominare, ma dai quali anzi è completamente dominato. Su tutti il costante gridare, meglio appunto se come “un ossesso”, contrapposto in Banti all'imperturbabilità del suo superiore: “la gente era usa perdonargli volentieri per la sua gran bravura, e perché sapeva che certi tratti di ferocia fu solito commetterli quasi senza accorgersene trascinandovelo con forza superiore alla volontà l'indole impetuosa e insofferente d'ogni contrasto anche minimo.”

 

Di qui anche l'egotico autoritarismo, che raggiunge il delirio d'onnipotenza su quanti lo circondano, avvicinandolo a certi sergenti o goodfellas del cinema americano, o alla lunga tradizione italica del miles gloriosus: “Qui io sono tutto, lo Czar, il Sultano, il Papa, sono Nino Bixio! Dovete obbedirmi tutti, guai chi osasse un'alzata di spalle, guai chi pensasse di ammutinarsi! Uscirei con il mio uniforme, colla mia sciabola, con le mie decorazioni e vi ucciderei tutti!” Un'aggressività che si estrinseca in minacce e insulti ai sottoposti (“udimmo chiaro che Bixio gridava – Carogne, carogne tutti! – e simili altri titoli che aveva sempre in bocca quando il diavolo gli metteva addosso il rovello”), in inconsulti e imprevedibili scoppi di violenza, che Abba ricorda con un timore di certo usuale nella truppa: “Stiamo a vedere, pensai, che Bixio gli scarica addosso una pistolettata”. L'innesco poteva essere evidentemente il più trascurabile e soggettivo (“Uno sguardo, una parola; non basta? Gli scatta via magari una sciabolata”), come nel caso, raccontato da Banti, dei marinai addormentatisi alla calura del pomeriggio e colpiti col fucile “non altrimenti che battesse le spighe del grano”; o della patente prepotenza fatta alla divisione Medici per imbarcarsi a forza per primo dalle Calabrie a Napoli.

 

Dunque l'estremismo anarchico puer di Bixio può voltarsi in rigidità senex: fu così indirettamente immortalato dal Verga della novella Libertà e direttamente dal film di Vancini del 1972 come il boia di Bronte, per la spietatezza nello svolgere i suoi compiti di polizia. Poi non si contrappone agli odiati Piemontesi, che defraudavano i giovani e Garibaldi del bel sogno romano, ma, già mazziniano, si arruola e fa carriera nell'esercito di re Vittorio fino ad essere eletto senatore nella destra storica; ama a lungo e in clandestinità la figlia della sorella, che tuttavia sposerà, lui sommo mangiapreti, con dispensa papale. Eppure, attirato ancora dai mari dell'estremo oriente, muore di colera a Sumatra e la sua tomba viene profanata da indigeni che si contaminano con la malattia come in un esclamativo feuilleton salgariano. Qualcosa di meno limpido e grande, più bipolare che risolto rispetto al suo modello, resta in Bixio, e ne fa però anche il fascino, simile a quello di Italiani indomabili della schiatta dei Cellini e dei Capitani di ventura, da prelevare tra i santini risorgimentali e debitamente spolverare per rimettere in luce un tratto del nostro carattere nazionale.

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