Ol’ga Sedakova: il poeta è colui che vuole ciò che tutti vorrebbero volere

Ol’ga Sedakova (Mosca, 1949), poetessa e docente universitaria, è una delle figure di maggior rilievo nel panorama letterario russo contemporaneo. Affermatasi già negli ambienti semiclandestini della “seconda cultura”, pubblica nel samizdat dagli anni Settanta, mentre le sue prima raccolte poetiche e i saggi di critica letteraria vengono pubblicati a partire dagli anni Novanta. Nello stesso periodo approfondisce il legame con l’Italia. È anche una raffinata traduttrice, tra gli altri di Rilke, Celan e, non ultimo, di Dante Alighieri, di cui è in corso la sua versione della Divina Commedia. Nel corso di quarant’anni ha ricevuto numerosi riconoscimenti in Russia e nel mondo; in Italia, in particolare, il premio Dante Alighieri (2011) fino al più recente conferimento del Premio Lerici Pea (2020) di cui i cantieri navali Sanlorenzo sono main partner. L’abbiamo intervistata per questa occasione.

 

Marco SabbatiniOl’ga Aleksandrovna, la ringrazio della possibilità di questo dialogo. Vorrei iniziare partendo dal legame che ha da tempo instaurato con l’Italia, testimoniato anche quest’anno dall’uscita del suo nuovo libro Tradurre Dante (Perevesti Dante, Edizioni Ivan Limbach), con commenti alla traduzione della Divina Commedia. Ci può raccontare del primo incontro con l’Italia: è legato a un evento o a un particolare periodo? 

Ol’ga Sedakova – Non potrei definire con precisione tale momento. Non leggevo in italiano, ma le rappresentazioni visive dell’Italia, l’architettura, la pittura, catturarono la mia attenzione già ai tempi della scuola. Fra Angelico, Giotto… E poi la musica. Percepivo qualcosa di stranamente familiare, qualcosa che l’anima riconosce come proprio. Solo più tardi compresi l’origine di questa sensazione di familiarità. C’è talmente tanto d’italiano a Mosca, a Pietroburgo… Senza la partecipazione dell’Italia, senza i maestri italiani, la cultura russa degli ultimi secoli sarebbe semplicemente inconcepibile. 

Iniziai a studiare la lingua italiana all’università, con l’unico scopo di leggere Dante in originale. Ancora oggi mi occupo esattamente di questo: la lettura di Dante. Al di là di tutto, costituisce una magnifica lezione per chi è poeta. Seguire Dante, imitare Dante è inimmaginabile; non ci è riuscito nessuno, neanche in Italia. Ma proprio lui sa trasmetterci quella inverosimile carica di senso e di forma contenute nelle sue parole, in quelle scintille con cui accende una nuova fiamma. 

La prima volta ebbi occasione di soggiornare in Italia durante l’inverno 1989: viaggiai a Roma, Firenze e Venezia. Dopo una vita trascorsa oltrecortina sembrava inverosimile poter vedere con i propri occhi tutto ciò che avevo sempre amato come una sorta di “aldilà” – o, diciamo, come un mondo antico. Nell’osservare dall’argine le acque dell’Arno non potevo credere a me stessa: non avevo mai neanche sperato di vedere tutto ciò da così vicino, dal vivo. Lasciai Venezia in lacrime.

 

 

M.S. – Lei ora viaggia molto in Italia, anche durante questo periodo così difficile: in un’intervista del marzo scorso riporta le parole di Goethe, secondo cui “non sarà più del tutto infelice chi ha visto Roma”. Quale incontro con l’Italia è rimasto maggiormente impresso nella sua memoria? È poi diventato qualcosa di più, ovvero una fonte di ispirazione poetica, una rappresentazione letteraria?

O.S. – Ogni volta che mi ritrovo in Italia, il più delle volte a Roma, mi rendo conto di avere una seconda vita, che accade qui già da molti anni, in modo episodico, con delle pause, senza un soggetto unitario. Ma è una intera vita, di una me stessa probabilmente un po’ diversa da quella che vive in Russia. Ho visto cose di cui prima leggevo o che vedevo negli album. Ma ciò che non puoi leggere – è la vita quotidiana e gli incontri con la gente. Adoro le conversazioni romane lungo le vie e lo spirito festoso. 

Per me l’impressione più grande è stata Ravenna; ho vissuto là qualche tempo, occupandomi degli studi danteschi e quasi ogni giorno facevo visita ai magnifici mosaici, ai mirabili templi: non ho visto in nessun altro luogo interni pari a quelli di San Vitale e di Sant’Apollinare in Classe!

Anche la Sardegna provoca impressioni particolari. Sulla Sardegna ho scritto nella prosa “Opus incertum”. Sono stata professoressa ospite all’Università di Sassari. In Sardegna vive la mia prima amica italiana, Francesca Chessa: abbiamo iniziato a leggere Dante insieme già ai tempi della Mosca sovietica. Lei ha tradotto la mia prosa e le mie poesie. 

A Roma è legato un mio vecchio progetto, ancora non portato a termine: una sorta di guida attraverso la Roma paleocristiana. È il profilo di Roma che amo di più. 

 

M.S. – Dal suo punto di vista in cosa consiste la vicinanza tra la cultura italiana e quella russa? 

O.S. – Penso che risieda nel virtuosismo artistico. Il dono artistico dell’Italia e il dono artistico della Russia sono straordinari. Direi che si tratta di popoli dalla vocazione artistica. E in un certo senso sono in pieno contrasto tra loro: l’Italia possiede la forza di vivere e far proprie la gioia, la bellezza, la magnificenza dell’essere convogliandole in un tema artistico, la Russia (con i suoi grandi autori) allo stesso modo sa far proprie la sofferenza, il dolore, la povertà. 

 

M.S. – Un’ultima curiosità sui “luoghi comuni”. Quale considera essere il tratto principale del carattere italiano? 

O.S. – Gli italiani mi sembrano i più vivi tra tutti i popoli che ho avuto modo di conoscere personalmente. E oserei dire che non dal punto di vista etico, ma fisiologico, sono buoni, ovvero sono per natura amichevoli. Persone la cui immaginazione non smette di lavorare in qualsiasi situazione della vita. Osservare la vita quotidiana italiana è affascinante, è come seguire un film di Fellini, in un qualsiasi luogo e momento: nel gesto di versare un caffè, nello scegliere un paio di scarpe…

 

 

M.S. Tra gli altri, lei ha tradotto “Il Cantico delle creature” di San Francesco, nonché brani della sua “Lettera a un ministro”. Come mai è così significativa per lei questa figura? Ha avuto modo anche di visitare Assisi, che impressioni ha ricavato da quel viaggio? 

O.S. – Ho tradotto molto altro. Nell’enorme volume Fonti Francescane ho tradotto anche “Vita prima di San Francesco d’Assisi” e tutto ciò che ad oggi si ritiene sia sua opera. Qualcosa anche da “Fioretti” e i racconti da “Specchio di perfezione”. Francesco attirò la mia attenzione già in gioventù, quando trovare letteratura su di lui in lingua russa era estremamente difficile (vivevamo nell’ateismo di stato, immersi in un ateismo “militante”). Non uscivano nuove traduzioni, e la versione dei “Fioretti” pubblicata prima della rivoluzione provai a trovarla, ma era impossibile da recuperare. Francesco era il santo più amato in Russia – è un santo universale! La santità nel suo caso emana un fascino straordinario, riluce di semplicità e di gentilezza. È il poeta della fede. 

Assisi – e ancor più tutta l’Umbria – permette di percepire questa fascinazione. Visitando un paesino dell’Umbria ho avuto la sensazione che fosse quello il luogo in cui restare per sempre a vivere. Tra l’altro, il paesaggio della campagna di Tula, a sud di Mosca, tra le colline oltre il fiume Oka dove trascorro ogni estate, in qualcosa somiglia proprio all’Umbria. 

 

M.S. Nel corso degli anni Novanta (in particolare, tra il 1996 e il 1999), lei ha avuto modo di incontrare in più di una occasione Giovanni Paolo II, al quale ha dedicato anche “Tre poesie”. Può indicare, dal suo punto di vista, il tratto distintivo di questa personalità?

O.S. – Sì, nel corso di quattro anni sono stata ricevuta nelle sue stanze, con una cerchia molto ristretta di intellettuali russi. Questi ricevimenti portavano il nome di “Incontri solovioviani”, in memoria di Vladimir Solov’ev, filosofo molto letto e considerato dal Papa. Giovanni Paolo II lesse le mie poesie in russo. Osservandolo e ascoltandolo si aveva immediatamente l’impressione di parlare con un sant’uomo. С’era molto di sorprendente in lui. Prima di tutto nominerei la sua assoluta e coinvolgente fede: una fede simile credevo la possedessero solo i padri veterotestamentari, come Abramo… Poi il suo rispetto profondo per la persona, l’interesse verso la persona. Come se attraverso l’altro egli attendesse qualcosa di importante per sé stesso. E poi il dono della comicità. Durante i nostri incontri scherzava spesso e in modo molto divertente, tanto da rallegrarsi alle reazioni degli altri per i suoi scherzi.

 

M.S. – Ci può raccontare gli esordi della sua opera letteraria, quando ha iniziato a comporre versi? 

O.S. – Secondo i racconti dei miei genitori, cominciai a parlare associando le parole in rima. Non sapevo ancora scrivere e già componevo a voce. I miei genitori hanno fissato a memoria un paio di composizioni della mia infanzia, e sono rimasta molto legata a queste poesie, mi piacciono molto. Di questo ho scritto nella mia prosa Pochvala poezii, in cui l’elemento autobiografico si fonde alla teoria poetica. Il libro è uscito in Italia nella traduzione di Francesca Chessa (Elogio della poesia, edito da Aracne). 

In questa prosa faccio riferimento a ciò che di solito in pochi ricordano: il passaggio della persona dall’universo senza parole a quello della parola; le parole quando non sono legate saldamente al mondo circostante sono meravigliose. È, secondo me, una memoria indispensabile per il poeta. Deve parlare con le parole, e non con vuoti gusci di parole, come accade nella vita di tutti i giorni.

 

Ho continuato a comporre versi e ai tempi della scuola frequentavo uno studio letterario dove ci insegnavano a scrivere “correttamente” poesia, ovvero alla maniera dei poeti sovietici. La vera origine della mia poesia, quella che è una sorta di iniziazione alla condizione di poeta avvenne all’età di 15-16 anni. Nei versi di quell’epoca c’era freschezza, ritmo, respiro e “incomprensibilità”. Ora non li pubblico più, ma li rileggo con piacere. Mentre i versi “corretti” venivano pubblicati nelle riviste e nelle raccolte di “giovani poeti”, non appena iniziarono a circolare quelli “autentici”, fu evidente che poesia del genere “da noi non si pubblicava”. “L’incomprensibilità” in sostanza equivaleva a un verdetto di condanna. La poesia, ma anche la musica, la pittura, e così via dovevano essere “comprensibili”. Oggi una richiesta simile è probabilmente a sua volta difficile da comprendere. All’epoca era invece un alto prezzo da pagare. Per entrare a far parte della letteratura ufficiale era necessario pagare con la triviale banalità. Altrimenti era “incomprensibile”. I miei coetanei di talento, venuti a mancare troppo presto, non hanno potuto vedere stampate le proprie opere. Il mio primo libro di poesie è uscito in patria nel 1990, quando avevo 40 anni. 

 

 

M.S. – La sua attività letteraria giovanile fu legata strettamente alle vicende della cosiddetta letteratura non ufficiale degli anni Settanta. Paradossalmente la novità di quella letteratura che sfuggiva alla censura era nel segno della tradizione. I motivi filosofici e religiosi tornavano di grande attualità. Come considera quell’epoca, cosiddetta “postsimbolista”, “neomodernista”? Come la definirebbe?

O.S. – Questo ambiente era chiamato “seconda cultura”, “cultura del samizdat”. Si potrebbe affermare che fosse una cultura tradizionale per il solo fatto che noi conoscevamo e amavamo molto la nostra tradizione russa e quella europea, che erano state cancellate dalla culturale ufficiale. E non solo il XX secolo, ma la classicità, il medioevo, l’epoca arcaica, tutto questo bagaglio di conoscenze non era previsto per un comune cittadino sovietico. Non era permesso nulla che fosse complesso, profondo, religioso, “pessimista”, “formalista”. L’estetica ufficiale era populista e ogni fenomeno era sottomesso a una censura ideologica ed estetica. S’immagini, che le massime di Parmenide in una simile atmosfera risuonavano come canti di protesta. Che dire poi di Thomas Eliot e Osip Mandel’štam (quest’ultimo ai tempi della mia giovinezza non era pubblicabile, lo leggevamo nelle trascrizioni del samizdat)? Di questo si potrebbe discutere a lungo… Nel momento in cui in Europa si consumava la rivoluzione della controcultura, da noi (naturalmente solo in circoli circoscritti) accadeva il contrario: la scoperta della “cultura mondiale” come spazio di libertà autentica. Si può definire questa epoca postsimbolista e neomodernista. Ma non abbiamo definito in alcun modo noi stessi entro queste categorie. 

 

M.S. – Lei ritiene che quel dialogo letterario “indipendente” degli anni ‘70-‘80 abbia rappresentato un’esperienza decisiva nello sviluppo della sua opera?

O.S. – Senza dubbio. Ma non era solo una “seconda letteratura”. Più che con gli scrittori e i poeti, ero (e sono) in contatto con persone impegnate su altri fronti; con i pittori, i compositori, i filosofi e i filologi. Grazie a loro ho avuto modo di comprendere molto. Gli anni ’70 in un certo senso hanno rappresentato il nostro rinascimento umanistico. 

 

M.S. – Come questo contesto ha influito sulla sua visione del mondo, sulla poetica?

O.S. – In modo molto specifico e fondamentale, tenuto conto di un fatto, come ho già sottolineato, che il contesto non era soltanto letterario. Era umanistico nel senso ampio del termine. Da Sergej Averincev, un filologo classicista, biblista ed ermeneuta, ho appreso molto di più che da qualsiasi altro mio collega scrittore. 

 

M.S. – In questo ambiente alternativo della cultura tardosovietica si è soliti affermare che lei sia la più pietroburghese dei poeti moscoviti. Concorda con questa definizione?

O.S. – Da noi permane questo mito di una cultura russa “bipolare”: un polo pietroburghese (più occidentalista, europeo, “dostoevskiano”) e un polo moscovita (più locale, slavofilo, “tolstoiano”). Secondo me, è solo una semplificazione, soprattutto se riferita all’epoca sovietica. 

 

M.S. – Quali scrittori e pensatori hanno esercitato maggiore influenza sulla sua opera?

O.S. – La lista è piuttosto lunga. Sin dall’infanzia direi Aleksandr Puškin e Lev Tolstoj. In seguito, Velimir Chlebnikov e Osip Mandel’štam, mentre Rainer Maria Rilke è stato il poeta principale della mia gioventù. Poi Dante Alighieri, seguito da Thomas Eliot, altra figura molto importante per me. Continuando con Goethe, Hölderlin, Paul Claudel, Paul Celan. Ho cercato anche di tradurre questi autori che qui cito (neanche le mie traduzioni venivano pubblicate). 

Ho sempre amato leggere i filosofi, ma come se fossero dei poeti, ovvero senza che io avanzassi una speciale analisi di tipo filosofico. Sia i filosofi classici, sia in nuovi (a suo tempo, mi colpì molto Martin Heidegger). La teologia classica e del XX secolo (leggevo molto Pavel Florenskij). Tuttavia, in maniera più profonda su di me hanno esercitato la loro influenza il pensiero di Sergej Averincev e di Vladimir Bibichin (che ha tradotto in russo Heidegger e Wittgenstein). 

Qui cito soltanto gli autori “di formazione” della mia vita. Poi ci sono gli artisti, che pensano attraverso la loro arte: come Rembrandt. Su Rembrandt dovrebbe presto uscire un mio libro in italiano.

 

M.S. – Quali poeti della sua generazione hanno influito in qualche modo sulla sua opera?

O.S. – I coetanei di solito non esercitano influenza tra di loro, al limite interagiscono. Ritengo i poeti più significativi della mia generazione Elena Schwarz, Viktor Krivulin e Sergej Stratanovskij (sono tutti pietroburghesi) e Ivan Ždanov (che si riconduce sempre alla scuola moscovita, sebbene sia originario dell’Altaj). 

 

 

M.S. – «Il poeta è colui che vuole ciò che tutti vorrebbero volere». 

Ol’ga Aleksandrovna, forse non sembrerà esaustivo definire la sua poetica attraverso questi versi aforistici tratti da Koda (“Coda musicale”) del 1979-1980, ma pare che lei abbia qui posto in modo fondamentale la questione del ruolo del poeta. Potrebbe commentare il senso dei versi?

O.S. – Sì, ha ragione, questo verso e mezzo in un certo senso equivale a una definizione. Cosa commentare? Il desiderio – direi, sempre sulla scorta di Dante, il desiderio è ciò che definisce la persona. Le persone spesso non si decidono a desiderare il loro principale desiderio – o non lo riconoscono tra molti altri desideri minori. Ma il poeta può avere il coraggio di desiderare proprio ciò che resta segreto anche a sé stessi, ciò che gli altri, anche senza saperlo, desiderano. Che cosa? L’essere connessi, l’essere in relazione con quello che si può definire il centro dell’universo, il centro del cuore umano. 

 

M.S. Leggendo le sue poesie si percepisce la connessione di questo universo con una dimensione altra, talvolta sono versi che suonano come una provocazione rispetto all’epoca contemporanea, così secolarizzata, e da questo punto di vista si muovono in opposizione, rappresentano una visione poetica paradossale e straniata del mondo attuale.

O.S. – Sono cresciuta in un’epoca di ateismo e di materialismo forzato. Non ho l’abitudine di oppormi. Scrivo quel che voglio scrivere. Il secolarismo allo stesso modo non mi interessa. Non voglio finire in questa caverna di Platone. Perché fingere di vedere solo ombre, quando ho visto la luce e la libertà? Altro discorso, se parliamo di una religiosità “oggettiva” come forma di poesia, che assolutamente non mi appartiene. “La sottile materia” vive non nelle dichiarazioni, ma nell’ordine stesso, nella sostanza stessa della composizione, nei suoi ritmi, nei suoi suoni. 

 

M.S. – In Italia seguiamo con attenzione l’evoluzione sociopolitica in Russia, Bielorussia e Ucraina. Il susseguirsi delle crisi e i tentativi di risposta civile. Qual è dal suo punto di vista la posizione attuale dello scrittore, e in genere dell’intellettuale, nei confronti del potere? 

O.S. – Non posso certo parlare a nome di tutti gli intellettuali e scrittori russi. Personalmente per me, e per le persone a me vicine, la situazione nel nostro paese è estremamente pesante. I rapporti del potere con la società civile sono di fatto interrotti. Non è possibile alcun tipo di dialogo. Coloro che manifestano dissenso sono immediatamente definiti “agenti di influenza straniera” (hanno riesumato definizioni staliniane! Ci manca ormai solo “nemico del popolo”). Qualsiasi protesta pacifica viene interpretata come forma di “estremismo”. Delle torture in carcere sentiamo parlare di continuo e convivere con tutto ciò è impossibile. I tentativi di costruire una nuova ideologia, ora non comunista, ma “patriottica”, sono terrificanti. Grigorij Javlinskij, un politico e pensatore, teorico della politica che rispetto profondamente, chiama questo ordine neobolscevismo. È un neobolscevismo che senza scrupoli ha assorbito e fatto proprio il peggio di quel che si definisce capitalismo selvaggio. I valori morali conservativi, «i fondamenti», сhe questo sistema ama tanto tradurre in realtà, sono semplicemente decorativi. Si respira un’aria soffocante.

 

M.S. Possiamo oggi parlare di una responsabilità politica, civile e morale dello scrittore, del poeta in particolare, nei confronti del popolo dei lettori? 

O.S. – Penso che il poeta (come ogni persona) risponda in primo luogo alla propria coscienza. Ognuno sa cosa questa richiede. La mia chiede una responsabilità civile. Ma posso del tutto contemplare l’artista mosso da ben altri aspetti dell’esistenza. 

 

M.S. Qual è il ruolo della letteratura in questo XXI secolo, mentre viviamo in questa era della parola elettronica, in un’epoca “postletteraria”, secondo la definizione del filosofo Michail Epstein?

O.S. – Sto alla larga da certe astrazioni universali. “Ciò che è autentico è raro”, così amava ripetere il mio amico filosofo Vladimir Bibichin. E non voglio pensare alle “tendenze” generali, desidero pensare e parlare di ciò che è raro. 

 

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